Il rinnovamento nel senso della relazione e del patto educativo, ma anche
l’importanza di ‘dare un'anima’ alle nuove tecnologie così come il contributo
delle scuole paritarie, al centro dell’intervista con il cardinale Giuseppe
Versaldi
di Debora Donnini – Città del Vaticano
Un forte
incoraggiamento è quello che rivolge al mondo della scuola stamani il cardinale
Giuseppe Versaldi, prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica. Ieri,
infatti, alla Messa a Casa Santa Marta il Papa ha chiesto di pregare per gli
insegnanti, molto impegnati per fare lezione via Internet, e per gli studenti,
che sempre a causa della pandemia “devono fare gli esami in un modo nel quale
non sono abituati”:
R. - L'augurio è quello di sapere cogliere questa
occasione per rinnovarsi e anche per rivedere alcuni aspetti, cioè il fatto che
la scuola sia, come dice sovente il Papa, una comunità educativa dove conta
certamente il contenuto dell'insegnamento, ma ancor di più conta la relazione
che si stabilisce tra insegnanti e studenti. Una relazione che deve essere da
parte degli insegnanti di cura e di rispetto dei giovani e, da parte degli
studenti, di rispetto e di apertura verso gli insegnanti come una generazione
più avanti della loro, che trasmette dei valori e dei contenuti non solo
tecnico-scientifici ma soprattutto umani.
La Chiesa vuol mettersi al servizio e la
Congregazione per l'Educazione Cattolica quindi rivolge un augurio,
innanzitutto a tutte le scuole cattoliche. Abbiamo nel mondo più di 61 milioni
di studenti, dalle materne fino all'Università, che aderiscono a questa offerta
che la Chiesa cattolica fa. L’augurio è di essere capaci di questo rinnovamento
come un salto in avanti. L’augurio si rivolge anche a tutte le altre scuole non
cattoliche, statali e anche di altri orientamenti, perché possono veramente
ispirarsi a quei valori umani, e per chi crede anche religiosi. L'augurio è per
tutti e insieme camminiamo per uscire da questa crisi, ma non per tornare come
prima ma migliori di prima.
In questo
momento è emerso, proprio davanti alle difficoltà, l’impegno che è stato messo
per cercare di andare avanti …
R. - Le nuove tecnologie si rivelano quanto mai
provvidenziali. Quindi, è un’occasione sia per usare le nuove tecnologie, sia
per animarle, 'dargli un’anima', che permetta una relazione interpersonale e
non solo tecnica.
R. - È proprio questa crisi che ci costringe ad
una riflessione per evidenziare ancora di più la necessità di un patto tra
tutte le componenti che svolgono il loro compito in questo campo così
importante dell'educazione, perché si tratta dell'avvenire dei giovani, dalla
scuola materna fino all’università, degli insegnanti della generazione più
avanzata e delle famiglie: un mondo quasi globale che deve stringere questo
patto e avremo modo, quindi, di prepararci meglio.
C’è poi
attenzione per la sostenibilità delle scuole paritarie che, in questo momento,
sono a rischio
R. - Certo, è un punto importante. Le scuole
paritarie, cattoliche e non cattoliche, comunque fanno un servizio pubblico. Si
tratta di scuole non statali ma che comunque fanno un servizio pubblico - come
anche le scuole pubbliche - per la famiglia e per i giovani. Quindi, sono anche
la salvaguardia di quel pluralismo dell'offerta educativa che è a fondamento
della democrazia perché se c'è una sola opzione, le famiglie sono meno libere
di scegliere. Quindi, pur con tutte le dovute condizioni, la scuola paritaria è
un pluralismo che allarga la libertà di scelta e migliaia e migliaia di
studenti di tutti gli ordini che frequentano le scuole cattoliche, sono un
aiuto che la Chiesa dà alle famiglie ma anche allo Stato che viene alleggerito.
Salutare le maestre e visitare la nuova scuola:
tutte “cerimonie” che quest’anno non si potranno fare .
Prima riunione del
Comitato di esperti dell’Istruzione: la priorità è svolgere la Maturità nelle
classi.
Pierpaolo Triani,
pedagogista dell’Università Cattolica: «Sono
momenti importanti per gli alunni, ma anche per le stesse insegnanti. Un
intreccio di relazioni che andrà ben curato anche via web».
di PAOLO
FERRARIO
Forse è la volta buona che anche i bambini, chiusi in casa da cinquanta giorni, ricevano l’attenzione che meritano. All’inizio della prossima settimana, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, incontrerà i membri del Tavolo di lavoro parlamentare “Bambine e bambini”. «Senza dubbio evidenzieremo la necessità di inserire nella task force la figura di un tecnico esperto sui temi ed i bisogni dei più piccoli – si legge in una nota –. Insisteremo perché, sulla scia di tanti esempi che l’Europa ci sta mostrando, si parli in maniera concreta della riapertura delle scuole e degli asili e nidi: su questo fronte non è importante comprendere solo le tempistiche, ma soprattutto le modalità con cui si intende arrivare ad una riapertura in sicurezza, per gli studenti, gli insegnanti e gli educatori».
