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mercoledì 24 giugno 2026

DISAGIO MENTALE E DISABILITA'

 


La domanda da farsi

 non è “come”, 


ma “perché” parlarne




«Per noi di VITA la risposta a quella domanda è una sola: comunicare serve per contribuire a trovare e costruire soluzioni. Non per creare audience digitale. Non per fare engagement sui social. Non per sentirci a posto con la coscienza». L'intervento del direttore di VITA in occasione di un incontro promosso a Cagliari dalla Caritas e dall'Ordine dei giornalisti

di Stefano Arduini

Quello che leggete di seguito è la trascrizione dell’intervento del direttore di VITA Stefano Arduini in occasione dell’incontro “Comunicare il disagio mentale” promosso il 23 giugno a Cagliari da Caritas Sardegna, Ordine dei Giornalisti della Sardegna insieme a Caritas di Cagliari, Ucsi Sardegna (Unione Cattolica della Stampa Italiana) e Federazione Italiana Settimanali Cattolici. Durante l’incontro è stato presentato il numero di giugno di VITA magazine “Disabilità, l’inclusione non basta”.

In un convegno sul tema della comunicazione e del disagio mentale, la prima cosa che sento il bisogno di dire è che occorre mettere a fuoco la domanda giusta da farsi. Spesso chiediamo “come” comunicare il disagio mentale — con quali parole, quali accorgimenti, quale sensibilità linguistica. E quella domanda è legittima, anzi necessaria. Ma è una condizione minima, non un traguardo. Se ci fermiamo lì, rischiamo di fare giornalismo molto rispettoso e completamente inutile. La domanda che conta è un’altra: perché comunicare il disagio mentale? Con quale finalità? Per chi? E soprattutto: cosa vogliamo che cambi, nel mondo reale, dopo che qualcuno ha letto il nostro pezzo, visto il nostro servizio, ascoltato il nostro podcast? Per noi di VITA la risposta a quella domanda è una sola: comunicare per contribuire a trovare e costruire soluzioni. Non per creare audience digitale. Non per fare engagement sui social. Non per sentirci a posto con la coscienza. Il raggiungimento di una platea di lettori larga e interessata deve essere funzionale a migliorare la società in cui viviamo. Un “mi piace” di per sé vale poco o nulla.

Stefano Arduini e don Marco Statzu, delegato regionale di Caritas Sardegna che ha coordinato i lavori

Il vizio d’origine: la retorica dei “buoni”

Nell’ultimo numero di VITA, uscito questo mese, abbiamo dedicato la copertina e l’inchiesta alla disabilità. Il titolo è: “L’inclusione non basta.” La tesi è che le parole con cui raccontiamo la fragilità non sono neutre: portano dentro di sé un’idea di società, una distribuzione del potere, una visione di chi è dentro e chi è fuori. Vale per la disabilità. Vale, con ancora maggiore forza, per il disagio mentale. Il rischio della comunicazione sulla sofferenza psichica è quello di riprodurre senza accorgersene uno schema preciso: fare un giornalismo emergenziale sparando numeri allarmistici conditi da casi di cronaca nera oppure raccontare qualcuno come straordinario, come eccezione eroica, come caso che ce l’ha fatta nonostante tutto. È una narrativa consolatoria, che disturba nessuno. Non mette in discussione niente. E non cambia nulla. L’attivista canadese Judith Snow diceva che «il problema non è la mia disabilità. Il problema è un mondo progettato come se io non esistessi». Il giornalismo che si ferma alla storia commovente non mette mai in discussione quel mondo. Lo celebra, semmai. Ne racconta le eccezioni per non dover parlare della regola.

La regola è che il disagio mentale in Italia è ancora in larga parte trattato come un problema individuale o familiare. Qualcosa che riguarda quella persona, quella famiglia, quella storia. Il giornalismo che non mette in discussione questa cornice, per quanto empatico, per quanto linguisticamente corretto è funzionale al sistema che vorrebbe cambiare.

VITA

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sabato 16 maggio 2026

I.A. e DISABILITA'


 IL CRITERIO

 E' SEMPRE

 LA PERSONA


Il parametro per capire se la tecnologia nella sua applicazione amplia o restringe l’umano non sta in ciò che un individuo riesce a fare, ma in ciò che riesce a essere

L’implementazione delle prestazioni non può essere il solo metro se questa significa dipendenza o si tramuta in una sorta di apologia della tecnologia

-di VINCENZO AMBRIOLA

La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009, parte da un’idea semplice e radicale: la disabilità non è nel corpo, è nell’ambiente che non si adatta. Chi controlla la rappresentazione di quel corpo non sta solo raccontando una storia, sta costruendo o demolendo un diritto.

« Io sono diviso in due metà. Una è quella della fabbrica, sono un tecnico, un chimico. Un’altra, invece, è totalmente distaccata dalla prima, ed è quella nella quale scrivo, rispondo alle interviste, lavoro sulle mie esperienze passate e presenti. Sono proprio due mezzi cervelli». Primo Levi, intervistato da Edoardo Fadini sull’Unità, 4 gennaio 1966. Oggi quel centauro ha una terza parte, non biologica. Una protesi che impara, un esoscheletro che decide il passo, un algoritmo che racconta il nostro corpo prima di noi. Non è fantascienza, è la condizione quotidiana di chi vive con una disabilità nell’era dell’intelligenza artificiale. La domanda non è se la macchina ci potenzia, è cosa resta di noi quando l’intelligenza non è più solo umana. Per rispondere non basta la tecnologia ma serve guardare dove si gioca il potere. Nella rappresentazione che ci viene imposta, nella trasfor-mazione del corpo che abitiamo, nell’autonomia che negoziamo ogni giorno.

La società vede, racconta e mette in scena il corpo tecnologico. Azzardo una trasposizione politicamente scorretta, cui mi spingono curiosità ed empatia. Provo a mettermi nei panni di un disabile. Ho avuto modo di assistere, nel passato, a disabilità che non godevano di protesi intelligenti. Il mio azzardo ne risulta, così, ancora più rischioso. Immagino di essere dotato di una macchina che sostituisce qualche parte del mio corpo che non funziona. Sono per strada, la gente non vede me, vede una storia già scritta fin dalla wunderkammer seicentesca del canonico Manfredo Settala, collezionista di macchine strabilianti, tra cui lo spaventoso diavolo- automa che ancora sorprende i visitatori del museo del Castello Sforzesco. Ecco, indossando la mia porzione di automa, io sparisco, resta solo la macchina che accende la curiosità dei passanti. E per questo devo annegare la frustrazione nella gratitudine alla tecnologia. Nell’era dell’intelligenza artificiale, la rappresentazione non è vanità. È necessità sociale. Decide se avrò un lavoro, una casa, una famiglia. Se sono un bambino, la rappresentazione di me deciderà della mia accoglienza in un contesto. Chi controlla la mia immagine pubblica, io o l’algoritmo che la racconta? Quando un servizio televisivo mostra il mio primo passo con l’esoscheletro, crea un fatto morale. Mi presenta come prova della tecnologia, non come persona. L’etica chiede chi ha dato il consenso alla narrazione, o solo all’immagine?

