martedì 16 aprile 2019
AIMC - NOTES n. 7 - aprile 2019
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L'ITALIA DEVE ALL'EUROPA NORME E SENSIBILITA' AMBIENTALI - Rapporto WWF
“Italia chiama Europa - L’ambiente ritrovato”.
S’intitola così il report WWF che l’organizzazione ha diffuso oggi a Roma in
vista delle elezioni europee 2019. Dieci le scelte strategiche suggerite alle
forze politiche italiane per sanare le lacune ancora esistenti in tema
ambientale
di Adriana Masotti
La presentazione del report nella sede nazionale del
WWF a Roma alla presenza di esponenti di quasi tutte le forze politiche per
richiamarle all’attenzione nei confronti dell’ambiente, in vista delle elezioni
europee del 26 maggio, e ricordare loro come si stia discutendo in tutto il
mondo di un nuovo Global Deal post 2020 che integri le politiche di
sostenibilità con quelle climatico-energetiche e per la tutela della
biodiversità all’orizzonte del 2030.
L'Unione europea nei confronti dell'ambiente
La premessa che emerge dal dossier è chiara: l’80%
delle norme ambientali italiane, che hanno migliorato la vita dei suoi
abitanti, derivano dall' Unione europea. Ed è altrettanto chiaro il richiamo al
mondo politico italiano perché il Bel Paese condivida con maggiore convinzione
le norme e gli standard ambientali comunitari che possono aiutarlo ad essere
più competitivo su scala globale. Si legge nell’introduzione al report:
"L’Unione europea è l’istituzione che al mondo ha più correttamente colto
il concetto di sviluppo sostenibile e le indicazioni per attuarlo deliberate a
Rio de Janeiro nel 1992 sotto l’egida delle Nazioni Unite. E’ poi il continente
che maggiormente si è interrogato sul proprio modello economico, sulla capacità
della sua tenuta rispetto alla dimensione dei drammatici problemi ambientali
globali. “Non bisogna però dare nulla per acquisito e rafforzare e rinnovare il
ruolo dell’Europa contro il cambiamento climatico e il degrado ambientale”, ha
dichiarato Gaetano Benedetto, direttore generale WWF Italia.
I vantaggi dell'economia rispettosa della natura
Guardando all'Italia, il dossier indica i punti di
debolezza nella gestione dei rifiuti, delle acque interne e marine, nella
qualità dell’aria e nella tutela degli ecosistemi. Attualmente sono 17 le
procedure d’infrazione aperte nei confronti di Roma, 43 le istruttorie e 548 i
milioni di euro pagati per multe europee per il mancato rispetto della
normativa comunitaria, dei quali più di 204 milioni per le discariche abusive,
oltre 151 per la gestione dei rifiuti in Campania e 25 per il mancato
trattamento delle acque reflue urbane. Il report sottolinea anche i vantaggi
economico-sociali dell’economia rispettosa dell’ambiente: in Europa i posti di
lavoro verdi hanno registrato infatti una crescita dal 2000 al 2015 di ben 7
volte superiore a quella del resto dell’economia. In questo periodo di crisi,
gli elevati standard ambientali europei possono costituire dunque un vantaggio
competitivo per lo stesso rilancio economico italiano.
Le norme ambientali italiane
Tanta strada è stata fatta nella Penisola, dal punto
di vista della normativa ambientale, dal lontano 1939 quando venne emanata la
prima legge nazionale sulle bellezze naturali. Da allora, si legge nel report,
"quasi tutta la produzione normativa è avvenuta sulla spinta di direttive
europee e convenzioni internazionali, ma anche di disastri di grandi
proporzioni che hanno messo in luce come la problematica ambientale non poteva
essere confinabile a un singolo Stato, ma doveva essere affrontata anche a livello
sovranazionale. Così, se fino al 1960 gli atti emanati, che nel titolo si
riferiscono all’ambiente, erano solo cinque, diventano 77 nel 1990 per poi
arrivare ai circa 200 dei nostri giorni".
I 10 suggerimenti del WWF alle forze politiche
In vista delle prossime elezioni europee, il WWF
Italia si rivolge perciò ai partiti in lizza per il rinnovo del Parlamento
europeo chiedendo loro di attuare dieci mosse, in altrettanti settori, per
mettere l’Italia al passo con l’Europa. Nel dossier le si elenca punto per
punto:
1. Dare “concretezza alla Strategia per lo Sviluppo
sostenibile e introdurre indicatori di impatto ambientale nella contabilità
nazionale, territoriale e di impresa che includano il capitale naturale, oltre
che recepire al più presto la nuova Direttiva per il bando di 10 oggetti fatti
con plastica monouso, visto che l’Italia ha un elevata quota di riciclo, ma il
40% della plastica finisce ancora nei termovalorizzatori e il 16,5% in
discarica.
2. Dotarsi di un Piano Nazionale Energia e Clima che
faccia scelte chiare su fonti rinnovabili, efficienza e risparmio energetico e
confermi l’uscita dal carbone entro il 2025.
3. Rilanciare la Strategia Nazionale per la
Biodiversità, puntando su una migliore governance dei parchi nazionale e
regionali, tenendo presente che l’Italia ha il primato in Europa per la
ricchezza della sua biodiversità nelle specie animali e vegetali.
4. Tutelare meglio i mari attuando pienamente la
Strategia Marina Nazionale, incrementando il numero dei Siti di Interesse
Comunitario marini e rafforzando il numero e il ruolo delle aree marine
protette.
5. Porre fine al sovrasfruttamento degli stock
ittici utilizzando virtuosamente i Fondi europei per la pesca e contrastando la
pesca illegale.
“ Nelle
prossime elezioni europee si misurerà anche la capacità dell’Europa di
mantenere gli attuali elevatissimi livelli dei propri standard ambientali e di
procedere sul terreno dell’innovazione ”
6. Sostenere una riforma della Politica Agricola
Comune post 2020 che assicuri eco-schemi obbligatori per gli Stati membri,
destinando ad essi il 30% delle risorse disponibili.
