sabato 25 aprile 2020

SCUOLA. CAMMINIAMO PER USCIRE DALLA CRISI MIGLIORI DI PRIMA. Intervista al Card. Versaldi

Il rinnovamento nel senso della relazione e del patto educativo, ma anche l’importanza di ‘dare un'anima’ alle nuove tecnologie così come il contributo delle scuole paritarie, al centro dell’intervista con il cardinale Giuseppe Versaldi

di Debora Donnini – Città del Vaticano

Un forte incoraggiamento è quello che rivolge al mondo della scuola stamani il cardinale Giuseppe Versaldi, prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica. Ieri, infatti, alla Messa a Casa Santa Marta il Papa ha chiesto di pregare per gli insegnanti, molto impegnati per fare lezione via Internet, e per gli studenti, che sempre a causa della pandemia “devono fare gli esami in un modo nel quale non sono abituati”:
R. - L'augurio è quello di sapere cogliere questa occasione per rinnovarsi e anche per rivedere alcuni aspetti, cioè il fatto che la scuola sia, come dice sovente il Papa, una comunità educativa dove conta certamente il contenuto dell'insegnamento, ma ancor di più conta la relazione che si stabilisce tra insegnanti e studenti. Una relazione che deve essere da parte degli insegnanti di cura e di rispetto dei giovani e, da parte degli studenti, di rispetto e di apertura verso gli insegnanti come una generazione più avanti della loro, che trasmette dei valori e dei contenuti non solo tecnico-scientifici ma soprattutto umani.
La Chiesa vuol mettersi al servizio e la Congregazione per l'Educazione Cattolica quindi rivolge un augurio, innanzitutto a tutte le scuole cattoliche. Abbiamo nel mondo più di 61 milioni di studenti, dalle materne fino all'Università, che aderiscono a questa offerta che la Chiesa cattolica fa. L’augurio è di essere capaci di questo rinnovamento come un salto in avanti. L’augurio si rivolge anche a tutte le altre scuole non cattoliche, statali e anche di altri orientamenti, perché possono veramente ispirarsi a quei valori umani, e per chi crede anche religiosi. L'augurio è per tutti e insieme camminiamo per uscire da questa crisi, ma non per tornare come prima ma migliori di prima.
In questo momento è emerso, proprio davanti alle difficoltà, l’impegno che è stato messo per cercare di andare avanti …
R. - Le nuove tecnologie si rivelano quanto mai provvidenziali. Quindi, è un’occasione sia per usare le nuove tecnologie, sia per animarle, 'dargli un’anima', che permetta una relazione interpersonale e non solo tecnica.
Questa pandemia ha costretto anche al rinvio dell'evento mondiale sul tema “Ricostruire il patto educativo globale”, voluto dal Papa e previsto per il prossimo 14 maggio, che invece si terrà tra l'11 e 18 ottobre. Anche questo è un appuntamento importante che terrà conto anche di quanto avvenuto in questi ultimi mesi?
R. - È proprio questa crisi che ci costringe ad una riflessione per evidenziare ancora di più la necessità di un patto tra tutte le componenti che svolgono il loro compito in questo campo così importante dell'educazione, perché si tratta dell'avvenire dei giovani, dalla scuola materna fino all’università, degli insegnanti della generazione più avanzata e delle famiglie: un mondo quasi globale che deve stringere questo patto e avremo modo, quindi, di prepararci meglio.
C’è poi attenzione per la sostenibilità delle scuole paritarie che, in questo momento, sono a rischio
R. - Certo, è un punto importante. Le scuole paritarie, cattoliche e non cattoliche, comunque fanno un servizio pubblico. Si tratta di scuole non statali ma che comunque fanno un servizio pubblico - come anche le scuole pubbliche - per la famiglia e per i giovani. Quindi, sono anche la salvaguardia di quel pluralismo dell'offerta educativa che è a fondamento della democrazia perché se c'è una sola opzione, le famiglie sono meno libere di scegliere. Quindi, pur con tutte le dovute condizioni, la scuola paritaria è un pluralismo che allarga la libertà di scelta e migliaia e migliaia di studenti di tutti gli ordini che frequentano le scuole cattoliche, sono un aiuto che la Chiesa dà alle famiglie ma anche allo Stato che viene alleggerito.




CORONA VIRUS E STUDENTI

I riti perduti per diventare grandi

Salutare le maestre e visitare la nuova scuola: tutte “cerimonie” che quest’anno non si potranno fare .

Prima riunione del Comitato di esperti dell’Istruzione: la priorità è svolgere la Maturità nelle classi.
  