Mi chiedo che cosa succede al sé quando una protesi impara, un esoscheletro decide il passo, un robot riabilitativo corregge il gesto? Quando una mano mioelettrica, controllata dall’intelligenza artificiale, predice la presa. All’inizio, immagino, è magia. Dopo qualche settimana, è fatica. Dovrò pensare per lei, correggere quando sbaglia, sopportare che non abbia sensibilità. Il mio cervello cercherà

di incorporarla, ma senza una restituzione tattile resterà un oggetto esterno. È trasformazione, sì, ma a che prezzo? Quando il mio corpo impara con una macchina, l’etica non è nel codice, è nel patto. Se l’intelligenza artificiale adatta la presa senza spiegarmi perché, perdo il controllo del mio gesto. Se migliora leggermente le prestazioni della mia mano, ma aumenta il dolore e la fatica, chi decide cosa vale? Io, non l’algoritmo. La tecnologia deve adattarsi alla mia biografia, non io alla sua ottimizzazione… È esattamente ciò che la Convenzione chiede agli Stati: promuovere tecnologie che seguano il progetto di vita della persona, non il contrario. E definisce la disabilità come risultato di un’interazione, tra il corpo e le barriere che incontra, comprese quelle di una mano robotica che misura e migliora la potenza e la precisione della presa ma non il dolore che causa.

Cosa significa autonomia quando dipende da un server in rete? Autonomia assistita dalla tecnologia suona bene, ma nella vita quotidiana significa che la mia protesi funziona solo se l’app è aggiornata. Se l’azienda chiude il server, io ne perderò la funzionalità, e resterò quello che sono: fermo. La mia autonomia dipende da un abbonamento. Potenziamento non significa andare più veloce di un normodotato. Significa poter scegliere di spegnere l’intelligenza artificiale quando voglio sentire solo il mio corpo, senza perdere il diritto all’assistenza… La Convenzione la chiama partecipazione piena ed effettiva, non indipendenza assoluta, ma possibilità reale di scegliere. Un’autonomia che dipende da un abbonamento attivo non è autentica, è una concessione revocabile. Ed è proprio per questo che la Convenzione impegna gli Stati a evitare che l’accesso alla tecnologia rimanga un privilegio dei centri di eccellenza anziché diventare un diritto ordinario. C’è un modo per misurare tutto questo che non sia il numero di passi migliorati o la velocità della presa? Amartya Sen e Martha Nussbaum lo chiamano capability: non ciò che la tecnologia fa, ma ciò che la persona riesce davvero a essere e a fare grazie a essa. È da qui che si misura se l’intelligenza artificiale amplia o restringe l’umano. E alla fine, resta una sola domanda, ed è la stessa di Levi: chi tiene insieme le metà. La rappresentazione non può essere un montaggio televisivo del primo passo. La trasformazione non può essere un punteggio di simmetria che ignora il dolore. L’autonomia non può dipendere da un abbonamento. Se l’intelligenza artificiale entra nel corpo, deve firmare lo stesso patto che Levi chiedeva alla chimica, di spiegare e non solo di funzionare.

Poter essere visti senza essere simbolo, poter sentire senza essere corretti, poter spegnere senza perdere diritti. Il centauro di oggi non ha bisogno di correre più veloce. Ha bisogno di scegliere quale delle sue metà ascoltare, anche quella artificiale.

www.avvenire.it

sabato 15 novembre 2025

INCLUSIONE SCOLASTICA . ALLARME

Allarme rosso per l’inclusione dei disabili: 27% dei prof favorevole alle classi speciali


Se ne parla in questi giorni a Rimini, durante il 15° Convegno internazionale Erickson “La qualità dell’inclusione scolastica e sociale”.

-         di PAOLO FERRARIO

A quasi cinquant’anni dall’abolizione delle classi differenziali (prevista dalla legge 517 del 1977), circa un insegnante su tre (il 27% per l’esattezza) è favorevole alla riapertura delle scuole e delle classi speciali. E questa percentuale è in aumento di 10 punti rispetto soltanto a due anni fa. Segno che la fatica dell’inclusione scolastica si fa via via sempre più pesante e insostenibile dagli insegnanti. Almeno a giudicare dalle risposte di un campione di 833 docenti, di ogni ordine e grado e di tutte le regioni italiane, intervistato dal centro studi Erickson di Trento, che presenterà i risultati completi dell’indagine Le voci dell’inclusione nel corso del 15° Convegno Internazionale “La qualità dell’inclusione scolastica e sociale”, in programma da oggi a domenica al Palacongressi di Rimini. Alla tre giorni riminese, che nelle edizioni precedenti ha coinvolto più di 35mila professionisti della scuola, sono attesi, tra gli altri, Stefano Massini, con la sua “Lettera a una scuola che non esclude”, Alberto Pellai in dialogo con Gino Cecchettin, Stefania Auci, che porterà la sua esperienza di insegnante di sostegno ed Espérance Hakuzwimana sulla necessità di una scuola plurale. Per la prima volta, interverrà un rappresentante del Governo. Domenica mattina, infatti, sarà presente la ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli. Attualmente, ricorda Erickson, gli studenti con disabilità certificata nella scuola italiana sono circa 325mila, pari al 4% del totale, ma soltanto poco più di un insegnante di sostegno (il 36%) è di ruolo e appena il 41% delle scuole ha a disposizione ausili tecnologici che permettono la partecipazione attiva degli alunni con disabilità. Un quadro per nulla confortante, a cui si aggiunge, ora, una percentuale consistente di insegnanti che, almeno a parole, dimostra di aver perso la speranza circa un’effettiva inclusione scolastica, preferendo il Modello a tre vie: scuole solo per alunni con disabilità (casi di disabilità grave), classi per alunni con disabilità nelle scuole normali (casi di disabilità media), inclusione piena in classe (casi di disabilità lieve).

Soltanto nel 2023, sempre in occasione del Convegno di Rimini, Erickson aveva posto la stessa domanda al campione di insegnanti, ottenendo il 10% di risposte in meno tra quanti allora si dichiaravano favorevoli alla riapertura delle classi speciali, Ventiquattro mesi dopo, il problema è esploso in tutta la sua cruda drammaticità. E, nota Erickson, «i più separatisti (quindi favorevoli) sono gli insegnanti di II grado e quelli con più anni di esperienza».

