Visualizzazione post con etichetta Anno nuovo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Anno nuovo. Mostra tutti i post

martedì 30 dicembre 2025

OGNI COSA A SUO TEMPO

 


La fine dell’anno

 è momento di bilanci

 e occasione

 per recuperare 

la saggezza 

del tempo che passa. 

 

di Enzo Bianchi 

 

Davanti a te un altro anno. “Buon anno!” augurerai e ti sentirai dire! Ma non dimenticare che se è bello che ti venga incontro un anno nuovo resta vero che un anno della tua vita è passato e non c’è più! E tu devi renderti conto del trascorrere del tempo: basta che osservi con attenzione il calendario del tuo corpo che registra immancabilmente i segni degli anni che passano. 

Così nella nostra vita ci sono gli anni dell’adolescenza, di cui prendiamo infuocata consapevolezza, poi vengono gli anni della giovinezza, segue la stagione della maturità e poco a poco arrivano anche l’anzianità e la vecchiaia. Questo processo non riguarda solo il corpo, riguarda anche la nostra psiche e riguarda il nostro spirito. Infatti, la nostra vita spirituale cresce e si evolve non sempre in senso progressivo, a volte con arresti e regressioni, ma va avanti e cambia. 

E noi siamo sempre attenti a questi cambiamenti ineludibili? Perché nella maturità la preghiera non è più quella della giovinezza, facendosi sempre più ascolto e poi nell’anzianità la preghiera tende a essere adorazione, addirittura silenzio, ripetizione di invocazioni alle quali si consegna una forza che non si sente più nelle proprie parole. 

Nei vecchi aumentano le domande e non solo diminuiscono le risposte ma si cercano di meno perché pregare diventa stare davanti a Dio, tentare di vedere il suo volto, sussurrargli “misericordia Signore, misericordia Signore”, e fare silenzio. 

C’è un modo di pregare per ogni stagione. È significativo che siccome non vedevano più Francesco d’Assisi pregare quando era stanco e malato dicevano di lui: “Non pregava più perché era preghiera!”. Sì, da vecchi si può per dono di Dio ed esercizio fedele di tutta una vita essere diventati preghiera!   

Famiglia Cristiana

 Immagine

martedì 31 dicembre 2024

NE SIAMO RESPONSABILI


 LA RESPONSABILITA' 

DI CIASCUNO 

DI NOI


-             di ENZO BIANCHI

 

Un altro anno finisce. Non è forse anche questo terminare degli anni una memoria che per noi umani, che i greci chiamavano “mortali”, tutto finisce? Sì, per chi ha avuto una vita lunga come la mia ed è entrato nei faticosi ottant’anni non è una novità il finire di impegni, lavori, rapporti.

 E così con questo testo di oggi termina la mia rubrica Altrimenti su questo giornale. Sono stati sette anni interessanti e soddisfacenti perché a ogni articolo numerosi tra voi lettori reagivano scrivendomi o commentando. Sono molto grato ai direttori di Repubblica che mi hanno offerto questo impegno anche perché risultava essere una voce “altra”. Un cristiano, un monaco, che con una certa distanza dalla vita del mondo osserva, pensa per poi condividere i pensieri preoccupato di dialogare anche con i non cristiani. Perché ciò che mi interessa è l’umanità, quella reale che s’incontra qui e ora sulle diverse strade percorse insieme.

E mi sembra di aver accompagnato un mutamento nella società e nella chiesa. Ho osservato eventi catastrofici inattesi: dalla pandemia all’acuirsi della crisi culturale in Europa, dalla rinascita della seduzione della guerra al naufragio della cristianità fino a rischiare di essere ridotta a patrimonio culturale nel nostro Occidente.

 Il paesaggio umano e religioso è cambiato, un mutamento destinato a continuare. Di questa mia lettura pensata e confrontata ho dato segni negli articoli pubblicati. Ho piena consapevolezza di essere stato a volte duro, radicale, quando me lo imponeva il Vangelo, ma in questo caso il primo a sentirmi ferito ero proprio io. Per questo spero di non aver offeso nessuno, anche perché da vecchi occorre essere disarmati per andarsene in pace. Scriverò ancora per rendere palese una parola a favore degli ultimi, degli oppressi, dei perseguitati, dei bisognosi e per ripetere che una chiesa domina non sarà mai la comunità che Gesù aveva in mente: una chiesa spoglia di ogni potere che chiede ai cristiani solo di credere al bene, alla giustizia, alla bellezza, all’accoglienza di tutti.