Pierpaolo Triani, pedagogista dell’Università Cattolica: «Sono momenti importanti per gli alunni, ma anche per le stesse insegnanti. Un intreccio di relazioni che andrà ben curato anche via web».

di PAOLO FERRARIO

Forse è la volta buona che anche i bambini, chiusi in casa da cinquanta giorni, ricevano l’attenzione che meritano. All’inizio della prossima settimana, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, incontrerà i membri del Tavolo di lavoro parlamentare “Bambine e bambini”. «Senza dubbio evidenzieremo la necessità di inserire nella task force la figura di un tecnico esperto sui temi ed i bisogni dei più piccoli – si legge in una nota –. Insisteremo perché, sulla scia di tanti esempi che l’Europa ci sta mostrando, si parli in maniera concreta della riapertura delle scuole e degli asili e nidi: su questo fronte non è importante comprendere solo le tempistiche, ma soprattutto le modalità con cui si intende arrivare ad una riapertura in sicurezza, per gli studenti, gli insegnanti e gli educatori».
Di questo si è parlato, ieri, durante la prima riunione del Comitato di esperti, nominato dalla ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina e presieduto da Patrizio Bianchi. «Lavoreremo con rapidità», ha assicurato Bianchi, che ha riconvocato il gruppo dei diciotto esperti per martedì prossimo. Due le priorità indicate dalla Ministra: sostenere le famiglie coinvolte dalla chiusura delle scuole e lavorare per garantire gli Esami di Stato del secondo ciclo, «che noi auspichiamo si facciano in presenza», ha ribadito Azzolina. 

Tra le “cose perdute” nell’emergenza coronavirus, anche tanti piccoli, ma fondamentali riti di passaggio che contraddistinguono la crescita di bambini, adolescenti e giovani. In queste settimane, l’attenzione è tutta puntata sulla Maturità, con i candidati che, a ragione, chiedono un «esame vero», che rappresenti, come per le generazioni passate e quelle che verranno, l’ingresso nell’età adulta. Ma i bambini? Anche loro hanno bisogno di segnare il cammino fatto e traguardare i nuovi orizzonti, attraverso la celebrazione di questi momenti di passaggio. A ciò servono, per esempio, le visite alla scuola primaria dei bambini dell’ultimo anno della materna, che, con qualche mese di anticipo, prendono contatto con la “nuova scuola” e conoscono le insegnanti. E lo stesso vale per il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla primaria e da questa alla secondaria di primo grado. C’è bisogno di celebrare questi momenti di passaggio, di enfatizzarne la portata, proprio per prepararsi meglio a compiere il tratto di strada successivo. Al tempo del Covid-19, però, tutto è più complicato, “sterilizzato” dalla necessità di garantire il distanziamento sociale. E, soprattutto, dal fatto che le scuole sono chiuse. «Eppure si dovrà trovare i modi e le forme più indicate per sottolineare questi momenti anche nell’era della pandemia globale», sottolinea Pierpaolo Triani, professore di Pedagogia generale all’Università Cattolica. Padre di un’alunna di quinta primaria e di una studentessa dell’ultimo anno delle superiori, il docente è dunque pienamente coinvolto nell’attesa di ciò che sarà tra cinquanta giorni.
«Il fatto di non potersi incontrare, di non poter celebrare tutti insieme questi passaggi è un’esperienza che questa generazione si porterà dietro – riprende l’esperto –. Per questo diventa ancora più importante trovare le forme più adatte, compatibilmente con le misure di protezione,
per enfatizzare comunque questi momenti. Soprattutto per i bambini più piccoli, l’insegnante dovrà studiare un saluto personalizzato, su misura per ciascun alunno. Perché è importante che ogni bambino si senta salutato dagli insegnanti, ma è altrettanto importante che ciascun alunno possa a sua volta salutare. Penso che questo intreccio di saluti vada ben curato anche attraverso le forme online».
Anche per i ragazzi più grandicelli, gli adolescenti di terza media, questi momenti «non vanno fatti cadere». Soprattutto per loro, che quasi certamente saranno privati del rito collettivo dell’esame per il passaggio alla scuola superiore, sostituito dal giudizio del consiglio di classe, l’accompagnamento degli adulti dovrà essere ancora più attento e studiato. «Il momento del saluto finale è importante anche per i professori», sottolinea Triani. Che guarda, con l’interesse dello studioso e l’affetto del padre, anche al travaglio che stanno vivendo i candidati alla Maturità 2020. I ragazzi ancora non sanno, con certezza, come sarà organizzato l’esame. Se sarà anche scritto o soltanto orale. Se si svolgerà a scuola oppure online ciascuno a casa propria. In ogni caso, «la notte prima degli esami ci sarà anche per loro»', assicura il pedagogista. «Perché anche a questa età il “rito” ha la sua importanza – ribadisce –. Anche se questi ragazzi la maturità la stanno già vivendo. Costretti a cambiare vita, a ripensare il modo stesso di “fare” scuola che, ormai lo sappiamo per esperienza, non equivale a “stare” a scuola, la loro maturità la stanno già facendo. Come tutti gli italiani, del resto. Pur la tragicità del momento, o forse proprio per questo, anche per i candidati di quest’anno la Maturità sarà comunque un esame indimenticabile. Mancherà forse il “rito sociale” legato allo svolgimento delle prove a scuola, ma non la “narrazione sociale”. Che, a ben vedere, quest’anno è cominciata con due mesi di anticipo, dato che se ne parla praticamente da quando le scuole sono state chiuse. Perciò anche a loro va un grande “In bocca al lupo”, con la certezza che si dimostreranno all’altezza della situazione. Anzi, lo stanno già facendo».

www.avvenire.it

venerdì 24 aprile 2020

CORONAVIRUS. LA BELLEZZA CI SALVERÀ'?