Nella scuola italiana, insomma, cresce la disponibilità a considerare soluzioni differenziate. « In termini di clima culturale generale – si legge nella ricerca - ciò indica un minore consenso all’inclusione piena e una maggiore accettazione di modelli che possono assumere caratteristiche separative. In assenza di test inferenziali:  +26%

Aumento degli alunni con disabilità negli ultimi cinque anni, secondo l’Istat (anno scolastico 2023-2024). In termini assoluti, si tratta di 359mila persone: 40,3%

Alunni con disabilità intellettiva. Il 34,8% soffre di disturbo dello sviluppo psicologico e il 18,2% di disturbo dell’apprendimento (Dsa).

Il 27% insegnanti di sostegno privi di formazione specifica. Ma negli ultimi quattro anni, la quota di docenti specializzati è cresciuta di 10 punti percentuali di intervalli di confidenza, la lettura resta descrittiva, ma il segnale è rilevante». Tra gli elementi che maggiormente ostacolano l’inclusione scolastica, gli insegnanti sottolineano la «mancata collaborazione tra figure adulte, anche con la famiglia dell’alunno con disabilità» e «le condizioni di gravità (o bisogno di supporto) dell’alunno» stesso. Naturalmente, non mancano i punti di forza. Tra i più importanti, i docenti segnalano «le relazioni tra colleghi, tra gli alunni e le alunne e con le famiglie. Purtroppo – prosegue la nota di Erickson – le competenze professionali in materia di inclusione, come la conoscenza e l’uso di metodologie didattiche inclusive, non sono considerate fattori decisivi per una buona inclusione». Un dato, quest’ultimo, «non certo confortante», in considerazione del fatto che «la ricerca ormai da tempo segnala la rilevanza delle didattiche inclusive per una piena partecipazione, appartenenza e apprendimento» degli alunni con disabilità. Un aspetto su cui, indubbiamente, la scuola deve ancora lavorare. Facendo leva e valorizzando le «emozioni positive» manifestate dai docenti, concentrate, soprattutto, sugli «aspetti relazionali e collaborativi, sia tra figure adulte sia tra alunni», appunto «come leva positiva di una piena inclusione».

www.avvenire.it 

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venerdì 26 settembre 2025

UNA CLASSE INCLUSIVA

 

Scuola, 

cosa si fa in 

una classe inclusiva?


Cos’è una classe inclusiva? È un ambiente in cui studenti e studentesse, con e senza disabilità, si sentono accolti, ascoltati e valorizzati, dove l’insegnante facilita il dialogo e la collaborazione, l’aula si trasforma in base alle diverse esigenze e i banchi diventano isole per facilitare l’interazione. Il progetto "Cambio Sguardo" mette a disposizione di tutti gli strumenti - con formazione online, giochi e workshop - per promuovere i diritti degli studenti con disabilità

di Redazione

 Con settembre si apre un nuovo anno scolastico e Cbm Italia – organizzazione internazionale impegnata nella salute, l’educazione, il lavoro e i diritti delle persone con disabilità in Italia e nel mondo – rinnova il suo impegno all’interno della scuola con il progetto educativo “Cambiamo Sguardo: dire, fare, parlare di disabilità”, che si propone di promuovere la cultura dell’inclusione a partire dal linguaggio, sostenere i diritti delle persone con disabilità e costruire classi inclusive.

Rivolto alle scuole di ogni ordine e grado, famiglie, contesti extrascolastici come associazioni, enti, istituzioni culturali, università e chiunque desideri approfondire il tema della disabilità, il progetto è giunto alla sua terza edizione e parte sempre dalle stesse fondamenta: la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, strumento indispensabile per promuovere e tutelare i diritti delle persone con disabilità e contrastare stereotipi, luoghi comuni e comportamenti che generano stigma ed emarginazione.

Cos’è una classe inclusiva? È un ambiente in cui studenti e studentesse, con e senza disabilità, si sentono accolti, ascoltati e valorizzati, dove l’insegnante facilita il dialogo e la collaborazione, l’aula si trasforma in base alle diverse esigenze e i banchi diventano isole per facilitare l’interazione. 

Per favorire la nascita di una classe inclusiva, esistono preziosi strumenti che aiutano a creare quel clima sereno in classe, basato su rispetto, fiducia e accettazione delle differenze. Sono per esempio il circle time, che stimola l’espressione emotiva; il cooperative learning, che incoraggia il lavoro di gruppo; il peer tutoring, basato sul sostegno tra pari.

Queste metodologie sono raccontate da Cambiamo Sguardo nel modulo dedicato alla didattica inclusiva sotto forma di video lezione (della durata di 20 minuti). Oltre a questa sezione, la formazione online del progetto propone anche moduli sul linguaggio inclusivo, la Convenzione Onu e l’Agenda 2030.

La seconda parte di Cambiamo Sguardo è invece composta dal kit operativo, ovvero attività didattiche, giochi e laboratori che favoriscono il confronto e la partecipazione consapevole di tutti, la riflessione sulle diseguaglianze, il parlare di disabilità con naturalezza e rispetto. 

Per la sua natura digitale, Cambiamo Sguardo è strutturato in modo da poter essere svolto in qualsiasi momento dell’anno e in autonomia. 

Bisognerà attendere invece la primavera per partecipare al nuovo ciclo di workshop che vede tra le protagoniste due donne che sapranno offrire interessanti spunti sul tema dell’inclusione: Marina Cuollo, scrittrice e consulente D&I (Diversity & Inclusion), che accompagna i partecipanti tra le diverse forme di accessibilità, da quella digitale a quella fisica; e Anna Rossi, presidente dell’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare di Milano, che affronta il tema dell’autonomia delle persone con disabilità, dal diritto allo sport e al tempo libero, alla scelta di come organizzare la propria quotidianità. 

«Contribuire alla costruzione di una società più equa e consapevole è alla base del progetto di Cbm Italia nelle scuole: con Cambiamo Sguardo vogliamo coinvolgere studenti e studentesse a riflettere sulle parole, a mettersi nei panni dell’altro, a cambiare punto di vista, per rendere la classe, ma non solo, un luogo accogliente in cui ciascuno – con e senza disabilità – possa partecipare attivamente e sviluppare le proprie potenzialità» commenta Massimo Maggio, direttore di Cbm Italia.

Nell’anno scolastico 2024-25 sono state oltre 500 le scuole e le altre istituzioni che hanno aderito al progetto, coinvolgendo 16.000 persone tra studenti, genitori, personale scolastico e professionisti del mondo dell’educazione di tutta Italia.

“Cambiamo sguardo: dire, fare, parlare di disabilità” è un progetto di Cbm Italia, realizzato in collaborazione con Ledha Milano, Istituto dei Sordi di Torino e CediSma (Centro Studi e Ricerche sulla Disabilità e Marginalità dell’Università Cattolica di Milano).

