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martedì 4 agosto 2026

I MITOMANI


 Da quando ci sono i social 

siamo tutti un po’ mitomani


Lo psichiatra Crepet e le scorciatoie per la notorietà: «Di cosa ci stupiamo? Nell'era dei reality uno si domanda a che servono studio e sacrificio. E tutto viene esibito costantemente in rete».

-di Francesca Visentin 

 “Nulla di nuovo. Il fenomeno non mi stupisce per niente». È lapidario Paolo Crepet, psichiatra, sociologo, saggista, scrittore, sul caso di Adriano Cappellari e il finto attentato. Ma anche sui molti altri fenomeni di mitomania o ricerca di facile notorietà. «Siamo tutti e tutte mitomani, da quando esistono i social», sintetizza il professor Crepet, di cui da poco è uscito il nuovo saggio Riprendersi l’anima (HarperCollins), in cui approfondisce la complessità del mondo contemporaneo, dalla tecnologia e l’AI «sempre più disumanizzanti», ai conflitti globali, all’isolamento sociale. 

Professor Crepet, mettere in scena un finto attentato contro sé stessi è una richiesta di attenzione?

«Tutti cercano strade facili. Nell’era dei reality show, a cosa serve il talento, la competenza, lo studio? Scorciatoie, successo e fama veloci sono l’unico faro, ma a che prezzo: siamo diventati tutti deficienti». 

Se l’aspettava il moltiplicarsi di episodi di mitomania anche tra i più giovani?

«È inevitabile. Ragazze e ragazzi seguono l’esempio degli adulti. E in una società di uomini e donne che cercano visibilità in qualsiasi modo, anche i più giovani fanno altrettanto. È una deriva partita dagli adulti». 

Non la stupisce ciò che sta accadendo?

«Non c’è nulla di nuovo. I social sono nati proprio con questa funzione, rendere tutti famosi velocemente, senza talento nè vera gloria. Un meccanismo che porta al deterioramento delle capacità cognitive e relazionali, lo dicevo già 12 anni fa, un cambiamento antropologico che avevo previsto. L’avevo scritto nel libro Baciami senza rete (Mondadori), guardando alle giovani generazioni e al mondo digitale. In quel saggio mi domandavo, come sarà, da adulto, un bambino che ha comunicato sempre e soltanto attraverso un device? Quali cambiamenti nel suo modo di vivere i sentimenti e le relazioni, nella sua capacità empatica?». 

 

Fingersi vittima pur di fare parlare di sé soddisfa il sogno di notorietà?

«Mettiamo in chiaro che se tutto è vero quello che ha fatto il ragazzo di Enego è un atto criminale, ma certamente la modalità vittima e carnefice di sé, viene utilizzata come scorciatoia per la facile notorietà. Oggi ci si esibisce in rete anche quando si beve un cappuccino, che poi con l’AI possono diventare dodici cappuccini bevuti insieme, il nuovo record che diventa subito virale, anche se invece è tutto falso. Quindi di cosa ci stupiamo?» 

Lei è molto critico nei confronti dall’intelligenza artificiale.

«Con l’AI oggi diventare famosi senza fare nulla è un attimo, ci si può costruire personaggi dal nulla. E l’Ai toglie la capacità critica. In generale, mi preoccupa ciò che accade nel mondo e i riflessi che hanno su di noi, c’è una sorta di imbarbarimento di fondo, non si salva nessuno. Poi certo, in alcuni settori o situazioni l’uso dell’Ai può essere anche utile».

La difficoltà di entrare nel mondo del giornalismo, potrebbe giustificare le azioni estreme di un giovane aspirante giornalista che cerca visibilità facile?

«Ma ormai chiunque può essere giornalista. Con i social anche il più grande idiota pubblica e posta qualsiasi cosa. E con l’AI si possono creare fake news o immagini sensazionali senza alcuna fatica . E soprattutto senza alcuna gavetta. Con le fake news si potrebbero anche riscrivere intere parti della storia, nessuno se ne accorgerebbe. Un certo tipo di innovazione tecnologica è sconcertante. E io sento di non volermi adattare a un mondo in cui non c’è empatia, capacità di ascolto, tenerezza, desiderio di studiare, approfondire, scrivere poesie. Senza un poeta sarà un mondo migliore?». 

C’è responsabilità del mondo degli adulti?

«Una responsabilità enorme». 

Come definirebbe gli adulti contemporanei?

«Irresponsabili». 

Nel suo nuovo saggio «Riprendersi l’anima» scrive che «per riprendersi l’anima bisogna cercare con tenerezza la propria ribellione»

«Sì. Bisogna cercare la ribellione come antidoto emotivo all’indifferenza. E non significa spaccare le vetrine con le pietre, ma è una ribellione interiore che porta cambiamenti. Anche la bellezza è trasgressione». 

 

Fonte: Corriere del Veneto

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