 Sì, no, forse…

Una riflessione di p. Pietro Messa, ofm

I momenti di difficoltà e crisi come quello di una pandemia sono tempi di verifica, come il fuoco che brucia la paglia e purifica l’oro. Questo vale per strutture, idee, progetti di vita e quant’altro, comprese alcune espressioni spesso ripetute. Tra queste vi è la famosa frase di Dostoevskij secondo cui la bellezza salverà il mondo. Anche la teologia ha intrapreso al via della bellezza. Ma è proprio così oppure sono frasi d’evasione?
Certamente dal coronavirus salverà il vaccino e nel frattempo che si scopre le cure sanitarie fatte da persone competenti così come l’osservanza delle norme igenico sanitarie date dagli scienziati. L’estetismo è messo fuori gioco così come tutte le teorie d’evasione.
Eppure la bellezza che salva il mondo di cui parla lo scrittore russo è quella della misericordia, come avvenne per Francesco d’Assisi (cfr. Francesco il misericordioso. La sfida della fraternità, Milano 2019). In questa prospettiva sì, dal coronavirus ci si salverà solo se sarà tale bellezza a spingere i ricercatori a trovare con competenza il vaccino giusto, le aziende farmaceutiche a commercializzarlo nel momento che sarà scoperto in modo che sia accessibile a tutti, gli operatori sanitari a agire con professionalità, tutti a osservare le norme sanitarie per amore di se e degli altri, i governanti a gestire con oculatezza il dopo e così via.
Quindi nessuna presunzione che sarà la bellezza della misericordia a salvare dalla pandemia, ma anche piena consapevolezza che senza questo umile amore ogni sforzo sarà vano.








SPUNTI DI EDUCAZIONE CIVICA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

- Il 25 aprile nel ricordo del prof. Luciano Corradini, uno dei maggiori pedagogisti italiani esperti di educazione alla cittadinanza.


di Luciano Corradini*

Data la mia età, assediata dalla strategia  utilizzata dal Covid-19 nel decimare la nostra “riverita specie”, mi permetto di ricorrere a qualche cenno biografico per condividere con i giovani un breve ricordo del 25 aprile, festa della Liberazione.

C’ero anch’io
Avevo 9 anni, il  25 aprile del 1945, quando fui svegliato da un rombo di un corteo di carri armati, che passavano a cinquecento metri dalla casa in cui ero sfollato con la famiglia, sull’argine del Po, nella bassa reggiana. Ci riempiva di curiosità e di emozione il vociare concitato dei contadini che dicevano che era vero, che la guerra era finita davvero, e non come il 25 luglio del 1943, quando “era andato giù il Duce”, o l’8 settembre, quando Badoglio aveva annunciato l’armistizio con gli americani, ma poi se n’era scappato a Brindisi col Re, lasciando l’esercito italiano allo sbando, e dicendo che la guerra continuava. In aprile gli americani erano venuti sul serio a liberarci, perché tutti me lo dicevano, anche se io non avevo le idee molto chiare in proposito.
C’era un sole radioso, perfino accecante, con l’aria fine e trasparente che si trova assai di rado da quelle parti. Mio fratellino ed io correvamo a perdifiato fra i campi, inseguiti da un branco di oche spaventate per il frastuono della colonna. Impolverati e sorridenti, i soldati americani ci salutavano con entusiasmo dalle torrette dei loro carri, talora fermandosi per regalarci cioccolate e gomme da masticare, e chiedendo in cambio insalata e rapanelli.
Avevamo vissuto le vicende dei bombardamenti, dei rastrellamenti, della comparsa più o meno inquietante di gruppi di tedeschi, di fascisti repubblichini e di partigiani, che alcuni chiamavano ribelli, nei tre anni della Resistenza armata. Ho saputo per caso, leggendo Avvenire, che il primo annuncio della Liberazione fu dato alle ore 22 del 25 aprile 1945 da una radio allestita alla meglio, che trasmetteva in onde corte.
Riascoltiamo quel messaggio, che iniziava con l’Inno del Piave: “Attenzione, attenzione. Qui Radio Busto Arsizio. Stiamo per trasmettere un importante comunicato: ‘Per proclama del Comandante della piazza militare di Busto Arsizio si dichiara decaduto il regime fascista repubblicano e si esorta la popolazione alla calma e al rispetto delle leggi civili e militari dell’8 settembre 1943 rientrate in vigore. Cittadino italiano, tu che hai sofferto per la tua Patria ancora una volta calpestata dal barbaro nemico, l’ora della tua liberazione è giunta! Lavoratore, ancora per qualche giorno controlla ogni tentativo di distruzione delle tue macchine, delle tue officine, delle centrali elettriche. Salva la tua ricchezza di domani… Industriali, disponete perché il lavoro continui, perché le mense aziendali non abbiano a subire interruzioni. Donne, siate degne dell’ora che volge, italiani tutti, al vostro posto di battaglia!”. Il giorno 26 aprile la notizia fu ripresa da radio e da giornali e fece il giro del mondo.