7. Favorire un’agricoltura pulita approvando un
nuovo Piano d’Azione Nazionale Pesticidi che indichi severe regole per il loro
uso e distanze minime obbligatorie di sicurezza dalle abitazioni e dalle
colture biologiche.
8. Perseguire seriamente l’obiettivo, stabilito
dalla Direttiva Quadro Acque, per il conseguimento del buono stato ecologico
delle acque entro il 2025, visto che solo il 43% dei quasi 7.500 fiumi italiani
monitorati è in buono stato di salute, e solo il 20% dei 247 laghi esaminati.
9. Stabilire una Strategia pluriennale a sostegno
dell’economia circolare che punti all’innovazione dei processi produttivi e
alla responsabilizzazione del consumatore, visto che l'Italia è in difetto
sulla raccolta dei rifiuti elettrici ed elettronici, e sulla raccolta e
trattamento della frazione organica.
10. Rilanciare le iniziative che favoriscono la
“fine dei rifiuti” e introdurre forme di responsabilità estesa del produttore
utilizzando anche la leva fiscale per penalizzare l’uso inefficiente di
materiali e di energia.
Fonte: VATICAN NEWS
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lunedì 15 aprile 2019
NON SMETTETE DI SOGNARE IN GRANDE!
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Papa Francesco: " La scuola come tale è un bene di tutti e deve restare una fucina nella quale ci si educa all’inclusione, al rispetto delle diversità e alla collaborazione. Inclusione, rispetto delle diversità per collaborare. Per favore, non abbiate paura delle diversità. Il dialogo tra le diverse culture, le diverse persone arricchisce un Paese, arricchisce la patria e ci fa andare avanti nel rispetto reciproco, ci fa andare avanti guardando una terra per tutti, non soltanto per alcuni. È un laboratorio che anticipa ciò che dovrebbe essere nel futuro la collettività. E in questo gioca un ruolo importante l’esperienza religiosa, nella quale entra tutto ciò che è autenticamente umano. La Chiesa è impegnata, nel solco tracciato dal Concilio Vaticano II, a promuovere i
Il valore universale della fraternità che si basa sulla libertà, sulla ricerca onesta della verità, sulla promozione della giustizia e della solidarietà, specialmente nei confronti delle persone più deboli. Quando non c’è libertà non c’è educazione, non c’è futuro.
Quando non c’è ricerca onesta della verità ma c’è una verità imposta, che ti toglie la capacità di cercare la verità, non c’è futuro: ti annulla come persona. E quando non c’è promozione della giustizia, andremo a finire sicuramente in un Paese pusillanime, egoista, che lavora soltanto per pochi. Senza l’attenzione e la ricerca di questi valori non può esserci una vera convivenza pacifica.
Quando c’è ingiustizia, incomincia a crescere l’odio, il confronto e finirà… tutti sappiamo come finisce. Con soddisfazione ho avuto conferma dalle parole della Preside che la vostra scuola, insieme alla cultura classica, promuove in varie forme questi valori.
Andate avanti con coraggio su questa strada! Non è facile, ma è l’unica strada capace di dare dei frutti, di dare frutti grandi, per ognuno di voi e per la patria......
Non abbiate paura del silenzio, di stare da soli – non sempre, no, perché questo non fa bene – ma prendersi un po’ di tempo da soli, ritagliarsi spazi di silenzio. Non abbiate paura del silenzio, di scrivere un vostro diario, per esempio, nel silenzio. Non abbiate paura dei disagi e delle aridità che il silenzio può comportare. “Ah, io no, il silenzio annoia!”. All’inizio, può darsi, ma poi, via via che tu vai entrando in te stesso, nel silenzio, non annoia più.
Liberatevi dalla dipendenza dal telefonino, per favore! Voi sicuramente avete sentito parlare del dramma delle dipendenze. “Sicuro, sì, Padre”. Dipendenze dal chiasso: se non c’è chiasso io non mi sento bene…; e tante altre dipendenze. Ma questa del telefonino è molto sottile, molto sottile. Il telefonino è un grande aiuto, è un grande progresso; va usato, è bello che tutti sappiano usarlo. Ma quando tu diventi schiavo del telefonino, perdi la tua libertà. Il telefonino è per comunicare, per la comunicazione: è tanto bello comunicare tra noi. Ma state attenti, che c’è il pericolo che, quando il telefonino è droga, la comunicazione si riduca a semplici “contatti”. Ma la vita non è per “contattarsi”, è per comunicare! Ricordiamoci quello che scriveva S. Agostino: «in interiore homine habitat veritas» (De vera rel., 39, 72). Nell’interiorità della persona abita la verità. Bisogna cercarla. Vale per tutti, per chi crede e per chi non crede. L’interiorità, tutti l’abbiamo. Solo nel silenzio interiore si può cogliere la voce della coscienza e distinguerla dalle voci dell’egoismo e dell’edonismo, che sono voci diverse.....
Nella vita affettiva sono essenziali due dimensioni: il pudore e la fedeltà. Amare con pudore, non sfacciatamente. E rimanere fedeli nell’amore.
L’amore non è un gioco: l’amore è la cosa più bella che Dio ci ha dato, la capacità di amare. “Dio è amore”, dice la Bibbia, e Dio ha donato a noi questa capacità. Non sporcatela con la sfacciataggine del non-pudore e con la infedeltà. Amare in modo pulito, ma alla grande! Amare con un cuore allargato ogni giorno: quella saggezza di allargare il cuore, non di farlo piccolino, duro come la pietra. Allargarlo. E Dio diceva al suo popolo, come grande promessa, che gli avrebbe tolto il cuore di pietra e gli avrebbe dato un cuore di carne. Allargare il cuore di carne: questo è amare. Con fedeltà e con pudore. Il senso del pudore rimanda alla coscienza vigilante a difesa della dignità della persona e dell’amore autentico, proprio per non banalizzare il linguaggio del corpo. La fedeltà, poi, insieme al rispetto dell’altro, è una dimensione imprescindibile di ogni vera relazione di amore, poiché non si può giocare con i sentimenti. Ma amare non è solo un’espressione del vincolo affettivo di coppia o di amicizia forte, bella e fraterna.
