i nostri limiti e vi restiamo impantanati.
Ma c’è una buona notizia:
insieme al Signore possiamo
resistere.
di Mariapia Veladiano *
Ci
sono dei punti ciechi nella nostra vita. La Bibbia lo ha scritto tante volte. Davide, che pure è un grande re, non vede il suo peccato.
Ha circuito Betsabea, ha fatto morire suo marito Uria eppure si indigna,
sinceramente a quanto possiamo leggere, quando il profeta Natan gli pone il caso di un uomo che si comporta come
lui. Davide non vede se stesso. Proprio non si vede. In Matteo 7, Gesù mette in guardia dall’ipocrisia di chi
osserva la pagliuzza nell’occhio di chi ha davanti e non vede la trave che
oscura la sua vista. E ancora più drammatico è Giovanni 8, nel quale viene narrato l’episodio dell’adultera, dove questa cecità (collettiva, di un gruppo
socialmente accreditato) sta portando alla morte di una donna. Cecità
che uccide. E solo il brusco rovesciamento dello sguardo (un selfie dell’anima,
potremmo dire) che Gesù regala con semplicità disarmante a scribi e farisei riesce a ripristinare la verità e a
salvare la vita. E permette a tutti, da allora fino a noi oggi, di capire
l’enormità che si sta commettendo.
A volte ci sembra di
vedere bene il mondo, ma invece non è così, crediamo di vederlo ma abbiamo la
trave davanti. La paura? Il pregiudizio? Il buon nome? Quello che pensiamo
essere il bene della Chiesa? Serve un percorso intimo, una volontà di sé, un
voler davvero capire. Non c’è niente di più difficile del mettersi in
discussione, soprattutto quando si è adulti. I ragazzi invece ci riescono. Chi
ha abitato a lungo le aule ha visto quanto sia possibile cambiare, da giovani.
Ragazzi e ragazze che arrivano già sfiduciati e disillusi riprendono fiducia in
se stessi e si espandono, diventano curiosi del mondo e si spendono per cause
che nemmeno «vedevano» prima. Ragazzi e ragazze che cambiano
completamente il proprio pensiero rispetto ai ruoli famigliari e sociali. Un
ragazzo di quarta liceo artistico, tornato da uno scambio culturale di
quindici giorni in un Paese del Nord Europa, che in classe dice: «Nella
famiglia che mi ospitava, padre madre e due bambini piccoli, la madre aveva un
lavoro che la teneva fuori anche per qualche giorno, lui faceva tutto come una
cosa nomale, cucinava, giocava con i bambini, li portava al nido, li faceva
addormentare. Io ho capito che voglio essere così». Questo ragazzo si è visto
nello specchio dell’altro, è cambiato. Forse aveva dei pregiudizi o forse no,
forse semplicemente non aveva mai messo a fuoco il tema dei ruoli e avrebbe
riprodotto in assoluta buona fede quello (unico) che conosceva. Ma ha scoperto
una realtà nuova e questo lo ha trasformato profondamente. L’altro ci espande
lo sguardo. Incontro folgorante.
Il nostro spirito è conteso tra un trascorrere dei giorni rassicurante e conosciuto e invece un originario (cioè che è dentro di noi, nel punto più profondo del nostro essere persone) desiderio di un nuovo che ci orienti, sempre, ogni giorno, verso la vertiginosa possibilità di amare senza limiti.
La nostra zona cieca non è (solo) rispetto al nostro universo morale ma è anche nei confronti di quel che ci circonda. Lo sguardo di un Dio che ci ama, tutti, che vede sempre il bene di noi e dell’altro, è per noi cristiani la buona notizia attraverso la quale guardare noi stessi e il mondo. A volte non sappiamo davvero che cosa fare, e allora scatta la nostra zona cieca. Rassicurante, come un recinto chiuso dentro il quale poter circoscrivere il bene e il male.
La
buona notizia è che tutti i recinti sono stati aperti e che al male possiamo,
insieme al Signore, resistere.
*Mariapia Veladiano,
scrittrice, laureata in filosofia e teologia, ha lavorato per più di trent’anni nella scuola,
come insegnante e poi come preside. Collabora con la Repubblica e con la rivista Il Regno.
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