Di questo si è parlato, ieri, durante la prima riunione del Comitato di esperti, nominato dalla ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina e presieduto da Patrizio Bianchi. «Lavoreremo con rapidità», ha assicurato Bianchi, che ha riconvocato il gruppo dei diciotto esperti per martedì prossimo. Due le priorità indicate dalla Ministra: sostenere le famiglie coinvolte dalla chiusura delle scuole e lavorare per garantire gli Esami di Stato del secondo ciclo, «che noi auspichiamo si facciano in presenza», ha ribadito Azzolina.
Tra le “cose perdute” nell’emergenza coronavirus,
anche tanti piccoli, ma fondamentali riti di passaggio che contraddistinguono
la crescita di bambini, adolescenti e giovani. In queste settimane,
l’attenzione è tutta puntata sulla Maturità, con i candidati che, a ragione,
chiedono un «esame vero», che rappresenti, come per le generazioni passate e
quelle che verranno, l’ingresso nell’età adulta. Ma i bambini? Anche loro hanno
bisogno di segnare il cammino fatto e traguardare i nuovi orizzonti, attraverso
la celebrazione di questi momenti di passaggio. A ciò servono, per esempio, le
visite alla scuola primaria dei bambini dell’ultimo anno della materna, che,
con qualche mese di anticipo, prendono contatto con la “nuova scuola” e
conoscono le insegnanti. E lo stesso vale per il passaggio dalla scuola
dell’infanzia alla primaria e da questa alla secondaria di primo grado. C’è
bisogno di celebrare questi momenti di passaggio, di enfatizzarne la portata,
proprio per prepararsi meglio a compiere il tratto di strada successivo. Al
tempo del Covid-19, però, tutto è più complicato, “sterilizzato” dalla
necessità di garantire il distanziamento sociale. E, soprattutto, dal fatto che
le scuole sono chiuse. «Eppure si dovrà trovare i modi e le forme più indicate
per sottolineare questi momenti anche nell’era della pandemia globale»,
sottolinea Pierpaolo Triani, professore di Pedagogia generale
all’Università Cattolica. Padre di un’alunna di quinta primaria e di una
studentessa dell’ultimo anno delle superiori, il docente è dunque pienamente
coinvolto nell’attesa di ciò che sarà tra cinquanta giorni.
«Il fatto di non potersi incontrare, di non
poter celebrare tutti insieme questi passaggi è un’esperienza che
questa generazione si porterà dietro – riprende l’esperto –. Per questo diventa
ancora più importante trovare le forme più adatte, compatibilmente con
le misure di protezione,
per enfatizzare comunque questi momenti.
Soprattutto per i bambini più piccoli, l’insegnante dovrà studiare un
saluto personalizzato, su misura per ciascun alunno. Perché è importante che
ogni bambino si senta salutato dagli insegnanti, ma è altrettanto importante
che ciascun alunno possa a sua volta salutare. Penso che questo intreccio di
saluti vada ben curato anche attraverso le forme online».
Anche per i ragazzi più grandicelli, gli
adolescenti di terza media, questi momenti «non vanno fatti cadere».
Soprattutto per loro, che quasi certamente saranno privati del rito collettivo
dell’esame per il passaggio alla scuola superiore, sostituito dal giudizio del
consiglio di classe, l’accompagnamento degli adulti dovrà essere ancora
più attento e studiato. «Il momento del saluto finale è importante anche per i
professori», sottolinea Triani. Che guarda, con l’interesse dello studioso e
l’affetto del padre, anche al travaglio che stanno vivendo i candidati alla
Maturità 2020. I ragazzi ancora non sanno, con certezza, come sarà organizzato
l’esame. Se sarà anche scritto o soltanto orale. Se si svolgerà a scuola oppure
online ciascuno a casa propria. In ogni caso, «la notte prima degli esami ci
sarà anche per loro»', assicura il pedagogista. «Perché anche a questa età il
“rito” ha la sua importanza – ribadisce –. Anche se questi ragazzi la maturità
la stanno già vivendo. Costretti a cambiare vita, a ripensare il modo stesso di
“fare” scuola che, ormai lo sappiamo per esperienza, non equivale a “stare” a
scuola, la loro maturità la stanno già facendo. Come tutti gli italiani, del
resto. Pur la tragicità del momento, o forse proprio per questo, anche per i
candidati di quest’anno la Maturità sarà comunque un esame indimenticabile.
Mancherà forse il “rito sociale” legato allo svolgimento delle prove a scuola,
ma non la “narrazione sociale”. Che, a ben vedere, quest’anno è cominciata con
due mesi di anticipo, dato che se ne parla praticamente da quando le scuole
sono state chiuse. Perciò anche a loro va un grande “In bocca al lupo”, con la
certezza che si dimostreranno all’altezza della situazione. Anzi, lo stanno già
facendo».
I momenti di difficoltà e crisi come quello di una pandemia
sono tempi di verifica, come il fuoco che brucia la paglia e purifica l’oro.
Questo vale per strutture, idee, progetti di vita e quant’altro, comprese
alcune espressioni spesso ripetute. Tra queste vi è la famosa frase di
Dostoevskij secondo cui la bellezza salverà il mondo. Anche la teologia ha
intrapreso al via della bellezza. Ma è proprio così oppure sono frasi
d’evasione?
