mercoledì 5 agosto 2026

UNA SPERANZA INCREDIBILE

 


Incontro con

 Domenico Battaglia

Abbiamo bisogno di cristiani che non fuggano dalla storia, che non si rifugino in una fede intimista. La politica, quando cerca davvero il bene delle persone, è una forma altissima di amore sociale. E la Chiesa deve aiutare soprattutto i giovani a non disprezzarla”. 

Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, ultimo cardinale creato da papa Francesco, uomo del dialogo, attento agli scartati della nostra società, agli ultimi. L’abbiamo incontrato. 

Buongiorno vescovo don Mimmo, come sta? Posso chiamarla don Mimmo? 

Certo che può chiamarmi don Mimmo. I titoli lasciano il tempo che trovano e a volte allontanano. Invece la vicinanza umana resta e costruisce amicizia. E io, d’altronde, non mi considero null’altro che questo: un fratello, un prete, un vescovo, un uomo che prova a camminare accanto agli altri. 

Lei è vescovo di una grande città del sud, Napoli, spesso al centro delle cronache per fatti che riguardano la delinquenza minorile, come ci si pone davanti a queste situazioni? 

Guardi, il primo errore è parlare dei ragazzi solo quando sbagliano. Nessun giovane nasce “criminale”. Dietro certe storie ci sono povertà educative, assenze, ferite, solitudini, violenze viste troppo presto. Certo, il male va chiamato per nome, ma senza mai smettere di credere che una persona possa cambiare. Per questo insisto sulla necessità di educare, di prevenire, di recuperare, perché un ragazzo recuperato al bene e un bambino educato con un intento preventivo valgono più di mille discorsi sulla sicurezza. 

Non crede che il Paese non crescerà se non insieme? 

Ne sono profondamente convinto. Nessuno si salva da solo. E questo vale anche per le città e le regioni della nostra Italia. Ce lo insegnano i momenti più duri della nostra storia recente, ma rischiamo continuamente di dimenticarlo. E questo non vale soltanto per le aree geografiche ma anche per il tessuto sociale nel suo insieme. Perché una società cresce quando chi è forte non schiaccia chi è fragile, ma lo accompagna. Quando il successo personale non diventa indifferenza collettiva. Il bene comune infatti non è un’idea astratta: è il volto concreto di chi resta indietro. 

 Ha fondato un centro contro le dipendenze che attanagliano giovani e meno giovani; non crede che oggi ci sia più bisogno di solidarietà, di accoglienza, di vicinanza alle famiglie anche da parte delle istituzioni? Che ci sia bisogno di un patto educativo fra famiglie, volontariato, comunità cristiane, istituzioni affinché nessuno rimanga indietro? 

Sì, oggi più che mai. Le dipendenze non sono soltanto un problema sanitario: spesso sono una domanda disperata d’amore, di senso, di presenza. Che cade nel vuoto quando le famiglie vengono lasciate sole. Per questo continuo a credere nel patto educativo: un’alleanza larga, concreta, umile, dove nessuno pensi di bastare a sé stesso. Quando una comunità diventa frammentata, quando si perde il senso del noi, restano tanti piccoli “io”. Ma i ragazzi e i bambini hanno bisogno non solo di adulti sani ma di persone affidabili che sappiano essere comunità, capaci di creare una rete educativa solida. 

Terza guerra mondiale a pezzi” diceva papa Francesco

Isaia… “Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà l’arbitro fra molti popoli; essi, con le loro spade, costruiranno vomeri di aratro e, con le loro lance, falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra e non impareranno più la guerra.” Utopia o realtà? 

Se smettiamo di credere alla pace, la guerra avrà già vinto. Certo, può sembrare un’utopia, ma il Vangelo è pieno di utopie concrete: amare il nemico, perdonare, condividere il pane. La pace non è ingenuità. È il più difficile dei realismi. Richiede coraggio, giustizia, disarmo del cuore e delle parole. Io credo che ogni gesto di fraternità, anche piccolo, sia già un pezzo di profezia che si compie. Ed è da questi gesti che dobbiamo ripartire. 

Don Lorenzo Milani ripeteva spesso “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. Non crede ci sia bisogno di un forte impegno della Chiesa nell’educare alla politica, che è “la più alta forma di carità”? 

Assolutamente sì. Ma attenzione: non parlo di appartenenze partitiche. Parlo dell’educazione al bene comune, alla responsabilità, alla partecipazione. Abbiamo bisogno di cristiani che non fuggano dalla storia, che non si rifugino in una fede intimista. La politica, quando cerca davvero il bene delle persone, è una forma altissima di amore sociale. E la Chiesa deve aiutare soprattutto i giovani a non disprezzarla. 

 “Quando do da mangiare a un povero tutti mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista” diceva il grande Vescovo Hélder Câmara… Abbiamo paura di farci chiamare comunisti? 

Io credo che il problema non sia come ci chiamano, ma se restiamo fedeli al Vangelo. Il Vangelo disturba sempre quando prende sul serio i poveri. Perché non si limita all’elemosina: domanda giustizia, dignità, diritti, lavoro, pace. Se stare dalla parte degli ultimi crea imbarazzo a qualcuno, il non stare dalla loro parte sarebbe imbarazzante come credenti se guardiamo i criteri che il Vangelo ci dona. 

Abbiamo una società indifferente al messaggio religioso, il cristianesimo è una bella notizia, ma è irrilevante, come cristiani abbiamo dimenticato la sua forza vitale, la sua dirompente speranza. Cosa dobbiamo fare per ritrovare questa forza? 

