e commosso di Gesù
è il paradigma
della missione ecclesiale
Riflessione
di don Massimo Naro sulla liturgia
della Parola nella XI domenica del tempo ordinario (anno A)
Es 19,2-6a; Sal 99/100; Rm 5,6-11;
Mt 9,36-10,8
L’odierna pagina
evangelica ci consegna il paradigma della missione ecclesiale. Il quale
sembrerebbe impersonato dagli apostoli scelti e inviati per primi da Gesù ad
annunciare la venuta del Regno di Dio. Da tutti loro, nessuno escluso: anche da
«Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì».
Tramandare
È interessante, a tal
proposito, notare la voce verbale usata dall’evangelista Matteo per dire che
Giuda fu il traditore del suo Maestro: ho paradoùs autón, da paradoûnai,
che vuol dire “trasmettere” e “tramandare” prima ancora che “tradire”. Del
resto “tradire” equivale a fare una trasmissione distorta, non attendibile, di
un insegnamento. Giuda tradì il suo Maestro non solo in quanto lo consegnò ai
suoi uccisori (e nel greco neotestamentario pure “consegnare” è reso
solitamente con paradoûnai) ma anche e soprattutto perché non ne
comprese il messaggio e ne fraintese la missione messianica, presumendo
probabilmente che Gesù avrebbe dovuto esercitare una leadership politica
e persino militare, per guidare Israele alla riscossa contro i romani e i loro
fiancheggiatori. Giuda non aveva capito la vera natura del Regno celeste e, di
conseguenza, aveva fallito la missione – condivisa con gli altri apostoli – di
predicarne l’avvento. Era stato un discepolo mediocre, non aveva ben appreso
l’insegnamento del Maestro.
Gli inviati
Per compiere la missione
ricevuta da Gesù, i suoi «apostoli» – da lui inviati, giacché
questo significa letteralmente il termine apostoli – sono
innanzitutto invitati a stare – come suoi «discepoli» – con il Maestro, a
impararne la lezione, a lasciarsi avvincere dalla sua autorevolezza (nei
vangeli si legge sempre exousía), a partecipare del suo potere (qui
proprio exousía) di contrastare il Maligno e il male con cui gli
«spiriti impuri» hanno contagiato il mondo. I discepoli sono chiamati, in
particolare, ad assimilare il suo esemplare dedicarsi alle altrui debolezze,
quelle fisiche non meno di quelle morali: «Chiamati a sé i suoi dodici
discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire
ogni malattia e ogni infermità».
Il rapporto che Gesù
instaura con i suoi discepoli li prepara a essere apostoli, a svolgere la
missione. Difatti, quello in cui il Maestro li coinvolge, non è un rapporto
elitario, men che meno settario. Non è una relazione chiusa dentro la cerchia
di coloro che sono stati scelti. È, piuttosto, aperta, estroversa, tesa
giustappunto a tradursi in missione, a proiettarsi sulle strade, a perlustrare
la realtà tutt’attorno, penetrandone ogni piega e ogni piaga.
In cammino
Gesù stesso sta
continuamente in cammino, attraversa i villaggi e le città. Entra nelle case,
si sofferma nelle sinagoghe e si concentra sui rotoli biblici che di volta in
volta commenta, ma pure parla nelle piazze e slarga la vista sulle folle,
percependone le preoccupazioni e intuendone le necessità, sentendo per questo
«compassione» per le persone che va incontrando. Rivolge a tutti uno sguardo
capace di oltrepassare le apparenze esteriori («idṑn», annota
l’evangelista, usando una forma verbale che proviene da «horáō»:
potremmo tradurlo come vedere oltre, guardando dentro): i suoi
occhi scrutano e interpretano, scandagliano la realtà nel suo aspetto
deteriorato e la ripensano per come dovrebbe davvero essere.
Questa è la lezione
di vita che Gesù propone ai suoi discepoli. Non è costituita soltanto da
massime di cui un giorno ricordarsi. È un insegnamento vissuto più che
impartito: ricco anche di gesti. Spesso, anzi, costituito da gesti non
eclatanti, discreti, quasi impercettibili. È un insegnamento fatto di
attenzione nei confronti di tutti: l’attenzione dello sguardo intelligente e
dell’intima commozione. Per questo è un insegnamento difficile da apprendere.
Per i discepoli, che si preparano a essere apostoli, si tratta d’imparare il
modo di guardare di Gesù e, cosa ancor più straordinaria, di sperimentare il
suo modo di commuoversi.
La missione
La missione, dunque,
muove dalla persona di Gesù, dalla sua interiorità (splánchna nel
contesto di questa pagina evangelica), dal suo cuore e dalla sua mente. Il vero
paradigma della missione apostolica è impersonato da Gesù, prima e più che
dagli apostoli. Per portare a termine la missione loro affidata dal Maestro,
gli apostoli devono assomigliargli, facendo proprie queste sue singolari
attitudini relazionali. Rispondere al suo appello non significa entrare nella
sua corte e men che meno formare una sua coorte. Gesù non vuole un partito.
Neppure un esercito. Al limite, nemmeno un seguito di alcun genere. Non
trattiene presso di sé coloro che chiama. Vuole semmai compagni di strada,
disposti a fare assieme a lui il suo stesso cammino lungo le vie del mondo. Per
poi mandarli in ogni direzione, a due a due nel suo nome. Sarà lui a garantire
loro la sua compagnia, poiché egli sarà sempre dove essi staranno – pregheranno
e opereranno – uniti nel suo nome. Così potranno predicare – senza mai
fermarsi, «strada facendo» – che «il Regno dei cieli è vicino». Dimostrando
l’attendibilità di quest’annuncio con i segni messianici: «Guarite gli infermi,
risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni».
Annuncio
Potrebbe sembrarci
impossibile prolungare questa missione ai nostri giorni. Come guarire gli
ammalati? Come far risorgere i defunti? Come sanare i lebbrosi? Come
esorcizzare i diavoli? Come, perciò, rendere credibile l’annuncio del Regno?
Interrogativi che potrebbero scoraggiarci. Ma che, invece, devono stimolarci a
soppesare le parole del Maestro, per indovinarne il senso autentico. Possiamo e
dobbiamo prenderci cura («therapeúein» nel testo greco di Matteo) delle
ferite esteriori e di quelle interiori degli altri, delle loro tristezze non
meno dei loro acciacchi. Possiamo e dobbiamo svegliare (questo vuol dire il
verbo greco egheírō che troviamo in questo brano) chi
sprofonda nella depressione reputando d’aver fallito su tutti i fronti, far
vedere loro la luce in fondo al tunnel, aiutarli a capire che sono loro stessi
la luce in fondo al tunnel. Possiamo e dobbiamo purificare le nostre comunità e
la società intera dai pregiudizi che pesano su chi è scartato, estromesso,
emarginato, rigettato, rifiutato, perseguitato, per cauterizzare così il
tessuto ecclesiale e sociale che a causa di tali pregiudizi si riduce in
brandelli. Possiamo e dobbiamo rintuzzare la violenza di Satana con la nostra
umile preghiera al Signore, con il nostro sacrificio e con la nostra
testimonianza possiamo e dobbiamo smascherare le forze occulte che vogliono
strappare il mondo dalle mani paterne di Dio.
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