Certamente dal coronavirus salverà il vaccino e nel
frattempo che si scopre le cure sanitarie fatte da persone competenti così come
l’osservanza delle norme igenico sanitarie date dagli scienziati. L’estetismo è
messo fuori gioco così come tutte le teorie d’evasione.
Eppure la bellezza che salva il mondo di cui parla lo scrittore
russo è quella della misericordia, come avvenne per Francesco d’Assisi (cfr. Francesco il misericordioso. La
sfida della fraternità, Milano 2019). In questa prospettiva sì, dal
coronavirus ci si salverà solo se sarà tale bellezza a spingere i ricercatori a
trovare con competenza il vaccino giusto, le aziende farmaceutiche a
commercializzarlo nel momento che sarà scoperto in modo che sia accessibile a
tutti, gli operatori sanitari a agire con professionalità, tutti a osservare le
norme sanitarie per amore di se e degli altri, i governanti a gestire con
oculatezza il dopo e così via.
Quindi nessuna presunzione che sarà la bellezza della
misericordia a salvare dalla pandemia, ma anche piena consapevolezza che senza
questo umile amore ogni sforzo sarà vano.
- Il
25 aprile nel ricordo del prof. Luciano Corradini, uno dei maggiori pedagogisti italiani
esperti di educazione alla cittadinanza.
di Luciano Corradini*
Data la mia età, assediata
dalla strategia utilizzata dal Covid-19 nel decimare la nostra “riverita
specie”, mi permetto di ricorrere a qualche cenno biografico per condividere
con i giovani un breve ricordo del 25 aprile, festa della Liberazione.
C’ero anch’io
Avevo 9 anni, il 25 aprile del 1945, quando fui
svegliato da un rombo di un corteo di carri armati, che passavano a cinquecento
metri dalla casa in cui ero sfollato con la famiglia, sull’argine del Po, nella
bassa reggiana. Ci riempiva di curiosità e di emozione il vociare concitato dei
contadini che dicevano che era vero, che la guerra era finita davvero, e non
come il 25 luglio del 1943, quando “era andato giù il Duce”, o l’8 settembre,
quando Badoglio aveva annunciato l’armistizio con gli americani, ma poi se
n’era scappato a Brindisi col Re, lasciando l’esercito italiano allo sbando, e
dicendo che la guerra continuava. In aprile gli americani erano venuti sul
serio a liberarci, perché tutti me lo dicevano, anche se io non avevo le idee
molto chiare in proposito.
C’era un sole radioso, perfino accecante, con
l’aria fine e trasparente che si trova assai di rado da quelle parti. Mio
fratellino ed io correvamo a perdifiato fra i campi, inseguiti da un branco di
oche spaventate per il frastuono della colonna. Impolverati e sorridenti, i
soldati americani ci salutavano con entusiasmo dalle torrette dei loro carri,
talora fermandosi per regalarci cioccolate e gomme da masticare, e chiedendo in
cambio insalata e rapanelli.
Avevamo vissuto le vicende dei bombardamenti,
dei rastrellamenti, della comparsa più o meno inquietante di gruppi di
tedeschi, di fascisti repubblichini e di partigiani, che alcuni chiamavano
ribelli, nei tre anni della Resistenza armata. Ho saputo per caso, leggendo
Avvenire, che il primo annuncio della Liberazione fu dato
alle ore 22 del 25 aprile 1945 da una radio allestita alla meglio, che
trasmetteva in onde corte.
Riascoltiamo quel messaggio, che iniziava con
l’Inno del Piave: “Attenzione, attenzione. Qui
Radio Busto Arsizio. Stiamo per
trasmettere un importante comunicato: ‘Per
proclama del Comandante della piazza militare di Busto Arsizio si dichiara
decaduto il regime fascista repubblicano e si esorta la popolazione alla calma
e al rispetto delle leggi civili e militari dell’8 settembre 1943 rientrate in
vigore. Cittadino italiano, tu che hai sofferto per la tua Patria ancora una
volta calpestata dal barbaro nemico, l’ora della tua liberazione è giunta! Lavoratore,
ancora per qualche giorno controlla ogni tentativo di distruzione delle tue
macchine, delle tue officine, delle centrali elettriche. Salva la tua ricchezza
di domani… Industriali, disponete perché il lavoro continui, perché le mense
aziendali non abbiano a subire interruzioni. Donne, siate degne dell’ora che
volge, italiani tutti, al vostro posto di battaglia!”. Il giorno 26 aprile
la notizia fu ripresa da radio e da giornali e fece il giro del mondo.
L’inizio
di una presa di coscienza storica negli anni’50
Mi sembra di aver cominciato solo al liceo a
rendermi conto dei fatti e dei problemi relativi alla guerra, alla resistenza,
alla pace, alla difficile ricostruzione. Questo è avvenuto un giorno, quando il
preside del Classico di Reggio Emilia, che si chiamava Ermanno Dossetti, ci
convocò in Palestra, per parlarci della Costituzione, proprio alla vigilia del
25 aprile.
Allora ho avuto l’intuizione, anche se un po’ vaga, che la Costituzione
fosse una cosa molto importante, un avvenimento che cambiava per sempre la nostra
vita, un tesoro, che doveva essere conosciuto e messo a frutto non solo da
parte delle istituzioni e dei politici, ma da tutti i cittadini, nella vita di
tutti i giorni, se non si voleva tornare agli anni terribili della guerra.