Per scaricare i materiali: https://www.cbmitalia.org/cambiamo-sguardo

Per info: scuola@cbmitalia.org

VITA



 

martedì 1 luglio 2025

LA FATICA DI ESSERE DISABILI

 


Disabilità, 
suor Donatello all'Onu:

le opportunità dell'IA

 e la fatica in contesti 

di guerra


Intervento della religiosa francescana, responsabile del Servizio CEI per la Pastorale delle persone con disabilità e coordinatrice del progetto “Nessuno Escluso” promosso dal Dicastero per la Comunicazione, alla 18.ma Conferenza degli Stati parte della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (COSP) che si chiude il 12 giugno a New York. "Sono l'unica suora, la gente è curiosa e felicemente sorpresa dell'opera della Chiesa in questo campo. Stiamo sfidando stereotipi e pregiudizi"

 -         Antonella Palermo - Città del Vaticano

Far conoscere l'impegno della Chiesa in Italia e del Vaticano a favore dell'inclusione. Questo il principale obiettivo dell'intervento di Suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio Nazionale per la Pastorale delle persone con disabilità della CEI e coordinatrice del progetto “Nessuno Escluso” promosso dal Dicastero per la Comunicazione, alla 18.ma sessione della Conferenza degli Stati parte della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (COSP – Conference of States Parties to the Convention on the Rights of Persons with Disabilities), che si chiude oggi a New York. Il tema generale di questa due giorni è rafforzare la consapevolezza pubblica dei diritti e dei contributi delle persone con disabilità allo sviluppo sociale in vista del Secondo vertice mondiale sullo Sviluppo Sociale (novembre 2025).

La prospettiva dell'inclusione a ogni età e condizione

"È stato interessante essere qui per la ricchezza del confronto con tante Nazioni", riferisce ai media vaticani la religiosa francescana alcantarina che sottolinea l'importanza di far comprendere un approccio sempre più teso ad accompagnare le persone con disabilità "in ogni condizione e in ogni età della vita, con l'attenzione al supporto della famiglia, al saper lavorare nell'ambito della spiritualità, all'ambito delle transizioni di vita. E soprattutto nei vari contesti dell'abitare, contesti che sfidano. Il cambiamento di paradigma nostro - insiste - è soprattutto di tipo culturale. Terminato lo speech molti mi hanno detto: 'Che bello, non pensavamo che la Chiesa fa tutto questo!'. Questo è interessante perché piano piano stiamo sfidando alcuni stereotipi, alcuni pregiudizi. Che poi è quello che ha fatto il Vangelo, che è stato sovversivo".

 L'importanza del confronto 

Essere l'unica suora in un'assise internazionale del genere è significativo: "È molto bello perché ricevo tanti sorrisi, la gente mi chiede cosa faccio qui, o se ho già incontrato il Papa. C'è molta curiosità e aspettativa. Si riconosce il prezioso lavoro che il Vaticano in questi anni ha cercato di portare avanti per combattere l'esclusione e la solitudine. Nascono anche in questo modo degli incontri bilaterali, potremmo dire, perché su alcuni temi ci si vuole confrontare insieme". L'ascolto è l'aspetto fondamentale, secondo suor Veronica, che resta colpita finora soprattutto dall'apporto dell'Intelligenza Artificiale, dall'opera pastorale, dalle migrazioni laddove questo fenomeno si innesta su condizioni di disabilità generando altri problemi da risolvere. 

Le sfide dell'IA e la fatica di garantire i diritti base

Suor Donatello è convinta come molti che le nuove tecnologie stanno offrendo un contributo decisivo, soprattutto dall'Asia, per migliorare la qualità di vita: "Ma non dobbiamo mai dimenticare che alla fine c'è una persona", avverte. Ed evidenzia anche lo sconcerto di fronte al gap tra le frontiere a cui la scienza conduce velocemente e la fatica che tante famiglie vivono, soprattutto nei contesti di guerra, in America Latina, in Africa, per esempio. "È la fatica nel poter garantire i diritti minimi di vita, quelli per cui sei considerato persona. Bisogna superare questo divario grande". Da non trascurare, poi, le situazioni davvero critiche in cui si ravvisa una sorta di "tripla ghettizzazione": sono i casi in cui il soggetto è una donna disabile straniera. Qui la sfida raggiunge livelli molto alti e per risposte pastorali adeguate ci vuole altrettanta formazione e costanza. Il lavoro con l'app "Vatican for all", sull'accessibilità agli eventi del Papa, è tra gli esempi che suor Donatello ha condiviso nel suo intervento all'Onu dove ha illustrato l'importanza di favorire lavoro, tempo libero, sport, oratorio, arte, educazione all'affettività. 

Locatelli: dall'assistenzialismo alla valorizzazione

Alle Nazioni Unite sono stati giorni intensi per l'Italia che, come racconta ai media vaticani il ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, ha partecipato anche alla plenaria della COSP. Qui ha potuto "testimoniare il grande impegno nella riforma sulla disabilità ma anche il cambio di prospettiva: da una visione assistenzialista a una visione di valorizzazione delle potenzialità, dei talenti e delle competenze". Locatelli sottolinea l'importanza dei mezzi di comunicazione e dei linguaggi che trattano questi temi: "Non parlare di disabilità solo quando ci sono fatti tragici o bellissimi, ma raccontare la quotidianità", è il suo auspicio. Tra gli appuntamenti peculiari organizzati dalla delegazione italiana, il concerto del gruppo musicale inclusivo “Si può fare band” nel pomeriggio del 9 giugno sul piazzale d’ingresso all’interno del compendio del Palazzo delle Nazioni Unite e due side events: “Tempo ricreativo, tempo di vita” e “Il diritto ad una vita piena e partecipata”. Il primo evento, co-sponsorizzato da Giappone, Sud-Africa, Tunisia e International Disability Alliance, ha visto la partecipazione di rappresentanti di associazioni di persone con disabilità ed Enti del Terzo Settore. Al secondo, si è svolto un laboratorio interattivo, co-sponsorizzato dalla Repubblica Democratica del Congo, con la partecipazione dell’Arabia Saudita e di European Disability Forum. Hanno partecipato il Ministro delegato per le persone con disabilità della Repubblica Democratica del Congo Irene Esambo Diata e i rappresentanti di associazioni di persone con disabilità e di Enti del Terzo Settore che hanno svolto delle dimostrazioni pratiche di attività ricreative e occupazionali attraverso la pittura, la realizzazione di manufatti, la rilegatura di libri e la cucina.

Dopo la Messa celebrata da don Luigi Portarulo nella storica cattedrale di Old St. Patrick, la riunione preparatoria del gruppo di lavoro G20 Inclusione e Disabilità, in programma il prossimo novembre a Pretoria, in Sudafrica, che si intende porre in continuità con i lavori del G7, il primo della storia dedicato alle disabilità svoltosi l'anno scorso ad Assisi. 