Forse dobbiamo smettere di difendere il cristianesimo e ricominciare a viverlo. In questo tempo l’apologia serve poco: oggi più che mai abbiamo bisogno di testimonianza, credibilità, affidabilità. Perché la gente non ha bisogno di cristiani perfetti, ma credibili. Non di parole complicate, ma di vite autentiche e luminose. 

Si è conclusa la terza fase del Sinodo della Chiesa italiana con il documento di sintesi. Che impressione hai avuto di questa assemblea? Non pensi che temi come il diaconato femminile, i “viri probati”… non siano stati affrontati adeguatamente? Riusciremo ad avere comunità con alla guida una donna o un uomo sposato? 

Il Sinodo è stato un passaggio importante perché ha rimesso al centro l’ascolto. E già questo, in una Chiesa spesso abituata a parlare più che ad ascoltare, è molto. Certo, ci sono temi che molti avrebbero voluto vedere affrontati con maggiore decisione. Ma io penso che i processi ecclesiali abbiano bisogno di maturazione, discernimento, pazienza e soprattutto libertà interiore. La domanda vera è un’altra: vogliamo davvero una Chiesa più evangelica, più corresponsabile, più capace di riconoscere i carismi di tutti? Se la risposta sarà sincera, allora molte strade si apriranno. A noi spetta percorrerle senza ferite, senza strappi. 

Grazie di cuore vescovo Mimmo. Prima di salutarci… lei ha paura della morte? 

Più che della morte, ho paura di arrivare a quel momento già morto. Perché il criterio della vita è l’amore e se smettessi di amare, rischierei di essere morto senza saperlo. Ecco, questa è la mia paura: non amare abbastanza. Io spero che alla fine del la vita il Signore non mi chieda quanti risultati ho ottenuto, ma quanto cuore ho messo nel servire gli altri. E spero che la morte, quando arriverà, mi trovi ancora intento e operoso nell’amare. 

Che impressione ha avuto dalla visita di papa Leone? Come ha risposto la Chiesa che è in Napoli a questa visita? 

La città e la Chiesa hanno risposto nel modo in cui rispondono a tutti coloro che nel segno della pace bussano alla loro porta: con gioia e con grande accoglienza! Perchè questa è Napoli, questo è lo spirito della sua gente e oserei dire questo è il Vangelo che la Chiesa di Napoli annuncia. Il Vangelo della pace, della gioia vera, della fraternità che è dono del Cristo Risorto! Ed è stato bello vedere come negli occhi di papa Leone tutto questo si è impresso trasformandosi sorriso. Sono molto grato al papa. Ma so anche che il papa è molto grato a questa città. 

Rocca

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martedì 4 agosto 2026

I MITOMANI


 Da quando ci sono i social 

siamo tutti un po’ mitomani


Lo psichiatra Crepet e le scorciatoie per la notorietà: «Di cosa ci stupiamo? Nell'era dei reality uno si domanda a che servono studio e sacrificio. E tutto viene esibito costantemente in rete».

-di Francesca Visentin 

 “Nulla di nuovo. Il fenomeno non mi stupisce per niente». È lapidario Paolo Crepet, psichiatra, sociologo, saggista, scrittore, sul caso di Adriano Cappellari e il finto attentato. Ma anche sui molti altri fenomeni di mitomania o ricerca di facile notorietà. «Siamo tutti e tutte mitomani, da quando esistono i social», sintetizza il professor Crepet, di cui da poco è uscito il nuovo saggio Riprendersi l’anima (HarperCollins), in cui approfondisce la complessità del mondo contemporaneo, dalla tecnologia e l’AI «sempre più disumanizzanti», ai conflitti globali, all’isolamento sociale. 

Professor Crepet, mettere in scena un finto attentato contro sé stessi è una richiesta di attenzione?

«Tutti cercano strade facili. Nell’era dei reality show, a cosa serve il talento, la competenza, lo studio? Scorciatoie, successo e fama veloci sono l’unico faro, ma a che prezzo: siamo diventati tutti deficienti». 

Se l’aspettava il moltiplicarsi di episodi di mitomania anche tra i più giovani?

«È inevitabile. Ragazze e ragazzi seguono l’esempio degli adulti. E in una società di uomini e donne che cercano visibilità in qualsiasi modo, anche i più giovani fanno altrettanto. È una deriva partita dagli adulti». 

Non la stupisce ciò che sta accadendo?

«Non c’è nulla di nuovo. I social sono nati proprio con questa funzione, rendere tutti famosi velocemente, senza talento nè vera gloria. Un meccanismo che porta al deterioramento delle capacità cognitive e relazionali, lo dicevo già 12 anni fa, un cambiamento antropologico che avevo previsto. L’avevo scritto nel libro Baciami senza rete (Mondadori), guardando alle giovani generazioni e al mondo digitale. In quel saggio mi domandavo, come sarà, da adulto, un bambino che ha comunicato sempre e soltanto attraverso un device? Quali cambiamenti nel suo modo di vivere i sentimenti e le relazioni, nella sua capacità empatica?». 

 

Fingersi vittima pur di fare parlare di sé soddisfa il sogno di notorietà?

«Mettiamo in chiaro che se tutto è vero quello che ha fatto il ragazzo di Enego è un atto criminale, ma certamente la modalità vittima e carnefice di sé, viene utilizzata come scorciatoia per la facile notorietà. Oggi ci si esibisce in rete anche quando si beve un cappuccino, che poi con l’AI possono diventare dodici cappuccini bevuti insieme, il nuovo record che diventa subito virale, anche se invece è tutto falso. Quindi di cosa ci stupiamo?» 

Lei è molto critico nei confronti dall’intelligenza artificiale.