Negli anni successivi, anche come insegnante, sono tornato più volte su questo
testo: sono restato e resto sempre più ammirato per la sua verità e la sua
bellezza, ma anche amareggiato e deluso per il modo con cui in complesso l’abbiamo
ignorata e trattata.
E’ come se avessimo tenuto in cantina, in
mezzo ai topi, un capolavoro di Leonardo. O come se avessimo ricevuto in
eredità una Ferrari e l’avessimo fatta marciare solo in prima e in seconda.
E’ stato detto che le Costituzioni sono gli
strumenti che gli uomini si danno nei tempi della saggezza, a valere per il
momento della confusione. Il “capolavoro di saggezza” della Costituzione è
stato scritto in 18 mesi, dal 2 giugno 1946 al 22 dicembre 1947. Il 2 giugno si
tennero le prime votazioni a suffragio universale, comprese le donne, sia per
rispondere al referendum in cui si decise la nascita della Repubblica Italiana,
sia per eleggere l’Assemblea Costituente. Appare perciò storicamente corretto riconoscere
la radice della Costituzione nella Resistenza e nella Liberazione, che hanno
nel 25 aprile la loro genesi storica e simbolica. E chiedersi le ragioni della
mancata o parziale attuazione dei suoi principi e delle sue norme fondamentali,
per cercare di avanzare nella via della libertà, dell’uguaglianza e della
solidarietà e per evitare di soccombere
di fronte alle crisi epocali che dipendono in gran parte dalla nostra
“dimenticanza” dei principi costituzionali.
Nulla è
perduto con la pace, aveva detto Pio XII in un radiomessaggio del 1939,
aggiungendo che tutto può essere perduto con la guerra. E’ possibile però anche
dimenticare che allora una difficile pace è stata conquistata a prezzo di una
guerra disastrosa; e che si può anche perderla di nuovo, se si dimentica quella
terribile lezione della storia. Faccio ora un salto in avanti di quarant’anni dalla fine della
guerra.
Il 25 aprile ricordato a Milano nel 1986, per leggere 14 lapidi
Una mattina
del 1986, quando abitavo a Milano, decidemmo, con mia moglie e mio figlio, che
saremmo andati alla manifestazione organizzata dall’ANPI per ricordare il 25
aprile. C’erano solo 3 macchine con gli striscioni sul cofano, davanti alla
sede del Consiglio di Zona di Porta Venezia. Col nostro arrivo, le macchine
divennero 4 e così noi rappresentammo il 25% della delegazione che si preparava
a visitare le 14 lapidi del Quartiere, per portare corone d’alloro ai martiri
della Resistenza. Quando uno del gruppo, lamentando le assenze degli “altri”,
disse che avrebbero potuto sfoderare le loro bandiere rosse, feci garbatamente
valere le nostre ragioni di cittadini della parrocchia di San Gregorio. Sicché
questo bastò a restituire al Tricolore il suo carattere di simbolo dell’unità
nazionale.
Si prese atto
che il nostro 25% in quel piccolo corteo possedeva due primati: mio figlio era
il più giovane del gruppo e io ero il più alto. Lui ascoltò le commosse parole
dell’anziano presidente dell’ANPI, che fu lieto di poter consegnare a un
giovane il suo ricordo e il suo messaggio; io manovrai con discreta perizia il
bastone che serviva per installare le corone vicino alle lapidi, poste molto al
di sopra delle nostre teste, e forse per questo ignorate dai passanti e dagli
abitanti del quartiere. Mia moglie, che aveva caldeggiato la nostra
partecipazione, prendeva appunti. Registrava i nomi di quei giovani che erano
stati fucilati a Milano o uccisi nei campi di concentramento, talora pochi
giorni prima o dopo la Liberazione; e annotava le frasi con cui amici e parenti
avevano voluto ricordare il senso di quei sacrifici.
Si scendeva dalle
macchine, si sostava un istante, si poneva in alto la corona, come se si
cercasse di cogliere il gesto, il sorriso, la smorfia di dolore di chi aveva
offerto la sua vita perché noi potessimo conservare e sviluppare la nostra vita
di cittadini liberi e democratici.
Poi si risaliva in auto e si
ricominciava la piccola processione di quella via crucis civile che ci ha fatto
sentire popolo italiano, come la via Crucis del Venerdì santo ci fa sentire
popolo di Dio.
Fra una stazione e l’altra
leggevamo qualche frase di un giornaletto dell’ANPI o ricordavamo qualche
pensiero dei Condannati a morte della
Resistenza. Sentivamo il bisogno di ringraziare il Signore, che aveva dato
tanta forza a quei giovani, e di ringraziarlo per la libertà conquistata dal
loro sacrificio, di cui molti hanno perso la memoria.
Al termine della visita, abbiamo
aderito all’ANPI, per restare informati della loro attività e per condividere
quel grande patrimonio di fede nella libertà e nella pace, che ha
caratterizzato questo lungo dopoguerra.
