giovedì 28 maggio 2020
mercoledì 27 maggio 2020
IN CAMMINO VERSO IL DOMANI. La pandemia e il futuro dell'educazione.
L'INSEGNAMENTO NEL TEMPO DELLA PANDEMIA
.... E DOPO?
L’Unione Mondiale
degli Insegnanti Cattolici (UMEC-WUCT) ha dato avvio a una serie di seminari
telematici su tematiche afferenti l’educazione nel tempo della pandemia e le
prospettive per il futuro. Ogni seminario coinvolge insegnanti (dalla scuola
materna all’università) di varie parti del mondo. Il dibattito viene introdotto
dal presidente dell’Unione, Bourdeaud’hui, e concluso dall’Assistente E. dell’Unione,
l’Arcivescovo Dollman. Valori, progettualità, scambio di esperienze caratterizzano ogni incontro.
di Giovanni Perrone*
Il
virus è arrivato come un improvviso terremoto che ha sconquassato il mondo
intero, mettendo in crisi le molteplici certezze sulle quali credevamo fondato
il nostro futuro. Esso ha evidenziato la nostra fragilità, provocando il
repentino crollo dei ponti e la frana delle autostrade sulle quali eravamo
abituati a correre coi nostri potenti mezzi e talora con la nostra sprezzante
arroganza ed autosufficienza.
Alcuni
hanno subito compreso la gravità della situazione, altri hanno fatto la
politica dello struzzo, altri si sono illusi e sono rimasti alla finestra … Eppure,
alcune avvisaglie c’erano state e diverse “profezie” erano state considerate folli
voci di Cassandre.
L’isolamento
al quale siamo stati costretti ci ha disorientato e messo in crisi, ci ha obbligati
a rinunciare ai molteplici impegni assunti, ad interrogarci per cercare vie
alternative, a mettere in atto risorse sconosciute. L’inimmaginabile è diventato
concretezza quotidiana. Abbiamo dovuto sperimentare nuovi modi di relazionarci
e di apprendere. Scuole, università, insegnanti, genitori sono stati obbligati
ad agire diversamente dal solito, e in ciò hanno mostrato un generoso impegno,
nonostante la quotidiana fatica dell’insegnamento a distanza. Anche gli alunni
hanno dovuto adattarsi ad insolite forme di segregazione e di apprendimento.
Ora
ci attende il domani. Non possiamo illuderci che si chiuda il sipario per
riaprirsi sul mondo che fu. Siamo tutti chiamati a guardare oltre l’orizzonte,
valorizzando ciò che abbiamo appreso e impegnandoci nel saper gestire il nuovo
che avanza.
Monsignor
Zani, nei giorni scorsi, ha evidenziato che “questa pandemia ha causato altre pandemie: la
pandemia sociale e la pandemia economica, ma soprattutto una pandemia di cui si
parla poco: cioè la pandemia educativa, che è molto grave. Come afferma Papa
Francesco, l'istruzione richiede mente, cuore e mani e attraverso l'istruzione
a distanza poniamo l'accento sulla mente, ma mancano il cuore e le mani”. Come fare interagire l’opportunità di valorizzare, nella
maniera più opportuna, l’istruzione a
distanza con la necessaria relazionalità “in presenza” che coinvolge anche il
cuore e le mani? Come riportare bambini, ragazzi e giovani al centro
dell’attenzione educativa?
L’istruzione a distanza ha favorito in gran parte le famiglie e i
ragazzi benestanti, ma sicuramente ha danneggiato i più svantaggiati e poveri, provocando
o accrescendo varie forme di emarginazione. Ci domandiamo: “Come permettere la
crescita di una società e di una scuola più inclusiva, ove ognuno trovi pieno
spazio per valorizzarsi ed essere valorizzato? Come superare (sia
nell’insegnamento in aula sia in quello a distanza) le varie forme di
svantaggio e di emarginazione? Come organizzare le scuole, le università, i
vari spazi interni ed esterni, i tempi per garantire a ciascuno sicurezza e
qualità di insegnamento e apprendimento?
Occorrerà saper coniugare l’insegnamento e la didattica a distanza
e in presenza con la pedagogia e la didattica di prossimità (P. Moliterni) e sviluppare creatività,
competenza e lungimiranza, uscendo fuori da schemi rigidi, sovranisti,
ripetitivi. La vita, infatti, è un’avventura, un cammino verso sempre nuovi
orizzonti e mete elevate, ricco di scoperte, incontri, rischi, conquiste e
sconfitte, incertezze, dialoghi e silenzi, fatica e riposo, meraviglia e
contemplazione. Il cammino di Gesù con gli apostoli ci è di esempio e di
incoraggiamento.
