sabato 9 maggio 2020

I RAGAZZI E IL CORONAVIRUS. QUALI DOMANDE?


Certezze sbagliate 
a partire dal lessico. 

Quali cicatrici porteranno?

di Daniele Mencarelli

La pandemia da coronavirus che ha investito l’intero pianeta, complice anche l’arrivo della bella stagione, inizia ad allentare la sua presa. Come al termine di un conflitto, inizia la stagione della ricostruzione, termine improprio visto che il virus che ha mietuto migliaia e migliaia di vittime non ha distrutto nulla di materiale. Ci ha devastato altrove, nella psiche, negli affetti, nelle economie di molti che avevano già prima della pandemia non pochi problemi a riguardo.
Gli analisti di ogni settore umano hanno cominciato a illustrare quel che ci aspetterà nei mesi che verranno. E in particolare quelli legati all’economia e alla finanza, con toni più o meno devastanti, vedono tutti nel prossimo futuro una crisi drammatica, che investirà inevitabilmente tutti.Anche sul fronte dell’istruzione si parla di ripartenza, di nuove formule d’insegnamento che tengano conto del virus, perché con questo nemico invisibile ci dovremo convivere per un po’, e questo è l’unico dato certo di quel che ci aspetta. Ciò che sorprende, riguardo al tema dell’istruzione, è l’approccio linguistico, si parla dei nostri figli in termini di produttività scolastica, di resa formativa,di rendimento da proteggere. Si usa nei loro confronti un lessico che prende in prestito dal mondo del lavoro, dell’industria, dell’economia. Chissà cosa ne avrebbero pensato il maestro Manzi, o il maestro Giorgio Caproni, o i migliaia e migliaia di insegnanti che approcciano
ai loro alunni come a figli da crescere ed educare con amore. Quel lessico, infatti, segna con evidenza una distanza di sguardo e sensibilità, un distacco tra mondo adulto e mondo dell’infanzia.
Dal tema dell’istruzione a uno sguardo più ampio, a una domanda, che deve interrogare tutti, a partire da chi scrive. Noi adulti, genitori, in particolare quelli che hanno figli bambini, nel corso di questi due mesi e oltre di pandemia ci siamo chiesti veramente cosa sentissero i nostri figli? Abbiamo tentato di immedesimarci nei loro sentimenti? In quello che provavano, spesso senza dircelo direttamente?
Oppure è accaduto il contrario? E le parole con cui ci avviciniamo all’infanzia stanno lì a dimostrarlo, ovvero che abbiamo preteso di alzare loro al nostro sguardo, alla nostra età, al nostro mondo di interessi materiali, rendendoli un prodotto della nostra vita, un investimento da proteggere dagli attacchi del mercato.
I bambini come hanno vissuto nel loro cuore questa pandemia? Quali cicatrici gli rimarranno? Di questi mesi di clausura, di tutte le immagini di disperazione e morte, della paura di abbracciare quello che ieri era il migliore amico, di tutto questo cosa si porteranno per la vita intera?
Non ci sono risposte. Ognuno dei nostri figli vivrà una sua declinazione personale, unica e irripetibile, di quel che ha patito oggi per questa pandemia da coronavirus. 
Noi adulti, padri e madri, una sola cosa possiamo fare: alleggerirgli il carico. Rendere la loro memoria un luogo dove convivono ricordi negativi accanto a tanti bellissimi. 
Abbassarci, con umiltà e amore, alla loro straordinaria altezza.


EUROPA: 70 ANNI DI PACE



PROMUOVERE E RAFFORZARE LA CITTADINANZA EUROPEA

-     di Rosa Musto

La festa dell'Europa, che gli studenti festeggiano ogni anno, rappresenta l'occasione per testimoniare nel contesto sociale quanto viene realizzato in tema di educazione alla cittadinanza europea nelle scuole. I risultati su “L'educazione alla cittadinanza a scuola” vengono costantemente monitorati e resi noti dalla Rete di informazione europea sull'istruzione Eurydice. 
Promuovere la cittadinanza attiva è diventato uno degli obiettivi principali dei sistemi educativi in tutta Europa.

Poi, incoraggiare i cittadini, in particolar modo i giovani, a impegnarsi attivamente nella vita politica e sociale è recentemente diventata una priorità crescente ai livelli nazionale ed europeo. E’ stata particolare in questo senso l’iniziativa organizzata quest’anno dalla Rappresentanza del Parlamento europeo in Italia: il portale Skuola.net ha ospitato una Live Chat dal titolo “Festa dell’Europa. Scuole d’Italia, percorsi d’Europa”. Studenti di tutta la penisola hanno avuto l'occasione per ripercorrere le tappe fondamentali da quel 9 maggio 1950, ma soprattutto per dialogare con i deputati europei e conoscere più da vicino il lavoro nelle istituzioni UE.