Una forma concreta dell’amore è dato anche dall’impegno solidale verso il prossimo, specie i più poveri. L’amore al prossimo si nutre di fantasia e va sempre oltre: si inventano cose per aiutare, per andare avanti… La fantasia dell’amore. Non abbiate paura di questo. L’amore va oltre, oltre i muri, oltre le differenze, oltre gli ostacoli.....
Cari giovani studenti, non smettete di sognare in grande – questa è una cosa bella dei giovani: sognare in grande – e di desiderare un mondo migliore per tutti. Non accontentatevi della mediocrità nelle relazioni tra di voi, nella cura dell’interiorità, nel progettare il vostro futuro, nell'impegno per un mondo più giusto e più bello. ....
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CON LA MORTE HA SCONFITTO LA MORTE ! OMELIA SULLA PASQUA
È disponibile in libreria il volume Con la morte ha sconfitto la morte. Omelia sulla Pasqua
(pag. 72; Euro 5,00) un’Omelia sulla Pasqua ritenuta a lungo opera
autentica di Giovanni Crisostomo, nonché considerata una dei suoi
capolavori e, per la prima volta, tradotta in italiano da Lucio Coco,
docente e ricercatore.
L’Opera è aperta da una nota introduttiva e bibliografica firmata dal
curatore del volume e, oltre a contenere l’Omelia integrale del
Boccadoro, è arricchita da una Appendice contenente una versione breve
dello stesso testo, funzionale ai fini della liturgia capace di
soddisfare nell’immediato anche l’interesse dei più curiosi. I temi
contenuti riguardano il significato teologico della risurrezione di Gesù
e la sua simbologia: proprio questo giorno, in cui la morte è
annichilita e il diavolo sconfitto, diventa per l’umanità «presupposto
della pace, punto di partenza della riconciliazione, soppressione delle
guerre» (pag. 8). L’opera abbraccia, così, il significato di novità che
la risurrezione del Signore ha nel mondo, manifestando la vittoria di
Cristo sulla morte. Grazie all’Omelia sulla Pasqua è possibile meditare
sul valore di questo aspetto della vita e viverlo intimamente con un
sentimento di accettazione e di pace; la morte diventa infatti un luogo
di incontro e di speranza.
Uno degli aspetti che vale la pena sottolineare è proprio quello del
filo conduttore dell’intera Opera: il sentimento della gioia. Il giorno
della resurrezione rappresenta la salvezza del genere umano ed è
condiviso non solo con gli angeli e le potenze celesti ma con il Signore
stesso (cfr. pag. 15 e pag. 16). Tuttavia il clima di letizia e
festosità del giorno di Pasqua non deve tradursi «in comportamenti più
consoni alla sfera mondana» (pag. 17); i cristiani sono invitati a non
cedere «all’ebbrezza, ai banchetti e alle frequentazioni di giochi e
spettacoli» (pag. 17). L’Omelia è chiusa da un parallelismo «tra la
morte e resurrezione di Cristo e il battesimo ricevuto nella notte di
Pasqua – come Cristo è risorto così coloro che erano morti per i peccati
sono risuscitati per la grazia vivificante del battesimo» (pag. 19).
Sono rilevabili inoltre alcune parole chiavi affinché lo stile di vita
dei cristiani e il richiamo alla sobrietà Quaresimale e Pasquale
risultino espressione della “ri-creazione” avvenuta nel battesimo:
– Vigilanza intesa come disciplina e autocontrollo;
– Esercizio spirituale collegato alla pratica;
– Controllo degli sguardi, per fronteggiare la concupiscenza degli occhi (1Gv 2,16);
– Compostezza, al fine di percorrere la strada della virtù e realizzare la promessa dei beni futuri.
L’AUTORE
Lucio Coco (1961) affianca all’attività di docente il lavoro di ricerca e
di edizione di opere di Giovanni Crisostomo, Evagrio Pontico, Gregorio
di Nazianzo e Gregorio di Nissa. È autore di diversi saggi di
spiritualità per l’uomo contemporaneo e ha approfondito diversi autori
bizantini. Tra le varie pubblicazioni di cui è autore, per LEV ha curato
diverse raccolte di pensieri spirituali di papa Benedetto XVI e di Papa
Francesco, tra cui il recente Prendi un po’ di vino con moderazione. La sobrietà cristiana. Con prefazione di Papa Francesco.
LA COLLANA
La Collana Vita nello spirito ha come obiettivo quello di
condurre, mediante il dialogo, il discepolo, il fedele, verso la chiara
coscienza della verità: vuole condividere la bellezza ecclesiale tramite
gli scritti di coloro che hanno accolto nella vita lo Spirito Santo,
l’Amore del Padre e del Figlio riversato sull’umanità. È proprio questa
bellezza che, si è detto, salverà il mondo.
www.zenit.org
sabato 13 aprile 2019
TENTAZIONE E PERDONO -
Commento al
Vangelo
di ENZO BIANCHI
I vangeli
ci consegnano quattro racconti della passione di Gesù, narrazioni che si
accordano sullo svolgimento dei fatti ma ci appaiono anche differenti tra loro.
Nel racconto di Luca, proclamato quest’anno nella liturgia, vi sono episodi
assenti dagli altri vangeli e vengono registrati particolari eloquenti, che
contribuiscono a presentarci un Christus patiens con caratteristiche che il
terzo evangelista vuole mettere in evidenza per i lettori della sua opera.
Nella
celebrazione della cena pasquale, Gesù consegna ai Dodici un insegnamento sul
suo essere “servo” in mezzo ai discepoli e profetizza una grande tentazione da
parte di Satana nei confronti della comunità da cui sta per essere strappato;
nello stesso tempo, assicura a Simone una preghiera per lui e per la sua fede
vacillante, affidandogli la missione di confermare i suoi fratelli. Nell’agonia
del Getsemani Gesù è assalito da una forte angoscia, fino a sudare sangue per
quella tensione-paura davanti alla morte. A lui viene però in aiuto un angelo,
un messaggero di Dio che appare come un segno dell’interpretazione salvifica di
quella passione. Durante il processo presso il procuratore romano Pilato per
ben tre volte Gesù è dichiarato innocente e subito dopo incontra il tetrarca
Erode, di fronte al quale fa assoluto silenzio. Le donne discepole incontrano
Gesù sul cammino verso il Golgota e ricevono da lui una parola. Infine, sulla
croce con le sue ultime brevi parole Gesù perdona il malfattore accanto a sé e
rimette il suo respiro, il suo spirito, nelle mani del Padre.