L’inizio di una presa di coscienza storica negli anni’50
Mi sembra di aver cominciato solo al liceo a rendermi conto dei fatti e dei problemi relativi alla guerra, alla resistenza, alla pace, alla difficile ricostruzione. Questo è avvenuto un giorno, quando il preside del Classico di Reggio Emilia, che si chiamava Ermanno Dossetti, ci convocò in Palestra, per parlarci della Costituzione, proprio alla vigilia del 25 aprile.
Allora ho avuto l’intuizione, anche se un po’ vaga, che la Costituzione fosse una cosa molto importante, un avvenimento che cambiava per sempre la nostra vita, un tesoro, che doveva essere conosciuto e messo a frutto non solo da parte delle istituzioni e dei politici, ma da tutti i cittadini, nella vita di tutti i giorni, se non si voleva tornare agli anni terribili della guerra. Negli anni successivi, anche come insegnante, sono tornato più volte su questo testo: sono restato e resto sempre più ammirato per la sua verità e la sua bellezza, ma anche amareggiato e deluso per il modo con cui in complesso l’abbiamo ignorata e trattata.
E’ come se avessimo tenuto in cantina, in mezzo ai topi, un capolavoro di Leonardo. O come se avessimo ricevuto in eredità una Ferrari e l’avessimo fatta marciare solo in prima e in seconda.
E’ stato detto che le Costituzioni sono gli strumenti che gli uomini si danno nei tempi della saggezza, a valere per il momento della confusione. Il “capolavoro di saggezza” della Costituzione è stato scritto in 18 mesi, dal 2 giugno 1946 al 22 dicembre 1947. Il 2 giugno si tennero le prime votazioni a suffragio universale, comprese le donne, sia per rispondere al referendum in cui si decise la nascita della Repubblica Italiana, sia per eleggere l’Assemblea Costituente. Appare perciò storicamente corretto riconoscere la radice della Costituzione nella Resistenza e nella Liberazione, che hanno nel 25 aprile la loro genesi storica e simbolica. E chiedersi le ragioni della mancata o parziale attuazione dei suoi principi e delle sue norme fondamentali, per cercare di avanzare nella via della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà e per evitare di soccombere  di fronte alle crisi epocali che dipendono in gran parte dalla nostra “dimenticanza” dei principi costituzionali.
Nulla è perduto con la pace, aveva detto Pio XII in un radiomessaggio del 1939, aggiungendo che tutto può essere perduto con la guerra. E’ possibile però anche dimenticare che allora una difficile pace è stata conquistata a prezzo di una guerra disastrosa; e che si può anche perderla di nuovo, se si dimentica quella terribile lezione della storia. Faccio ora un salto  in avanti di quarant’anni dalla fine della guerra.

Il 25 aprile ricordato a Milano nel 1986, per leggere 14 lapidi
Una mattina del 1986, quando abitavo a Milano, decidemmo, con mia moglie e mio figlio, che saremmo andati alla manifestazione organizzata dall’ANPI per ricordare il 25 aprile. C’erano solo 3 macchine con gli striscioni sul cofano, davanti alla sede del Consiglio di Zona di Porta Venezia. Col nostro arrivo, le macchine divennero 4 e così noi rappresentammo il 25% della delegazione che si preparava a visitare le 14 lapidi del Quartiere, per portare corone d’alloro ai martiri della Resistenza. Quando uno del gruppo, lamentando le assenze degli “altri”, disse che avrebbero potuto sfoderare le loro bandiere rosse, feci garbatamente valere le nostre ragioni di cittadini della parrocchia di San Gregorio. Sicché questo bastò a restituire al Tricolore il suo carattere di simbolo dell’unità nazionale.
Si prese atto che il nostro 25% in quel piccolo corteo possedeva due primati: mio figlio era il più giovane del gruppo e io ero il più alto. Lui ascoltò le commosse parole dell’anziano presidente dell’ANPI, che fu lieto di poter consegnare a un giovane il suo ricordo e il suo messaggio; io manovrai con discreta perizia il bastone che serviva per installare le corone vicino alle lapidi, poste molto al di sopra delle nostre teste, e forse per questo ignorate dai passanti e dagli abitanti del quartiere. Mia moglie, che aveva caldeggiato la nostra partecipazione, prendeva appunti. Registrava i nomi di quei giovani che erano stati fucilati a Milano o uccisi nei campi di concentramento, talora pochi giorni prima o dopo la Liberazione; e annotava le frasi con cui amici e parenti avevano voluto ricordare il senso di quei sacrifici.
Si scendeva dalle macchine, si sostava un istante, si poneva in alto la corona, come se si cercasse di cogliere il gesto, il sorriso, la smorfia di dolore di chi aveva offerto la sua vita perché noi potessimo conservare e sviluppare la nostra vita di cittadini liberi e democratici.
Poi si risaliva in auto e si ricominciava la piccola processione di quella via crucis civile che ci ha fatto sentire popolo italiano, come la via Crucis del Venerdì santo ci fa sentire popolo di Dio.
Fra una stazione e l’altra leggevamo qualche frase di un giornaletto dell’ANPI o ricordavamo qualche pensiero dei Condannati a morte della Resistenza. Sentivamo il bisogno di ringraziare il Signore, che aveva dato tanta forza a quei giovani, e di ringraziarlo per la libertà conquistata dal loro sacrificio, di cui molti hanno perso la memoria.
Al termine della visita, abbiamo aderito all’ANPI, per restare informati della loro attività e per condividere quel grande patrimonio di fede nella libertà e nella pace, che ha caratterizzato questo lungo dopoguerra.