 Osservare una chiesa che è sempre più debole nella fede, senza una parola autorevole da parte dei pastori che faccia risuonare il Vangelo, che celebra liturgie non più cristiane e non solo sbiadite, fa male al cuore dei credenti.

 Sentinella, a che punto è la notte?”: questo il grido che risuona. E per quel che riguarda la società civile ho scritto che la barbarie avanza a piccoli passi, ma poi è piombata tra di noi e si è imposta con l’assenza di fiducia, il rancore, l’egoismo narcisista, sentimenti che hanno ottenebrato ogni orizzonte comune. Ho paura per la malattia delle nostre democrazie e l’instaurarsi di regimi autoritari in un’ora nella quale le guerre si moltiplicano. Ma a ciascuno di noi compete una precisa responsabilità e non ci è lecito disertare perché la lotta e la resistenza contro ogni disumanizzazione è ciò che è veramente umano, soltanto umano. Pensatemi comunque, cari lettori, ogni alba nella mia cella a leggere e pensare, anche con voi.

 

Alzogliocchiversoilcielo

Immagine


 

mercoledì 3 gennaio 2024

QUALE INIZIO ?


 IL FUTURO
 CI VIENE INCONTRO




-         di Francesco Cosentino


 

Riflessioni sull’anno che si apre

Sotto l’apparente superficialità del quotidiano che sembra scorrere sempre uguale, in realtà scorre, in modo indefinito e spesso indefinibile, il fiume sotterraneo di un tempo benedetto.

 La storia umana è meravigliosamente segnata da una tensione che ne impedisce l’appiattimento: non è mai soltanto uno scorrere delle ore e dei giorni, perché fin dentro le pieghe della più piccola e nascosta dimensione della vita, da quando Gesù è venuto al mondo, abita la stessa presenza di Dio. Una storia sacra scorre ininterrotta intersecando la nostra storia umana. Dio e l’umano sono stati per sempre ricongiunti nella carne di Cristo e camminano verso l’unica mèta.

 Tra il panorama di Dio e le strettoie umane non c’è più separazione irreparabile: in Cristo Gesù, ciò che era lontano è diventato vicino (cf. Ef 2,13). Ed è questa la visione che ogni primo giorno di ogni nuovo anno ci viene proposta: quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio (cf. Gal 4,4). L’apostolo Paolo è perentorio: il nostro tempo non è il monotono scorrere degli attimi cronologici, ma è occasione propizia, momento favorevole, tempo «pieno», perché abitato da Dio e dalla sua benedizione.

 Il futuro che ci viene incontro

La moderna ed euforica cornice entro cui viviamo l’ultimo giorno dell’anno e il nuovo tempo che si apre non è sempre adatta a farci cogliere questa realtà; la scaramanzia, l’incontinente pioggia di auguri, di spumante e fuochi d’artificio può darci per un istante il brivido della festa, ma facilmente finisce per distrarci e per stordirci, chiudendoci nell’illusione di tutti i buoni propositi che, poi, nell’anno in corso, saranno puntualmente smentiti dalla realtà e, spesso, dalla nostra insolente pigrizia.

 Nutriamo giustamente attese e aspettative, ma il «nuovo inizio» sarà già vecchio se rimane incastonato soltanto nei nostri ideali, nelle formule scaramantiche per augurarsi la fortuna o nella professionale e colossale bugia degli oroscopi.

 È nuovo inizio ogni anno che si apre perché il tempo, da quando Gesù è venuto sulla terra, è pieno di Dio, è colmo di significati da rintracciare, è attraversato da una speranza sommersa che sempre siamo chiamati a disseppellire. Il Cristo è Colui che sta dietro di noi perché è venuto duemila anni fa, è anche Colui che sta sempre con noi oggi ed è sempre Colui che deve venire domani.

 È Lui che impedisce al tempo il dramma della ripetizione ciclica, è Lui dischiude il futuro davanti a noi come tempo in cui nuovamente verrà, nuovamente e in molti modi ci parlerà, nuovamente ci strapperà dalle tenebre e inquieterà i nostri animi spenti per accenderli di passione per la vita, di amore i nostri simili, di attenzione per i deboli, di cura per il creato e le creature tutte.

 Quali nuovi inizi?

Da questa prospettiva, il nuovo anno non sarà più un semplice giro di calendario. Sarà un anno migliore? Sarà davvero tempo favorevole per la mia vita, per la Chiesa, per la società? Dipende molto da noi, dalla nostra attesa di Colui che deve venire e verrà ancora, da come ci misureremo con Lui.