Possiamo notare che quasi un terzo dei versetti del racconto della passione sono redatti da Luca, mentre gli altri sono tratti dalla sua fonte, Marco. Non potendo commentare tutto il racconto lucano, scegliamo dunque di mettere in evidenza solo gli episodi propri a questo evangelista, in modo da comprendere attraverso questa via la ricca diversità dei racconti evangelici, capace di nutrire e approfondire la nostra fede.
Possiamo notare che quasi un terzo dei versetti del racconto della passione sono redatti da Luca, mentre gli altri sono tratti dalla sua fonte, Marco. Non potendo commentare tutto il racconto lucano, scegliamo dunque di mettere in evidenza solo gli episodi propri a questo evangelista, in modo da comprendere attraverso questa via la ricca diversità dei racconti evangelici, capace di nutrire e approfondire la nostra fede.
Per Luca
la passione è innanzitutto l’ora della tentazione che assale Gesù, assale i
discepoli e quindi anche la chiesa. Quando il bambino Gesù fu presentato al
tempio per essere offerto al Signore, l’anziano Simeone, che attendeva la
liberazione messianica, riconoscendolo per rivelazione dello Spirito santo,
proclamò: “Egli è posto come segno di contraddizione … affinché siano svelati i
pensieri di molti cuori” (Lc
2,34-35). Ora, durante la passione, Gesù appare come segno di fronte al
quale avviene la caduta nelle tentazioni oppure la resurrezione, la salvezza.
Per Luca
l’ora della passione è anche “il tempo fissato” (Lc 4,13), in cui il diavolo
sarebbe tornato da lui per tentarlo. Non lo aveva vinto nel deserto (cf. Lc 4,1-12), ma adesso ritorna
mettendo in bocca ai persecutori di Gesù le sue stesse parole: “Se tu sei il
Cristo, salva te stesso…”. Soprattutto al monte degli Ulivi Gesù, proprio per
non cadere in tentazione, prega, addirittura prostrandosi in ginocchio, e
chiede: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta
la mia, ma la tua volontà”. Ecco l’agonia, il combattimento che avviene
all’interno di una preghiera più intensa. La paura della morte vissuta da Gesù
attesta senza equivoci la sua appartenenza in tutto alla condizione umana. Gesù
non ha una volontà diversa o contraria a quella del Padre e fino alla fine
cerca soltanto di realizzare tale volontà; ma come uomo uguale a noi in tutto
eccetto che nel peccato (cf. Eb
4,15) prova angoscia di fronte alla morte, nonostante l’avesse annunciata
come esito necessario della sua vita conforme all’amore di Dio (cf. Lc 9,22.43-45;
18,31-34).
Se Gesù vince ogni tentazione, non riescono a fare lo stesso i suoi discepoli e, tra di loro, in particolare Pietro. Uno dei Dodici, Giuda, tradisce Gesù fino a consegnarlo nelle mani dei suoi avversari, i capi dei sacerdoti del tempio che ne avevano decretato la morte. Gli altri discepoli, proprio mentre Gesù annuncia il tradimento da parte di un membro della sua comunità, si mettono a discutere su chi tra loro fosse il più grande. E Pietro, quando gli viene annunciata la prova da parte di Satana, il loro essere passati al vaglio come il grano, in modo presuntuoso promette una fedeltà a Gesù che poche ore dopo smentirà, dichiarando di non averlo mai conosciuto. Questa la caduta nell’ora della tentazione: i Dodici non hanno saputo pregare per entrare nella tentazione e risultarne vincitori, a differenza di Gesù che, proprio in quel combattimento, proprio in quell’ascolto della parola del Padre e in quell’invocazione ripetuta, è riuscito a leggere (l’angelo interprete di Lc 22,43!) il senso di quella sua morte e dunque a farne un atto preciso, una donazione nelle mani del Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio respiro!”, significativa citazione delle parole di un salmo (31,6) da lui tante volte pregato.
Se Gesù vince ogni tentazione, non riescono a fare lo stesso i suoi discepoli e, tra di loro, in particolare Pietro. Uno dei Dodici, Giuda, tradisce Gesù fino a consegnarlo nelle mani dei suoi avversari, i capi dei sacerdoti del tempio che ne avevano decretato la morte. Gli altri discepoli, proprio mentre Gesù annuncia il tradimento da parte di un membro della sua comunità, si mettono a discutere su chi tra loro fosse il più grande. E Pietro, quando gli viene annunciata la prova da parte di Satana, il loro essere passati al vaglio come il grano, in modo presuntuoso promette una fedeltà a Gesù che poche ore dopo smentirà, dichiarando di non averlo mai conosciuto. Questa la caduta nell’ora della tentazione: i Dodici non hanno saputo pregare per entrare nella tentazione e risultarne vincitori, a differenza di Gesù che, proprio in quel combattimento, proprio in quell’ascolto della parola del Padre e in quell’invocazione ripetuta, è riuscito a leggere (l’angelo interprete di Lc 22,43!) il senso di quella sua morte e dunque a farne un atto preciso, una donazione nelle mani del Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio respiro!”, significativa citazione delle parole di un salmo (31,6) da lui tante volte pregato.
In Luca,
oltre al tema della tentazione e della preghiera per combatterla e vincerla,
possiamo scorgere un accento particolare posto sul perdono che Gesù sa dare
anche in quest’ora, l’ora dei suoi nemici, l’ora che egli stesso definisce come
quella delle tenebre. Quando avviene la sua cattura e uno dei discepoli sfodera
la spada per difenderlo, ferendo all’orecchio un servo del sommo sacerdote, non
solo Gesù si oppone a tale comportamento ma subito tocca l’orecchio sanguinante
e lo guarisce, con un gesto che è molto più di una dichiarazione di perdono.