Nel quotidiano peregrinare occorre sapersi orientare e
riorientare, interrogarsi e interrogare, valutare e discernere, evitando sirene
e “pifferai magici”. Una buona vita è, infatti, quella vissuta “con gli altri e per gli altri, in
istituzioni buone” (P. Ricoeur). La pandemia ha messo in risalto l’attaccamento
degli uomini alla vita e ha risvegliato l’esistenza di uno slancio universale
verso la vita buona vissuta in società ben governate (E. Banywesize).
E’, infatti, un quotidiano
e prioritario impegno per la scuola promuovere la buona vita!
Quasi sempre le strutture scolastiche sono state luogo
privilegiato del “fare scuola” e le occasionali uscite dalla scuola sono state
vissute come momenti di evasione. Eppure i territori ove viviamo sono ricchi di
risorse stimolanti e di alto valore educativo. Perché non valorizzare, ad
esempio, i boschi, i musei, i monumenti, gli spazi cittadini ecc... come luoghi di apprendimento, di
relazionalità positiva e di crescita? Perché non trovare modalità efficaci per
esplorare il territorio più prossimo? Perché non incontrare i ragazzi all’aria
aperta, trovando responsabilmente le situazioni più opportune? ….. Nel mondo ci
sono molte buone esperienze in tal senso.
La formazione a distanza ci permette di interagire con colleghi di realtà molto lontane dalla nostra. E’ bello
incontrarsi, conoscersi, confrontarsi. In questi mesi le varie istituzioni
offrono molte buone occasioni di scambi via web. Perché non proseguire il
cammino, mettendo in rete università, scuole, insegnanti, alunni, genitori e
favorendo un proficuo dialogo?
L’UMEC-WUCT continuerà ad operare in questo senso. Ciò non vorrà
dire metter fine agli incontri internazionali, preziosa occasione di relazioni
e di maturazione, ma iniziare cammini
comuni che facciano interagire gli scambi a distanza con gli incontri “de
visu”.
Lo stesso per gli alunni, che avranno l’opportunità di confrontarsi
con coetanei di altre città, nazioni, realtà diverse, non solo per conoscersi,
ma per condividere esperienze e progetti. E così via.
Quando
torneremo a scuola dobbiamo valorizzare ciò che questi faticosi mesi di
isolamento fisico ci hanno insegnato. È stato, infatti, un periodo di
“distanziamento fisico” che però ci ha fatto riflettere sulla necessità di
uscire dalle nostre “tane”, dal nostro piccolo mondo - talora auto-referente –
per aprirci agli altri, superando meschine frontiere, stereotipi e pregiudizi. Responsabilità
e intraprendenza debbono sostituirsi a superficialità, paura e disorientamento.
Papa
Francesco ci ricorda che «se abbiamo potuto
imparare qualcosa in tutto questo tempo è che nessuno si salva da solo. Le
frontiere cadono, i muri crollano e tutti i discorsi integralisti si dissolvono
dinanzi a una presenza quasi impercettibile che manifesta la fragilità di cui
siamo fatti …. Pensiamo al progetto di sviluppo umano integrale a cui aneliamo,
che si fonda sul protagonismo dei popoli in tutta la loro diversità …. per una
famiglia umana unita nella ricerca dello sviluppo umano integrale. Ecco l’alternativa
della civiltà dell’amore, fondata su una comunità impegnata di fratelli».
Ciò
presuppone una nuova mentalità che sappia trasformare e fare interagire i
sistemi educativi nazionali, garantendo “equità,
inclusione, qualità e apprendimento per tutta la vita” (UNESCO – Obiettivi
2030), favorendo sistemi educativi resilienti e flessibili, nella
consapevolezza che facciamo parte di un unico ecosistema (Laudato si’) ove ogni persona è arricchita dal rapporto con gli
altri, e ogni altro – chiunque egli sia – è un prezioso dono fattoci dal Creatore,
perciò fraternità, solidarietà, sussidiarietà, responsabilità non sono vuote
parole, ma modi comuni dell’operare e del rapportarci, criteri fondanti del
nuovo umanesimo per il quale serve un nuovo patto educativo, così come ci
ricorda sovente Papa Francesco.
Sta
per iniziare l’anno di riflessione sulla “Laudato
sì” e nel prossimo ottobre ci sarà un evento mondiale (anch’esso in rete)
sul patto globale dell’educazione. Sono queste occasioni per noi tutti (istituzioni,
insegnanti, educatori) per interrogarci e riflettere al fine di progettare il
nuovo cammino che ci attende.
Siamo
grati a tutti coloro che con il loro generoso impegno hanno garantito e
garantiscono vitalità alla nostra Unione. Con l’aiuto di tutti, e la piena
valorizzazione di ogni risorsa, desideriamo promuovere altri webinar, evitando
ogni forma di autoreferenza o di sterili protagonismi.
Ognuno
sappia fare proposte ed assumere adeguati impegni. Buon cammino!
