Luigina
Mortari, docente di Pedagogia Generale e Sociale presso l’Università degli
Studi di Verona, già presidente dell’INDIRE, ha lanciato una riflessione
profonda durante il Meeting di Rimini, analizzando le radici dell’ansia
giovanile attraverso una lente filosofica che risale agli
insegnamenti di Platone e Socrate.
L’intervento
della studiosa ha messo in luce come la società contemporanea, caratterizzata
da un “alto livello di competitività“, stia chiedendo troppo ai giovani,
generando quel disagio che oggi osserviamo con crescente preoccupazione.
Il
paradosso della dismisura: quando la realtà diventa insostenibile
Mortari
ha illustrato il concetto centrale della sua analisi partendo da un episodio
emblematico: una bambina di quattro anni che, di fronte a un semplice compito
di ritaglio nella scuola dell’infanzia, si è bloccata e ha iniziato a tremare,
confessando “ho paura di sbagliare, non voglio sbagliare perché poi lo sanno la
mia mamma e il mio papà“. Il caso rappresenta, secondo la docente, la
manifestazione precoce di una società che ha perso il senso della misura
naturale delle cose.
La
filosofa ha richiamato il concetto antico di “catafusing” – agire secondo
natura – spiegando come gli antichi greci avessero individuato nel “giusto
metro” delle azioni umane la chiave del benessere. “L’animo umano spesso non sa
sopportare troppa realtà“, ha sottolineato Mortari, citando i poeti antichi e
evidenziando come questa “troppa realtà” non sia quella autentica, ma quella
“smisurata, che manca di misura“. Il problema, dunque, non risiede nelle
richieste legittime che la vita pone, ma in quelle eccessive che superano i
limiti naturali dell’essere umano.
La
trasformazione della scuola: da “skolé” a macchina dell’istruzione
L’analisi
più incisiva della professoressa Mortari ha riguardato la trasformazione del
sistema scolastico. Richiamando l’etimologia della parola “scuola” – che deriva
dal greco “skolé” e significava “tempo libero” – la docente ha evidenziato come
l’istituzione educativa sia diventata un luogo di “istruzione” piuttosto che di
“coltivazione dell’anima“.
“Instruo
vuol dire portare dentro“, ha spiegato Mortari, “e se pensiamo a cosa succede
spesso nei contesti formativi, si portano dentro conoscenze e conoscenze nella
mente dell’altro e non si lascia all’altro il tempo di respirare, il tempo di
coltivarsi”. La scuola contemporanea, secondo questa visione, ha tradito la sua
funzione originaria di luogo di crescita integrale della persona,
trasformandosi in una struttura che sottopone continuamente gli studenti a
valutazioni e misurazioni.
La
critica si estende alle prove Invalsi e al sistema di valutazione costante:
“Pensiamo nelle scuole quanta valutazione c’è, ma quanto stress viene
sopportato dai nostri ragazzini quando sono sottoposti a così tanta
valutazione?”. Per Mortari, questa pressione valutativa continua impedisce quel
tempo libero dell’anima che è necessario per una crescita autentica e
armoniosa.
La
speranza come antidoto: dai legami nasce il bene
Nonostante
la diagnosi severa, Mortari ha indicato anche la via d’uscita, richiamando
l’insegnamento platonico secondo cui “il bene c’è laddove ci sono dei legami“.
La professoressa ha sottolineato l’importanza dell’amicizia come forma più alta
di relazione umana, quella in cui “si vuole il bene dell’altro senza chiedere
nulla per sé” e dove si ha “la capacità di dire all’altro la verità e sostenere
la verità”.
L’educazione
autentica, secondo Mortari, deve recuperare quella “paideia” che i greci
intendevano come “coltivazione dell’anima”, un processo che richiede tempo,
rispetto dei ritmi naturali e soprattutto la costruzione di legami autentici.
Solo in questo contesto relazionale, caratterizzato dalla ricerca della verità
e dal desiderio del bene, è possibile offrire ai giovani quegli strumenti
interiori necessari per affrontare le sfide della vita senza essere sopraffatti
dall’ansia e dalla paura del fallimento.
La
proposta di Mortari rappresenta un invito a ripensare profondamente il nostro
approccio educativo, partendo dalla consapevolezza che la fragilità è
costitutiva dell’essere umano e che solo attraverso legami autentici e
un’educazione che rispetti i tempi dell’anima è possibile costruire una società
più equilibrata e meno ansiogena per le nuove generazioni.
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