La pandemia del Covit-19 e gli appelli del Papa e del Segretario
dell’ONU per un’alleanza globale per l’unità e per la pace
La strage
pandemica di questo 2020 mette a dura prova la nostra speranza di indefinito
benessere, per l’inedito scenario di morte, di paura, di solitudine, di crisi
economica e d’incertezza che grava sul nostro futuro. D’altra parte questa
lotta contro uno sciame invisibile di microbi patogeni che involontariamente ci
trasmettiamo con la prossimità, inducendo le pubbliche autorità a imporre, in
ordine sparso, lunghi e incerti lockdown per attuare un “distanziamento
sociale”, e cioè per sottrarre “cibo” al virus, sta affamando anche parte di
noi, ma anche risvegliando in altri le migliori energie che hanno consentito
all’Italia di riemergere, attraverso la Resistenza e la Costituente, dal
“crogiolo ardente” della guerra mondiale degli anni ’40. Papa Francesco e
Antonio Gutierrez invocano con accorata energia l’unità europea, la cessazione
delle guerre e la pace, in nome di un’umanità che riconosca il comune nemico
non in un popolo, in uno stato o in un’ideologia, ma in uno dei tanti virus che
abbiamo inconsapevolmente risvegliato, nella nostra pretesa di sfruttamento
incontrollato della natura.
Per questo alla
Pasqua cristiana possiamo associare la Pasqua civile che il nostro Paese
celebra, anch’essa per la prima volta per via telematica, a 75 anni da
quell’evento.
*professore emerito diPedagogiagenerale nell'Università di Roma Tre
Se la scuola è «viralizzata»
riscopra i diritti pedagogici
Osservare l’allievo,
motivarlo, valorizzare le sue potenzialità, aiutarlo nelle difficoltà,
personalizzare l’offerta formativa: ecco cosa è importante riuscire a garantire
di Fulvio De Giorgi *
Nel corso dell’Ottocento,
quando i Paesi occidentali si sono progressivamente dotati di sistemi
scolastici pubblici (con modelli diversi di protagonismo statale o di
decentramento), la Scuola ha assunto una sua religiosità civile, quasi come una
Chiesa sui generis, con cadenze simili: banchi di scuola/banchi di chiesa;
cattedra dell’insegnante/cattedra del vescovo; calendario scolastico/calendario
liturgico; orario scolastico/liturgia delle ore; campanella/ campane. In
contesti laicistici questa analogia fu giocata come alternativa ostile; nei
contesti popolari di base, meno ideologizzati, come sussidiarietà reciproca di
due grandi agenzie educative. E in effetti proprio la comune missione educativa
(ancorché diversamente caratterizzata) dava sia alla Scuola sia alla Chiesa un
presupposto comune di civiltà: l’umanesimo plenario, la dignitas humana, il
servizio all’umanità e alla sua crescita. Insomma la centralità dell’essere
umano in carne ed ossa: mente e corpo, natura e spirito. La pandemia ha
determinato uno stato di eccezionalità che ha comportato, per la Chiesa, una
pastorale d’emergenza. E così pure, per la Scuola, si è resa necessaria una
didattica d’emergenza. Una pastorale virtuale e una didattica virtuale. Con una
non banale differenza: la Chiesa si è prevalentemente affidata alla televisione
(i riti officiati dal Papa; la preghiera promossa dalla Cei e dai media di
ispirazione cristiana; altri momenti di preghiera diocesani, ma diffusi da
Tv2000 o da altre emittenti); la scuola si è finora prevalentemente affidata al
web (che ha possibilità interattive). Così la Chiesa ha raggiunto (quasi) tutti
i suoi fedeli che avessero voluto partecipare; la scuola ha raggiunto un 80%
dei suoi studenti. Sembra tanto l’80%. In realtà significa che un quinto, il
20%, presumibilmente il più emarginato socialmente e geograficamente, cioè
quella 'periferia digitale' che non ha computer o non ha connessione, è rimasto
escluso. E così la Repubblica, come ormai capita negli ultimi decenni di
neoliberismo imperante (perfino in campo educativo e scolastico), non ha
eliminato, ma rafforzato, gli ostacoli di ordine economico e sociale che,
limitando l’eguaglianza, impediscono un pieno e paritario sviluppo della
persona umana. Il 16 aprile la ministra Azzolina ha annunciato un’alleanza
potenziata Rai-Ministero e un palinsesto ad hoc. Si possono concedere le
attenuanti della sorpresa e dell’urgenza: ma è strano che – pur citando molto
Alberto Manzi – si sia fatto ricorso così in ritardo alla televisione, che
arriva in pressoché tutte le case. È il caso di dire, comunque, ... non è mai
troppo tardi!
