non significa riempire
ma liberare.
«La scuola come atto di speranza radicale»
Oggi la stessa idea di
educazione è depotenziata da principi che rispondono a logiche di mercato
-di MATTEO MARIA ZUPPI
C’è una parola che è la
chiave di lettura di queste pagine e di tutta la vita dell’autore, sulla quale
sostare prima ancora di cominciare a leggere. È la parola “educare”, dal latino
educere, tirare fuori. Non riempire, dunque, ma liberare. Non depositare
nozioni in un contenitore vuoto, ma accompagnare qualcuno a diventare quello
che già, in qualche modo, è chiamato a essere. Marco Rossi-Doria lo sa bene: lo
ha vissuto con i piedi, con le mani, con il cuore e con la mente negli anni
passati a essere, più che a fare, l’educatore nelle scuole delle periferie di
Napoli, nelle aule dove lo Stato arriva tardi e spesso con le mani vuote di
soluzioni e con troppi proclami. Lo dimostra con la chiarezza di chi ha visto
le cose da vicino, senza le protezioni del distacco accademico.
È il motivo che mi ha spinto a scrivere, vere queste considerazioni, nutrite da un’amicizia con l’autore che dura dal liceo classico “Virgilio”, a Roma, in anni segnati dalla passione per una scuola diversa.
Il tema ci tocca tutti da vicino, perché
significa che la scuola deve svolgere, pienamente e per tutti, questo suo
ruolo, in alleanza con quanti compongono il sistema educativo. Ma soprattutto
perché credo che oggi, in Italia, parlare di scuola e di educazione non sia un
esercizio tecnico o pedagogico. È un atto politico nel senso più alto del
termine, nel senso della polis, della città in cui si vive insieme,
della comunità che si costruisce o si lascia sgretolare.
Viviamo un tempo strano.
Un tempo in cui la parola “merito” è al centro dell’istruzione ma resiste il
fallimento formativo, evidente contraddizione perché il “merito” deve essere
per tutti e la scuola deve garantirlo. Un tempo in cui si discute molto di programmi,
di vo- di riforme scolastiche, e pochissimo di quella cosa essenziale che è il
rapporto umano tra un adulto e un bambino, tra un insegnante e un ragazzo che
magari a casa non ha nessuno che gli legge un libro o che gli chiede com’è
andata a scuola. Un tempo in cui l’irrompere dell’intelligenza artificiale
rischia di fare regredire quella naturale, di cambiare le relazioni e
l’apprendimento.
Don Lorenzo Milani lo
scriveva in modo lapidario, con quella sua intransigenza profetica: «Non c’è
nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali». E noi,
sessant’anni dopo, ci troviamo ancora lì, con quasi un quarto dei minori
italiani in esclusione sociale, con un divario Nord-Sud che si allarga invece
di restringersi, con generazioni intere che crescono senza aver mai incontrato
un adulto che credesse davvero in loro.
Rossi-Doria chiama questo
«fallimento formativo di massa». È un’espressione dura, quasi spietata, ma
onesta. Perché quando un bambino esce dalla scuola senza saper leggere davvero,
senza riuscire a capire un testo, senza gli strumenti minimi per orientarsi nel
mondo, non è un fallimento suo. È il fallimento di tutti noi. È la spia di un
sistema che ha smesso di credere in ciò che fa, che ha lasciato che la scuola
diventasse un luogo burocratico dove si registrano presenze e si compilano
documenti, invece di essere, come dovrebbe, il luogo in cui si incontra la
vita.
Penso spesso a una pagina
di Georges Bernanos, il quale in una delle sue prose più intense scriveva che
il mondo sarà salvato solo da coloro che sanno sperare. Non da chi organizza,
non da chi pianifica, non da chi gestisce le emergenze, ma da chi sa ancora
sperare. La scuola, la vera scuola, è un atto di speranza radicale. Dire a un
bambino «siediti qui, impara, questo serve per te» è affermare che il futuro
esiste, che vale la pena costruirlo, che il presente non è l’ultima parola su
nessuno.
Eppure questa speranza è
sotto pressione. Rossi-Doria descrive con precisione il paesaggio cambiato: un
mondo saturo di stimoli digitali che competono con l’attenzione dei ragazzi,
famiglie spesso sole e fragili, insegnanti pagati meno che in quasi tutti i
Paesi europei e lasciati senza il sostegno e la formazione continua che il loro
lavoro esigerebbe, politiche educative che cambiano a ogni legislatura senza
mai davvero incidere sulle strutture profonde.
La scuola italiana è come
una casa a cui tutti riconoscono importanza ma che nessuno vuole davvero
ristrutturare: si preferisce parlarne, dibatterla, riformarla sulla carta.
Ma c’è qualcosa di ancora
più sottile, e più preoccupante. Non è solo la scuola a essere depotenziata. È
l’idea stessa di educazione. In un’epoca che esalta la velocità, l’utilità
immediata, il risultato misurabile, l’educazione, che è per definizione lenta,
imponderabile, orientata al lungo periodo, sembra fuori tempo.
I bambini si educano, si
dice, ma poi si “valorizzano” le competenze, si “ottimizzano” i percorsi
formativi, si “performano” gli apprendimenti.
linguaggio tradisce la
visione: la persona è diventata una risorsa da formare per il mercato, non un
essere umano da accompagnare verso la pienezza di sé.
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