 Nella nostra vita

Un nuovo inizio è urgente nel modo di pensare e interpretare la nostra vita. Ha scritto di recente Tomáš Halík: «A volte penso che la nostra civiltà abbia perso il senso della gioia, di una gioia profonda biblicamente intesa e che questo deficit sia stato nascosto da una serie di surrogati a buon mercato» [1].

 Si fa un gran parlare – purtroppo anche nella predicazione religiosa e cristiana – di situazioni, gesti e atti che sarebbero moralmente discutibili e perciò pericolosi, ma l’attenzione rimane –come se nel frattempo non fosse mutato l’orizzonte antropologico e culturale – su alcune dimensioni della vita privata, della sfera intima e spesso di quella sessuale.

 Nonostante la ricchezza del Magistero, non ultimo quello di Francesco, non abbiamo ancora messo al centro della nostra critica profetica il neopaganesimo che pervade la nostra mentalità e che si è ormai insinuato nelle pieghe più nascoste delle nostre metropoli: il principio della merce di scambio che regola le relazioni e sovverte le priorità e i valori della vita, spingendoci all’adorazione del consumismo, vero vitello d’oro innalzato nelle cattedrali del commercio e della pubblicità.

 Lo stordimento che ne deriva restringe i nostri desideri profondi, ci proietta a vivere all’esterno e perciò in superfice e, proprio così, ci toglie la gioia. Come dice Meister Eckhart, l’uomo esteriore si perde fin quando dalla distrazione in cui si trova non riesce a scendere nel santuario interiore della propria vita.

 Nella Chiesa

Un nuovo inizio è urgente anche nella nostra Chiesa. Si procede certamente a piccoli passi, purché non facciamo della necessaria gradualità pastorale un alibi per restare immobili, fissati nel passato, abili giocolieri del «non smuovere nulla» per restare tranquilli.

 Già qualche tempo fa, il teologo tedesco Medard Kehl aveva offerto nel suo libro Dove va la Chiesa [2] una disamina di alcune questioni ecclesiali non risolte e di sfide importanti che la Chiesa dovrebbe affrontare per superare il proprio conflitto con la modernità e cercare forme nuove per l’incarnazione e la trasmissione della fede.

 È interessante che di recente anche Enzo Bianchi e un altro teologo tedesco, Gisbert Greshake, abbiano dato alle rispettive riflessioni un titolo uguale o simile[3]. Il fondatore della Comunità di Bose afferma che siamo in un’epoca post-cristiana, di profonda indifferenza verso la ricerca di Dio; ma, al contempo, mentre occorrerebbe guardare a Gesù di Nazaret, al suo stile, al suo tratto umano, purtroppo le nostre comunità cristiane si sono assestate su alcuni valori e alcune prassi etiche, col rischio di ridurre la fede a una morale, a una dottrina, o a un semplice abito religioso.

 Anche i recenti dibattiti all’interno della cristianità su questioni delicate, molto più complesse di quanto riesca a dire un articolo del catechismo e spesso non prive di vissuti segnati dalla sofferenza, restano prigionieri di un approccio legalistico, dove la prima domanda e preoccupazione è cosa sia giusto o sbagliato, idoneo oppure no, invece che essere: come sono guardate da Dio queste persone e cosa possiamo fare noi per loro?

 Spiace dirlo, ma il Vangelo, con la sconcertante lacerazione della Legge che Gesù provoca incontrando personaggi improbabili come Matteo, Zaccheo o l’adultera, sembra che debba ancora venire.

 Nella società

Un nuovo inizio è urgente nella nostra società, e la cosa appare tristemente scontata se consideriamo le drammatiche condizioni dell’Ucraina e del Medio Oriente, senza dimenticarci di altre parti del mondo, dove sono scoppiati nuovi conflitti e si moltiplicano le violenze.

 Possediamo molti mezzi e molte possibilità, eppure non riusciamo a evitare l’escalation di rivalità e conflitti, di vecchi rancori e sentimenti di odio ancorati a interessi economici e nazionalismi di ogni genere. Una società pacifica, fondata sulla reciproca accoglienza e convivenza dei popoli nella cornice di un contesto planetario finalmente emancipato dalla guerra, rimane un’utopia.