«Con l’AI oggi diventare famosi senza fare nulla è un attimo, ci si può costruire personaggi dal nulla. E l’Ai toglie la capacità critica. In generale, mi preoccupa ciò che accade nel mondo e i riflessi che hanno su di noi, c’è una sorta di imbarbarimento di fondo, non si salva nessuno. Poi certo, in alcuni settori o situazioni l’uso dell’Ai può essere anche utile».

La difficoltà di entrare nel mondo del giornalismo, potrebbe giustificare le azioni estreme di un giovane aspirante giornalista che cerca visibilità facile?

«Ma ormai chiunque può essere giornalista. Con i social anche il più grande idiota pubblica e posta qualsiasi cosa. E con l’AI si possono creare fake news o immagini sensazionali senza alcuna fatica . E soprattutto senza alcuna gavetta. Con le fake news si potrebbero anche riscrivere intere parti della storia, nessuno se ne accorgerebbe. Un certo tipo di innovazione tecnologica è sconcertante. E io sento di non volermi adattare a un mondo in cui non c’è empatia, capacità di ascolto, tenerezza, desiderio di studiare, approfondire, scrivere poesie. Senza un poeta sarà un mondo migliore?». 

C’è responsabilità del mondo degli adulti?

«Una responsabilità enorme». 

Come definirebbe gli adulti contemporanei?

«Irresponsabili». 

Nel suo nuovo saggio «Riprendersi l’anima» scrive che «per riprendersi l’anima bisogna cercare con tenerezza la propria ribellione»

«Sì. Bisogna cercare la ribellione come antidoto emotivo all’indifferenza. E non significa spaccare le vetrine con le pietre, ma è una ribellione interiore che porta cambiamenti. Anche la bellezza è trasgressione». 

 

Fonte: Corriere del Veneto

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lunedì 3 agosto 2026

VALORIZZARE L'UNICITA'

 


Dobbiamo educare i ragazzi 

valorizzando la loro unicità


Oggi l’ossessione per la performance 

induce all’omologazione.

 Eppure diventiamo noi stessi non quando eliminiamo

 la nostra stortura, ma quando

 impariamo a coltivarla.


-di Massimo Recalcati 

 Ho raccontato in un vecchio e fortunato libro del mio primo giorno di scuola: una maestra arcigna guardò i nostri volti di bambini emozionati e spaventati dalla solennità dell’occasione per intimorirci dicendoci: «Voi siete tutti delle viti storte e io sono il paletto e il filo di ferro. E il mio compito è quello di raddrizzarvi!». Una versione botanica dell’educazione si imponeva così come variante coerente di quella moralmente disciplinare che aveva ispirato la nostra scuola prima della grande e giusta contestazione del ’68. Ma cosa vede oggi un educatore quando guarda un bambino che come ogni bambino è storto a suo modo? Sempre una vite storta da raddrizzare, un difetto da correggere oppure una promessa? Vede una forza che ancora deve trovare la sua forma oppure una materia grezza da plasmare? 

Il carattere quasi classico di questa domanda tende oggi a riproporsi con urgenza. Da diverse parti tuonano educatori di ogni specie a rimpiangere la triste botanica della mia vecchia maestra e il suo altrettanto triste fervore repressivo. In un tempo dove il discorso educativo è allo sbando, l’ideale della normalizzazione disciplinare sembra ottenere sempre più consensi. Tutto deve funzionare e rientrare nei parametri efficientistici della prestazione. L’educazione rischia in questo modo di ridursi a una pratica di addestramento: correggere, disciplinare, adattare. Come se il compito dell’adulto fosse quello di trasformare ogni stortura in una linea retta. Salvo constatare che l’autorevolezza dei cosiddetti adulti si è nel frattempo infragilita e appare, di conseguenza, inadatta a svolgere il compito che le viene affidato. 

Le vite storte

 Nondimeno, in questa prospettiva, il disegno di fondo resta tale e quale a quello propagandato dalla mia maestra: raddrizzare le viti storte. Eppure dovrebbe esistere un’altra idea possibile dell’educazione che non rimpianga la virile imposizione del dovere e della disciplina come necessarie fortificazioni dell’Ego. Si tratta di un’idea il cui presupposto è quello di non considerare la stortura della vite come un incidente da eliminare, ma come l’espressione più propria della singolarità. Educare, in questa prospettiva, non significa conformare la vita a un ideale prestabilito ma valorizzare il piano inclinato, le attitudini particolari, i talenti, persino le stramberie non come rilievi irregolari da piallare, ma come manifestazioni del proprio desiderio più autentico. 

 L'idiota

Per questa ragione l’educazione dovrebbe implicare come suo presupposto etico non l’odio, ma l’amore per la stortura. È la grande lezione che Sartre affida alle oltre duemila pagine del suo magistrale L’idiota della famiglia. Al centro del suo racconto non c’è soltanto la vita di Gustave Flaubert, ma il mistero racchiuso in ogni processo di soggettivazione. Il piccolo Gustave appare agli occhi della sua famiglia come un bambino inadeguato, minorato, insufficiente. Non corrisponde affatto agli ideali coltivati dal padre e dalla madre. È il figlio senza avvenire, destinato a mancare l’appuntamento con la vita, è, appunto, l’idiota della famiglia. È una scena che gli psicoanalisti conoscono bene: ogni famiglia costruisce una geografia fantasmatica di aspettative distribuendo ruoli, compiti, mandati coi quali attribuire ai figli dei destini. 