In ogni caso, il 17 aprile,
nella sua omelia nella Messa quotidiana a Santa Marta, papa Francesco ha ben
chiarito che le modalità liturgiche a distanza, attraverso i mezzi di
comunicazione sociale, sono un’emergenza legata «al momento difficile» e cioè una
via «per uscire dal tunnel, non per rimanere così». E questo perché la Chiesa è
«familiarità concreta». E, con uno dei suoi neologismi, Francesco ha concluso
che non si può « viralizzare » la Chiesa. Una Chiesa tutta virtualizzata è una
chiesa viralizzata: col- pita nel suo organismo. Ma – potremmo dire – lo stesso
vale per la scuola: una scuola tutta virtualizzata è una scuola viralizzata:
colpita nel suo organismo. Insomma, le modalità virtuali dell’emergenza hanno
un carattere suppletivo e temporaneo, potranno anche rimanere poi in qualche
forma particolare, subordinata e sussidiaria (come avviene nei corsi
universitari): ma la scuola è comunità in presenza, è familiarità concreta, è
didattica a km zero. I nsomma, se non vogliamo perdere il timbro umano e il
fondamento umanistico di queste agenzie educative, non possiamo immaginare una
permanente 'crisi della presenza' (che è sinonimo di lutto). Diverso,
ovviamente, è il livello universitario, nel quale il web può servire per forme
di humanitarian higher education, naturalmente con precise garanzie di qualità
(e fatte salve le necessità laboratoriali o le specificità della formazione di
educatori). Peraltro la pandemia ha rappresentato, in negativo, la rivincita
brutale della corporeità naturale sul cyber-mondo artificiale e, in positivo,
ci ha fatto apprezzare l’importanza e il dono del contatto umano diretto, del
vissuto sociale concreto, a fronte della innaturale chiusura prolungata in
residenzialità coatte che psicologicamente ci pesano come arresti domiciliari.
Insomma è l’evidenza globale della necessità e superiorità dell’umanesimo
plenario nella vita normale.
Per rimanere in ambito
scolastico, bisogna rifuggire dagli opposti estremismi dei luddisti didattici e
dei pasdaran fanatici della tecnologia: né digital-fobia né digital-mania. Ma
non si possono confondere i mezzi con i fini, né la forma con i contenuti.
Certo, sappiamo ormai tutti che – come ci ha insegnato, in anni lontani, il
grande Marshall McLuhan – il medium è il messaggio. Ma appunto: la forma, il
'come' è sostanza. Io posso utilizzare la lavagna di ardesia o la LIM, ma quale
sarà la 'forma' della mia azione didattica? I dispositivi che uso sono
importanti e non sono tutti uguali (perché offrono possibilità diverse), ben
vengano perciò dispositivi migliori. Ma, alla fine, resta il loro carattere
strumentale. E la capacità del docente si misura soprattutto sulla sua
preparazione e sulla qualità della sua didattica.
Vi è il diritto
all’istruzione. Nessuno oggi lo nega. Ma vi sono – in una prospettiva
umanistica universale – anche 'diritti pedagogici', che molti di fatto negano o
perfino ignorano (analizzare il perché di questa ignoranza e dell’analfabetismo
pedagogico, ancora tanto diffuso, ci porterebbe molto lontano). Non basta
'cosa' l’allievo impara, è importante 'come' lo impara. Se lo impara in una
maniera mnemonica, astratta, passiva, come risultato di una fredda e apodittica
trasmissione di nozioni, viene depauperato di un vissuto educativo importante
che è un suo diritto: un diritto 'pedagogico'! E per rendere reale tale
diritto, l’insegnante deve avere la possibilità di osservare direttamente
l’allievo, di renderlo attivo nei processi di apprendimento, di motivarlo
scoprendo e valorizzando le sue potenzialità o sostenendolo nelle sue difficoltà,
di portarlo all’acquisizione di capacità cooperative e competenze sociali, di
personalizzare l’offerta formativa, di suscitare e affinare il senso critico
attraverso il dialogo. Se questi diritti pedagogici vengono riconosciuti, si
usi pure tutta la strumentazione tecnologica utile a realizzarli. Certo la
relazione umana, in presenza, non ne potrà mai uscire mortificata. I nfine, un
ultimo punto importante. Si parla di riaprire le scuole cercando di garantire
il 'distanziamento di sicurezza' tra gli alunni. Se si devono studiare
accorgimenti (scaglionamenti, turnazioni, ecc.) è perché nei nostri edifici
scolastici e nelle nostre aule viene spesso negato al singolo allievo il suo
spazio didattico. È difficile, anzi impossibile, immaginare una didattica
attiva in aule densamente o anche mediamente affollate. Questa è la frontiera
qualitativa della scuola di domani: pochi alunni per classe. La necessità, in
questo caso, potrà condurci a soluzioni migliori.
*Pedagogista,
Università di Modena e Reggio Emilia
Earth Day 2020: ripartire per il bene dell’umanità intera
22
aprile 2020 - 50.ma Giornata mondiale
della Terraall’insegna della speranza e dell’impegno per
ricominciare dalla crisi provocata dalla pandemia e immaginare nuovi stili di
vita sostenibili. L'Italia celebra l'avvenimento aprendo una "maratona
multimediale" live di 12 ore, con ospiti e collegamenti internazionali.
L'evento dedicato al Papa, nel quinto anniversario della "Laudato
si’"
di Roberta
Gisotti – Città del Vaticano
Sarà dedicata a Francesco, nel quinto anniversario
della Laudato si’, la 50ma Giornata mondiale della Terra, che aprirà le sue
celebrazioni proprio in Italia. "Siamo onorati dell'impegno” che il
Papa mette “nell'unire le persone sull'importanza della Terra in questo momento
così importante”, dichiarano Denis Hayes, fondatore dell'Earth Day e Kathleen
Rogers, presidente dell'Earth Day Network. “La sua Enciclica Laudato si'
sottolinea il potente rapporto che ognuno di noi ha con il nostro unico
Pianeta”.
