-di Lilia Sebastiani
Parlando della festa dei
Santi – di “tutti” i Santi, dunque non solo di quelli canonizzati, non solo dei
riconosciuti, non solo dei ‘conosciuti’ –, in un articolo di tanti anni fa
auspicavo – impossibile sogno liturgico! – che le due categorie potessero unificarsi
in una Festa della comunione dei Santi. Una comunione a cui non sono estranei
gli Angeli, che incarnano la vicinanza di Dio nella nostra vicenda umana: così
attenta, anche se talvolta per noi così poco sperimentabile. Figure simboliche
eppure realissime, che esprimono l’amore, l’attenzione, la vicinanza unica di
Dio. Ho sempre amato molto – e mi torna alla mente ora senza essere richiamata
– la Preghiera dell’Angelo amico di don Michele Do:
«Donaci
o Signore, un angelo amico
che
ci riveli e ci faccia sentire la tua bontà ed il tuo amore
e
ci renda capaci di pietà verso ogni creatura.
Donaci
un angelo di comunione con cui poter condividere i doni (…),
che
custodisca la nostra anima, che vegli sulla nostra vita,
che
guidi il nostro cammino.
Ci
sia egli sempre vicino col il suo volto luminoso,
e
ci conduca a Te, ai tuoi santi, a coloro che amiamo e ci amano
e
anche a coloro che non ci amano e facciamo fatica ad amare…
E
in questa festa di luce e di pensiero, che anticipa il momento ‘totale’ della
nostra
attesa,
fin da ora pensiamo a quelli che abbiamo amato, e che non sono perduti né
lontani,
ma andati avanti, «gli amici che hanno raggiunto le dimensioni più alte in
questa
gioconda, lieta, festosa fraternità di tutti i santi».
IL SANTO, UN SOLITARIO
CHE GENERA COMUNIONE
La vita eterna – che noi,
di qui, tendiamo a vedere nel migliore dei casi come un dopo-morte –, è
ingresso nella vita senza ombre né limite. È partecipazione, comunione e
comunicazione senza fine. L’in-esse, l’esserci, sfocia naturalmente
nell’essere-per; gli uni negli altri, nel compimento pieno della
presenza.
La santità possibile
‘qui’ è molto diversa dalla santità ‘oltre’; non però del tutto diversa, perché
l’una e l’altra hanno a che fare con la nostra umanità e resterebbero
incomunicabili, inconoscibili, senza quella. Ognuno di noi ricorda o può
ricordare di aver incontrato qualcuno che offriva spontaneamente agli altri,
più spesso senza parole, la visione che aveva maturato: visione che partiva
dalla ricerca umana, cogliendone le segrete tensioni a un oltre che si svela e
risplende sul volto di Cristo immagine di Dio, facendo brillare il volto del
mistero, quell’immagine di Dio da svegliare all’evidenza nel cuore dell’uomo
per ricordargli come la Parola si sia fatta carne affinché la carne possa farsi
parola, e attingere la pienezza divina per cui è stata creata. Per i Santi che
parlano più vivamente al nostro cuore, il Cristianesimo salva e redime
attraverso l’ascensione e la trasfigurazione.
Chiaramente questo non è,
non può essere un fatto di massa, pur se riguarda tutti almeno come proposta.
La nostra epoca ci ha abituato ai grandi raduni, anche ispirati da nobile
entusiasmo, che sul momento colpiscono e commuovono, poi si dissolvono senza
lasciare traccia. Non c’è solitudine più grande che in certe aggregazioni
superficiali e banalizzanti. I santi non vivono in branco. La vita nello spirto
di branco è agli antipodi del vivere nello Spirito. Solo quando si esce dal
branco si può cominciare a fare comunione.
La comunione non fa
massa: ognuno cammina sulla sua strada, ma è sostenuto dalle presenze ‘alte’ di
amicizia che chiamiamo comunione dei santi. Non ci sono più lontananze, né di
spazio, né di tempo. In certi momenti privilegiati non c’è più distanza tra
cielo e terra. Siamo nella dimensione di Dio, nella dimensione del suo Spirito
che non conosce lontananze. In questa, pur essendo soli, si è in comunione.