*Segretario Generale UMEC-WUCT
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martedì 26 maggio 2020
ONU: UNA NUOVA UNITA' E SOLIDARIETÀ' PER VINCERE OGNI VIRUS
Guterres: le minacce globali
esigono una nuova solidarietà
L'Osservatore Romano pubblica oggi l'intervista
in esclusiva ai media vaticani del Segretario Generale delle Nazioni Unite,
nelle cui parole è la profonda riconoscenza a Papa Francesco per il sostegno
all’appello per un cessate il fuoco mondiale e la forte sottolineatura di
quanto la pandemia sia un segnale di allarme che richiede unità e rinnovata
solidarietà globale
di Andrea Monda
“La pandemia deve essere un
campanello di allarme. Le minacce globali mortali esigono una nuova unità e
solidarietà”. Lo ha sottolineato il Segretario Generale delle Nazioni Unite,
António Guterres, in questa intervista in esclusiva ai media vaticani:
Lei ha recentemente lanciato un appello per la pace
nel mondo colpito dalla pandemia. Un'iniziativa che ancora una volta si collega
a quelle di Papa Francesco - da lei incontrato in Vaticano alla fine
dello scorso anno e insieme al quale ha diffuso un videomessaggio - che
non smette di chiedere la cessazione di ogni guerra. Lei ha detto: la furia del
virus illustra la follia della guerra. Perché secondo lei è cosi difficile far
passare questo messaggio?
R. - Anzitutto vorrei
ribadire la mia profonda riconoscenza a Papa Francesco per il sostegno dato al
mio appello globale per il cessate il fuoco e al lavoro delle Nazioni Unite. Il
suo impegno globale, la sua compassione e i suoi inviti all’unità riaffermano i
valori centrali che guidano il nostro lavoro: ridurre la sofferenza umana e
promuovere la dignità umana.
Quando ho lanciato l’appello
per il cessate il fuoco, il mio messaggio alle parti coinvolte in
conflitti in tutto il mondo è stato semplice: i combattimenti devono cessare di
modo che possiamo concentrarci sul nostro nemico comune, il Covid-19.
Finora l’appello ha ricevuto
l’appoggio di 115 Governi, di organizzazioni regionali, di più di 200 gruppi
della società civile nonché di altri leader religiosi. Sedici gruppi armati si
sono impegnati a porre fine alla violenza. Inoltre, milioni di persone hanno
firmato una richiesta di sostegno on-line.
Ma la diffidenza continua a
essere grande, ed è difficile tradurre questi impegni in azioni che facciano la
differenza nella vita di quanti subiscono gli effetti dei conflitti.
I miei rappresentanti e
inviati speciali si stanno adoperando instancabilmente in tutto il mondo, con
il mio coinvolgimento diretto laddove è necessario, per trasformare le intenzioni
espresse in cessate il fuoco concreti.
Continuo a esortare le parti
in conflitto, e tutti coloro che possono influenzarle, a mettere al primo posto
la salute e la sicurezza delle persone.
Vorrei anche ricordare un
altro appello che ho lanciato e che considero essenziale: un appello per la
pace domestica. In tutto il mondo, con il diffondersi della pandemia stiamo
assistendo anche a un preoccupante aumento della violenza contro donne e
ragazze.
Ho chiesto ai Governi, alla
società civile e a tutti coloro che possono aiutare nel mondo di
mobilitarsi per proteggere meglio le donne. Ho chiesto anche ai leader
religiosi di tutte le fedi di condannare in modo inequivocabile ogni atto di
violenza contro le donne e le ragazze e di sostenere i principi fondamentali
dell’uguaglianza..
Alcuni mesi fa, ben prima
dell'esplosione della pandemia, lei ha parlato della paura come la merce
più facile da vendere. E' una questione che ora, in queste settimane,
rischia di essere ulteriormente amplificata. Come contrastare secondo lei, e
soprattutto in questo difficile periodo, il sentimento di paura che si diffonde
tra le persone?
R. - La pandemia del Covid-19 non è soltanto
un’emergenza sanitaria globale. Nelle ultime settimane c’è stata un’impennata
delle teorie del complotto e dei sentimenti xenofobi. In alcuni casi sono stati
presi di mira giornalisti, operatori sanitari o difensori dei diritti umani
solo per aver fatto il loro lavoro.
Sin dall’inizio di questa
crisi ho esortato alla solidarietà tra società e tra paesi. La nostra risposta
deve basarsi sui diritti umani e sulla dignità umana. Ho invitato anche le
istituzioni educative a concentrarsi sull’alfabetismo digitale, e ho esortato I
media, specialmente le società della comunicazione sociale, a fare molto di più
per segnalare ed eliminare contenuti razzisti, misogini o altrimenti dannosi,
in linea con le leggi internazionali sui diritti umani.
I leader religiosi hanno un
ruolo cruciale da svolgere nel promuovere il rispetto reciproco nelle loro
comunità e anche al di fuori di esse. Si trovano in una posizione ottimale per
sfidare messaggi inesatti e dannosi e per incoraggiare tutte le comunità a
promuovere la non violenza e a respingere la xenofobia, il razzismo e ogni
forma di intolleranza.