Colpisce
anche un’annotazione solo lucana sullo sguardo indirizzato da Gesù a Pietro
dopo il suo triplice rinnegamento. L’apostolo che aveva voluto rassicurare Gesù
sulla sua sequela fedele, in realtà per ben tre volte nega di averlo conosciuto
e lo fa davanti a una serva e ad altri due anonimi presenti nel cortile del
sommo sacerdote. Allora il gallo canta e nello stesso istante Gesù si volta,
cerca Pietro con il suo sguardo di misericordia e causa in lui un pianto di
pentimento, un pianto amaro che nasce dalla consapevolezza di non essere stato
capace di rimanere saldo come una Roccia, saldo come la sua vocazione gli
avrebbe richiesto.
Ma è soprattutto
sulla croce che Gesù rivela la sua misericordia e rende epifanico il suo
perdono. Mentre è ormai innalzato tra due malfattori, uno a destra e uno a
sinistra, guardando i suoi carnefici, i suoi nemici e la folla che assiste a
quell’esecuzione, Gesù prega dicendo: “Padre, perdona loro perché non sanno
quello che fanno”. Mentre gli umani lo stanno uccidendo, Gesù invoca su di loro
il perdono di Dio, si fa strumento di riconciliazione. Non scusa i malfattori
ma denuncia la loro ignoranza, il loro non sapere ciò che fanno né ciò che
dicono contro di lui e contro il Padre, che lo ha inviato e lo ha dichiarato
Figlio eletto e amato. Uno dei delinquenti crocifissi insieme a Gesù lo
insulta, lo provoca, lo tenta allo stesso modo dei capi del popolo e dei soldati:
“Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. Ma l’altro malfattore, che sa
riconoscere il proprio peccato contrapposto alla giustizia di Gesù, grida:
“Gesù, ricordati di me quando verrai nel tuo regno”. Gesù allora gli risponde:
“In verità ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”. Non alla fine dei tempi,
non nell’ora della parousía, ma oggi, nell’ora della morte costui potrà seguire
il Signore e Messia nel suo regno. In tal modo, Gesù non ha preservato né se
stesso né il malfattore dalla morte, ma ha fatto di questa morte un passaggio
alla vera vita, quella in Dio.
Se questi
sono i tratti specifici di Luca nel consegnarci l’icona del Christus patiens, è
soltanto questo evangelista che osa parlare della crocifissione come theoría,
contemplazione. Questa la contemplazione cristiana: il crocifisso! Guardando a
lui, si può passare dalla contemplazione al pentimento e alla conversione, che
è sempre un ritorno sulle sue tracce. Le folle che si erano radunate per quello
spettacolo-visione, avendo visto come Gesù aveva vissuto la sua morte violenta
e avendo constatato il suo amore mitissimo capace di invocare su tutti il
perdono, se ne ritornano battendosi il petto. Da parte sua, un centurione
pagano – e noi siamo invitati a farlo con lui! – riconosce la gloria di Dio in
questo evento che dava la morte a “un uomo giusto”, senza peccato quale Figlio
di Dio (cf. Sap
1,16-2,20).
Fonte: Monastero
di Bose
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lunedì 8 aprile 2019
Madre Cànopi con tocco femminile ci ha raccontato la modernità di Cristo»
Anna Maria Cànopi OSB è stata una religiosa, scrittrice e storica italiana, fondatrice dell'abbazia Mater Ecclesiae nell'isola di San Giulio, sul lago d'Orta, in provincia di Novara. Monaca benedettina, il suo nome al secolo era Rina Cànopi
Ottanta sacerdoti, quattro vescovi, le monache che hanno condiviso con lei ogni istante della vita e centinaia di persone. A salutare madre Anna Maria Cànopi, morta lo scorso 21 marzo a 87 anni, erano in tanti. Sul lago d'Orta a presiedere le esequie il vescovo di Novara, Franco Giulio Brambilla, che nell’omelia ha scelto tre parole-chiave: Vangelo, ascolto e agàpe (l’amor divino). Tre parole unite da una quarta: donna.
E allora il vescovo ha scelto di lasciare che fosse proprio madre Anna Maria, attraverso un suo recente scritto, a parlare del senso della sua scelta, della sua vita e del cammino monastico: «La madre, con una impronta tutta femminile, ci ha raccontato la modernità del cristianesimo, semplicemente facendo memoria del Vangelo e della grande tradizione monastica. E come potrei io sostituirmi a lei per farvi sentir vibrare il principio mariano, il principio dell’“eccomi” di Maria, che è la prima e l’ultima parola della Chiesa?», ha detto. «Sono parole infuocate, che culminano con un piccolo testo, vergato alla vigilia del Natale 2018», ha aggiunto Brambilla. Ad intervenire è poi stata la nipote della religiosa, Agnese.
Dopo di lei il fondatore del Sermig Ernesto Olivero. All’uscita del feretro dalla Basilica hanno suonato all’unisono le sirene delle motonavi. Come da sua volontà, madre Canopi è stata sepolta nel cimitero di San Filiberto a Pella, accanto all’amico monsignor Aldo Del Monte. Le sue consorelle l’hanno accompagnata nell’ultimo viaggio.
L'OMELIA (Franco Giulio Brambilla, Vescovo di Novara)
www.avvenire.it
sabato 6 aprile 2019
CHI E' SENZA PECCATO ......
