valorizzando la loro unicità
Oggi l’ossessione per la performance
induce all’omologazione.
Eppure diventiamo noi stessi non quando eliminiamo
la nostra stortura, ma quando
impariamo a coltivarla.
Il carattere quasi
classico di questa domanda tende oggi a riproporsi con urgenza. Da diverse
parti tuonano educatori di ogni specie a rimpiangere la triste botanica della
mia vecchia maestra e il suo altrettanto triste fervore repressivo. In un tempo
dove il discorso educativo è allo sbando, l’ideale della normalizzazione
disciplinare sembra ottenere sempre più consensi. Tutto deve funzionare e
rientrare nei parametri efficientistici della prestazione. L’educazione rischia
in questo modo di ridursi a una pratica di addestramento: correggere,
disciplinare, adattare. Come se il compito dell’adulto fosse quello di
trasformare ogni stortura in una linea retta. Salvo constatare che
l’autorevolezza dei cosiddetti adulti si è nel frattempo infragilita e appare, di
conseguenza, inadatta a svolgere il compito che le viene affidato.
Per questa ragione l’educazione dovrebbe implicare come suo presupposto etico non l’odio, ma l’amore per la stortura. È la grande lezione che Sartre affida alle oltre duemila pagine del suo magistrale L’idiota della famiglia. Al centro del suo racconto non c’è soltanto la vita di Gustave Flaubert, ma il mistero racchiuso in ogni processo di soggettivazione. Il piccolo Gustave appare agli occhi della sua famiglia come un bambino inadeguato, minorato, insufficiente. Non corrisponde affatto agli ideali coltivati dal padre e dalla madre. È il figlio senza avvenire, destinato a mancare l’appuntamento con la vita, è, appunto, l’idiota della famiglia. È una scena che gli psicoanalisti conoscono bene: ogni famiglia costruisce una geografia fantasmatica di aspettative distribuendo ruoli, compiti, mandati coi quali attribuire ai figli dei destini.
È questa la dimensione creativa della vite storta: diventiamo noi stessi non quando eliminiamo la nostra stortura ma quando impariamo a coltivarla. Quando comprendiamo che la nostra bizzarria non è soltanto una prigione, ma può diventare una formidabile risorsa. Diversamente il discorso educativo contemporaneo sembra colonizzato dall’ideale della prestazione. Al suo centro non c’è la divergenza della vite storta, ma la sterilità della linea retta. Ogni differenza viene infatti classificata, diagnosticata, valutata, misurata, medicalizzata per essere infine corretta.
L’ossessione
contemporanea per la performance produce il paradosso che mentre proclamiamo a
gran voce il valore dell’unicità, costruiamo istituzioni sempre più orientate
all’omologazione. Non dovremmo invece mai dimenticare che gli alberi più
resistenti non sono quelli cresciuti senza vento, ma sono quelli per i quali il
vento ha rafforzato le radici e ha insegnato la virtù della piega. Accade lo stesso per gli esseri umani:
l’educazione non coincide con la regolazione della vita ma con la possibilità
di convertire la propria stortura in una vocazione feconda.
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