Ad alimentare la paura contribuiscono sicuramente le
false notizie di cui lei ha recentemente denunciato una diffusione sempre
maggiore. Come combattere la disinformazione senza rischiare, in nome di questa
battaglia, di offuscare libertà e diritti fondamentali?
R. - La gente nel mondo
vuole sapere che cosa fare e dove rivolgersi per avere consiglio. Invece è
costretta a gestire una epidemia di disinformazione che, se va male, può
mettere in pericolo delle vite. Rendo onore ai giornalisti e a coloro che controllano
le informazioni nella montagna di storie e post fuorvianti pubblicati nei
social media. A sostengo di tale impegno, ho lanciato una iniziativa delle
Nazioni Unite di risposta alle comunicazioni chiamata Verified, volta a dare
alla gente informazioni accurate e basate sui fatti, incoraggiando al tempo
stesso soluzioni e solidarietà mentre passiamo dalla crisi alla ripresa.
Anche i leader religiosi
hanno un ruolo da svolgere, utilizzando le loro reti e le loro capacità di
comunicazione per sostenere i governi nel promuovere le misure di salute
pubblica raccomandate dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – dal
distanziamento fisico a una buona igiene – e per smentire false
informazioni e voci.
Tra le informazioni infondate che quotidianamente
raggiungono l'opinione pubblica figurano in questi giorni molte critiche contro
agenzie dell'Onu, come l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Qual è il
suo giudizio in proposito?
R. - Mentre piangiamo le
vite perse a causa del virus, ci angoscia il fatto che ce ne saranno molte
altre, specialmente nei luoghi meno capaci di far fronte a una pandemia.
Guardare indietro a come la pandemia si è sviluppata e alla risposta
internazionale sarà essenziale. Ma in questo momento l’Organizzazione Mondiale
della Sanità e l’intero sistema delle Nazioni Unite stanno facendo una corsa
contro il tempo per salvare vite.
Mi preoccupa in modo
particolare la mancanza di un’adeguata solidarietà con i paesi in via di
sviluppo – sia nel fornire loro il necessario per rispondere alla pandemia del
Covid-19 sia per far fronte al drammatico impatto economico e sociale sui più
poveri nel mondo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’intero sistema
delle Nazioni Unite sono interamente mobilitati per salvare vite,
prevenire la carestia, attenuare il dolore e pianificare la ripresa.
Abbiamo definito un piano di
risposta umanitaria globale per 7.6 miliardi di dollari americani per le
popolazioni più vulnerabili, tra cui i rifugiati e le persone internamente
dislocate. Finora i donatori hanno offerto quasi un miliardo di dollari e
io proseguo nel mio impegno per assicurare che questo piano venga finanziato
per intero.
I nostri team nei diversi
paesi stanno lavorando in coordinamento con i Governi per mobilitare
finanziamenti, aiutare i ministeri della salute a essere preparati e sostenere
le misure economiche e sociali, dalla sicurezza alimentare e l’istruzione da
casa al trasferimento di contanti e molto altro ancora.
Le nostre operazioni di pace
continuano a svolgere i loro importanti mandati di protezione e a sostenere i
processi di pace e politici. Le reti di distribuzione delle Nazioni Unite sono
state messe a disposizione dei paesi in via di sviluppo, con milioni di kit per
il test, respiratori e mascherine chirurgiche che sono ormai arrivate in più di
cento paesi. Abbiamo organizzato voli solidali per portare più forniture e
operatori in decine di paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America
Latina. E sin dall’inizio, ho mobilitato le competenze di cui dispone la
famiglia delle Nazioni Unite per fornire una serie di relazioni e ragguagli
sulle politiche al fine di offrire analisi e consigli per una risposta efficace
e coordinata da parte della comunità internazionale.
(https://www.un.org/en/coronavirus/un-secretary-general)
Viviamo in un tempo in cui si moltiplicano gli
attacchi al multilateralismo. C’è bisogno, a suo giudizio, di rafforzare la
fiducia nei confronti delle istituzioni internazionali? E come ciò può
avvenire?
R. - La collaborazione e il
contributo di tutti gli stati – compresi quelli più potenti – sono essenziali
non solo per combattere il Covid-19, ma anche per affrontare le sfide della
pace e della sicurezza che si presentano. Sono anche essenziali per aiutare a
creare le condizioni per una ripresa efficace nel mondo sviluppato e in quello
in via di sviluppo. Il virus ha dimostrato la nostra fragilità globale. E
questa fragilità non è limitata ai nostri sistemi sanitari. Riguarda tutti gli
ambiti del nostro mondo e delle nostre istituzioni.
La fragilità degli sforzi
globali coordinati è evidenziata dalla nostra mancata risposta alla crisi
climatica, dal rischio sempre crescente della proliferazione nucleare, dalla
nostra incapacità di riunirci per regolamentare meglio il web.