 Sul tema, anche da parte credente, non mancano i distinguo e le ambiguità, rispetto ai quali si staglia la voce del Pontefice, che non si limita a sognare e incoraggiare la nascita di un mondo in cui tutti si riscoprano fratelli, ma nell’Urbi et Orbi di quest’anno ha anche tuonato contro il commercio delle armi, affermando: «per dire “no” alla guerra bisogna dire “no” alle armi…Oggi, come al tempo di Erode, le trame del male, che si oppongono alla luce divina, si muovono nell’ombra dell’ipocrisia e del nascondimento: quante stragi armate avvengono in un silenzio assordante, all’insaputa di tanti! La gente, che non vuole armi ma pane, che fatica ad andare avanti e chiede pace, ignora quanti soldi pubblici sono destinati agli armamenti. Eppure, dovrebbe saperlo! Se ne parli, se ne scriva, perché si sappiano gli interessi e i guadagni che muovono i fili delle guerre» (Papa Francesco, Benedizione Urbi et Orbi, 25 dicembre 2023).

Cosa rispondono i Governi e gli Stati? E come si impegnano i cattolici nelle sfide politiche, culturali e sociali che incombono?

 Un nuovo parto della storia?

Un nuovo inizio è l’augurio che ci facciamo. Un gran testimone della fede del Novecento, come Carlo Carretto, già nel lontano 1971 scriveva che «siamo entrati forse nell’epoca più drammatica della storia del mondo e della Chiesa. […] Direi che siamo invecchiati di secoli in pochi anni e il nostro passato spirituale ce lo sentiamo lontano lontano, anche se è solo di ieri. Soprattutto sentiamo lontana la nostra sicurezza, la nostra stabilità, il nostro dogmatismo».

 Poi aggiungeva: «Ma tutto questo è solo male? Non c’è forse nel disagio di oggi, nella crisi che ci travaglia, una radice buona? Un principio di vita? Posso trarre qualcosa di positivo dallo sfacelo del mio passato? Del nostro passato? Insomma, ciò che sta avvenendo è il principio della fine o è sintomo di un nuovo parto della storia e della Chiesa? […] È difficile dare una risposta. Ciò che possiamo però dire per intanto è che un po’ di insicurezza fa bene a noi, così abituati al dogmatismo e alla violenza delle nostre affermazioni. Ci fa bene soprattutto come cristiani perdere un tantino di prosopopea medievale che ci rendeva incapaci al dialogo, dimenticare il pensiero che bastava trovarsi sulla barca per essere al sicuro […] E, come Chiesa, ci fa bene diventare un tantino più umili, più piccoli, più disarmati, […] Non possiamo più nasconderci dietro i paraventi delle idee preconcette, delle leggi fatte, dell’ordine costituito, delle tradizioni venerande. Tutto è rimesso in questione ripensato e giudicato alla luce di una nuova presa di coscienza e di una fede più adulta […] Ma al di sopra di tutto c’è una scoperta da rifare, un incontro da effettuare, una fede da rinsaldare: quella in un Dio personale» [4].

 Entriamo in questo nuovo anno. E che sia davvero un nuovo inizio.

 

[1] T. Halík, Si destano gli angeli. Avvento e Natale di un’epoca inquieta, Vita e Pensiero, Milano 2023, 40.

[2] M. Kehl, Dove va la Chiesa? Una diagnosi del nostro tempo, Queriniana, Brescia 2021.

[3] E. Bianchi, Dove va la Chiesa? San Paolo, Cinisello Balsamo 2023; G. Greshake, Chiesa, dove vai? Guardare al futuro in prospettiva real-utopistica, Queriniana, Brescia 2023.

[4] C. Carretto, Il Dio che viene, Ave, Roma 2023, 18-20.

https://www.alzogliocchiversoilcielo.com/

Immagine


sabato 30 dicembre 2023

ANNO NUOVO. SIGNORE INSEGNACI A PREGARE


Signore, insegnaci a non amare noi stessi,

 a non amare soltanto i nostri,

a non amare soltanto quelli che amiamo.

Insegnaci a pensare agli altri

ed amare in primo luogo quelli che nessuno ama.

 

Signore, facci la grazia di capire che ad ogni istante,

mentre noi viviamo una vita troppo felice,

protetta da Te,

ci sono milioni di esseri umani,

che sono pure tuoi figli e nostri fratelli,

che muoiono di fame

senza aver meritato di morir di fame,

che muoiono di freddo

senza aver meritato di morire di freddo,

che muoiono a causa delle guerre

senza aver meritato

di divenire vittime

di folli conflitti.

 

Signore,

abbi pietà di tutti i poveri e gli oppressi del mondo.

E non permettere più,

Signore,

che noi viviamo felici da soli.

 

Raoul Follereau

 

 


giovedì 29 dicembre 2022

PREGHIERA PER IL NUOVO ANNO


Dio Onnipotente che sei presente in tutto l’universo

e nella più piccola delle tue creature.

Tu che circondi con la tua tenerezza tutto quanto esiste.