Anniversario
di speranza oltre la pandemia
Organizzata la prima volta, il 22 aprile 1970, dal
movimento ambientalista Earth Day Network, la Giornata dedicata alla Madre
Terra - riconosciuta dall’Onu nel 2009 – vede l’adesione oggi di 75 mila
partner, in 193 Paesi, impegnati a promuovere a ogni livello la democrazia
ambientale. Un anniversario funestato quest’anno dalla pandemia del Covid-19,
che vede ormai decine di migliaia di vittime, centinaia di migliaia di malati a
ogni latitudine del mondo e miliardi di persone di ogni età e condizione
sociale a rischio di contagio, costrette a misure inedite di isolamento e di
distanziamento sociale.
Maratona
mondiale multimediale: un popolo un pianeta
Da qui la decisione di organizzare in questa
edizione 2020 una "Maratona mondiale multimediale" dal titolo #OnePeopleOnePlanet,
che verrà trasmessa in italia sul canale streaming Rai Play: 12 ore in diretta
dalle 8 alle 20, con testimonianze, performance artistiche, approfondimenti con
esperti, in collegamento con diversi programmi radiotelevisivi del servizio
pubblico oltre che dei Media Vaticani e di Tv 2000 e di altre emittenti
private. Ad animare la maratona saranno volti e voci note del giornalismo, del
mondo dello spettacolo, dello sport e della scienza. Non mancheranno
‘incursioni’ in molte località e centri di ricerca nel mondo per fare il punto
sulla salute del pianeta e i tanti inquietanti interrogativi su un futuro
sostenibile.
La
crescita della coscienza ambientalista
E’
trascorso oltre mezzo secolo da quegli anni ’60 che portarono, sull’onda delle
proteste giovanili nelle università americane, a riflettere sulle questioni
ambientali. Fu poi il disastro provocato dalla fuoriuscita di petrolio dal
pozzo della Union Oil al largo di Santa Barbara in California, tra gennaio e
febbraio del 1969, a maturare l’idea di unire le forze contro il degrado
ambientale: 20 milioni di cittadini degli Stati Uniti manifestarono il
loro dissenso dando vita alla prima Giornata della Terra. Da allora un
lungo cammino per allargare la consapevolezza ambientale nei popoli, che ha
avuto un’accelerata portata dagli effetti dei cambiamenti climatici, come
spiega Pierlugi Sassi, presidente di Earth Day Italia, esperto di
innovazione ed economia sociale:
R.
– Il nostro movimento nasce dalla discesa in piazza di 20 milioni di cittadini
americani, per lo più intercettando il movimento studentesco, che realizzarono
forse la più grande manifestazione per la tutela del pianeta fino ad allora mai
realizzata. Nacque l’Earth Day, che oggi mobilita miliardi di persone.
Quindi, dal punto di vista organizzativo siamo cresciuti tanto. E torniamo ad
avere un risveglio delle nuove generazioni, questa volta però non per
affermare dei principi quanto piuttosto per salvaguardare l’esistenza stessa
dell’umanità in un contesto in cui, come Papa Francesco ci ricorda, i
cambiamenti climatici rischiano di diventare irreversibili e la qualità della
vita sulla Terra rischia di diventare inaccettabile. Quindi giovani che
rivendicano l’urgenza di avere rispetto per la Terra perché anche loro abbiano
un pianeta vivibile: credo che sia uno scenario completamente diverso. E’
quindi cresciuta tanto, la sensibilità, forse anche per il nostro piccolissimo
contributo; ma certamente questa sensibilità è cresciuta anche perché si è
fatta drammatica l’emergenza climatica e tutte le crisi umanitarie che questa
comporta.
Papa
Francesco è stato decisivo nel creare questa coscienza globale con la sua
Lettera Enciclica Laudato si’, divenuto testo di riferimento non solo
per i credenti,
e noi come Earth Day Network, quindi come organizzazione mondiale,
abbiamo deciso di dedicare a lui l’apertura di queste celebrazioni.
Quest’anno
la Terra è invasa dal virus Covid-19: un’occasione forte in più per riflettere
su consumi, stili di vita … e che altro?
R.
– Sicuramente, non è venuto solo per fare danni, questo virus: ci ha costretti
ad interrompere un po’ questa corsa verso il nulla, che ci stava portando forse
a non considerare più tanti valori. Ri-apprezziamo il valore dell’uomo, delle
relazioni di cui oggi siamo per alcuni aspetti totalmente privati. Credo che la
centralità dell’uomo, la centralità delle relazioni, la bellezza della natura
siano fattori decisivi per la nostra piena realizzazione, per una realizzazione
integrale dell’uomo. Non dobbiamo pensare che, usciti da questo dramma – perché
tante persone stanno perdendo la vita e tante la stanno mettendo a rischio –
che l’obiettivo sarà quello di tornare indietro, rapidamente, il più
rapidamente possibile, ai vecchi modelli, ma dovrà essere quello di crearne di
nuovi che possano rimettere al centro l’uomo e la sua felicità. Non
mancano le discipline scientifiche che ci possono fare da riferimento, non
mancano le buone pratiche che ci possono fare da riferimento. Noi, con la
nostra Maratona, con il nostro grande impegno mediatico, cercheremo di mettere
in luce questo messaggio di speranza. Esistono modelli economici sani, che
hanno già dimostrato di funzionare e che superano il concetto di competizione e
speculazione esasperata per entrare in un clima di cooperazione e di ricerca
del bene comune.