 L’intuizione di Sartre consiste, però, nel mostrare come Flaubert non diventi un genio malgrado il destino dell’idiota che gli viene assegnato dal piano di famiglia. Sarebbe una storia troppo semplice. Sarebbe il racconto edificante dell’emancipazione, della vittoria finale e del riscatto del grande scrittore da una infanzia infelice. Al contrario, il bambino idiota non scompare nel genio ma è ciò che rende possibile il genio. 

 Non è, cioè, il genio che cancella l’idiota come si potrebbe facilmente pensare, ma è proprio l’esistenza dell’idiota a rendere possibile il genio. Il giovane Gustave scopre che nel suo sentimento costante di estraneità nei confronti del mondo e del linguaggio condiviso era custodita la possibilità di inventare una nuova lingua e un nuovo mondo. 

 La sua incapacità di aderire spontaneamente al mondo condiviso si trasforma nella possibilità di descriverlo come nessuno aveva fatto prima. 

La creatività 

È questa la dimensione creativa della vite storta: diventiamo noi stessi non quando eliminiamo la nostra stortura ma quando impariamo a coltivarla. Quando comprendiamo che la nostra bizzarria non è soltanto una prigione, ma può diventare una formidabile risorsa. Diversamente il discorso educativo contemporaneo sembra colonizzato dall’ideale della prestazione. Al suo centro non c’è la divergenza della vite storta, ma la sterilità della linea retta. Ogni differenza viene infatti classificata, diagnosticata, valutata, misurata, medicalizzata per essere infine corretta. 

 La performance

L’ossessione contemporanea per la performance produce il paradosso che mentre proclamiamo a gran voce il valore dell’unicità, costruiamo istituzioni sempre più orientate all’omologazione. Non dovremmo invece mai dimenticare che gli alberi più resistenti non sono quelli cresciuti senza vento, ma sono quelli per i quali il vento ha rafforzato le radici e ha insegnato la virtù della piega. Accade lo stesso per gli esseri umani: l’educazione non coincide con la regolazione della vita ma con la possibilità di convertire la propria stortura in una vocazione feconda.

IL CULTO DEL CORPO

 


In pubblico, in spiaggia ma non solo, ci sentiamo in dovere di esibire un certificato di idoneità. 

Così non c’è più tempo libero né vacanza ma solo esposizione narcisistica di un fisico che non può invecchiare.

 

Massimo Recalcati  

 

Non è una novità che il corpo sia diventato nel nostro tempo un oggetto privilegiato di attenzione. La vera novità è che esso sembra essere diventato un oggetto di culto, il luogo privilegiato di una vera e propria religione

Negli ultimi anni le palestre si sono moltiplicate, come nel Medioevo si moltiplicavano le chiese o i monasteri. Lo stesso febbrile attivismo, la stessa militanza fideistica. Se la Chiesa si prendeva cura dell’anima dei suoi fedeli, la palestra si prende cura del corpo dei suoi accoliti. Come accade per i luoghi religiosi di culto anche nelle palestre si deve entrare con regolarità, disciplina e devozione. La logica sacrificale appare la stessa: rinuncia al piacere immediato nel nome di una salvezza futura. 

Il culto del corpo

Ogni culto, per non ridursi ad un vuoto codice di comportamento, richiede infatti l’offerta di una parte di se stessi. Dunque eguale rigore ascetico e ritualità, sebbene i programmi estenuanti di allenamento abbiano sostituito le pratiche liturgiche e la conta delle calorie abbia preso il posto di quella dei peccati. Ma nelle chiese come nelle palestre ci vuole abnegazione e spirito di sacrificio. 

E ci vuole, soprattutto, fede. Una pletora di predicatori del corpo sempre in forma – nutrizionisti, personal trainer, influencer, santoni e coach di ogni genere – diffondono con entusiasmo il nuovo verbo. Ma una differenza si impone come decisiva: nelle vecchie chiese l’altare custodiva il mistero e il carattere inaccessibile di Dio, mentre sull’altare di questa nuova religione troneggia l’ideale feticistico e autosufficiente del proprio corpo. I muscoli definiti, gli addominali scolpiti, la schiena possente, le gambe muscolose, la pelle tatuata. Si tratta di un nuovo oggetto di culto e di una nuova fede. 

Ma quale? Quella nel carattere immortale del corpo. È questo il fantasma inconscio che permea la nuova religione. Per questa ragione il corpo non deve essere flaccido, grasso, gonfio, non deve mostrare nessuna stanchezza, non deve invecchiare, non deve essere corrotto dalla malattia, non deve esibire alcuna imperfezione. 

Più precisamente, si tratta di eliminare ogni traccia della carne, ovvero di ciò che ricorda la sua drastica finitezza. Il corpo palestrato tende ad assomigliare sempre meno a un organismo vivente e sempre più ad un materiale industriale. Deve essere duro, compatto, asciutto, tonico. Il suo paradigma non è la carne ma l’acciaio. La carne, infatti, deve essere asciugata, cancellata, soppressa proprio in quanto marchio indelebile della nostra finitezza. Il corpo in perfetta forma è il corpo che ha estirpato da sé stesso il suo destino mortale. Ma questa estirpazione richiede una applicazione tenace e mai del tutto adeguata. Ogni specchio rischia di diventare un tribunale la cui sentenza è sempre di condanna. L’impresa è titanica ed esige una costanza militare. La chirurgia estetica può allora venire in soccorso. Ma anch’essa tende a moltiplicare i suoi interventi. 