La pandemia del Covit-19 e gli appelli del Papa e del Segretario dell’ONU per un’alleanza globale per l’unità e per la pace
La strage pandemica di questo 2020 mette a dura prova la nostra speranza di indefinito benessere, per l’inedito scenario di morte, di paura, di solitudine, di crisi economica e d’incertezza che grava sul nostro futuro. D’altra parte questa lotta contro uno sciame invisibile di microbi patogeni che involontariamente ci trasmettiamo con la prossimità, inducendo le pubbliche autorità a imporre, in ordine sparso, lunghi e incerti lockdown per attuare un “distanziamento sociale”, e cioè per sottrarre “cibo” al virus, sta affamando anche parte di noi, ma anche risvegliando in altri le migliori energie che hanno consentito all’Italia di riemergere, attraverso la Resistenza e la Costituente, dal “crogiolo ardente” della guerra mondiale degli anni ’40. Papa Francesco e Antonio Gutierrez invocano con accorata energia l’unità europea, la cessazione delle guerre e la pace, in nome di un’umanità che riconosca il comune nemico non in un popolo, in uno stato o in un’ideologia, ma in uno dei tanti virus che abbiamo inconsapevolmente risvegliato, nella nostra pretesa di sfruttamento incontrollato della natura.
Per questo alla Pasqua cristiana possiamo associare la Pasqua civile che il nostro Paese celebra, anch’essa per la prima volta per via telematica, a 75 anni da quell’evento.

 *professore emerito di Pedagogia generale nell'Università di Roma Tre





giovedì 23 aprile 2020

LA SCUOLA E LA PANDEMIA. QUALE MODELLO EDUCATIVO?

Se la scuola è «viralizzata» riscopra i diritti pedagogici

Osservare l’allievo, motivarlo, valorizzare le sue potenzialità, aiutarlo nelle difficoltà, personalizzare l’offerta formativa: ecco cosa è importante riuscire a garantire