 Riversa in noi la forza del tuo amore affinché ci prendiamo cura della vita e della bellezza. Inondaci di pace, perché viviamo come fratelli e sorelle senza nuocere a nessuno.

O Dio dei poveri, aiutaci a riscattare gli abbandonati

e i dimenticati di questa terra che tanto valgono ai tuoi occhi.

 Risana la nostra vita affinché proteggiamo il mondo e non lo deprediamo,

affinché seminiamo bellezza e non inquinamento e distruzione.

Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra.

Insegnaci a scoprire il valore di ogni cosa, a contemplare con stupore,

a riconoscere che siamo profondamente uniti con tutte le creature

nel nostro cammino verso la tua luce infinita.

Grazie perché sei con noi tutti i giorni.

Sostienici, per favore, nella nostra lotta per la giustizia, l’amore e la pace.

 Amen.

 

Papa Francesco


giovedì 7 gennaio 2021

ANNO NUOVO. INCIAMPARE IN UNA STELLA


«Inciampare in una stella», 

l’augurio per il nuovo anno

 di padre Ermes Ronchi

"Maria legge il passaggio al nuovo anno alla luce della fede e ci invita ad accorgerci che «c'è dell'oro in questo tempo strano".

 di Lauro Paoletto

«Inciampare in una stella, come i re magi e poi smarrirsi nel pulviscolo magico del deserto». È l’augurio di padre Ermes Ronchi per questo nuovo anno appena iniziato. Incontriamo il frate dell’Ordine dei Servi di Santa Maria al convento di S. Maria del Cengio a Isola Vicentina per farci aiutare a scrutare l’anno che sta iniziando e lui, richiamando un verso di fra Davide Montagna ci rimanda alla stella che «può essere una persona, un libro, una poesia, un amore, gli occhi di un bambino. Una stella per avere tanta luce quanto ne basta al primo passo. E ce ne sono tante stelle in giro. Camminiamo su gioielli – ci dice – senza accorgercene. E poi la luce si rinnova a ogni passo perché non siamo soli. Con noi c’è Dio».

Ma partiamo da questo incredibile Ventiventi. Padre Ermes ci dia tre immagini che, per lei, sintetizzano l’anno che si è appena concluso.

«Papa Francesco da solo in piazza San Pietro venerdì 27 marzo, in quella piazza deserta, sotto la pioggia, che va via a tu per tu con il crocifisso per pregare per il mondo. Era solo, ma c’eravamo tutti. A me è sembrato quello, in un certo senso, un punto zero della Storia.

La seconda è la bellezza degli occhi delle persone dietro le mascherine. Ci si può riconoscere con gli occhi, ci si può parlare con gli occhi, ci si può abbracciare con gli occhi. L’ultima è da dire sottovoce pensando a chi ha molto sofferto. La dico con un verso di una poesia di Mariangela Gualtieri: “C’è dell’oro in questo tempo strano”. E allora a me piace andare alla ricerca di qualche pepita».

Ci confida qualcuna delle pepite che ha trovato?

«Prima di tutto il linguaggio della cura. Noi siamo ciò di cui ci prendiamo cura.

Poi il non implodere dentro alle cose. Rischiamo di implodere per l’accumulo di cose e invece, come ci dice il profeta Isaia, dobbiamo alzare il capo e guardare. È questo un tempo che ha delle crepe, ma è attraverso le crepe che entra la luce. Attraverso le crepe ci parla di luce questo tempo desolante e desolato».

A livello comunitario questi dodici mesi che cosa ci dicono?

«Ci dicono che la salute dei più forti dipende dalla salute dei più deboli, cioè dalla cura dell’anello debole. È un rovesciamento paradossale. Abbiamo riscoperto la vita partendo dalla fragilità, non dall’esaltazione del vivere per il vivere e basta, ma dalla riscoperta di cosa è vita e di cosa non lo è. Questa attenzione me la rivelano soprattutto i più deboli. Proteggendo l’anello debole proteggiamo tutti. Questo è un grande insegnamento.

Secondo lei lo abbiamo capito?

«Io credo di sì. Nessuno si salva da solo. Nessuno è forte da solo. Noi siamo più forti se proteggiamo i deboli. Questo vuol dire rimettere la persona al centro, qualsiasi persona».

Lei ha avuto paura del questo virus?

