mercoledì 29 aprile 2026

SENZA LIMITI NE' DIREZIONE

 IL DISAGIO DEI GIOVANI 

COME RIFLESSO 

DI UNA SOCIETÀ

 SENZA LIMITI 

NÉ DIREZIONE


Il malessere delle nuove generazioni,

 la scuola e la crisi del senso condiviso

-di ANGELO PALMIERI*

Ci sono stagioni in cui il disagio giovanile non può più essere letto come la semplice somma di fragilità individuali. Diventa il luogo rivelatore in cui una società mostra le proprie incrinature: la fatica a trasmettere senso, l’incapacità di nominare il limite, la perdita di autorevolezza delle istituzioni chiamate a orientare la crescita. Non basta evocare la sofferenza o denunciare un mondo accelerato e digitale. Occorre riconoscere che siamo dentro una crisi del nomos, cioè di quell’ordine simbolico che rende il mondo leggibile, abitabile e condivisibile.

Quando il nomos si incrina, non viene meno soltanto la norma: si indebolisce la trama di sensi che consente ai soggetti di collocare le proprie esperienze dentro una cornice interpretabile. Il dolore, l’insuccesso, la vergogna e la stanchezza cessano di essere passaggi attraversabili e diventano voragini private. Non si sa più dove portare il proprio dolore, in quale linguaggio tradurlo, a quale comunità consegnarlo. Il disagio contemporaneo nasce così non solo da un eccesso di pressione, ma da una carenza di mediazione simbolica. I giovani vivono immersi in un universo saturo di richieste e di attese performative, ma povero di dispositivi capaci di dare forma all’errore e di contenere l’inciampo senza trasformarlo in condanna identitaria.

La modernità ha promesso emancipazione dai vincoli tradizionali; oggi ne vediamo anche il rovescio. La liberazione da molte appartenenze e autorità non ha prodotto necessariamente soggetti più forti, ma spesso individui più esposti, più soli, obbligati a reggersi da sé. La promessa di autonomia si è trasformata in una silenziosa imposizione all’autocostruzione continua. Si deve riuscire, apparire all’altezza, non deludere. Ma tutto questo accade in una cornice nella quale lo scacco viene poco elaborato socialmente e molto interiorizzato come colpa personale.

Ipersollecitazione

La lezione di Durkheim resta attuale: il gesto più individuale parla sempre del rapporto tra il soggetto e il suo mondo, del grado di integrazione e di regolazione che una società riesce ancora a garantire. Oggi non viviamo in un’epoca senza regole, ma in una stagione in cui le regole sopravvivono come imperativi esterni, mentre si indebolisce la loro capacità di dare direzione. Il risultato è paradossale: giovani ipersollecitati ma disorientati, continuamente esposti alla valutazione e, insieme, privi di ancoraggi simbolici.

In questo quadro la scuola occupa un posto decisivo. Non perché sia la causa unica del malessere giovanile, ma perché resta uno dei principali luoghi in cui una società organizza la trasmissione culturale, l’esperienza dell’autorità, la relazione con il sapere e la costruzione dell’appartenenza. Il problema non è che la scuola chieda disciplina: ogni processo formativo autentico domanda esercizio e confronto con il limite. Il punto è che il sistema educativo italiano continua spesso a chiedere questo investimento attraverso un impianto ancorato a modelli di trent’anni fa, mentre intorno ad esso è mutato quasi tutto.

Sono cambiati i processi cognitivi, i tempi dell’attenzione, il rapporto con l’autorità, la struttura delle famiglie e le modalità di socializzazione. Eppure, la scuola continua spesso a funzionare secondo una logica trasmissiva e valutativa che classifica più di quanto accompagni. Presuppone un allievo novecentesco, mentre ha davanti soggetti ipermoderni, frammentati, accelerati. Da qui nasce una parte rilevante della stanchezza scolastica: non pigrizia, ma il divario tra la forma dell’istituzione e la forma delle soggettività che la abitano. Lo studio rischia così di apparire come una fatica opaca, disancorata da un orizzonte di senso; l’apprendimento si riduce a prestazione, la valutazione a verdetto, l’errore a umiliazione.

Ripensare la scuola

Per questo la scuola non può essere né difesa in modo rituale né demolita in nome dell’innovazione permanente. Va ripensata. Per essere all’altezza del presente, il sistema dell’istruzione dovrebbe restare esigente sul piano culturale ed essere, insieme, capace di rivedere le proprie forme. La vera questione non è semplificarlo fino a svuotarlo, ma renderlo di nuovo leggibile. A rendere più complesso il quadro vi è poi la trasformazione delle famiglie e del mondo adulto. Non di rado i giovani crescono in contesti affettivamente intensi ma normativamente deboli. Vengono protetti sul piano emotivo, ma meno educati al confronto con il limite e con la frustrazione. Il problema, allora, non è solo l’ascolto. Chiama in causa la tenuta autorevole.

Anche il gruppo dei pari, decisivo nella costruzione dell’identità, oggi appare più fragile. La connessione continua non coincide con una maggiore profondità relazionale. Moltiplica i contatti, ma impoverisce i luoghi in cui la fragilità può essere nominata. E quando una società non offre linguaggi condivisi per dire: “non ce la faccio”, il fallimento diventa clandestino.

Ecco perché parlare di disagio giovanile significa parlare di riforma culturale della scuola e, più in generale, di ricostruzione delle mediazioni sociali. Non siamo davanti a giovani semplicemente più fragili di quelli di ieri. Siamo davanti a un ecosistema sociale che ha perso parte della propria capacità di direzione e che lascia troppo spesso i soggetti soli dinanzi alle proprie soglie. La domanda, allora, non è soltanto come aiutarli, ma come ricostruire un ordine simbolico e istituzionale capace di renderli meno soli nel duro apprendistato del diventare sé stessi.

*Sociologo e saggista

www.avvenire.it

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