Il teatro delle maschere

Le natiche, i seni, le labbra, le palpebre, le braccia, le gambe, il ventre, il volto esigono sempre di essere ritoccati per scongiurare la visione della carne. Il fantasma è quello di rifare il proprio corpo contrastando la sua natura caduca. Anche nel mondo social il ritocco delle proprie immagini è diventato un metodo praticato regolarmente. Un vero e proprio teatro delle maschere vorrebbe ingannare non tanto gli spettatori ignari ma innanzitutto se stessi. Per poter abitare uno spazio pubblico il nostro corpo deve esibire un certificato di idoneità. Allora la spiaggia non può più essere solo un luogo di vacanza, ma quello dell’esposizione narcisistica del proprio duro e pio lavoro alla luce artificiale della palestra. Mentre in epoca premoderna il disprezzo della carne era finalizzato alla salvezza dell’anima, la nuova religione disprezza la carne perché intende elevare il corpo alla dignità di un assoluto disincarnato. 

È il rovesciamento della passione di Cristo.

Mentre egli rinuncia al corpo immortale di Dio incarnandosi, facendosi uomo, nel nostro tempo è l’uomo che, volendo cancellare la propria carne, si abolisce come uomo per rendere il proprio corpo divino. Si tratta altresì di un capovolgimento inedito del rapporto tra etica ed estetica. Mentre nelle società religiose il rigore etico imponeva una severa disciplina morale alle voluttà sensuali dei corpi flagellando la loro carne attraverso il senso di colpa e la sua espiazione, attualmente i digiuni, le penitenze e le privazioni non hanno alcuna finalità spirituale ma sono al completo servizio dell’estetica. 

Il corpo in salute, asciutto, allenato e controllato diventa un paradigma paradossale dell’integrità. La restrizione del regime alimentare non mira alla purificazione dell’anima ma deve liberare il corpo dalle sue tossine e dai suoi veleni per ribadirne la natura immortale. La virtù morale si misura in percentuale di massa grassa, in chilometri percorsi, in calorie consumate, in parametri biologici continuamente monitorati. 

‘Il corpo consunto del santo ascetico è stato sostituito da quello tonico del palestrato. 

L’estetica del corpo diventa così teologica e morale insieme: chi si prende cura del proprio corpo appare come un soggetto autenticamente responsabile, disciplinato e padrone di sé. Diversamente chi non gli dedica la giusta attenzione si trova ad incarnare una nuova forma di ateismo sacrilego, ovvero quello di non credere all’immortalità del proprio corpo.

La Repubblica 

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sabato 1 agosto 2026

PANI E PESCI


 Il metodo eucaristico che trasfigura le nostre povertà in abbondanza da condividere


 Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XVIII domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 55,1-3; Sal 144/145; Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21

L’odierna pagina evangelica ci racconta il miracolo forse più “mediaticamente” eclatante di Gesù: la moltiplicazione di cinque pani e di due pesci per sfamare una folla immensa, costituita da «circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini». Quel fatto avrà avuto certamente una vasta eco in tutta la Galilea e nelle altre regioni della Palestina di quell’epoca. Non per niente lo stesso evangelista Matteo, al pari di Marco, lo riferisce per due volte, presentandolo di volta in volta con limature narrative tese a far emergere diverse sfaccettature simboliche di quell’evento straordinario. Non è da escludere che Gesù abbia veramente ripetuto quel suo gesto di soccorso nei confronti delle folle che lo seguivano. Sicuro è che si tratta di un miracolo tipicamente messianico: la gente, oppressa da tante fatiche, attende il Messia e il Maestro di Nazareth si presenta come tale.

Che il miracolo fosse stato eclatante non implicava necessariamente che ne fosse risultato evidente il senso. Difatti, l’evangelista Giovanni ne riferisce l’esito “politico”: molti, dopo aver visto l’intraprendenza di Gesù in favore del popolo affamato, avrebbero voluto acclamarlo re. Anche questa avrebbe potuto essere una prospettiva di tipo messianico: Israele aspettava un condottiero che lo guidasse nella lotta di liberazione contro i dominatori romani non meno che contro i loro collaborazionisti e la capacità del Rabbi galileo nel risolvere i problemi prometteva bene. Ma Gesù non interpretava il suo messianismo in termini politici.

Per comprendere appieno il senso messianico della moltiplicazione dei pani e dei pesci, conviene considerare il contesto in cui essa viene riferita. Innanzitutto il vuoto lasciato dalla tragica morte di Giovanni il Battista. Gesù ne apprende la notizia e tenta di sparire dalla circolazione. Probabilmente vuole elaborare per conto proprio il lutto. Ma vuole anche fare il punto della situazione: il Battista lo aveva additato come il Messia venturo ed egli stesso s’era reso consapevole della propria missione messianica ricevendo da lui il battesimo nelle acque del fiume Giordano. La teofania avvenuta in quel frangente aveva illuminato la sua coscienza circa il compito che Dio gli aveva assegnato. Ora è giunto il momento di decidere il da farsi. Con le parabole Gesù ha annunciato l’avvento del Regno dei cieli. Come far capire a tutti che a impersonare quel Regno è lui stesso? Del resto, le folle sembrano intuire la sua identità messianica e per questo lo seguono ovunque. Come corrispondere a una tale attesa?

Gesù corrisponde a quell’attesa vivendo un messianismo che mostra dei tratti peculiari: quelli profetizzati nei rotoli antichi, in particolare da Isaia. Non fa leva sul diffuso disagio sociale, non sfrutta la rabbia della gente, non arruola una falange di combattenti, non organizza un movimento partigiano, né tantomeno un partito. Piuttosto fissa lo sguardo sulla situazione, ne penetra le pieghe più strette e ne registra le motivazioni più nascoste. Si fa carico della sofferenza di quelle persone e se ne prende cura: «Sceso dalla barca, egli vide (eîden) una grande folla, sentì compassione (esplanchnísthē) per loro e guarì (più esattamente: curò, etherápeusen) i loro malati». Sono le voci verbali che il Maestro usa solitamente quando descrive, nelle sue parabole, l’intervento salvifico di Dio. Egli vive in prima persona il comportamento di Dio, la sua chiaroveggenza e la sua lungimiranza, la sua empatia e la sua misericordia, la sua attenzione amorosa nei confronti di chi non riesce a farcela da solo.