«No. Non ho avuto paura. Ho cercato di tradurre la paura, che comunque fa capolino, in prudenza e in cura. Abbiamo sentito la vita assediata dal virus, assediata ma non espugnata. Non ho paura per il covid. Ho paura per ciò che ha causato questa pandemia. Questo sì mi fa paura: l’aggressione dell’uomo all’ecosistema. Tutti i virus sono di origine animale. Noi abbiamo bruciato la casa degli animali, l’abbiamo avvelenata. Quella è l’autostrada attraverso la quale i virus arrivano fino a noi. Mi fa paura questo atteggiamento suicidario dell’uomo che persevera ad aggredire la terra. Mi sembra che possiamo fare un comandamento che non c’è: “Ama la terra, come ami te stesso. Amala come l’ama Dio».

La pandemia come ci ha cambiati?

«Penso che non è un virus che cambia il cuore delle persone. Il covid può venire e andarsene senza che questo davvero ci cambi. I veri cambiamenti non sono indotti da un fattore esterno. I veri cambiamenti sono quelli che escono dall’anima. Neanche la paura ci cambia. La paura paralizza, non libera dal male che c’è in noi. La vita non avanza per divieti o Dpcm. Solo una passione positiva, la cura, un desiderio fanno avanzare la vita. La vita avanza per innamoramenti. Affrettiamoci ad amare. Le persone se ne vanno così in fretta. Non perdiamo tempo».

Tutto questo porterà a dei cambiamenti strutturali?

«Io penso di sì. Immaginare di chiudersi nella propria regione, nella propria provincia, nel proprio comune, nella propria camera per trovare la salvezza in queste situazioni in cui il mondo è sottosopra e brucia è come essere in una nave che affonda e ti chiudi nella tua cabina pensando di salvarti. Ma se la nave affonda, vai sotto anche tu. Siamo tutti sulla stessa barca. Questa percezione c’è, come sentimento strutturale. E infatti non si è mai visto tanto denaro promesso come per questo Recovery plan. C’è una strutturale crescita della corresponsabilità. Per questo sono fiducioso. Questa è una delle cose che segnerà il futuro. Quanto è accaduto porterà alla percezione che tutto si tiene, tutto è correlato. Non possiamo vivere sani in un mondo malato. Questa è una percezione diffusa e determinante per il futuro. Noi che ci credevamo i signori del creato abbiamo scoperto che dobbiamo stringere i fili dell’empatia e della solidarietà»

La Chiesa in questo che ruolo può avere?

«Questo tempo è l’occasione per fare un balzo indietro di duemila anni e riscoprire la domus ecclesiae, cioè la Chiesa nella casa. Fare un gesto religioso insieme, attorno alla tavola che è il primo altare. Il cristianesimo comincia nella casa non nella chiesa. Bisogna riscoprire questo».

Perché le parrocchie non danno questo input preciso?

«Lo Spirito Santo non ti spinge ad andare in chiesa, ma a diventare Chiesa. Gli ebrei hanno salvato la loro religione con la liturgia domestica».

Su cosa deve puntare la Chiesa?

«I tre vettori per il futuro della chiesa sono la Parola di Dio e la carità. Il terzo vettore che io vedo è la contemplazione, cioè la capacità di fermarsi, di inginocchiarsi davanti alle cose, di scoprire la bellezza delle cose, di stare a tu per tu con Dio. Il cristiano del futuro o sarà un mistico o non sarà. O sarà un uomo che spezza il pane o non sarà».

E ciascuno di noi come deve affrontare il futuro prossimo?

 «”Affrettiamoci ad amare” direbbe il poeta polacco Jan Twardowski».


da LA VOCE DEI BERICI



giovedì 31 dicembre 2020

ANNO NUOVO. BUON CAMMINO

 

                   "La strada vi venga sempre dinanzi

e il vento vi soffi alle spalle

e la rugiada bagni sempre l'erba

cui cui poggiate i passi.

E il sorriso brilli sempre

sul vostro volto.

E il pianto che spunta

sui vostri occhi

sia solo pianto di felicità.

E qualora dovesse trattarsi

di lacrime di amarezza e di dolore,

ci sia sempre qualcuno

pronto ad asciugarvele.

Il sole entri a brillare

prepotentemente nella vostra casa,

a portare tanta luce,

tanta speranza e tanto calore."

 

+ don Tonino Bello

lunedì 31 dicembre 2018

ANNO NUOVO - VITA NUOVA

Il buon

 proposito? 