 

Vatican News

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venerdì 27 giugno 2025

ATTIVISTI o INFLUENCER ?

  

La disabilità nella bolla dei social

 fra visibilità e rappresentanza

Non è semplice distinguere tra chi usa la propria visibilità per sensibilizzare e costruire un cambiamento e chi, magari inconsapevolmente, finisce per trasformare la propria disabilità in uno strumento per ottenere consenso, follower, inviti in talk show o sponsorizzazioni. 

 di Giovanni Ferrero

 Negli ultimi anni, i social network hanno aperto spazi inediti di parola per le persone con disabilità. Per la prima volta, molte di loro hanno potuto raccontarsi senza filtri, senza l’intermediazione di genitori, operatori, politici o giornalisti. Un cambiamento importante, che ha portato all’emergere di voci nuove, dirette, autentiche, capaci di creare empatia e consapevolezza. Mostrare la propria quotidianità, le sfide di ogni giorno, le piccole conquiste o le grandi frustrazioni, può avere un impatto reale su chi guarda: aiuta a comprendere meglio cosa significa vivere con una disabilità, a riconoscere ostacoli invisibili, a cambiare punto di vista. Ed è giusto che accada senza filtri, senza bisogno che ci sia sempre un soggetto “autorizzato” a parlare.

Tuttavia, in questo nuovo scenario, si apre anche una domanda scomoda, ma necessaria: quante delle voci che oggi parlano di disabilità sui social lo fanno per difendere diritti e denunciare ingiustizie, e quante invece lo fanno per visibilità, per popolarità, per coltivare un personaggio?

La linea sottile tra attivismo e personal branding

Non è semplice distinguere tra chi usa la propria visibilità per sensibilizzare e costruire un cambiamento e chi, magari inconsapevolmente, finisce per trasformare la propria disabilità in uno strumento per ottenere consenso, follower, inviti in talk show o sponsorizzazioni. Da attivisti a influencer: il passaggio può essere rapido, e non sempre evidente.

In alcuni casi, si rischia che la disabilità venga spettacolarizzata: la quotidianità diventa contenuto da consumare, la battaglia si trasforma in storytelling, il disagio in engagement. Il sistema dei social premia ciò che emoziona, sorprende, commuove. E così, anche il dolore o la denuncia rischiano di essere modellati per piacere al pubblico.

Proprio per affermare il valore dell’attivismo competente e responsabile, all’interno del Premio Giornalistico Paolo Osiride Ferrero (le candidature per partecipare al premio – con elaborati di carta stampata, video o contenuti digitali – sono aperte fino a settembre) è stato istituito un nuovo riconoscimento: quello dedicato all’Attivista dell’anno. Un modo concreto per premiare chi, attraverso la comunicazione digitale, contribuisce in modo autorevole al cambiamento culturale e sociale in tema di disabilità.

Politici e aziende a caccia di volti noti

C’è poi un altro effetto collaterale da non sottovalutare: il politico o l’azienda che rincorre l’influencer con disabilità per parlare di disabilità. Si tratta spesso di operazioni di visibilità, ben lontane da un confronto autentico sui diritti. Il rischio è che si finisca per personalizzare un tema collettivo, dando credito e centralità a chi ha più visibilità, ma non è detto che sia rappresentativo, competente o preparato.

Negli anni ’90 lo slogan internazionale era chiaro: “Niente su di noi senza di noi”. Ma quel “noi” non era riferito al singolo, per quanto carismatico, bensì alle organizzazioni delle persone con disabilità, nate per rappresentare in modo strutturato e democratico una pluralità di esperienze. Oggi, con la presenza crescente di influencer chiamati a parlare in aziende, tenere speech motivazionali, partecipare a lunch&learn o diventare consulenti di diversity, si rischia di legittimare inconsapevolmente il disability washing: un’adesione di facciata all’inclusione, svuotata di contenuti e competenze reali.

Per questo, oggi più che mai, lo slogan andrebbe aggiornato: “Niente su di noi senza di noi se professionisti”. Perché la disabilità non è un tema da spettacolarizzare, ma da affrontare con responsabilità, esperienza, formazione e senso collettivo.

 La nuova intermediazione digitale

Paradossalmente, i social che sembravano offrire libertà di parola rischiano di generare nuove forme di intermediazione: l’algoritmo, il bisogno di like, il consenso del pubblico. Chi parla finisce per adattarsi a ciò che “funziona”, lasciando da parte i contenuti più scomodi, più politici, meno virali. Si creano nuove narrazioni dominanti, in cui la persona con disabilità è spesso rappresentata come “inspirational”, resiliente, positiva. Ma le disuguaglianze sistemiche, le barriere reali, le battaglie collettive rischiano di sparire sullo sfondo.

Il ritorno necessario delle associazioni

In questo scenario confuso, in cui non si capisce più chi è influencer e chi attivista, ritorna con forza il ruolo insostituibile delle associazioni. Organismi che, per natura e missione, non cercano follower, ma risposte. Non inseguono popolarità, ma lavorano ogni giorno per i diritti, per i servizi, per l’inclusione concreta. Le associazioni non devono “funzionare” per l’algoritmo, ma per i loro associati. Non sono al servizio della visibilità personale, ma di una rappresentanza collettiva. Ed è forse proprio da qui che bisogna ripartire. Non per negare il valore delle voci individuali, ma per ricordare che la disabilità è una questione politica e sociale, e come tale ha bisogno di strumenti organizzati, credibili, capaci di agire nei territori, nelle istituzioni, nei tavoli di confronto.

La popolarità di alcune persone con disabilità sui social non è di per sé un problema. Può essere una risorsa, un canale di sensibilizzazione, uno stimolo utile. Ma non può sostituire il ruolo delle associazioni. Perché solo lì, dove si ascoltano i bisogni reali di chi non ha voce, si costruiscono risposte condivise. Solo lì si fa davvero la differenza tra rappresentare sé stessi e rappresentare una causa.

 VITA  

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venerdì 15 novembre 2024

A PROPOSITO DI DISABILITA'


 Vietate le parole «handicappato» e «diversamente abile» 

nei documenti ufficiali: 

perché il governo Meloni sceglie

 un linguaggio inclusivo 

per la disabilità

-          

-         di Ygnazia Cigna

 

Tutte le amministrazioni pubbliche dovranno adottare una nuova terminologia per le persone con disabilità: ecco quali parole devono cambiare e come mai

Addio ai termini «handicappato» o «diversamente abile». È tempo di adottare un linguaggio rispettoso e inclusivo quando si parla e si scrive di persone con disabilità, affinché vengano evitate espressioni considerate obsolete o stigmatizzanti, a favore di altre che rispecchino il valore della dignità e della diversità umana. È l’invito contenuto in una recente nota dell’ufficio di gabinetto del ministero per le Disabilità, che sollecita ad aggiornare e uniformare la terminologia ufficiale delle amministrazioni pubbliche. Si tratta di un aggiornamento che fa capo all’articolo 4 del Decreto legislativo n. 62 del 2024 (entrato in vigore il 30 giugno) e interessa sia la comunicazione istituzionale (comunicati stampa, siti web, documentazione informativa) sia l’attività amministrativa vera e propria, come decreti, provvedimenti o modulistica.