Restituisce, inoltre, al «deserto» (érēmos) il suo significato più positivo e – in definitiva – più autentico: quel luogo in cui gli esseri umani si sentono soli e isolati nelle loro limitazioni, abbandonati alle loro debolezze, privi di ogni punto di riferimento e senza alcun appoggio, costretti a fare i conti con la loro povertà e messi alla prova dalla mancanza di risorse, ridiventa il «qui» (hôde) in cui si manifesta la presenza di Dio e in cui la sua compagnia si dimostra efficace: «Gli risposero [i discepoli]: “Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci”. Ed egli disse: “Portatemeli qui”».

In questo contesto spicca il senso complessivo della moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci per saziare la grande folla. In un luogo deserto, dove umanamente non si può puntare su niente e su nessuno per fronteggiare con successo le difficoltà di tanti, i discepoli fanno appello al buon senso, che – in quel frangente – consiglierebbe di arrendersi dissimulando la resa: congedare tutte quelle persone, venendo così incontro realisticamente al loro bisogno di cercare altrove ristoro e al contempo sottraendosi astutamente alle loro eventuali rivendicazioni. Nell’impossibilità di agire con efficienza, meglio non assumersi alcuna responsabilità.

Tuttavia, Pietro e gli altri suoi amici restano spiazzati dalla provocazione del loro Maestro: «Non occorre che vadano, voi stessi date loro da mangiare». E replicano confessando la loro inclinazione all’autosufficienza, che in quel momento è sinonimo di egoismo prima ancora che di impotenza: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci», che possono e devono bastare per noi stessi, per superare – almeno noi – la crisi generale.

Gesù, da parte sua, vuol far capire ai suoi discepoli che la riuscita del loro intervento non si misura sotto il profilo quantitativo, bensì sotto quello qualitativo. Riusciranno a “sfamare” la folla non in base alle risorse – effettivamente esigue – che hanno in dotazione, ma alla loro maniera di procedere. Quel che garantisce efficacia ed efficienza è il metodo con cui si adoperano le risorse. E Gesù insegna loro, giustappunto, il metodo giusto.

È un metodo di tipo “eucaristico”. I discepoli devono essere disposti a consegnarsi totalmente al Signore: quel poco che essi presumono di possedere e che in ogni caso non devono trattenere per sé, quel poco che non immaginano neppure di poter riuscire a fare, quel poco che sono entro i limiti della loro semplice umanità. La penuria di mezzi, lo scoraggiamento, il dubbio, ricondotti a Dio, affidati alla sua paterna volontà, possono essere trasfigurati in nuove energie, in abbondanza da condividere, in provvidenza di cui farsi tramite: «E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, Gesù prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla».

La sfida lanciata da Gesù ai suoi primi discepoli vale ancora, anche per noi. E resta ancora valida la metodologia eucaristica da lui insegnata. Potremmo, anche noi, dichiarare la nostra impotenza di fronte ai guai da cui oggi il mondo è afflitto. Potremmo anche noi rinchiuderci dentro un’asfittica autoreferenzialità “ecclesiastica”. Potremmo anche noi dividerci gli uni contro gli altri riguardo alle soluzioni politiche con cui affrontare le numerose problematiche che ci preoccupano. Potremmo anche noi sperare in qualche strapotente personaggio capace di imporre ovunque la pace per mezzo di una guerra finalmente “giusta”, combattuta con le armi che sputano fuoco, o con quelle che impongono il ricatto economico e finanziario, o con quelle che propinano illusioni a colpi di propaganda fasulla e di persuasione occulta. Tutti stratagemmi per trattenere solo per noi i cinque pani e i due pesci. Ma noi siamo stati invitati a partecipare all’eucaristia domenicale, nella quale è rievocata – secondo l’evangelista Matteo – la loro moltiplicazione. E siamo perciò tenuti ad applicare il metodo insegnatoci dal Cristo, fidandoci di ciò che il versetto alleluiatico – subito prima della proclamazione della pagina evangelica – ci ricorda con le parole di Gesù, ancora una volta riportate da Matteo: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4b).

www.tuttavia.eu

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venerdì 31 luglio 2026

DON MAZZI AL SERVIZIO DEI GIOVANI

 


 “È morto don Mazzi, il sacerdote che non ha mai smesso di cercare i ragazzi”


-di Viviana Daloisio

Con Exodus è stato tra i primi a tendere la mano ai tossicodipendenti, trasformando il Parco Lambro di Milano in un luogo di rinascita. Intuì prima di molti altri che la risposta alla droga si deve dare sul piano educativo.

L'infanzia difficile, la “scuola dei preti”, la vocazione, il volto mediatico.

Il telefono ha continuato a squillare fino alla fine, nella storica sede di Exodus al Parco Lambro di Milano, sotto le grandi travi di legno che reggono il soffitto.

Lì, nel luogo che per decenni è stato una delle frontiere del disagio giovanile italiano, don Antonio Mazzi s’è spento oggi pomeriggio all’età di 96 anni, circondato dalla sua grande, immensa famiglia.