Vangelo di domenica (Gv 8,1-11)
In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell'interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch'io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
Commento di p. Enzo Bianchi
L’itinerario quaresimale all'insegna dell’annuncio della misericordia di Dio narrata da Gesù conosce un vero e proprio vertice nel brano evangelico di questa domenica: il testo dell’incontro tra Gesù e la donna sorpresa in adulterio. Questa pagina ha conosciuto una sorte particolarissima, che attesta il suo carattere “scandaloso”: è assente nei manoscritti più antichi, è ignorato dai padri latini fino al IV secolo e non è commentato dai padri greci del primo millennio. Al termine di un lungo e travagliato migrare questo testo è stato inserito nel vangelo secondo Giovanni, prima del v. 15 del capitolo 8, in cui è riportata una parola di Gesù che sembra giustificare tale collocazione: “Voi giudicate secondo la carne, io non giudico nessuno”. Va detto che il nostro brano presenta somiglianze con il vangelo secondo Luca, quello più attento all’insegnamento di Gesù sulla misericordia, e potrebbe essere agevolmente collocato dopo Lc 21,37-38: “Durante il giorno Gesù insegnava nel tempio; la notte, usciva e pernottava all’aperto sul monte detto degli Ulivi. E tutto il popolo, al mattino, andava da lui nel tempio per ascoltarlo”. Noi però, in obbedienza al canone delle Scritture, lo leggiamo dove la redazione finale lo ha posto, nel contesto di una discussione sul rapporto tra Legge e peccato.
Mentre Gesù, seduto nel tempio, annuncia la Parola, “scribi e farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio”, per “metterlo alla prova”. Spesso i vangeli annotano che gli avversari di Gesù tentano di metterlo in contraddizione con la Legge, per poterlo accusare di bestemmia. Ma questa volta il tranello non riguarda interpretazioni della Legge, bensì una donna – o meglio, quella che è “usata” come un caso giuridico – sorpresa in adulterio e trascinata con la forza davanti a lui da quanti vigilano sul compimento della Torah. Fatta irruzione nell’uditorio di Gesù, questi uomini esperti della Legge collocano la donna in mezzo a tutti e si affrettano a dichiarare: “Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa”. La loro dichiarazione sembra ineccepibile, ma in realtà è parziale: la Legge, infatti, prevede la pena di morte per entrambi gli adulteri (cf. Lv 20,10 e Dt 22,22) e attesta la stessa pena, mediante lapidazione, per un uomo e una donna maritata caduti in adulterio (cf. Dt 22,23-24). Ma dov’è qui l’uomo, l’adultero, colpevole quanto la donna?
La durezza della pena prevista si spiega con il fatto che l’adulterio è una smentita della promessa creazionale di Dio e una grave ferita all’alleanza stipulata dalla coppia umana (cf. Ml 2,14-16). Ecco dunque che i gelosi custodi della Legge, irreprensibili in apparenza e ritenuti dalla gente uomini religiosi autorevoli, per la loro visibilità ostentata (cf. Mt 23,5), chiedono a Gesù: “Tu che ne dici?”. Tale domanda mira a coglierlo in contraddizione: se Gesù non conferma la condanna e non approva l’esecuzione, può essere accusato di trasgredire la Legge di Dio; se, al contrario, decide a favore della Legge, perché allora accoglie i peccatori e mangia con loro (cf. Mc 2,15-16 e par.; Lc 15,1-2)?
Sostiamo su questa scena. Alcuni hanno portato a Gesù una donna, perché sia condannata. Discepoli e ascoltatori sono distanti: qui c’è solo Gesù di fronte a questi uomini religiosi – giudici ingiusti, nemici – e, in mezzo, una donna in piedi, nell’infamia. Non c’è spazio per considerare la sua storia, i suoi sentimenti: per i suoi accusatori ella non ha solo commesso il peccato di adulterio, è un’adultera, tutta intera definita dal suo peccato. Ma Gesù si china e si mette a scrivere per terra: in tal modo si inchina di fronte alla donna che è in piedi davanti a lui! Il tutto senza proferire parola, in un grande silenzio…
Ma cosa significa il gesto di Gesù? Egli scrive i peccati degli accusatori della donna, come pensa Girolamo? Oppure scrive frasi bibliche, secondo l’opinione di alcuni esegeti? Oppure semplicemente si dà del tempo per cercare una risposta fedele alla volontà di Dio? Non è facile interpretare questo gesto: a mio avviso va inteso in quanto azione dotata di una forte carica simbolica. Credo che si debbano vedere da un lato gli scribi e i farisei che ricordano la Legge scolpita su tavole di pietra; dall’altro Gesù il quale, scrivendo per terra, la terra di cui siamo fatti noi figli e figlie di Adamo, il terrestre (cf. Gen 2,7), ci indica che la Legge va inscritta nella nostra carne, nelle nostre vite segnate dalla fragilità e dal peccato. Non a caso Gesù scrive “con il dito”, così come la Legge di Mosè fu scritta nella pietra “dal dito di Dio” (Es 31,18; Dt 9,10) e fu riscritta dopo l’infedeltà idolatrica del vitello d’oro e la rottura dell’alleanza (cf. Es 34,28).
Poiché però gli accusatori insistono nell’interrogarlo, Gesù si alza e non risponde direttamente, ma fa un’affermazione che è anche una domanda: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. Poi si china di nuovo e torna a scrivere per terra. Ma questa sentenza di Gesù interroga: chi può dire di essere senza peccato? Gesù conferma la Legge, secondo cui il testimone deve essere il primo a lapidare il colpevole (cf. Dt 13,9-10; 17,7), ma dice anche che il testimone deve essere lui per primo senza peccato! Certo, quella donna adultera ha commesso un peccato manifesto; ma i suoi accusatori non hanno peccati o in verità hanno peccati nascosti? E se hanno peccato, con quale autorevolezza lanciano le pietre che uccidono il peccatore?
Solo Gesù, lui che era senza peccato, poteva scagliare una pietra, ma non lo fa. La sua parola, che non contraddice la Legge e nel contempo conferma la sua prassi di misericordia, appare efficace, va al cuore dei suoi accusatori i quali, “udito ciò, se ne vanno uno per uno, cominciando dai più anziani”: più si avanza in età, più numerosi sono i peccati commessi; questa coscienza dovrebbe impedire la nostra inflessibilità verso gli altri… Così una sola parola di Gesù, incisiva e autentica, una di quelle domande che ci fanno leggere in profondità noi stessi, impedisce a quegli uomini di fare violenza in nome della Legge che credono di interpretare con rigore. Solo Dio, e quindi solo Gesù, potrebbe condannare quella donna. Ma Gesù sceglie di narrare in altro modo l’agire di Dio, per il quale la vita del peccatore trascende il peccato da lui commesso. Gesù, colui che quale Figlio di Dio ha narrato umanamente Dio (cf. Gv 1,18), che è stato l’esegesi del Dio vivente, afferma che di fronte al peccatore Dio ha un solo sentimento: non la condanna, ma il desiderio che si converta e viva (cf. Ez 18,23; 33,11).