La pandemia deve essere un
campanello di allarme. Le minacce globali mortali esigono una nuova unità e
solidarietà.
Lei ha pubblicamente plaudito all'iniziativa europea
che mira allo sviluppo del vaccino contro il covid-19. Eppure proprio la
scoperta del vaccino potrebbe far nascere in alcuni la tentazione di assumere
una posizione dominante all'interno della comunità internazionale. Come
scongiurare questo pericolo? E come far sì che, prima ancora di arrivare al
vaccino, si sperimentino le cure che hanno mostrato di avere qualche efficacia?
R. - In un mondo
interconnesso, nessuno è al sicuro fino a quando non lo sono tutti. È stata
questa, in sintesi, l’essenza del mio messaggio al lancio del “ACT
Accelerator”, ovvero la collaborazione globale per velocizzare lo sviluppo, la
produzione e l’equo accesso a nuove diagnostiche, terapie e vaccini per il
Covid-19. Va visto come un bene pubblico. Non un vaccino o delle cure per un
paese o una regione o una metà del mondo – ma un vaccino e una cura che sono
accessibili, sicuri, efficaci, facilmente somministrabili e universalmente
disponibili per tutti, ovunque. Questo vaccino deve essere il vaccino della
gente.
Come si può far sì che nella lotta al virus vi siano
Paesi di serie A e paesi di serie B? Si rischia comunque che la pandemia
allarghi nel mondo il divario tra ricchi e poveri. Come evitare che questo
accada?
R. - La pandemia sta
portando alla luce disuguaglianze ovunque. Disuguaglianze economiche, disparità
nell’accesso ai servizi sanitari e tanto altro ancora.Il numero delle persone
povere potrebbe crescere di 500 milioni – il primo aumento in trent’anni.
Non possiamo permettere che
ciò accada ed è per questo che continuo a chiedere un pacchetto di aiuti
globale per un ammontare pari ad almeno il dieci percento dell’economia
globale. I paesi più sviluppati possono farlo con risorse proprie, e alcuni
hanno già iniziato a mettere in atto simili misure. Ma i paesi in via di
sviluppo hanno bisogno di un sostegno consistente e urgente.
Il Fondo Monetario
Internazionale ha già approvato finanziamenti di emergenza per un primo gruppo
di paesi in via di sviluppo. La Banca Mondiale ha comunicato che, con risorse
nuove e già esistenti, nei prossimi 15 mesi può fornire finanziamenti per 160
miliardi di dollari americani. Il G20 ha appoggiato la sospensione del pagamento
dei debiti per i paesi più poveri.
Apprezzo pienamente queste
misure, che possono tutelare persone, posti di lavoro e recare vantaggi in
termini di sviluppo. Ma anche questo non sarà sufficiente e sarà importante
prendere in considerazione misure aggiuntive, tra cui la riduzione del debito,
per evitare crisi finanziarie ed economiche prolungate.
C'è chi sostiene che dopo la pandemia il mondo non
sarà più lo stesso. Quale potrebbe essere il futuro delle Nazioni Unite nel
mondo di domani?
R. - La ripresa dalla
pandemia offre opportunità per condurre il mondo su un cammino più sicuro,
sano, sostenibile e inclusivo.Le disuguaglianze e i divari nella protezione
sociale che sono emersi in modo così doloroso dovranno essere affrontati.
Avremo anche l’opportunità di mettere in primo piano le donne e l’uguaglianza
di genere per aiutare a costruire una resilienza a choc futuri.
La ripresa deve andare anche
di pari passo con l’azione per il clima. Ho chiesto ai Governi di assicurare
che i fondi per rivitalizzare l’economia siano utilizzati per investire nel
future, non nel passato..
I soldi dei contribuenti
dovrebbero essere utilizzati per accelerare la decarbonizzazione di tutti gli
aspetti della nostra economia e privilegiare la creazione di lavori verdi. È
questo il momento per imporre una tassa sul carbone e far pagare chi inquina
per il suo inquinamento. Le istituzioni finanziarie e gli investitori devono
tenere pienamente conto dei rischi climatici.Il nostro modello continuano a
essere gli obiettivi di sviluppo sostenibile e l’Accordo di Parigi sui
cambiamenti climatici.
Questo è il tempo di essere
determinati. Determinati a sconfiggere il Covid-19 e a uscire dalla crisi
costruendo un mondo migliore per tutti.
domenica 24 maggio 2020
COMUNICAZIONI SOCIALI - GIORNATA MONDIALE
sabato 23 maggio 2020
IO SONO CON VOI !
Gesù risorto
vive in noi,
noi siamo il suo cielo
24 maggio 2020 - Ascensione del Signore
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù
aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e
disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.
Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del
Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro a osservare
tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo».