Ormai da tempo non ci arrivano più i ragazzi dell’eroina, quelli che negli anni Ottanta la dipendenza e la strada consumavano nell’impotenza generale e che il sacerdote veronese – solo, insieme agli altri “preti di frontiera” che in quegli anni sceglievano la prima linea delle periferie umane e geografiche del nostro Paese – raccoglieva e provava a salvare.

A chiedere aiuto per figli fragili come cristalli, scavati dal disagio mentale, dall’anoressia, dal male di vivere, dalle dipendenze da azzardo e social network, ci sono sempre più spesso i banchieri, i politici, le madri disperate, le famiglie smarrite.

Lui, il don, li ascoltava tutti dalla sua grande scrivania e continuava a fare ciò che aveva fatto per tutta la vita: incontrare le persone prima ancora che i loro problemi.

Ridurre la sua storia a quella del prete che ha combattuto la droga sarebbe ingiusto.

La tossicodipendenza è stata la grande emergenza dentro cui il nome di don Antonio Mazzi è diventato familiare a milioni di italiani, ma il centro della sua vocazione è sempre stato un altro: la convinzione che nessun ragazzo si salvi senza qualcuno che lo riconosca, lo accompagni e gli restituisca fiducia.

Quella convinzione era nata molto prima di Exodus, molto prima di Milano.

A Verona per l’esattezza, dove Antonio Mazzi viene al mondo il 30 novembre del 1929.

Il padre muore quando lui ha appena tredici mesi ed è un’assenza destinata a segnare tutta la sua esistenza: anni dopo scriverà che proprio quel vuoto gli fece comprendere la sua vocazione più profonda, «essere padre per altri».

Il sacerdozio, senza quella paternità, gli sarebbe sembrato soltanto «tonaca, turibolo, sacrestia e fervorini».

Da ragazzo, d’altronde, Antonio non assomiglia affatto all’immagine del seminarista modello: è inquieto, ribelle, insofferente alle regole, viene persino bocciato per cattiva condotta.

Cresce nella povertà, attraversa la guerra, sperimenta la fatica di vivere solo con la madre. Sono i semi di quello che gli avrebbe consentito, più tardi, di capire a pelle i ragazzi che tutti gli altri giudicavano irrecuperabili: «Io, se non fossi diventato sacerdote, sarei stato uno di voi» ripeteva spesso, a volte scherzando, a volte col volto corrucciato, attraversato da chissà quali ricordi.

L’incontro con l’opera di san Giovanni Calabria (che frequenta più per necessità che per devozione) e poi con i giovani travolti dall’alluvione del Polesine è decisivo: anche in quei ragazzi, che lui s’era offerto di accompagnare come educatore, riconosce qualcosa di sé.

Da allora la sua strada non cambia più: stare dalla parte degli ultimi, soprattutto quando gli ultimi sono giovani.

Quando negli anni Settanta l’eroina invade le città italiane, don Mazzi è tra i primissimi a comprendere che non basta reprimere né compatire: occorre costruire luoghi in cui ricominciare.

Exodus

Nasce così Exodus, destinata a diventare una delle esperienze educative e sociali più significative del Paese.

Dimenticate il modello di comunità terapeutica che conosciamo oggi: Exodus è da subito una casa (lo spazio viene ricavato in una vecchia cascina), poi una cooperativa che offre percorsi di lavoro, poi un luogo di educazione e di formazione da cui fioriranno negli anni i progetti internazionali e i centri giovanili che allargheranno all’Italia e al mondo la missione originaria.

Il cuore pulsante dell’opera è e resta un luogo simbolo, il Parco Lambro: lì dove Milano ha conosciuto gli anni più duri della droga don Antonio costruisce il suo presidio educativo permanente.

Che per lui è un rifugio, un laboratorio, spesso anche un grido nei confronti di una città e di un Paese che la droga, e i “drogati”, non vuole vederli.

Figurarsi aiutarli.

Il don non si accontenta. Negli anni diventa anche un volto popolare della televisione, un autore prolifico (lunghissima la sua collaborazione con Avvenire), un interlocutore ascoltato da politica e istituzioni.

Ma in ogni contesto continua a diffidare delle formule e delle ricette precostituite, preferendo la relazione personale: «Spengo il cervello e accendo il cuore» diceva spiegando il modo in cui avvicinava i ragazzi, che subito lo amavano.

E quando tra quei ragazzi passavano anche i protagonisti delle pagine più oscure della cronaca italiana, per lui era lo stesso.

Da Erika De Nardo a Pietro Maso, da Renato Vallanzasca a Fabrizio Corona, don Mazzi sceglieva sempre di vedere prima la persona del personaggio, il ragazzo dell’assassino, l’uomo del detenuto.

Con il passare degli anni il suo sguardo è cambiato insieme ai giovani: don Mazzi ha compreso prima (e meglio) di molti altri che la nuova emergenza non coincide più soltanto con le dipendenze.

I ragazzi che bussano a Exodus, come a tutte le comunità – lo dicevamo all’inizio – sono spesso figli di famiglie benestanti, non necessariamente segnati dalla droga, ma da un senso di vuoto, di inutilità, di mancanza di futuro.

«Un drogato prima o poi lo convinci a non drogarsi più» osservava spesso, «più difficile è curare questa nuova povertà di speranza». Per questo il sacerdote ha anche immaginato una trasformazione radicale della stessa Exodus: non più strutture chiuse, più centri di aggregazione, più presenza nei territori, più educazione preventiva. «Bisogna arrivare prima», ripeteva ai suoi, non aspettare che il disagio esploda.

Il suo impegno, che ha attraversato oltre mezzo secolo di storia italiana, lascia un segno e tanti frutti: migliaia di ragazzi accolti, decine di comunità e una presenza educativa che continua ben oltre la figura del fondatore.