Tra
i partner della Giornata è il Movimento dei Focolari, che da cinque anni
organizza a Roma, in collaborazione con Earth Day Italia, il Villaggio per la
Terra, volto a sensibilizzare l’opinione pubblica con tante iniziative, che
quest’anno a causa dell’epidemia sono state convogliate nella Maratona
multimediale, per lanciare un messaggio speciale, come racconta con entusiasmo Antonia
Testa, focolarina, ginecologa dell’Ospedale Gemelli di Roma e docente
all’università Cattolica:
R.
– Sarà un messaggio straordinario. Noi, in realtà, come organizzatori del
Villaggio per la Terra, stavamo lavorando intensamente da un anno, sapendo di
questa ricorrenza del 50mo e sapendo le urgenze, le emergenze del nostro
pianeta e anche dell’anniversario importante dell’Enciclica Laudato
si’. Quindi il Villaggio per la Terra che stavamo preparando voleva essere
un altoparlante, voleva essere l’eco nel mondo di questi avvenimenti.
L’emergenza Covid19 ci ha costretto invece a cambiare programmi; la soluzione
più semplice sarebbe stata quella di annullare tutto, ma poi abbiamo detto:
‘no, non possiamo annullare tutto’. In questi anni infatti abbiamo costruito ed
abbiamo tra le mani una rete così grande, così potente, fatta da
testimonial, da associazioni, da istituzioni che vogliono dare questo messaggio
positivo per la tutela del nostro pianeta, una tutela come il Papa ce la
presenta: verso un’ecologia integrale. E, proprio oggi, questa rete, questo
popolo può lanciare un messaggio di speranza. Per questo è stata pensata, è
stata organizzata con grandissime energie la Maratona multimediale, che vorrà
essere proprio questo: eco della voce del Papa, voce dell’umanità, che invita
tutti a tracciare nuovi percorsi nella storia, efficaci, autentici.
In
questo periodo critico, nel dibattito pubblico si sente molto parlare delle
conseguenze economiche della pandemia, forse meno delle ricadute psicologiche,
anche spirituali, sul senso della vita, al di là di generiche affermazioni sul
fatto che nulla sarà come prima…
R.
– Concordo con lei che è un aspetto, questo, che si menziona troppo poco, forse
perché è quello più interiore. Per questo, secondo me, oggi più che mai questo
messaggio deve essere globale, deve arrivare al cuore di ciascuno di noi;
messaggio che io, tu, noi, ciascuno possiamo essere protagonisti di questo
momento. Penso che quello che disarma tutti è la paura del futuro: saremo
diversi, ma che cosa sarà, cosa ci aspetta? Io avverto che la speranza che
devo raccogliere dentro di me, non può essere un banale ottimismo: dev’essere
autentico, quell’ottimismo che va nel profondo, cova, trova la speranza e la
trasforma in atti concreti. Atti concreti da chi dovrà scrivere poi nuovi
trattati della storia, dai governi e da chi anche, nel quotidiano, può fare la
differenza. Possiamo fare la differenza nel costruire relazioni, possiamo fare
la differenza andando incontro all’altro. Ad esempio io, quando mi come medico
mi ritrovo di fronte a una paziente malata o con un sospetto di Covid, non
posso starle vicino, magari non posso in quel momento toccarla se non
attraverso un dispositivo di protezione, ma i miei occhi possono penetrare nei
suoi occhi. E in quella luce sento che quel legame fortissimo che dà forza
all’altro e dà forza a me. Quindi, è un tema che io sottolineo come lei:
dobbiamo tanto tenere a cuore, dobbiamo spendere tutte le nostre forze, e tutti
possiamo giocare un ruolo importante.
E’
importante quindi sottolineare il sentimento della speranza e dell’ottimismo e
non quello della paura che ci fa restare inchiodati al presente?
R.
– Sì. A me ha fatto impressione sentire il Santo Padre più volte, in questa
Quaresima, in questa preparazione alla Pasqua, che ci metteva in allerta: che
esistono le forze del male. E io ogni volta penso che quando uno sente
confusione, tristezza, paura non può fermarsi a quello: deve essere consapevole
che la negatività c’è ma che noi abbiamo una forza dentro e io lo vedo, lo
vedo dall’energia incredibile che colgo dai giovani che lavorano qui, in
ospedale, con me. La colgo dalle associazioni che spendono energie, la colgo
dagli artisti che sono fermi e non possono lavorare ma si spendono attraverso
il web per i bambini, per le famiglie. La colgo dalla creatività che ho visto
nella Chiesa: mi ha fatto così impressione ricevere un video bellissimo dalle
suore di clausura che, con il loro canto, la loro musica mi hanno dato una tale
carica, quella mattina, per ripartire… Ecco, io dico: siamo pieni di
creatività, siamo pieni di energie, siamo pieni di luce. Come facciamo a
non essere ottimisti?