Solo quando tutti se ne sono andati, allora Gesù si alza in piedi e sta di fronte alla donna, finalmente restituita alla sua identità di essere umano, nel faccia a faccia con lui. È la fine di un incubo, perché i suoi lapidatori si sono dileguati e perché chi doveva giudicarla ora sta in piedi, come colui che assolve. Adesso è possibile l’incontro parlato, che si apre con l’appellativo rivoltole da Gesù: “Donna”, lo stesso riservato a sua madre (Gv 2,4), alla samaritana (Gv 4,21), alla Maddalena (Gv 20,15). Rivolgendosi a lei in questo modo, Gesù la fa risaltare per quella che è: non una peccatrice, ma una donna, restituita alla sua dignità. A lei Gesù domanda: “Dove sono i tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?”. Ed ella, rispondendo: “Nessuno, Signore (Kýrie)”, fa una grande confessione di fede in Gesù. Colui che si trova di fronte a lei è più di un semplice maestro, “è il Signore” (Gv 21,7)!
Gesù allora si congeda con un’affermazione straordinaria, gratuita e unilaterale: “Neanch’io ti condanno. Va’ e non peccare più”. Il testo non è interessato ai sentimenti della donna ma rivela che, quando è avvenuto l’incontro tra la santità di Gesù e il peccato di questa donna, allora “rimasero solo loro due, la misera e la misericordia” (Agostino) e la santità di Gesù ha distrutto il peccato. In questo consiste la gratuità di quell’assoluzione: Gesù non condanna, ma con il suo atto di misericordia preveniente offre alla peccatrice la possibilità di cambiare. E si faccia attenzione: non sta scritto che essa cambiò vita, si convertì, né che divenne discepola di Gesù. Sappiamo solo che, affinché tornasse a vivere, Dio l’ha perdonata attraverso Gesù e l’ha inviata verso la libertà: “Va’ verso te stessa e non peccare più”…
Gesù non è venuto tra di noi per giudicare e condannare – come dirà poco dopo: “Io non giudico nessuno” (Gv 8,15) – ma per annunciare la misericordia, per fare misericordia eseguendo fedelmente e puntualmente la giustizia di Dio, che è giustizia giustificante (cf. Rm 3,21-26). Chiamato a scegliere tra il castigo per l’infrazione della Legge e la misericordia, Gesù sceglie la misericordia senza contraddire la Legge. Quest’ultima è essenziale quale rivelazione della vocazione umana che Dio ci rivolge; ma una volta che il peccato ha infranto la Legge, a Dio resta solo la misericordia, ci insegna Gesù. Nessuna condanna, solo misericordia! Infatti, ogni volta che egli ha incontrato un peccatore lo ha liberato dai suoi peccati e non ha mai praticato la giustizia punitiva. Ha pronunciato inviti alla conversione, avvertimenti in vista del giudizio, ma non ha mai castigato nessuno, perché sapeva discernere la volontà di Dio che non vuole la condanna del peccatore ma fa misericordia perché si converta e viva.
Mentre Gesù, seduto nel tempio, annuncia la Parola, “scribi e farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio”, per “metterlo alla prova”. Spesso i vangeli annotano che gli avversari di Gesù tentano di metterlo in contraddizione con la Legge, per poterlo accusare di bestemmia. Ma questa volta il tranello non riguarda interpretazioni della Legge, bensì una donna – o meglio, quella che è “usata” come un caso giuridico – sorpresa in adulterio e trascinata con la forza davanti a lui da quanti vigilano sul compimento della Torah. Fatta irruzione nell’uditorio di Gesù, questi uomini esperti della Legge collocano la donna in mezzo a tutti e si affrettano a dichiarare: “Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa”. La loro dichiarazione sembra ineccepibile, ma in realtà è parziale: la Legge, infatti, prevede la pena di morte per entrambi gli adulteri (cf. Lv 20,10 e Dt 22,22) e attesta la stessa pena, mediante lapidazione, per un uomo e una donna maritata caduti in adulterio (cf. Dt 22,23-24). Ma dov’è qui l’uomo, l’adultero, colpevole quanto la donna?
La durezza della pena prevista si spiega con il fatto che l’adulterio è una smentita della promessa creazionale di Dio e una grave ferita all’alleanza stipulata dalla coppia umana (cf. Ml 2,14-16). Ecco dunque che i gelosi custodi della Legge, irreprensibili in apparenza e ritenuti dalla gente uomini religiosi autorevoli, per la loro visibilità ostentata (cf. Mt 23,5), chiedono a Gesù: “Tu che ne dici?”. Tale domanda mira a coglierlo in contraddizione: se Gesù non conferma la condanna e non approva l’esecuzione, può essere accusato di trasgredire la Legge di Dio; se, al contrario, decide a favore della Legge, perché allora accoglie i peccatori e mangia con loro (cf. Mc 2,15-16 e par.; Lc 15,1-2)?