di Fulvio De Giorgi *

Nel corso dell’Ottocento, quando i Paesi occidentali si sono progressivamente dotati di sistemi scolastici pubblici (con modelli diversi di protagonismo statale o di decentramento), la Scuola ha assunto una sua religiosità civile, quasi come una Chiesa sui generis, con cadenze simili: banchi di scuola/banchi di chiesa; cattedra dell’insegnante/cattedra del vescovo; calendario scolastico/calendario liturgico; orario scolastico/liturgia delle ore; campanella/ campane. In contesti laicistici questa analogia fu giocata come alternativa ostile; nei contesti popolari di base, meno ideologizzati, come sussidiarietà reciproca di due grandi agenzie educative. E in effetti proprio la comune missione educativa (ancorché diversamente caratterizzata) dava sia alla Scuola sia alla Chiesa un presupposto comune di civiltà: l’umanesimo plenario, la dignitas humana, il servizio all’umanità e alla sua crescita. Insomma la centralità dell’essere umano in carne ed ossa: mente e corpo, natura e spirito. La pandemia ha determinato uno stato di eccezionalità che ha comportato, per la Chiesa, una pastorale d’emergenza. E così pure, per la Scuola, si è resa necessaria una didattica d’emergenza. Una pastorale virtuale e una didattica virtuale. Con una non banale differenza: la Chiesa si è prevalentemente affidata alla televisione (i riti officiati dal Papa; la preghiera promossa dalla Cei e dai media di ispirazione cristiana; altri momenti di preghiera diocesani, ma diffusi da Tv2000 o da altre emittenti); la scuola si è finora prevalentemente affidata al web (che ha possibilità interattive). Così la Chiesa ha raggiunto (quasi) tutti i suoi fedeli che avessero voluto partecipare; la scuola ha raggiunto un 80% dei suoi studenti. Sembra tanto l’80%. In realtà significa che un quinto, il 20%, presumibilmente il più emarginato socialmente e geograficamente, cioè quella 'periferia digitale' che non ha computer o non ha connessione, è rimasto escluso. E così la Repubblica, come ormai capita negli ultimi decenni di neoliberismo imperante (perfino in campo educativo e scolastico), non ha eliminato, ma rafforzato, gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando l’eguaglianza, impediscono un pieno e paritario sviluppo della persona umana. Il 16 aprile la ministra Azzolina ha annunciato un’alleanza potenziata Rai-Ministero e un palinsesto ad hoc. Si possono concedere le attenuanti della sorpresa e dell’urgenza: ma è strano che – pur citando molto Alberto Manzi – si sia fatto ricorso così in ritardo alla televisione, che arriva in pressoché tutte le case. È il caso di dire, comunque, ... non è mai troppo tardi!
In ogni caso, il 17 aprile, nella sua omelia nella Messa quotidiana a Santa Marta, papa Francesco ha ben chiarito che le modalità liturgiche a distanza, attraverso i mezzi di comunicazione sociale, sono un’emergenza legata «al momento difficile» e cioè una via «per uscire dal tunnel, non per rimanere così». E questo perché la Chiesa è «familiarità concreta». E, con uno dei suoi neologismi, Francesco ha concluso che non si può « viralizzare » la Chiesa. Una Chiesa tutta virtualizzata è una chiesa viralizzata: col- pita nel suo organismo. Ma – potremmo dire – lo stesso vale per la scuola: una scuola tutta virtualizzata è una scuola viralizzata: colpita nel suo organismo. Insomma, le modalità virtuali dell’emergenza hanno un carattere suppletivo e temporaneo, potranno anche rimanere poi in qualche forma particolare, subordinata e sussidiaria (come avviene nei corsi universitari): ma la scuola è comunità in presenza, è familiarità concreta, è didattica a km zero. I nsomma, se non vogliamo perdere il timbro umano e il fondamento umanistico di queste agenzie educative, non possiamo immaginare una permanente 'crisi della presenza' (che è sinonimo di lutto). Diverso, ovviamente, è il livello universitario, nel quale il web può servire per forme di humanitarian higher education, naturalmente con precise garanzie di qualità (e fatte salve le necessità laboratoriali o le specificità della formazione di educatori). Peraltro la pandemia ha rappresentato, in negativo, la rivincita brutale della corporeità naturale sul cyber-mondo artificiale e, in positivo, ci ha fatto apprezzare l’importanza e il dono del contatto umano diretto, del vissuto sociale concreto, a fronte della innaturale chiusura prolungata in residenzialità coatte che psicologicamente ci pesano come arresti domiciliari. Insomma è l’evidenza globale della necessità e superiorità dell’umanesimo plenario nella vita normale.
Per rimanere in ambito scolastico, bisogna rifuggire dagli opposti estremismi dei luddisti didattici e dei pasdaran fanatici della tecnologia: né digital-fobia né digital-mania. Ma non si possono confondere i mezzi con i fini, né la forma con i contenuti. Certo, sappiamo ormai tutti che – come ci ha insegnato, in anni lontani, il grande Marshall McLuhan – il medium è il messaggio. Ma appunto: la forma, il 'come' è sostanza. Io posso utilizzare la lavagna di ardesia o la LIM, ma quale sarà la 'forma' della mia azione didattica? I dispositivi che uso sono importanti e non sono tutti uguali (perché offrono possibilità diverse), ben vengano perciò dispositivi migliori. Ma, alla fine, resta il loro carattere strumentale. E la capacità del docente si misura soprattutto sulla sua preparazione e sulla qualità della sua didattica.
Vi è il diritto all’istruzione. Nessuno oggi lo nega. Ma vi sono – in una prospettiva umanistica universale – anche 'diritti pedagogici', che molti di fatto negano o perfino ignorano (analizzare il perché di questa ignoranza e dell’analfabetismo pedagogico, ancora tanto diffuso, ci porterebbe molto lontano). Non basta 'cosa' l’allievo impara, è importante 'come' lo impara. Se lo impara in una maniera mnemonica, astratta, passiva, come risultato di una fredda e apodittica trasmissione di nozioni, viene depauperato di un vissuto educativo importante che è un suo diritto: un diritto 'pedagogico'! E per rendere reale tale diritto, l’insegnante deve avere la possibilità di osservare direttamente l’allievo, di renderlo attivo nei processi di apprendimento, di motivarlo scoprendo e valorizzando le sue potenzialità o sostenendolo nelle sue difficoltà, di portarlo all’acquisizione di capacità cooperative e competenze sociali, di personalizzare l’offerta formativa, di suscitare e affinare il senso critico attraverso il dialogo. Se questi diritti pedagogici vengono riconosciuti, si usi pure tutta la strumentazione tecnologica utile a realizzarli. Certo la relazione umana, in presenza, non ne potrà mai uscire mortificata. I nfine, un ultimo punto importante. Si parla di riaprire le scuole cercando di garantire il 'distanziamento di sicurezza' tra gli alunni. Se si devono studiare accorgimenti (scaglionamenti, turnazioni, ecc.) è perché nei nostri edifici scolastici e nelle nostre aule viene spesso negato al singolo allievo il suo spazio didattico. È difficile, anzi impossibile, immaginare una didattica attiva in aule densamente o anche mediamente affollate. Questa è la frontiera qualitativa della scuola di domani: pochi alunni per classe. La necessità, in questo caso, potrà condurci a soluzioni migliori.

*Pedagogista, Università di Modena e Reggio Emilia






martedì 21 aprile 2020

GIORNATA MONDIALE DELLA TERRA

Earth Day 2020: 
ripartire per il bene dell’umanità intera

22 aprile 2020 -  50.ma Giornata mondiale della Terra all’insegna della speranza e dell’impegno per ricominciare dalla crisi provocata dalla pandemia e immaginare nuovi stili di vita sostenibili. L'Italia celebra l'avvenimento aprendo una "maratona multimediale" live di 12 ore, con ospiti e collegamenti internazionali. L'evento dedicato al Papa, nel quinto anniversario della "Laudato si’"