(testo
dell'evangeliario di Bose)
Celebriamo oggi la festa dell’Ascensione del Signore,
evento narrato dal brano degli Atti degli apostoli proposto ogni anno come
prima lettura: «Gesù fu elevato in alto sotto gli occhi degli apostoli e una
nube lo sottrasse al loro sguardo» (At
1,9).
L’ascensione di Gesù, il suo «staccarsi dai discepoli
per essere portato verso il cielo» (cf. Lc 24,51), è un altro modo per
esprimere la sua resurrezione: la vittoria sulla morte di Gesù grazie all’amore
da lui vissuto, la glorificazione del nostro Signore e Maestro è il suo entrare
per sempre, grazie alla potenza dello Spirito santo, nella vita divina del
Padre. Nello stesso tempo l’ascensione, evento inenarrabile con le parole
umane, proprio mentre segna una «separazione» di Gesù dai suoi, dà inizio a una
nuova forma di rapporto tra il Risorto e i discepoli; tra il Risorto e noi che,
passando attraverso la testimonianza degli apostoli, siamo i suoi discepoli e
dunque i suoi testimoni nel mondo.
La contemplazione di questa realtà è posta davanti ai
nostri occhi anche nel testo odierno, la pagina conclusiva del vangelo secondo
Matteo. Prima della sua passione e morte Gesù aveva promesso alla sua comunità:
«Dopo la mia resurrezione vi precederò in Galilea» (Mt 26,32); e nell’alba di Pasqua,
di fronte alla tomba vuota, l’angelo aveva confermato alle donne tale annuncio,
invitandole a farsene messaggere: «Andate a dire ai suoi discepoli: È risorto e
ora vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mt 28,7). Obbedendo puntualmente i
discepoli, rimasti in Undici a causa del tradimento di Giuda, si recano in
Galilea, la terra in cui aveva preso inizio il ministero pubblico di Gesù e la
loro vita comune con lui (cf. Mt 4,12-22): si apprestano
dunque a ricominciare, a rimettersi in altro modo alla sequela di Gesù, che
sempre li precede.
Al vederlo i discepoli gli si prostrano innanzi,
ripetendo il gesto delle donne (cf. Mt 28,9): non vi è nessuna parola,
ma solo un atto di adorazione di fronte a Gesù ormai riconosciuto quale Kýrios,
Signore vivente. «Alcuni però dubitano», hanno una fede vacillante: sono in
balia di quella «poca fede» tante volte rimproverata da Gesù alla sua comunità
(cf. Mt
8,26; 14,31; 16,8; 17,20), di quell’atteggiamento che così spesso si
insinua anche nel nostro cuore indurito… Gesù prende allora l’iniziativa, colma
la distanza che separa i discepoli da lui e dice innanzitutto: «Mi è stato dato
ogni potere in cielo e in terra». L’autorevolezza con cui egli aveva vissuto la
sua esistenza, frutto del suo amore pieno per il Padre e per gli uomini, dopo
la sua resurrezione assume una portata universale, si estende al cielo e alla
terra intera: il Signore Gesù è il «Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio»
(Mt 26,64), è il Giudice che
attendiamo come Veniente alla fine dei tempi (cf. Mt 25,31-46).
Ma nel tempo che intercorre tra la resurrezione e la venuta gloriosa del
Signore, la manifestazione nella storia della sua autorevolezza dipende dalla
fedeltà dei discepoli al mandato con cui egli, mettendo fede nella loro debole
fede, li invia fino ai confini del mondo: «Andate e fate discepole tutte le
genti, battezzandole nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo,
insegnando loro a osservare ciò che vi ho comandato». E qui va detto con
chiarezza: l’opera di evangelizzazione è possibile solo a condizione di essere
prima evangelizzati, di essere plasmati dal Vangelo che si annuncia. La vera
testimonianza si dà nella misura in cui si vive in prima persona ciò che si
vuole annunciare agli altri; anzi, chi insegna ciò che non vive deve essere
consapevole che così pone ostacoli alla ricezione del Vangelo e può addirittura
provocarne il rifiuto da parte degli uomini!
Il vangelo secondo Matteo, che si era aperto con l’annuncio della venuta
dell’Emmanuele, del Dio-con-noi (cf. Mt 1,22-23), fatto uomo in
Gesù, ora si chiude con le parole con cui il Risorto assicura il permanere
della sua presenza tra gli uomini: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla
fine del mondo». Sì, Gesù asceso al cielo dimora alla destra del Padre quale
intercessore a favore degli uomini (cf. Rm 8,34), eppure è sempre accanto
a noi. Ci è chiesto solo di credere che il Risorto, pur nella sua assenza
fisica, è con noi, che il Signore Gesù e ciascuno di noi viviamo insieme: allora
ogni nostra azione nella compagnia degli uomini discenderà dalla comunione con
lui, sarà sua azione tra gli uomini e nella storia.