Amore e coraggio

di Alberto Caprotti*
Non c’è momento più inevitabile di fine dicembre per chiedersi che cosa si possa fare il prossimo anno per sentirsi migliori. O forse anche per sentirsi e basta.
Magari imparare a chiedere scusa, desiderare meno, vivere di più, farsi meno domande, dare meno risposte, osare il giusto... Ci ho pensato a lungo ma, per quanto mi riguarda, la lista dei buoni propositi per il 2019 è più corta della lista dei buoni propositi che non sono riuscito a realizzare negli ultimi dieci anni.
Eppure, siamo affamati, direbbe Steve Jobs. Affamati di cose scintillanti, di storie di successo, di esempi che indichino una direzione di marcia. Un senso, prima ancora che un dissenso.
E allora non è difficile sognare di imparare a ballare un tango, o di vedere da vicino l’aurora boreale. Oppure, fare i fenomeni, puntare più in alto e progettare di riuscire a ballare un tango mentre sorge l’aurora boreale.
Però si possono immaginare grandi cose anche a chilometro zero. Per esempio smettere di lamentarsi, leggere un libro in più, afferrare il tempo, regalare un sorriso a chi non se lo aspetta, evitare di pretendere sempre dagli altri la risoluzione dei propri problemi. Diventare adulti, insomma, profondi ma leggeri. Il problema è che il sacco dei buoni propositi non è come quello di Babbo Natale: si rompe quasi sempre. Come l’illusione di cambiare, primo, gigantesco e universale obiettivo che quasi tutti si pongono. Ma cambiare come? Provarci per il solo gusto di farlo è da isterici. Rinunciare a provarci è da vigliacchi. In amore, sul lavoro, in tutto: cambiare è rompere gli schemi. Fa paura, spiazza gli altri, ma prima ancora destabilizza noi stessi, se la motivazione è sottile. Allora per rispondere alla domanda, per sapere cosa augurarsi dal nuovo anno, il rischio è quello di affidarsi alla retorica. E pensare che dovremmo puntare ad avere una nuova anima, una nuova spina dorsale, nuove orecchie e occhi nuovi. E vivere in rimonta perché c’è sempre un secondo tempo da giocare.
Troppo facile però, scontato, zuccheroso. Servirebbe altro, di più.
Quando chiesero a Wayne Gretzky, il miglior giocatore di hockey su ghiaccio di tutti i tempi, quale fosse il segreto del suo successo, lui rispose: «Pattino sempre verso il punto dove penso che finirà il dischetto, non verso quello in cui si trova in quel momento...». Ecco, il dischetto che si muove sono i nostri desideri. Meglio inseguirli allora, guardare avanti, regalarsi un po’ di ottimismo, imparare dagli innamorati: gli unici che osano ancora coniugare i verbi al futuro. Innamorarsi di qualcuno, di qualcosa, anche solo di un’idea, qualunque essa sia: questo probabilmente può bastare per dare un senso ai prossimi dodici mesi. Perché la vita è più semplice quando la si affronta con la logica di una passione: i cinici non sanno più neanche come si faccia ma molti, per quanto piegati da un anno difficile, concorderanno che la riscossa non può che partire da lì.
Se però devo scegliere una cosa sola, un solo desiderio da estrarre dalla lampada, prendendo in prestito un pensiero che ho letto da qualche parte, al nuovo anno alla fine vorrei chiedere di regalarmi il coraggio.
Il coraggio di fare ogni giorno almeno una cosa di cui ho paura. Perché la paura è ombra, uccide la mente, fa tornare indietro. Mentre il modo migliore per venirne fuori, quasi sempre è buttarsi dentro.
* www.Avvenire.it
BUONA STRADA A TUTTE E TUTTI!
SAPIENZA E SAGGEZZA CI ORIENTINO ED ACCOMPAGNINO VERSO IL FUTURO.
IL SIGNORE BENEDICA E SOSTENGA IL NOSTRO CAMMINO PERSONALE E COMUNITARIO!

TRA UN ANNO E L'ALTRO: GRAZIE e AUGURI!

Signore,
alla fine di questo anno voglio ringraziarti
per tutto quello che ho ricevuto da te,
grazie per la vita e l’amore,
per i fiori, l’aria e il sole,

