L’ALTRO
SENZA
PAURA
-di MILENA SANTERINI
Conoscere l’altro, in un
momento di grave divisione e polarizzazione, è il primo passo per sconfiggere
odio e pregiudizi. Questo è l’obiettivo del progetto delle Schede per
conoscere l’Islam promosso dagli Uffici della Cei (Ecumenismo e Dialogo,
Educazione, Insegnamento Religione Cattolica) e dal Pisai (Pontificio Istituto
di Studi Arabi e Islamistica) presentato recentemente. Il lavoro sul mondo
musulmano era stato preceduto dalla realizzazione delle schede sulla conoscenza
dell’ebraismo, mentre sono in preparazione quelle sul buddhismo e l’induismo.
Destinate agli editori per assicurare la qualità dei manuali e dei libri di
testo, specie di religione, ma altrettanto importanti per le scuole, i singoli
insegnanti e il mondo della formazione, le informazioni vogliono creare cultura
e conoscenza come antidoto a ogni forma di pregiudizio e distorsione.
Raccomandazioni in questo
senso vengono anche tutte le istituzioni internazionali, dal Consiglio d’Europa
all’Osce.
Il lavoro delle undici
schede presenta, oltre a una dimensione storica indispensabile per creare un
inquadramento temporale in un mondo smemorato, anche vari punti, tra cui la
presentazione degli aspetti di fede e teologia dell’islam, il Corano, la spiritualità
islamica, la presenza del mondo musulmano in Italia e la situazione del dialogo
interreligioso.
Stupisce quindi e
stupisce assai che si possa temere e criticare l’invito a una conoscenza più
approfondita del fenomeno religioso e il supporto agli editori per creare libri
di testo verificati e corretti. A meno che, naturalmente, non faccia comodo alimentare
a prescindere la contrapposizione.
Trattandosi di religioni,
infatti, è necessario interpellare anzi tutto gli stessi credenti su
informazioni, tagli interpretativi e approcci che a volte non rispondono alle
fonti originali o alla correttezza scientifica. Per questo il metodo di lavoro
è quello un gruppo paritetico (cristiani e musulmani ora, cristiani ed ebrei
prima) che ha operato in un clima di fiducia reciproca, vivendo un’esperienza
spirituale di ricerca dell’oggettività ma anche di empatia verso l’altro.
L’invito a un cammino di questo genere, d’altronde, per quanto riguarda
l’islam, viene dal documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e
la convivenza comune firmato ad Abu Dhabi da papa Francesco nel 2019.
Capire la complessità
senza cancellare le differenze, superando l’ideologia dello “scontro delle
civiltà”, è fondamentale per combattere il pregiudizio che lacera le nostre
società, specie nel caso dell’islam, che ricopre facilmente ruolo di nemico
della cristianità ma anche del cosiddetto “Occidente”.
Su questo punto, c’è chi
vorrebbe sottolineare soprattutto i conflitti che hanno diviso il mondo
cristiano da quello musulmano, mentre in realtà quella che andrebbe valorizzata
– anziché dimenticata – è la fitta trama di convivenza che ha caratterizzato le
civiltà mediterranee. Davanti ad un’iniziativa di questo genere, qualcuno si è
chiesto se parlare delle altre religioni, specie durante l’ora di Insegnamento
della Religione Cattolica nelle scuole, significa minacciare l’identità
cattolica o indebolire la dimensione dogmatica della fede. Ma proprio nel
Magistero della Chiesa e nell’esperienza dei credenti si trova la forte
affermazione di un dialogo interreligioso che non comporta la rinuncia alla
propria identità, anzi ispira a viverla in modo aperto all’altro. L’ora di
religione non è catechesi ma trasmette conoscenze sulla fede cristiana in
rapporto con il mondo circostante. Non abdicazione né irenismo, ma
testimonianza reciproca: questa è la prospettiva ribadita anche dalla recente
Nota Un cammino di speranza elaborata da tre Dicasteri (Dottrina della
fede, Unità dei cristiani e Dialogo interreligioso) nel 2026.
Indubbiamente, tale
conoscenza deve essere reciproca e infatti non va dimenticato che esiste un
diffuso analfabetismo religioso sia in ambito cattolico che islamico e che
l’ora di religione, le iniziative comuni, gli incontri interreligiosi sono
proprio l’occasione per contrastarlo.
Appare opportuna anche la
scelta di non riflettere il diffuso approccio che riduce l’islam alle sue
frange estremiste e radicali, e finisce col negare o ignorare il nucleo del suo
messaggio e i milioni di fedeli che vivono una fede aperta e tollerante. Proprio
descrivere gli autentici significati spirituali e culturali della religione
islamica, secondo le sue fonti interne, contribuisce a decostruire i
fondamentalismi. Poiché questi ultimi si basano su una interpretazione
letterale e rigida dei testi, vengono meglio combattuti quando si attiva una
ricerca di senso. La presentazione di un Islam autentico attraverso le fonti
originali è così uno dei modi più efficaci per prevenire e contrastare il
radicalismo e l’estremismo.

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