COME RIFLESSO
DI UNA SOCIETÀ
SENZA LIMITI
NÉ DIREZIONE
Il malessere delle nuove generazioni,
la scuola e la crisi del senso condiviso
-di ANGELO PALMIERI*
Ci sono stagioni in cui
il disagio giovanile non può più essere letto come la semplice somma di
fragilità individuali. Diventa il luogo rivelatore in cui una società mostra le
proprie incrinature: la fatica a trasmettere senso, l’incapacità di nominare il
limite, la perdita di autorevolezza delle istituzioni chiamate a orientare la
crescita. Non basta evocare la sofferenza o denunciare un mondo accelerato e
digitale. Occorre riconoscere che siamo dentro una crisi del nomos, cioè di
quell’ordine simbolico che rende il mondo leggibile, abitabile e condivisibile.
Quando il nomos si
incrina, non viene meno soltanto la norma: si indebolisce la trama di sensi che
consente ai soggetti di collocare le proprie esperienze dentro una cornice
interpretabile. Il dolore, l’insuccesso, la vergogna e la stanchezza cessano di
essere passaggi attraversabili e diventano voragini private. Non si sa più dove
portare il proprio dolore, in quale linguaggio tradurlo, a quale comunità
consegnarlo. Il disagio contemporaneo nasce così non solo da un eccesso di
pressione, ma da una carenza di mediazione simbolica. I giovani vivono immersi
in un universo saturo di richieste e di attese performative, ma povero di
dispositivi capaci di dare forma all’errore e di contenere l’inciampo senza
trasformarlo in condanna identitaria.
La modernità ha promesso
emancipazione dai vincoli tradizionali; oggi ne vediamo anche il rovescio. La
liberazione da molte appartenenze e autorità non ha prodotto necessariamente
soggetti più forti, ma spesso individui più esposti, più soli, obbligati a
reggersi da sé. La promessa di autonomia si è trasformata in una silenziosa
imposizione all’autocostruzione continua. Si deve riuscire, apparire
all’altezza, non deludere. Ma tutto questo accade in una cornice nella quale lo
scacco viene poco elaborato socialmente e molto interiorizzato come colpa
personale.
Ipersollecitazione
La lezione di Durkheim
resta attuale: il gesto più individuale parla sempre del rapporto tra il
soggetto e il suo mondo, del grado di integrazione e di regolazione che una
società riesce ancora a garantire. Oggi non viviamo in un’epoca senza regole,
ma in una stagione in cui le regole sopravvivono come imperativi esterni,
mentre si indebolisce la loro capacità di dare direzione. Il risultato è
paradossale: giovani ipersollecitati ma disorientati, continuamente esposti
alla valutazione e, insieme, privi di ancoraggi simbolici.
In questo quadro la
scuola occupa un posto decisivo. Non perché sia la causa unica del malessere
giovanile, ma perché resta uno dei principali luoghi in cui una società
organizza la trasmissione culturale, l’esperienza dell’autorità, la relazione
con il sapere e la costruzione dell’appartenenza. Il problema non è che la
scuola chieda disciplina: ogni processo formativo autentico domanda esercizio e
confronto con il limite. Il punto è che il sistema educativo italiano continua
spesso a chiedere questo investimento attraverso un impianto ancorato a modelli
di trent’anni fa, mentre intorno ad esso è mutato quasi tutto.
Sono cambiati i processi
cognitivi, i tempi dell’attenzione, il rapporto con l’autorità, la struttura
delle famiglie e le modalità di socializzazione. Eppure, la scuola continua
spesso a funzionare secondo una logica trasmissiva e valutativa che classifica
più di quanto accompagni. Presuppone un allievo novecentesco, mentre ha davanti
soggetti ipermoderni, frammentati, accelerati. Da qui nasce una parte rilevante
della stanchezza scolastica: non pigrizia, ma il divario tra la forma
dell’istituzione e la forma delle soggettività che la abitano. Lo studio
rischia così di apparire come una fatica opaca, disancorata da un orizzonte di
senso; l’apprendimento si riduce a prestazione, la valutazione a verdetto,
l’errore a umiliazione.
Ripensare la scuola
Per questo la scuola non
può essere né difesa in modo rituale né demolita in nome dell’innovazione
permanente. Va ripensata. Per essere all’altezza del presente, il sistema
dell’istruzione dovrebbe restare esigente sul piano culturale ed essere,
insieme, capace di rivedere le proprie forme. La vera questione non è
semplificarlo fino a svuotarlo, ma renderlo di nuovo leggibile. A rendere più
complesso il quadro vi è poi la trasformazione delle famiglie e del mondo
adulto. Non di rado i giovani crescono in contesti affettivamente intensi ma
normativamente deboli. Vengono protetti sul piano emotivo, ma meno educati al
confronto con il limite e con la frustrazione. Il problema, allora, non è solo
l’ascolto. Chiama in causa la tenuta autorevole.
Anche il gruppo dei pari,
decisivo nella costruzione dell’identità, oggi appare più fragile. La
connessione continua non coincide con una maggiore profondità relazionale.
Moltiplica i contatti, ma impoverisce i luoghi in cui la fragilità può essere
nominata. E quando una società non offre linguaggi condivisi per dire: “non ce
la faccio”, il fallimento diventa clandestino.
Ecco perché parlare di
disagio giovanile significa parlare di riforma culturale della scuola e, più in
generale, di ricostruzione delle mediazioni sociali. Non siamo davanti a
giovani semplicemente più fragili di quelli di ieri. Siamo davanti a un ecosistema
sociale che ha perso parte della propria capacità di direzione e che lascia
troppo spesso i soggetti soli dinanzi alle proprie soglie. La domanda, allora,
non è soltanto come aiutarli, ma come ricostruire un ordine simbolico e
istituzionale capace di renderli meno soli nel duro apprendistato del
diventare sé stessi.
*Sociologo e saggista
Nessun commento:
Posta un commento