Ma soprattutto uno sguardo: quello di un sacerdote che non ha mai separato la fede dall’incontro concreto con le persone e che ha fatto della misericordia una pratica quotidiana.

Mancherà come l’aria.

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OLTRE GLI STEREOTIPI


 LA COOPERAZIONE CHE NON VEDIAMO



Fiducia e capitale morale oltre gli stereotipi

 

-di VITTORIO PELLIGRA

In uno studio condotto in 125 Paesi, a più di centomila persone è stato chiesto se fossero disposte a rinunciare a una parte del proprio guadagno per contribuire, insieme a uno sconosciuto, a un progetto contro il riscaldamento globale. Il 69 per cento ha detto sì. Prima di scegliere, però, gli stessi partecipanti avevano stimato che lo avrebbe fatto soltanto il 47 per cento degli altri. La distanza tra questi due numeri racconta qualcosa di importante.

Molte persone sono disponibili a cooperare per un obiettivo comune, ma questa disponibilità viene sistematicamente sottostimata. E questo errore non è senza conseguenze. Chi crede che gli altri non faranno la propria parte, infatti, trova meno ragioni per fare la sua. Lo studio di Peter Andre e colleghi sul cambiamento climatico si inserisce in un filone di ricerca che si concentra sulle misperceptions about others, l’imprecisione con la quale giudichiamo le intenzioni e le azioni degli altri. Nicholas Epley, nel suo bellissimo libro A Little More Social, osserva lo stesso problema dal punto di vista della vita quotidiana. Molte occasioni di contatto, riconoscimento e aiuto vengono lasciate cadere non perché manchi il desiderio di relazione, ma perché valutiamo male l’accoglienza che riceveremo. Non chiediamo aiuto perché pensiamo questo crei fastidio, non facciamo una telefonata ad un amico per la stessa ragione, spesso non diciamo neanche grazie per paura che venga mal interpretato. Le convinzioni sugli altri orientano così i gesti con cui allarghiamo o restringiamo il nostro ambiente sociale. Ciò che non tentiamo non può sorprenderci e ciò che non osserviamo difficilmente corregge le nostre aspettative.

Identità

Questa dinamica diventa particolarmente rilevante quando entra in gioco l’identità. In uno studio appena pubblicato assieme a Gabriele Ballicu e Valeria Concas, abbiamo studiato fiducia e cooperazione nel rapporto tra Nord e Sud d’Italia. L’esperimento ha coinvolto 2.405 persone. In alcuni casi i partecipanti non conoscevano la provenienza geografica della controparte mentre in altri casi sapevano di interagire con qualcuno del Nord o del Sud. Quando l’origine territoriale restava sconosciuta, non emergevano differenze sistematiche tra settentrionali e meridionali. Le distanze si manifestavano soprattutto quando l’identità veniva resa saliente. Il risultato più significativo riguardava le aspettative. Una parte dei partecipanti meridionali attribuiva ad altri meridionali una minore propensione alla fiducia e alla cooperazione.

Il dato invita a rovesciare una lettura consolidata. Il divario non deve essere interpretato necessariamente come il riflesso di disposizioni morali profonde e immutabili. Può dipendere anche dal modo in cui le persone anticipano il comportamento degli altri.

L’identità condivisa, anziché rafforzare automaticamente il legame, può richiamare una reputazione collettiva negativa e trasformarla in una previsione sul singolo individuo. Qui le percezioni diventano istituzioni informali. Se una comunità viene rappresentata a lungo come scarsamente affidabile, quella descrizione può sedimentarsi anche all’interno del gruppo i cui membri la interiorizzano. Chi ne fa parte può finire per usare lo stereotipo come criterio prudenziale. Concede meno fiducia, si espone meno, interpreta con maggiore sospetto i segnali ambigui. Non perché possieda necessariamente preferenze meno cooperative, ma perché agisce in un ambiente nel quale la cooperazione sembra meno probabile, anche se non lo è. Il confronto tra questi lavori suggerisce una tesi comune. Una società non utilizza tutto il capitale morale di cui dispone quando i suoi membri non riescono a riconoscerlo negli altri.

Comunicazione responsabile

Questa è anche una questione di politica pubblica e di comunicazione responsabile. Correggere le percezioni non significa diffondere messaggi edificanti o occultare i conflitti. Significa produrre informazioni credibili sui comportamenti reali, rendere visibili le pratiche cooperative e valorizzare le esperienze che contraddicono le narrazioni più stereotipate. Nel campo climatico, sapere che molti altri sono pronti a contribuire può aumentare la disponibilità individuale. Nei territori segnati dalla sfiducia, mostrare che la cooperazione esiste può impedirle di apparire come un’eccezione irrilevante. Le istituzioni hanno dunque anche un compito conoscitivo, quello di aiutare i cittadini a vedersi con maggiore precisione. Non soltanto sanzionare chi viola le regole o premiare chi le rispetta, ma rendere pubblicamente riconoscibile la parte di società che già funziona. La speranza contenuta in queste ricerche non è ingenua. Non afferma che gli esseri umani siano sempre generosi né che i problemi collettivi possano essere risolti con una campagna informativa. Suggerisce semplicemente che in molte circostanze non partiamo da zero. Esistono risorse di fiducia, responsabilità e disponibilità che rimangono inutilizzate perché non sappiamo quanto siano diffuse. Perché siamo preda di una sorta di pessimismo antropologico. In questo senso, dunque, non si tratta di generare nuova cooperazione, ma di imparare a vedere quella che già esiste.

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