di Roberta Gisotti – Città del Vaticano


Sarà dedicata a Francesco, nel quinto anniversario della Laudato si’, la 50ma Giornata mondiale della Terra, che aprirà le sue celebrazioni proprio in Italia. "Siamo onorati dell'impegno”  che il Papa mette “nell'unire le persone sull'importanza della Terra in questo momento così importante”, dichiarano Denis Hayes, fondatore dell'Earth Day e Kathleen Rogers, presidente dell'Earth Day Network. “La sua Enciclica Laudato si' sottolinea il potente rapporto che ognuno di noi ha con il nostro unico Pianeta”.
Anniversario di speranza oltre la pandemia
Organizzata la prima volta, il 22 aprile 1970, dal movimento ambientalista Earth Day Network, la Giornata dedicata alla Madre Terra - riconosciuta dall’Onu nel 2009 – vede l’adesione oggi di 75 mila partner, in 193 Paesi, impegnati a promuovere a ogni livello la democrazia ambientale. Un anniversario funestato quest’anno dalla pandemia del Covid-19, che vede ormai decine di migliaia di vittime, centinaia di migliaia di malati a ogni latitudine del mondo e miliardi di persone di ogni età e condizione sociale a rischio di contagio, costrette a misure inedite di isolamento e di distanziamento sociale.
Maratona mondiale multimediale: un popolo un pianeta
Da qui la decisione di organizzare in questa edizione 2020 una "Maratona mondiale multimediale" dal titolo #OnePeopleOnePlanet, che verrà trasmessa in italia sul canale streaming Rai Play: 12 ore in diretta dalle 8 alle 20, con testimonianze, performance artistiche, approfondimenti con esperti, in collegamento con diversi programmi radiotelevisivi del servizio pubblico oltre che dei Media Vaticani e di Tv 2000 e di altre emittenti private. Ad animare la maratona saranno volti e voci note del giornalismo, del mondo dello spettacolo, dello sport e della scienza. Non mancheranno ‘incursioni’ in molte località e centri di ricerca nel mondo per fare il punto sulla salute del pianeta e i tanti inquietanti interrogativi su un futuro sostenibile.
La crescita della coscienza ambientalista
E’ trascorso oltre mezzo secolo da quegli anni ’60 che portarono, sull’onda delle proteste giovanili nelle università americane, a riflettere sulle questioni ambientali. Fu poi il disastro provocato dalla fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oil al largo di Santa Barbara in California, tra gennaio e febbraio del 1969, a maturare l’idea di unire le forze contro il degrado ambientale: 20 milioni di cittadini degli Stati Uniti  manifestarono il loro dissenso dando vita alla prima Giornata della Terra. Da allora un lungo cammino per allargare la consapevolezza ambientale nei popoli, che ha avuto un’accelerata portata dagli effetti dei cambiamenti climatici, come spiega Pierlugi Sassi, presidente di Earth Day Italia, esperto di innovazione ed economia sociale:
R. – Il nostro movimento nasce dalla discesa in piazza di 20 milioni di cittadini americani, per lo più intercettando il movimento studentesco, che realizzarono forse la più grande manifestazione per la tutela del pianeta fino ad allora mai realizzata. Nacque l’Earth Day, che oggi mobilita miliardi di persone. Quindi, dal punto di vista organizzativo siamo cresciuti tanto. E torniamo ad avere un risveglio delle nuove generazioni, questa volta però non per affermare dei principi quanto piuttosto per salvaguardare l’esistenza stessa dell’umanità in un contesto in cui, come Papa Francesco ci ricorda, i cambiamenti climatici rischiano di diventare irreversibili e la qualità della vita sulla Terra rischia di diventare inaccettabile. Quindi giovani che rivendicano l’urgenza di avere rispetto per la Terra perché anche loro abbiano un pianeta vivibile: credo che sia uno scenario completamente diverso. E’ quindi cresciuta tanto, la sensibilità, forse anche per il nostro piccolissimo contributo; ma certamente questa sensibilità è cresciuta anche perché si è fatta drammatica l’emergenza climatica e tutte le crisi umanitarie che questa comporta.
Papa Francesco è stato decisivo nel creare questa coscienza globale con la sua Lettera Enciclica Laudato si’, divenuto testo di riferimento non solo per i credenti, e noi come Earth Day Network, quindi come organizzazione mondiale, abbiamo deciso di dedicare a lui l’apertura di queste celebrazioni.
Quest’anno la Terra è invasa dal virus Covid-19: un’occasione forte in più per riflettere su consumi, stili di vita … e che altro?
R. – Sicuramente, non è venuto solo per fare danni, questo virus: ci ha costretti ad interrompere un po’ questa corsa verso il nulla, che ci stava portando forse a non considerare più tanti valori. Ri-apprezziamo il valore dell’uomo, delle relazioni di cui oggi siamo per alcuni aspetti totalmente privati. Credo che la centralità dell’uomo, la centralità delle relazioni, la bellezza della natura siano fattori decisivi per la nostra piena realizzazione, per una realizzazione integrale dell’uomo. Non dobbiamo pensare che, usciti da questo dramma – perché tante persone stanno perdendo la vita e tante la stanno mettendo a rischio – che l’obiettivo sarà quello di tornare indietro, rapidamente, il più rapidamente possibile, ai vecchi modelli, ma dovrà essere quello di crearne di nuovi che possano rimettere al centro l’uomo e la sua felicità. Non mancano le discipline scientifiche che ci possono fare da riferimento, non mancano le buone pratiche che ci possono fare da riferimento. Noi, con la nostra Maratona, con il nostro grande impegno mediatico, cercheremo di mettere in luce questo messaggio di speranza. Esistono modelli economici sani, che hanno già dimostrato di funzionare e che superano il concetto di competizione e speculazione esasperata per entrare in un clima di cooperazione e di ricerca del bene comune.