Nessuno più dei solitari è capace di comunione.
UOMO DI PACE E
CAMBIAMENTO
Sembra questo il monachesimo – eterno, universale, essenziale – di cui tutti
abbiamo bisogno: il monaco vero vive ‘disseminato’ ovunque, come dice la Lettera a Diogneto (al cap. V): i cristiani sono immersi
ovunque nel mondo. Queste parole inizialmente riferite a monaci o comunque a
persone che conducono vita religiosa per definizione, dovrebbero valere per
tutti i cristiani, in ogni stile di vita e in ogni ambiente. Il richiamo
iniziale è comunque al monaco: uomo capace di stare in piedi da solo e di
camminare da solo, custodendo dentro di sé il proprio specifico.
Questo è il monaco, e la chiesa dei primi tempi è costituita da monaci. Sappiamo che
il mònachos è il ‘solitario’, originariamente “colui che vive solo”, e la
definizione riguarda gli eremiti come i cenobiti, e dovrebbe riguardare anche quelli
che vivono nel mondo. Il santo è visto da molti come un pacificatore: un uomo
di pace in sé e fuori di sé. Ciò è vero, ma questo ideale di pacificazione
richiede un serio e serrato discernimento, un ascolto autentico delle
contraddizioni, oggi più di sempre. . Il principale compito dei santi sembra
proprio quello di creare tensioni, tormenti e inquietudini.
L’evangelizzazione
diventa possibile solo quando si è abitati da una inquietudine che spinge alla
ricerca di quanto ci manca.
ALLE ORIGINI DELLA FESTA
Le radici della festa di Ognissanti risalgono ai primi secoli del
cristianesimo, quando le comunità cristiane cominciarono a commemorare i martiri, coloro che avevano dato testimonianza della fede
con la vita. E già nei primi tempi si sentiva con forza il bisogno di non
dimenticare coloro che in molti casi non avevano nemmeno un nome, ma avevano il
maggiore dei titoli di gloria: quello di aver testimoniato la fede fino a
versare il proprio sangue. A Roma e in Oriente esistevano già dal IV secolo
celebrazioni dedicate ai martiri non ricordati in un giorno specifico nel
calendario.
La data del 1° novembre
si deve a papa Gregorio III (731-741): egli dedicò un oratorio nella
Basilica di San Pietro “a tutti i santi”, e papa Gregorio IV, nel IX secolo,
estese la festa alla Chiesa universale. La scelta non avvenne per caso. Il mese
di novembre, nella simbologia cristiana, è il tempo della memoria e della
speranza, e coincide con il momento in cui inizia la ‘morte apparente’
dell’anno.
È un giorno in cui, sia
in senso naturale sia in senso spirituale, dominano i temi della luce, della
riconoscenza e della speranza.
Ormai tutti sanno che in
Inghilterra, nel Medioevo, la vigilia di Ognissanti era chiamata All Hallows’ Eve (da cui deriva la parola
“Halloween”).
Oggi la notte del 31
ottobre è diventata una consuetudine banale e obbligata, una specie di
carnevale con risvolti macabri; ma in origine era una festa profondamente
cristiana, una veglia di preghiera in onore dei Santi; connessa, sembra, con la
festa pagana di Samhain.
La festa di Ognissanti
non è un ricordo nostalgico del passato, ma una memoria che vivifica il
presente. È l’invito di Dio a non accontentarsi della mediocrità, a non seguire
le mode del mondo, a vivere la fede con coerenza, speranza e coraggio.
Essere santi non
significa certo essere perfetti, ma lasciarsi attraversare dalla Grazia: fino a
diventare capaci di rifletterla come in uno specchio.
Di origini antichissime,
per alcuni studiosi la festa di Ognissanti prima della sua cristianizzazione,
affondava le radici nel paganesimo, con la festa di Samhain, il capodanno
celtico, in cui i morti potevano tornare in visita nei luoghi che avevano frequentato.
Questo aspetto viene in
qualche modo continuato nella Commemorazione dei fedeli defunti, il 2 novembre.