CAPACI. IL CORAGGIO DI OGNI GIORNO
L'Italia ricorda la strage di Capaci
Si intitola ‘Il coraggio di ogni giorno’, l’iniziativa
dedicata alla memoria delle vittime delle stragi mafiose di Capaci e Via
D’Amelio, nel 1992, organizzata come ogni anno dal Ministero dell’Istruzione e
dalla Fondazione Falcone, in collaborazione con la Polizia di Stato, la
Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e con l’associazione ‘Quarto
Savona Quindici’.
di Alessandra Zaffiro
Il Covid-19 cambia la modalità delle iniziative, ma
non l’intensità dell’emozione nel ricordare le vittime delle stragi di Capaci e
via D’Amelio nelle quali il 23 maggio persero la vita Giovanni
Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i componenti della scorta Rocco
Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani e, 57 giorni dopo, il 19 luglio,
Paolo Borsellino e gli agenti Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter
Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Nessuna 'nave della
legalità' carica di studenti provenienti da tutta Italia è approdata stamani a
Palermo, nessuna manifestazione all’aula bunker del carcere dell'Ucciardone,
nessun corteo colorato da disegni e striscioni, nelle piazze e nelle vie del
capoluogo siciliano non riecheggiano le voci di migliaia di bambini e ragazzi
coinvolti nelle commemorazioni, ma l’emergenza sanitaria non ferma l’iniziativa
#PalermoChiamaItalia, della Fondazione Falcone e del Ministero dell’Istruzione intitolata
quest’anno “Il coraggio di ogni giorno”, dedicata all’impegno di tutti i
cittadini, che in questi mesi di emergenza del Paese, con impegno e sacrificio,
hanno operato per il bene della collettività: la manifestazione si trasferisce
sul web con ricordi, spettacoli in streaming, incontri a distanza
e sui canali social e attraverso gli hasthag #23maggio2020,
PalermochiamaItalia, #FondazioneFalcone e #ilcoraggiodiognigiorno.
Mattarella: dalle stragi del '92 è nata la reazione
della società
"La mafia si è sempre nutrita di
complicità e di paura, prosperando nell’ombra. Le figure di Falcone e
Borsellino, come di tanti altri servitori dello Stato caduti nella lotta al
crimine organizzato, hanno fatto crescere nella società il senso del dovere
e dell’impegno per contrastare la mafia e per far luce sulle sue tenebre,
infondendo coraggio, suscitando rigetto e indignazione, provocando
volontà di giustizia e di legalità". Lo afferma il Presidente
della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, nel saggio rivolto ai giovani
delle scuole coinvolte nel progetto “La nave della legalità”, nel 28°
anniversario della strage di Capaci. “I giovani sono stati tra i primi a
comprendere il senso del sacrificio di Falcone e di Borsellino e ne sono
divenuti i depositari, in qualche modo anche gli eredi. Dal 1992, anno dopo
anno, nuove generazioni di giovani si avvicinano a queste figure esemplari e si
appassionano alla loro opera e alla dedizione per la giustizia che hanno
manifestato. Cari ragazzi – conclude il Presidente Mattarella - il
significato della vostra partecipazione, in questa giornata, è il passaggio a
voi del loro testimone. Siate fieri del loro esempio e ricordatelo
sempre”.
De Raho: Falcone e Borsellino sono modelli“
Sono stati dei maestri, colleghi che abbiamo guardato
come modelli. Sono stati portatori di una nuova cultura del contrasto alle
mafie con la specializzazione, attraverso l’individuazione dei flussi
finanziari, attraverso la cooperazione giudiziaria”. Così il procuratore
nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, durante l’iniziativa
#PalermoChiamaItalia, che, nel corso della conferenza stampa di presentazione
della manifestazione del Ministero dell’Istruzione e della Fondazione Falcone,
ha sottolineato come, approfittando della crisi sanitaria che stiamo vivendo,
le mafie “ricerchino consenso sociale e facciano reclutamento”. “Le mafie
approfittano della sofferenza”, ha ricordato De Raho, affermando che quella del
23 maggio è una celebrazione quanto mai importante, giacché aiuta i giovani a capire
che i nostri modelli vanno cercati tra chi ha guardato al bene comune”.
Gli appuntamenti delle commemorazioni
Questa mattina alle 9 il prefetto di Palermo,
Giuseppe Forlani, il questore di Palermo, Renato Cortese, Maria Falcone,
sorella del giudice, e Tina Montinari, vedova del caposcorta del magistrato, il
comandante provinciale dei Carabinieri, Arturo Guarino, e il comandante
provinciale della Guardia di Finanza, Antonio Quintavalle, hanno deposto una
corona davanti alla Stele sul luogo della strage in una Capaci assolata.
