Quale idea di educazione c'è dietro queste scelte?
-di Vincenza
Fortino
Da insegnante di scuola primaria sento il bisogno e il dovere di esprimere una
profonda preoccupazione per le nuove Indicazioni Nazionali relative
all'insegnamento della Storia. Non si tratta di una semplice divergenza
metodologica: ciò che emerge dalle Indicazioni Nazionali, in particolare per il
primo ciclo, solleva interrogativi profondi sul modello di scuola e di
cittadino che si intende costruire.
Le nuove Indicazioni riguardo la storia sembrano segnare un ritorno a una
didattica nozionistica e trasmissiva, fatta di aneddoti, miti, leggende e
figure eroiche –da Muzio Scevola ai protagonisti del Risorgimento – presentati
con un'enfasi che richiama una concezione della scuola e della storia che
credevamo ormai superata.
Una narrazione che privilegia l' orgoglio patriottico, gli aneddoti
da Libro Cuore, l'epica leggendaria, la lettura della Bibbia,
rispetto alla complessità dei fatti storici ,all' interpretazione delle fonti e
alla costruzione del pensiero critico.
Particolarmente preoccupante è la scelta di introdurre a bambini di sei o sette
anni concetti come il sacrificio per la Patria o l'eroismo in guerra.
A quell'età i bambini non possiedono ancora gli strumenti cognitivi ed emotivi
necessari per contestualizzare e interpretare criticamente temi così delicati.
La scuola dovrebbe accompagnarli a porsi domande, non suggerire risposte
precostituite; dovrebbe educare al dubbio, non all'adesione.
Quando la storia smette di essere ricerca e confronto e diventa racconto
identitario, paternalista, il confine con l'indottrinamento si fa
pericolosamente sottile.
Anche l'impianto culturale complessivo lascia perplessi.
La prospettiva storica appare fortemente eurocentrica e gerarchica, distante
dall'idea di una scuola che valorizza il pluralismo, il dialogo tra culture e
la costruzione di una cittadinanza democratica.
In un tempo attraversato da guerre, conflitti e profonde trasformazioni
sociali, ci saremmo aspettati una proposta capace di educare alla complessità,
all'empatia e alla pace, non un ritorno a narrazioni identitarie che rischiano
di alimentare le contrapposizioni invece che la comprensione e l’integrazione.
È difficile non leggere, tra le righe di questa Indicazioni,, il tentativo di
recuperare paradigmi culturali e pedagogici che la ricerca storica e la moderna
didattica hanno da tempo messo in discussione.
Come docente, questo mi inquieta profondamente.
Ogni
giorno entriamo in classe con la responsabilità di formare cittadini liberi,
capaci di pensare, di argomentare, di mettere in discussione ciò che viene loro
raccontato.
Se la scuola rinuncia a coltivare il pensiero critico per privilegiare una
narrazione identitaria, patriottica, rischia di tradire la propria missione più
autentica.
Per questo credo che oggi non basti esprimere perplessità: è necessario aprire
un confronto serio tra insegnanti, pedagogisti, storici e cittadini.
Perché le Indicazioni Nazionali non sono un semplice programma: sono la visione
di Paese che scegliamo di consegnare alle nuove generazioni.
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