I termini da cambiare

Nella nota vengono indicate le seguenti modifiche:

  • «Handicap» viene sostituito da «condizione di disabilità» in tutti i documenti ufficiali.
  • Termini come «persona handicappata», «portatore di handicap», «persona affetta da disabilità», «disabile» e «diversamente abile» vengono unificati in «persona con disabilità».
  • Le espressioni «con connotazione di gravità» e «in situazione di gravità» sono sostituite da «con necessità di sostegno elevato o molto elevato».
  • Infine, «disabile grave» diventa «persona con necessità di sostegno intensivo».

 

Perché usare «persona con disabilità» invece di «disabile»

Perché usare l’espressione «persona con disabilità» invece di «disabile» o «handicappato»? La differenza principale sta nel fatto che, nel primo caso, si mette al centro la persona, mentre negli altri due si rischia di ridurre l’individuo alla sua disabilità. L’obiettivo di queste modifiche linguistiche è quindi di spostare l’attenzione sulla persona, piuttosto che sulla sua condizione, per evitare che venga etichettata unicamente in base alla disabilità. Si tratta di un approccio che promuove un linguaggio che rispetta e valorizza la dignità e la complessità di ogni individuo. Sebbene la modifica del linguaggio possa sembrare un cambiamento puramente formale, in realtà riflette una visione più moderna e inclusiva della società, che ora sta trovando spazio anche negli ambienti istituzionali.

Un cambio di rotta del governo?

Si tratta di una mossa apparentemente dissonante nella linea adottata finora dalla maggioranza di governo, che alle sollecitazioni sulla necessità di utilizzare un linguaggio più inclusivo, ha più volte risposto in modo respingente. La premier stessa ha scelto di farsi chiamare «Il presidente», rifiutando l’utilizzo di «la presidente». La scorsa estate, il senatore della Lega Manfredi Potenti ha presentato un disegno di legge per vietare l’uso di termini femminili come «sindaca», «questora», «avvocatessa» e «rettrice» negli atti pubblici, sostenendo che il maschile universale dovesse prevalere in tutti i contesti ufficiali, pena sanzioni. E, solo pochi giorni fa, Meloni ha dichiarato: «Alcune femministe credono che la parità di genere si realizzi declinando titoli al femminile». Eppure, quando si parla di disabilità, il governo sceglie una strada diversa, più soft e meno controversa.

Forse un cambio di rotta o, più probabilmente, una mossa dettata dal fatto che il tema della disabilità è percepito come meno divisivo e, ad esempio, meno polarizzante rispetto alla questione di genere. In altre parole, parlare di linguaggio inclusivo per le persone con disabilità non solleva le stesse tensioni politiche e culturali che, invece, si accendono quando si discute della parità di genere. La disabilità continua ad essere erroneamente vista come una questione semplicemente di rispetto, mentre il tema della parità di genere sfida direttamente gli equilibri di potere esistenti. Sorge dunque spontaneo chiedersi se questo intervento faccia parte di un reale cambiamento di paradigma, o se si tratti semplicemente di un tentativo di presentarsi come inclusivi su un tema che, al momento, non scotta come altri. Ciò non toglie, che la revisione della terminologia sui temi della disabilità rappresenti un passo avanti e un segno di civiltà.

 

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venerdì 15 marzo 2024

RAGAZZI. SALUTE MENTALE IN CRISI



 
Solitudini, dipendenze, disagio, ritiro sociale: i più giovani sotto pressione. 

E gli adulti non stanno molto meglio.

Il punto annuale sul benessere psichico degli italiani nel convegno dell’Ufficio Cei per la Pastorale della salute con psichiatri e studiosi. Cresce l’allarme per patologie che insidiano le nuove generazioni


Baturi: «L’incontro nasce solo quando riconosco l’altro come persona, anche con tutte le sue ferite. E mi prendo cura di lui»

 

-         di PINO CIOCIOLA

    

Il futuro non sembra di grande compagnia. Anzi, mostra piazze quasi solo virtuali e solitudini reali, condite da una discreta tristezza e qualche senso di vuoto. Mentre il presente neppure mostra un barlume d’inversione di rotta e tendenze. Non c’è insomma da stare granché allegri, specie pensando ai più giovani, ma tocca muoversi, com’è stato spiegato a “Le grandi solitudini. La Chiesa italiana e la salute mentale”, settima edizione del convegno promosso dall’Ufficio nazionale per la Pastorale della salute della Cei, in collaborazione con l’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici e l’associazione “In punta di piedi”, con una ventina di relatori.

 Pandemia della solitudine.

 Diversi elementi «ci fanno dire che oggi viviamo una “pandemia della solitudine”, e si direbbe che il contesto sociale occidentale attuale non aiuta la relazione», dice in un videosaluto inviato al convegno monsignor Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei. Ma «l’incontro, la relazione, può nascere solo quando riconosco l’altro, anche nelle sue fragilità, anche quando è vulnerato, ha subito qualche ferita, lo riconosco come persona, come un “tu” che possiede quell’originario valore per sé stesso. E mi prendo cura di lui».

 Ritiro sociale. Punto, già sconsolante, di partenza, socialmente parlando: «Una percentuale di ragazzi tra l’11 e il 27% soffre di sentimenti di tristezza e vuoto, quando diventano consapevoli della scarsa quantità e qualità delle proprie relazioni sociali», percentuale che «sale al 40% se si considera l’età adulta», spiega Stefano Vicari, docente di Neuropsichiatria infantile alla Cattolica di Roma e responsabile dell’Unità operativa complessa Neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza all’Ospedale Bambino Gesù. Occhio poi al cosiddetto “ritiro sociale” (sottrarsi alle opportunità d’interazione con i coetanei), visto che si stimano in questa condizione «120mila ragazzi ».

 Vita da smartphone . Ancora Vicari: «Il 78,3% di bambini fra 11 e 13 anni utilizza internet tutti i giorni, soprattutto attraverso lo smartphone ». A proposito, «i bambini tra sei e dieci anni che utilizzano lo smartphone tutti i giorni sono passati dal 18,4% del 2018/19 al 30,2% del 2020/2021», cioè dopo la pandemia. Risultato? «Facile e veloce soddisfazione dei bisogni virtuali», «controllo sugli altri, sulle proprie emozioni e i propri comportamenti», «eccitazione da immagini, suoni e video durante la navigazione». Naturalmente con la “sindrome da disconnessione” scattano «ansia, tristezza e rabbia», annota Vicari. Così – conclude – «la dipendenza da strumenti elettronici è la piaga di questi anni». Con relativa e annessa solitudine.