“Speriamo di riuscire a scoprire tutta la verità sulla strage di
Capaci. Prima possibile, anche se sono passati 28 anni e ancora non
abbiamo avuto piena giustizia”, ha detto Tina Montinaro. “La mafia non ha vinto
quel giorno - ha aggiunto - e sicuramente non vincerà. Quel giorno è stata
persa una battaglia da parte dello Stato, ma non la guerra. Confido nei tanti
giovani per proseguire con la voglia di riscatto”. Tra gli appuntamenti anche
la Conferenza dei Rettori siciliani di Palermo, Catania, Messina e Kore di
Enna, organizzata per ricordare le vittime della mafia. “Come è stato
possibile che un viaggio coperto dal segreto fosse stato noto a chi aveva
commesso l’attentato?”. E’ l’interrogativo che si pose il Cardinale di Palermo,
Salvatore Pappalardo, quando apprese della strage di Capaci: a ricordare
l’episodio, monsignor Salvatore Gristina, Presidente della Conferenza
episcopale siciliana e arcivescovo di Catania, all’epoca assistente del
prelato, intervenendo in streaming all’evento. La giornata di
commemorazioni è proseguita a mezzogiorno con la messa di suffragio
nella chiesa di San Domenico, il Pantheon dei palermitani illustri, che
accoglie anche le spoglie di Falcone. Nel pomeriggio, alle 17.58, ora della strage,
il “Silenzio” suonato da un trombettista della Polizia di Stato davanti
all’albero Falcone senza la partecipazione dei cittadini a causa dell’emergenza
Covid-19, invitati dalla Fondazione intitolata al giudice ad affacciarsi tutti
insieme alle 18 per appendere dal balcone un lenzuolo bianco, come nel
’92 quando, su iniziativa della società civile, i balconi di Palermo si
riempirono di lenzuoli bianchi in segno di ribellione alla mafia dopo le stragi
di Capaci e via D’Amelio. La stessa iniziativa scelta quest’anno dalla Fondazione
Falcone che, a causa delle misure anti coronavirus, ha scelto lo slogan: ‘Il
mio balcone è una piazza’, accolta a Palermo anche dalla Questura, dalla
Prefettura, dal Comune, e ancora a Villa Pajno, residenza del prefetto, dalla
Cgil e a Palazzo Gulì, sede del ‘No Mafia Memorial’ dove, come deciso dal
Centro Giuseppe Impastato, che lo gestisce, i lenzuoli esposti sono due: uno
per le vittime di Capaci e uno per i medici e gli infermieri che hanno perso la
vita mentre fronteggiavano il Covid.
Emergenza sanitaria e mafia
L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo offre alla
mafia non solo spazi di infiltrazione e di accaparramento ma anche la
possibilità di recuperare una quota del consenso sociale perduto. L’allarme è
stato lanciato, intervenendo all’assemblea aperta dei rettori siciliani, dal
questore di Palermo, Renato Cortese. “Lo Stato - ha detto - ha fatto molti
passi avanti. Palermo oggi non è quella di venti anni fa. Ma
l’obiettivo di liquidare definitivamente la mafia non è stato ancora raggiunto.
Basta andare in giro per vedere che le estorsioni non sono finite, i
commercianti pagano ancora il pizzo, la droga riempie le nostre piazze e attrae
molti giovani”. Anche se il confronto con il passato induce all’ottimismo,
Cortese avverte comunque il rischio che le difficoltà del momento possano
“ricreare attorno alla mafia quel consenso e quella fiducia malata che in tutti
questi anni si è cercato di sciogliere”.
Gli artisti siciliani cantano “Siamo Capaci… di dire
no”
In occasione del 28 anniversario della strage di
Capaci, su iniziativa della Polizia di Stato, Roy Paci ha deciso di chiamare a
raccolta tutte le voci siciliane in un’unica grande comunità battezzata
C.I.A.T.U. (Collettivo Indipendente Artisti della Trinacria Uniti) ed ha dato
vita al brano ‘Siamo Capaci’, i cui proventi delle vendite saranno devoluti, in
collaborazione col Ministero dell’Istruzione, alla scuola Pertini del quartiere
Sperone di Palermo, recentemente vandalizzata, ad altre scuole in contesti
difficili del territorio e, in collaborazione con l’Associazione Libera, a
sostegno di progetti educativi rivolti a giovani siciliani. Al maestro Roy Paci
e al cantautore Giuseppe Anastasi è stato affidato il compito di tradurre in
musica i sentimenti di speranza, rinascita, condivisione. Un testo per una
Sicilia sempre più giusta, sempre più forte, sempre più consapevole, sempre più
fiduciosa: è questo l’auspicio cantato a gran voce dagli artisti dell’isola.
“Per non rendere vano – si legge in una nota dei promotori dell’iniziativa - il
grande esempio lasciatoci in eredità da questi servitori dello Stato, a cui
ciascuno dovrebbe guardare con profondo orgoglio e grande
ammirazione, sabato 23 maggio cantiamo insieme “Capaci come
siamo di dire no”.
LAUDATO SI' - PREGHIERA
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