Tra i partner della Giornata è il Movimento dei Focolari, che da cinque anni organizza a Roma, in collaborazione con Earth Day Italia, il Villaggio per la Terra, volto a sensibilizzare l’opinione pubblica con tante iniziative, che quest’anno a causa dell’epidemia sono state convogliate nella Maratona multimediale, per lanciare un messaggio speciale, come racconta con entusiasmo Antonia Testa, focolarina, ginecologa dell’Ospedale Gemelli di Roma e docente all’università Cattolica:
R. – Sarà un messaggio straordinario. Noi, in realtà, come organizzatori del Villaggio per la Terra, stavamo lavorando intensamente da un anno, sapendo di questa ricorrenza del 50mo e sapendo le urgenze, le emergenze del nostro pianeta e  anche dell’anniversario importante dell’Enciclica Laudato si’. Quindi il Villaggio per la Terra che stavamo preparando voleva essere un altoparlante, voleva essere l’eco nel mondo di questi avvenimenti. L’emergenza Covid19 ci ha costretto invece a cambiare programmi; la soluzione più semplice sarebbe stata quella di annullare tutto, ma poi abbiamo detto: ‘no, non possiamo annullare tutto’. In questi anni infatti abbiamo costruito ed abbiamo tra le mani una rete così grande, così potente, fatta da testimonial, da associazioni, da istituzioni che vogliono dare questo messaggio positivo per la tutela del nostro pianeta, una tutela come il Papa ce la presenta: verso un’ecologia integrale. E, proprio oggi, questa rete, questo popolo può lanciare un messaggio di speranza. Per questo è stata pensata, è stata organizzata con grandissime energie la Maratona multimediale, che vorrà essere proprio questo: eco della voce del Papa, voce dell’umanità, che invita tutti a tracciare nuovi percorsi nella storia, efficaci, autentici.
In questo periodo critico, nel dibattito pubblico si sente molto parlare delle conseguenze economiche della pandemia, forse meno delle ricadute psicologiche, anche spirituali, sul senso della vita, al di là di generiche affermazioni sul fatto che nulla sarà come prima
R. – Concordo con lei che è un aspetto, questo, che si menziona troppo poco, forse perché è quello più interiore. Per questo, secondo me, oggi più che mai questo messaggio deve essere globale, deve arrivare al cuore di ciascuno di noi; messaggio che io, tu, noi, ciascuno possiamo essere protagonisti di questo momento. Penso che quello che disarma tutti è la paura del futuro: saremo diversi, ma che cosa sarà, cosa ci aspetta? Io avverto che la speranza che devo raccogliere dentro di me, non può essere un banale ottimismo: dev’essere autentico, quell’ottimismo che va nel profondo, cova, trova la speranza e la trasforma in atti concreti. Atti concreti da chi dovrà scrivere poi nuovi trattati della storia, dai governi e da chi anche, nel quotidiano, può fare la differenza. Possiamo fare la differenza nel costruire relazioni, possiamo fare la differenza andando incontro all’altro. Ad esempio io, quando mi come medico mi ritrovo di fronte a una paziente malata o con un sospetto di Covid, non posso starle vicino, magari non posso in quel momento toccarla se non attraverso un dispositivo di protezione, ma i miei occhi possono penetrare nei suoi occhi. E in quella luce sento che quel legame fortissimo che dà forza all’altro e dà forza a me. Quindi, è un tema che io sottolineo come lei: dobbiamo tanto tenere a cuore, dobbiamo spendere tutte le nostre forze, e tutti possiamo giocare un ruolo importante.
E’ importante quindi sottolineare il sentimento della speranza e dell’ottimismo e non quello della paura che ci fa restare inchiodati al presente?
R. – Sì. A me ha fatto impressione sentire il Santo Padre più volte, in questa Quaresima, in questa preparazione alla Pasqua, che ci metteva in allerta: che esistono le forze del male. E io ogni volta penso che quando uno sente confusione, tristezza, paura non può fermarsi a quello: deve essere consapevole che la negatività c’è ma che noi abbiamo una forza dentro e io lo vedo, lo vedo dall’energia incredibile che colgo dai giovani che lavorano qui, in ospedale, con me. La colgo dalle associazioni che spendono energie, la colgo dagli artisti che sono fermi e non possono lavorare ma si spendono attraverso il web per i bambini, per le famiglie. La colgo dalla creatività che ho visto nella Chiesa: mi ha fatto così impressione ricevere un video bellissimo dalle suore di clausura che, con il loro canto, la loro musica mi hanno dato una tale carica, quella mattina, per ripartire… Ecco, io dico: siamo pieni di creatività, siamo pieni di energie, siamo pieni di luce. Come facciamo a non essere ottimisti?