Sostiamo su questa scena. Alcuni hanno portato a Gesù una donna, perché sia condannata. Discepoli e ascoltatori sono distanti: qui c’è solo Gesù di fronte a questi uomini religiosi – giudici ingiusti, nemici – e, in mezzo, una donna in piedi, nell’infamia. Non c’è spazio per considerare la sua storia, i suoi sentimenti: per i suoi accusatori ella non ha solo commesso il peccato di adulterio, è un’adultera, tutta intera definita dal suo peccato. Ma Gesù si china e si mette a scrivere per terra: in tal modo si inchina di fronte alla donna che è in piedi davanti a lui! Il tutto senza proferire parola, in un grande silenzio…
Ma cosa significa il gesto di Gesù? Egli scrive i peccati degli accusatori della donna, come pensa Girolamo? Oppure scrive frasi bibliche, secondo l’opinione di alcuni esegeti? Oppure semplicemente si dà del tempo per cercare una risposta fedele alla volontà di Dio? Non è facile interpretare questo gesto: a mio avviso va inteso in quanto azione dotata di una forte carica simbolica. Credo che si debbano vedere da un lato gli scribi e i farisei che ricordano la Legge scolpita su tavole di pietra; dall’altro Gesù il quale, scrivendo per terra, la terra di cui siamo fatti noi figli e figlie di Adamo, il terrestre (cf. Gen 2,7), ci indica che la Legge va inscritta nella nostra carne, nelle nostre vite segnate dalla fragilità e dal peccato. Non a caso Gesù scrive “con il dito”, così come la Legge di Mosè fu scritta nella pietra “dal dito di Dio” (Es 31,18; Dt 9,10) e fu riscritta dopo l’infedeltà idolatrica del vitello d’oro e la rottura dell’alleanza (cf. Es 34,28).
Poiché però gli accusatori insistono nell’interrogarlo, Gesù si alza e non risponde direttamente, ma fa un’affermazione che è anche una domanda: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. Poi si china di nuovo e torna a scrivere per terra. Ma questa sentenza di Gesù interroga: chi può dire di essere senza peccato? Gesù conferma la Legge, secondo cui il testimone deve essere il primo a lapidare il colpevole (cf. Dt 13,9-10; 17,7), ma dice anche che il testimone deve essere lui per primo senza peccato! Certo, quella donna adultera ha commesso un peccato manifesto; ma i suoi accusatori non hanno peccati o in verità hanno peccati nascosti? E se hanno peccato, con quale autorevolezza lanciano le pietre che uccidono il peccatore?
Solo Gesù, lui che era senza peccato, poteva scagliare una pietra, ma non lo fa. La sua parola, che non contraddice la Legge e nel contempo conferma la sua prassi di misericordia, appare efficace, va al cuore dei suoi accusatori i quali, “udito ciò, se ne vanno uno per uno, cominciando dai più anziani”: più si avanza in età, più numerosi sono i peccati commessi; questa coscienza dovrebbe impedire la nostra inflessibilità verso gli altri… Così una sola parola di Gesù, incisiva e autentica, una di quelle domande che ci fanno leggere in profondità noi stessi, impedisce a quegli uomini di fare violenza in nome della Legge che credono di interpretare con rigore. Solo Dio, e quindi solo Gesù, potrebbe condannare quella donna. Ma Gesù sceglie di narrare in altro modo l’agire di Dio, per il quale la vita del peccatore trascende il peccato da lui commesso. Gesù, colui che quale Figlio di Dio ha narrato umanamente Dio (cf. Gv 1,18), che è stato l’esegesi del Dio vivente, afferma che di fronte al peccatore Dio ha un solo sentimento: non la condanna, ma il desiderio che si converta e viva (cf. Ez 18,23; 33,11).
Solo quando tutti se ne sono andati, allora Gesù si alza in piedi e sta di fronte alla donna, finalmente restituita alla sua identità di essere umano, nel faccia a faccia con lui. È la fine di un incubo, perché i suoi lapidatori si sono dileguati e perché chi doveva giudicarla ora sta in piedi, come colui che assolve. Adesso è possibile l’incontro parlato, che si apre con l’appellativo rivoltole da Gesù: “Donna”, lo stesso riservato a sua madre (Gv 2,4), alla samaritana (Gv 4,21), alla Maddalena (Gv 20,15). Rivolgendosi a lei in questo modo, Gesù la fa risaltare per quella che è: non una peccatrice, ma una donna, restituita alla sua dignità. A lei Gesù domanda: “Dove sono i tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?”. Ed ella, rispondendo: “Nessuno, Signore (Kýrie)”, fa una grande confessione di fede in Gesù. Colui che si trova di fronte a lei è più di un semplice maestro, “è il Signore” (Gv 21,7)!
Gesù allora si congeda con un’affermazione straordinaria, gratuita e unilaterale: “Neanch’io ti condanno. Va’ e non peccare più”. Il testo non è interessato ai sentimenti della donna ma rivela che, quando è avvenuto l’incontro tra la santità di Gesù e il peccato di questa donna, allora “rimasero solo loro due, la misera e la misericordia” (Agostino) e la santità di Gesù ha distrutto il peccato. In questo consiste la gratuità di quell’assoluzione: Gesù non condanna, ma con il suo atto di misericordia preveniente offre alla peccatrice la possibilità di cambiare. E si faccia attenzione: non sta scritto che essa cambiò vita, si convertì, né che divenne discepola di Gesù. Sappiamo solo che, affinché tornasse a vivere, Dio l’ha perdonata attraverso Gesù e l’ha inviata verso la libertà: “Va’ verso te stessa e non peccare più”…
Gesù non è venuto tra di noi per giudicare e condannare – come dirà poco dopo: “Io non giudico nessuno” (Gv 8,15) – ma per annunciare la misericordia, per fare misericordia eseguendo fedelmente e puntualmente la giustizia di Dio, che è giustizia giustificante (cf. Rm 3,21-26). Chiamato a scegliere tra il castigo per l’infrazione della Legge e la misericordia, Gesù sceglie la misericordia senza contraddire la Legge. Quest’ultima è essenziale quale rivelazione della vocazione umana che Dio ci rivolge; ma una volta che il peccato ha infranto la Legge, a Dio resta solo la misericordia, ci insegna Gesù. Nessuna condanna, solo misericordia! Infatti, ogni volta che egli ha incontrato un peccatore lo ha liberato dai suoi peccati e non ha mai praticato la giustizia punitiva. Ha pronunciato inviti alla conversione, avvertimenti in vista del giudizio, ma non ha mai castigato nessuno, perché sapeva discernere la volontà di Dio che non vuole la condanna del peccatore ma fa misericordia perché si converta e viva.
Fonte: Monastero di Bose
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