 Condizione patologica. Tanto più che c’è una bella differenza fra stare soli, restarci o finirci: «Se usiamo l’espressione “stare da soli” – annota l’Ufficio Cei per la Pastorale della salute, diretto da don Massimo Angelelli – possiamo pensare a un’opportunità per generare nuove energie, progetti, sviluppi. Se passiamo a “restare da soli” tratteggiamo uno scenario velato di tristezza, con la sensazione che si sia perduto qualcuno di prezioso. Ma quando nel nostro linguaggio entra la parola “solitudine” disegniamo un quadro malinconico che confina con – o addirittura entra in – una condizione patologica». Dunque, «nato per la relazione, l’essere umano, si trova non poche volte in condizione di solitudine, al punto che la letteratura a più riprese lo descrive come un essere “solo” dalla nascita alla fine».

 I “divorzi grigi”. Prendiamo la coppia che scoppia, altro giro di potenziali (e purtroppo non solo) solitudini. Un campanello ormai più che d’allarme sono i “ grey divorces” (divorzi grigi), i divorzi che avvengono oltre i cinquant’anni. E sono le donne – sottolinea Cinzia Niolu, medico, psicoterapeuta, psichiatra, dirigente della Uoc di Psichiatria della Fondazione Policlinico Tor Vergata – ad avere «una maggiore difficoltà a riprendersi emotivamente e psicologicamente».

 Disabilità. Ancora, pensando alla solitudine delle famiglie con figli disabili, «nell’ultimo decennio il numero delle consulenze neuropsichiatriche al Dipartimento emergenza e accettazione del Bambino Gesù è aumentato undici volte», fa sapere Paolo Alfieri, dottore in Neuroscienze dello Sviluppo, Uoc di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza del Bambino Gesù di Roma. Intanto, nel mondo «più di un adolescente su sette tra 10 e 19 anni convive con un disturbo mentale diagnosticato» e «il suicidio è la seconda causa di morte tra 15 e 19 anni in Europa». Testimonianza della mamma di una ragazza disabile in cura al Bambino Gesù: « Invitare un familiare in casa a pranzo o per un semplice incontro è impensabile. Ancor più quando tutti si riuniscono», come a Natale o per un compleanno, che «per noi rimane un’utopia».

www.avvenire.it  

 

sabato 15 maggio 2021

UE - DIRITTI DELLE PERSONE CON DISABILITA' - STRATEGIA 2021-30

 

Unione dell'uguaglianza: strategia per i diritti 
delle persone con disabilità 2021-2030

Nel marzo 2021 la Commissione europea ha adottato la strategia per i diritti delle persone con disabilità 2021-2030.

La strategia si basa sui risultati della precedente strategia europea per la disabilità 2010-2020,che ha spianato la strada a un'Europa senza barriere e a responsabilizzare le persone con disabilità in modo che possano godere dei loro diritti e partecipare pienamente alla società e all'economia. Nonostante i progressi compiuti nell'ultimo decennio, le persone con disabilità devono ancora affrontare notevoli barriere e hanno un rischio più elevato di povertà ed esclusione sociale.

L'obiettivo della presente strategia è di progredire verso la garanzia che tutte le persone con disabilità in Europa, indipendentemente dal sesso, dalla razza o dall'origine etnica, dalla religione o dalle convinzioni personali, dall'età o dall'orientamento sessuale

  • godere dei loro diritti umani
  • avere pari opportunità, pari accesso per partecipare alla società e all'economia
  • sono in grado di decidere dove, come e con chi vivono
  • muoversi liberamente nell'UE indipendentemente dalle loro esigenze di sostegno
  • e non sperimentano più discriminazioni

Questa nuova strategia rafforzata tiene conto della diversità della disabilità, che comprende menomazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali a lungo termine (in linea con l'articolo 1 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità),spesso invisibili.

Affrontando i rischi di molteplici svantaggi cui devono far fronte donne, bambini, anziani, rifugiati con disabilità e persone con difficoltà socioeconomiche, promuove una prospettiva inter-istituzionale in linea con l'Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile e gli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS).

La nuova strategia contiene quindi un insieme ambizioso di azioni e iniziative faro in vari settori e ha numerose priorità, come

  • accessibilità: poter circolare e soggiornare liberamente ma anche partecipare al processo democratico
  • avere una qualità di vita dignitosa e vivere in modo indipendente in quanto si concentra in particolare sul processo di inter-istituzionalizzazione, la protezione sociale e la non discriminazione sul lavoro
  • la parità di partecipazione in quanto mira a proteggere efficacemente le persone con disabilità da qualsiasi forma di discriminazione e violenza, a garantire pari opportunità e accesso alla giustizia, all'istruzione, alla cultura, allo sport e al turismo, ma anche la parità di accesso a tutti i servizi sanitari
  • il ruolo dell'UE a dare l'esempio
  • l'intenzione dell'UE di realizzare tale strategia
  • promuovere i diritti delle persone con disabilità a livello globale

La Commissione sosterrà gli Stati membri nell'elaborazione delle loro strategie nazionali e dei loro piani d'azione per attuare ulteriormente la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità e la legislazione dell'UE in materia.

La Commissione Europea invita gli Stati membri a contribuire a questa nuova e rafforzata strategia come quadro per le azioni dell'UE e per l'attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità.

 EU – DISABILITA’

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giovedì 3 dicembre 2020

GIORNATA MONDIALE DELLE PERSONE CON DISABILITA'

La Giornata internazionale delle persone con disabilità è stata proclamata nel 1981 con lo scopo di promuovere i diritti e il benessere dei disabili.

Dopo decenni di lavoro delle Nazioni Unite, la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, adottata nel 2006, ha ulteriormente promosso i diritti e il benessere delle persone con disabilità, ribadendo il principio di uguaglianza e la necessità di garantire loro la piena ed effettiva partecipazione alla sfera politica, sociale, economica e culturale della società.

La Convenzione invita gli Stati ad adottare le misure necessarie per identificare ed eliminare tutti quegli ostacoli che limitano il rispetto di questi diritti imprescindibili.  La Convenzione (Articolo 9, accessibilità) si focalizza sulla necessità di condizioni che consentano alle persone con disabilità di vivere in modo indipendente e di partecipare pienamente a tutti gli aspetti della vita e dello sviluppo.