Le notizie non sono certissime, ma sembra certo che, mentre la festa di
Ognissanti (con qualunque nome la si chiami) è molto antica e si ritrova già in
epoche pagane, la Commemorazione dei defunti viene celebrata a partire dal 998,
precisamente il 13 maggio secondo sant’Efrem di Siria.
Questa data coinciderebbe
con la festa romana per l’anniversario della Dedicatio Sanctae Marie ad
Martyres, ovvero del giorno in cui il Pantheon divenne una chiesa dedicata alla Vergine Maria e a tutti i martiri. Per
alcuni studiosi è proprio da questa festa, e da una comprensibile esigenza
pastorale di sostituzione, che potrebbe derivare la celebrazione di Tutti i
Santi.
Una devozione specifica
per questa giornata può essere una sorta di dialogo – interiore, ma anche in
qualche modo ritualizzato con i propri santi prediletti; anche se ognuno ha i
suoi, le predilezioni non feriscono la comunione dei santi, che sono tanti e
diversi ma non incomunicabili fra loro e certo non soffrono di gelosie.
Proprio in questa festa
gioiosa la chiesa ci chiede di ascoltare le Beatitudini, le proclamazioni fatte da Gesù e rivolte a
tutti coloro che si mettono in ascolto, manifesto della vita rinnovata secondo
la logica del Regno.
Quante erano le
Beatitudini in origine, e come erano formulate?? Quali parole avrà usato Gesù?
Sappiamo che il testo di Matteo presenta notevoli differenze rispetto a quello
di Luca.
La stessa parola “beati”
non è nemmeno presente in tutte le lingue, e quando si tenta di sostituirla con
“felici” il risultato non è solo letterariamente improprio, ma abbastanza
fuorviante. La felicità quasi contraddice la beatitudine; perlomeno in quanto è
sempre individuale. E quelli che Matteo chiama ‘beati’ (in ebraico ashré) non
potrebbero mai essere chiamati ‘felici’, oggi non diversamente da allora.
Quello che sentiamo con
certezza, al di là degli aspetti letterari, è che le Beatitudini – ben diverse
in questo dai precetti del Decalogo – non sono prescrizioni, ma indicazioni di
senso.
È comunque importante
rilevare che Il cammino di santità è anche ricerca di senso, ricerca della
felicità.
E l’universalità è aperta
alla particolarità: sembra voler sottolineare in modo speciale questo aspetto papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate del 16.11.2024 «per il ricordo nelle Chiese particolari dei propri Santi, Beati, Venerabili e
Servi di Dio».
I SANTI DELLA PROPRIA
TERRA E DELLA “PORTA ACCANTO”
Con questa Esortazione
Apostolica papa Francesco ha riproposto ai fedeli discepoli di Cristo
del mondo contemporaneo la chiamata universale alla santità, riprendendo
l’insegnamento del Concilio Vaticano II, il quale ha ricordato che «tutti
coloro che credono nel Cristo, di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla
pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità» (LG n.40), e ha
sottolineato l’importanza della santità “feriale” e della “porta accanto” di
cui la Chiesa sparsa nel mondo è ricca da sempre.
Infatti la santità, pur
essendo una sinergia divino-umana, significa in primo luogo fare spazio
all’azione di Dio che «è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello
Spirito Santo» (Rm 5, 5).
«Nel corso dell’anno
liturgico la Chiesa onora pubblicamente, in date e modalità
prestabilite, i Santi e i Beati. Tuttavia, mi pare importante che tutte le Chiese particolari ricordino in un’unica data i Santi e i
Beati, come anche i Venerabili e i Servi di Dio dei rispettivi territori. Non
si tratta di inserire una nuova memoria nel calendario liturgico, ma di
promuovere con opportune iniziative al di fuori della liturgia, oppure di
richiamare all’interno di essa, ad esempio nell’omelia o in altro momento
ritenuto opportuno, quelle figure che hanno caratterizzato il percorso
cristiano e la spiritualità locali. Pertanto, esorto le Chiese particolari, a partire dal Giubileo del
2025, a ricordare e onorare queste figure di santità, ogni anno al 9 novembre,
Festa della dedicazione della basilica lateranense».

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