per l’allegria e il dolore,
per quello che è stato possibile
e per quello che non ha potuto esserlo.
Ti regalo quanto ho fatto quest’anno:
il lavoro che ho potuto compiere,
le cose che sono passate per le mie mani
e quello che con queste ho potuto costruire.
Ti offro le persone che ho sempre amato,
le nuove amicizie, quelle a me più vicine,
quelle che sono più lontane,
quelle che se ne sono andate,
quelle che mi hanno chiesto una mano
e quelle che ho potuto aiutare,
quelle con cui ho condiviso la vita,
il lavoro, il dolore e l’allegria.
Oggi, Signore, voglio anche chiedere perdono
per il tempo sprecato, per i soldi spesi male,
per le parole inutili e per l’amore disprezzato;
perdono per le opere vuote,
per il lavoro mal fatto,
per il vivere senza entusiasmo
e per la preghiera sempre rimandata,
per tutte le mie dimenticanze e i miei silenzi.
Semplicemente … ti chiedo perdono.
Signore Dio, Signore del tempo e dell’eternità,
tuo è l’ oggi e il domani, il passato e il futuro, 
e, all'inizio di un nuovo anno,
io fermo la mia vita davanti al calendario 
ancora da inaugurare
e ti offro quei giorni che solo tu sai se arriverò a vivere.
Aiutami a viverli degnamente e pienamente.

Anonimo (giovane contadino sudamericano)
.

sabato 30 dicembre 2017

UN ANNO NUOVO .... MEMORIA E SPERANZA

L’anno che viene non è un tuffo nel buio.
 È la memoria il vero motore di speranza

«Ogni fine anno ci affacciamo all’inizio di quello nuovo, con una strana speranza, con tanti piccoli e grandi propositi». Abbiamo scritta dentro una tensione, un’attesa istintiva di vita. E Benedetto XVI invitava ad «avere memoria della bontà di Dio»

Mi ha sempre meravigliato, nella notte di Capodanno, il vedere come anche nei luoghi e nelle case dei più poveri e sfortunati si festeggi: quanto si attenda con ansia lo scoccare dell’anno nuovo, e come in un gran rito collettivo si marchi questo passaggio con brindisi, e fuochi d’artificio, e tappi di bottiglie che saltano con un botto, lasciando andare generoso lo spumante. Ho sempre osservato queste feste, cui pure partecipavo, con una tacita domanda che è in fondo la stessa posta dalla lettrice: sapendo cosa riserva la realtà, come si fa, ogni anno, a sperare ancora?
Indubbiamente, mi sono detta crescendo, abita gli uomini una tenace testarda speranza. Abbiamo scritta dentro una tensione, un’attesa istintiva di vita; e per quanto provati o messi alle corde, risorge sempre la speranza che i giorni a venire siano migliori. È una speranza che può virare anche sull'irrazionale, e che qualcuno, e anzi molti, alimentano leggendo oroscopi, che scrutino nel futuro e annuncino abbondanza.
Allora quell'istinto naturale di vita può cadere nell'illusione, nell'autoinganno.
Ma come si fa invece, davanti al calendario nuovo e immacolato, a nutrire una speranza che sia cristiana e realistica? Anni fa, nell'ottobre 2011, Benedetto XVI in un’Udienza parlò del rapporto tra memoria e speranza. Misi da parte quel testo. Benedetto partiva dal Salmo 136, il Grande Hallel, quello che viene cantato al termine della Pasqua ebraica ed è un inno di lode e grazie a Dio per ciò che ha fatto per Israele. La struttura fondante del Salmo, spiegava il Papa, è che «Israele si ricorda della bontà del Signore. In questa storia ci sono tante valli oscure, ci sono tanti passaggi di difficoltà e di morte, ma Israele si ricorda che Dio era buono e può sopravvivere in questa valle oscura, in questa valle della morte, perché si ricorda. Ha la memoria della bontà del Signore, della sua potenza; la sua misericordia vale in eterno».
E questo, aggiungeva Benedetto, è importante anche per noi: avere memoria della bontà di Dio: «La memoria diventa forza della speranza. La memoria ci dice: Dio c’è, Dio è buono, eterna è la sua misericordia. E così la memoria apre, anche nell’oscurità di un giorno, di un tempo, la strada verso il futuro: è luce e stella che ci guida». Imparare dunque a fare memoria di tutto il bene che ci è stato dato nella nostra vita: madre e padre, famiglia, amici, insegnanti, lavoro, malattie e guarigioni, sconfitte e rinascite, e via via tutti i volti e le circostanze che ci hanno accompagnato, anche nel dolore. Ripercorrendo la nostra storia possiamo ricostruire la trama sottesa di un disegno che ci ha condotto. Riconoscendo quel percorso come in filigrana comprendiamo che possiamo fidarci, e affidarci. Che l’anno che viene, sconosciuto, non è un tuffo nel buio, ma l’andare verso il compimento di noi. Così la memoria diventa realmente motore di speranza. Autentica, però, e fortemente radicata: non attesa superstiziosa che si culla nel frastuono dei fuochi d’artificio. Quei botti della mezzanotte, che mi hanno sempre fatto pensare a bambini che fanno rumore, perché hanno paura del buio.
Marina Corradi