Anche l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile si fonda sul principio che nessuno sia lasciato indietro, qui ricomprese le persone con disabilità. In particolare, l’Agenda mira a un rafforzamento dei servizi sanitari nazionali e al miglioramento di tutte quelle strutture che possano permettere un effettivo accesso ai servizi per tutte le persone. Sensibilizzare l’opinione pubblica al fine di favorire l’integrazione e l’inclusione delle persone con disabilità permetterebbe un processo rapido verso uno sviluppo inclusivo e sostenibile, in grado di promuovere una società resiliente per tutti attraverso l’eliminazione della disparità di genere, il potenziamento dei servizi educativi e sanitari e in definitiva, l’inclusione sociale, economica e politica di ogni cittadino.

Il tema scelto per la giornata 2017 è la Trasformazione verso una società sostenibile e resiliente per tutti.

Le persone con disabilità, risentono maggiormente delle carenze sanitarie, hanno minore accesso all’istruzione, minori opportunità economiche e tassi di povertà più alti rispetto alle persone senza disabilità. Ciò è in gran parte dovuto carenza di servizi, alle limitazioni nell’accesso alle tecnologie d’informazione, alla giustizia e ai trasporti. Senza considerare i molti ostacoli che devono affrontare quotidianamente.

Le persone con disabilità sono molto più a rischio di violenza: la probabilità che i bambini con disabilità subiscano violenze è di quattro volte maggiore rispetto ai bambini non disabili. Anche gli adulti con disabilità sono più esposti a forme di violenza.I fattori di rischio derivano da stigma, discriminazione e ignoranza, così come dalla mancanza di sostegno sociale per coloro che si prendono cura di loro.

La giornata del 3 dicembre deve ricordarci l’importanza di valorizzare ogni individuo e di abbattere le barriera che limitano diritti imprescindibili. In Italia il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (MiBACT) si fa promotore dei principali eventi organizzati sul territorio nazionale.

Il Ministero chiarisce che “Quest’anno l’evento si pone in avvio all’Anno Europeo del Patrimonio Culturale 2018, che indica tra i suoi obiettivi prioritari ‘la promozione della diversità culturale, del dialogo interculturale e della coesione sociale’. L’appuntamento annuale offre pertanto l’occasione per valorizzare in tutti gli ambiti sociali il diritto degli individui ad una partecipazione piena ed attiva alla vita lavorativa, culturale, artistica e sportiva e costituisce un appuntamento strategico di portata internazionale per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della dignità e sulla necessità di abbattere ogni tipo di barriera per porre in essere i cambiamenti necessari al miglioramento delle condizioni di vita delle persone con disabilità.

Il MiBACT, nell’ambito delle proprie competenze, aderisce all’iniziativa promuovendo attività e progetti che siano a favore di una sempre più ampia accessibilità dei luoghi e dei contenuti della cultura da parte di tutti.L’accesso alla cultura è un diritto fondamentale sancito, oltre che dalla nostra Costituzione (art. 3), dalla Convenzione dell’ONU sui diritti delle persone con disabilità (art. 30), ratificata con Legge italiana n. 18 del 2009.

Il MiBACT, con lo slogan “Un giorno all’anno tutto l’anno“, conferma anche per il 2017 il suo impegno ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione del patrimonio culturale.

Oltre 450 musei nella giornata del 3 dicembre saranno aperti al pubblico; in Emilia Romagna, l’appuntamento è a Ferrara, il 3 Dicembre al Museo Archeologico Nazionale con l’evento  “La Follia al centro” durante il quale sarà esibita una mostra dedicata al furore dell’ Orlando innamorato seguita da un concerto musicale, ad ingresso gratuito con offerta libera per la Fondazione ANT, che si occupa di progetti di assistenza e prevenzione.

Nel comune di Reggio Emilia, vengono annualmente organizzati molteplici eventi a sostegno della giornata, sostenuti dal Comune di Reggio Emilia, le farmacie comunali riunite e il progetto “Città senza barriere”.

Per il 2017, sono pianificate 11 giornate di eventi tra il mese di novembre e dicembre con temi focalizzati sulla disabilità e sulle risorse delle persone con disabilità. In particolar modo, per le giornate del 2 e 3 dicembre, anche quest’anno la città cambia aspetto con Notte di Luce, Illuminata solo da lanterne e candele per raccontare simbolicamente la differenza; negozi aperti, aperitivi a lume di candela, vetrine illuminate di magia e concerti per celebrare la giornata il 2 Dicembre; mentre per il giorno successivo sono organizzati differenti eventi, tra i quali la proiezione di Cristina, il racconto di una malattia, un laboratorio per bambini Mi-Riguarda. Emozioni in movimento, un torneo di basket in carrozzina e Museo facile, una visita guidata alla mostra On the road.

Anche in Val d’Aosta, la Regione ha approvato una settimana di eventi e dibattiti dedicati alla disabilità. Ricomincio dal Tre. 3 dicembre giornata mondiale dei diritti delle persone con disabilità” è il titolo dell’iniziativa che si svolge dal 27 novembre al 3 dicembre ad Aosta e in altri centri per facilitare un percorso di vita accessibile a tutti attraverso sport, arte e creatività.

In Piemonte il Movimento Apostolico Sordi (MAS) organizza a Novara una  giornata di laboratori e incontri. A Torino si terranno vari eventi tra i quali dibattiti, mostre e visite museali.

In Toscana gli eventi saranno organizzati a Firenze, nella Biblioteca Marucelliana, nel quale sarà tenuta una conferenza su Accessibilità e accoglienza della biblioteca inclusiva e a Grosseto, al Museo Civico Archeologico Isidoro Falchi, nel quale verrà presentato un nuovo percorso di visita totalmente accessibile con il progetto MUSEO4U.

In Umbria la città di Perugia si occupa da anni di progetti sulla disabilità, collaborando con varie associazioni. Il 3 dicembre sarà organizzato un evento presso la Galleria Nazionale dell’Umbria.

Nel Lazio, a Roma, saranno organizzati tre eventi principali; il 1 dicembre si terrà il Convegno Nazionale Legge 112716- Dalle parole ai fatti. Gli atti applicativi delle Regioni a confronto organizzato dall’Associazione nazionale delle famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale (ANFFAS) e il 2 dicembre, sempre organizzato da ANFFAS, sarà presentato il progetto Capacity: La legge è eguale per tutti sulla sperimentazione dei modelli innovativi di sostegno per le persone con disabilità.

Per la giornata del 3 Dicembre, Roma Capitale organizza l’happening teatrale al Teatro India “#unpalcopertutti.  Il 5 dicembre sarà invece organizzata una visita guidata presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea dell’Associazione Museum durante la quale volontari non vedenti guideranno gli studenti attraverso gli spazi della Galleria Nazionale.

Altri eventi organizzati per celebrare la Giornata Internazionale del Diritti delle persone con disabilità possono essere consultati sul sito del MiBACT

Per saperne di più

http://www.un.org/en/events/disabilitiesday/index.shtml