Le Raccomandazioni europee sullo sviluppo delle Competenze di Cittadinanza del 2018 e il Libro Bianco sul futuro dell'Europa (2017) e le considerazioni del Rapporto Eurydice INDIRE (2017), sono oggi quei documenti pregnanti di significato che ci invitano con urgenza a riflette sui grandi cambiamenti epocali dei nostri tempi, compresi quelli che riguardano l'istruzione e su cui occorre intervenire per trovare soluzioni sostenibili e sapendo anche attualizzare i contenuti e i percorsi educativi da proporre nelle scuole. In particolare, sul futuro dell'Europa il Libro Bianco intravede nuovi scenari a noi sconosciuti nel presente e ci vuole consapevoli nella costruzione di un futuro rispondente alla realtà. Si legge infatti: “È probabile che la maggior parte dei bambini che iniziano oggi la scuola elementare eserciteranno un domani professioni attualmente sconosciute. Le sfide poste dal maggior ricorso alla tecnologia e all’automazione incideranno su tutte le professioni e su tutti i settori. Per sfruttare al meglio le nuove opportunità attenuandone nel contempo qualsiasi effetto negativo occorrerà investire massicciamente nelle competenze e ripensare i sistemi di istruzione e di apprendimento permanente. Contemporaneamente dovranno essere introdotti nuovi diritti sociali per accompagnare l’evoluzione del mondo del lavoro”.
Il Libro Bianco sul futuro dell'Europa invita a non dimenticare il passato da cui siamo partiti e chiama a far diventare patrimonio comune della conoscenza delle giovani generazioni l'eredità storico culturale di creazione dell'Europa Unita e in pace, la realtà europea che Shuman ci invitava a difendere nel tempo con le sue parole introduttive alla dichiarazione di settanta anni fa : “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.... L'Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto ”.

La dimensione europea dell'educazione non può essere trascurata, l’Europa è una idea che va riproposta con convinzione e posta con chiarezza argomentativa all’attenzione e considerazione delle giovani generazioni, che devono scoprire la lungimiranza dell’intuizione e la straordinaria attualità dell’elaborazione del Sogno europeo dei padri fondatori come Robert Schuman, al fine di proseguire un percorso storico da delineare nel presente e per il futuro. La Cittadinanza europea va riconosciuta con il suo complesso di regole, di diritti e di doveri, seguendo il monito di un altro grande europeista, Jean Monnet, quando affermava che: “Noi non coalizziamo Stati, ma uniamo uomini”.



giovedì 7 maggio 2020

LA SPERANZA, UNA VIRTÙ' PICCOLA MA FORTE


- UNA FORTE VIRTÙ PER CAMMINARE SUGLI ARDUI SENTIERI DELLA VITA  -

Papa Francesco è tornato più volte in questo periodo a parlare di speranza, spronandoci a guardare con occhi nuovi la nostra esistenza, soprattutto ora che è sottoposta a dura prova, e guardarla attraverso gli occhi di Gesù, “l’autore della speranza”, affinché ci aiuti a superare questi giorni difficili, nella certezza che il buio si trasformerà in luce

di Maria Milvia Morciano 
- Città del Vaticano

Francesco ha parlato tante volte di speranza, che definisce come “la più piccola delle virtù, ma la più forte. E la nostra speranza ha un volto: il volto del Signore risorto, che viene «con grande potenza e gloria»” (Mc 13 26)” (Angelus, 15 novembre 2015). La speranza quindi non è qualcosa, ma qualcuno, proprio come esclama san Francesco nelle Lodi di Dio Altissimo: “Tu sei la nostra speranza!” (FF 261). Ed “Egli non abbandonerà tutti quelli che sperano in lui” (FF 287; Cfr Sal 33, 23).
Una virtù nascosta, tenace e paziente
“È la più umile delle tre virtù teologali, perché rimane nascosta”, spiega Papa Francesco: “La speranza è una virtù rischiosa, una virtù, come dice san Paolo, di un’ardente aspettativa verso la rivelazione del Figlio di Dio (Rm 8,19). Non è un’illusione” (Omelia di Santa Marta, 29 ottobre 2013). “È una virtù che non delude mai: se tu speri, mai sarai deluso”, è una virtù concreta, “di tutti i giorni perché è un incontro. E ogni volta che incontriamo Gesù nell’Eucaristia, nella preghiera, nel Vangelo, nei poveri, nella vita comunitaria, ogni volta diamo un passo in più verso questo incontro definitivo” (Omelia di Santa Marta, 23 ottobre 2018). “La speranza ha bisogno di pazienza”, proprio come bisogna averne per veder crescere il grano di senape. È “la pazienza di sapere che noi seminiamo, ma è Dio a dare la crescita” (Omelia di Santa Marta, 29 ottobre 2019). La speranza non è passivo ottimismo ma, al contrario, “è combattiva, con la tenacia di chi va verso una meta sicura” (Angelus, 6 settembre 2015).
La speranza prima del cristianesimo
Nel mito di Pandora, dal suo vaso aperto fuoriescono tutte le sciagure per abbattersi sull’umanità. Nel fondo rimane soltanto la speranza che però racchiude in sé qualcosa di oscuro. Il significato del termine greco ἐλπίς è duplice e non riveste un’accezione semplicemente positiva. Elpis è l’attesa del futuro e allo stesso tempo il timore che sia sempre incerto. È una promessa che può anche non realizzarsi mai. Infatti, “non si può sfuggire a ciò che vuole Zeus” (Esiodo, Le opere e i giorni 42-105). “Che cosa è la speranza?” Si dice fosse stato chiesto ad Aristotele. “È sogno di uomo sveglio”, avrebbe risposto (Vite dei filosofi, Diogene Laerzio). Nel mondo romano, la speranza si concretizza nella personificazione di una dea, Spes, che appare associata a Salus e Fortuna, ricevendo una connotazione di natura politica, quale buon auspicio per l’imperatore e di felice sviluppo per l’Impero. E poiché per gli antichi pagani la vita si arrestava sul precipizio dell’Ade, la speranza si legava a bisogni limitati che si cercava di volgere a proprio favore attraverso riti e voti. La vita era segnata dal fato, da un destino ineluttabile. Senza scampo.
La speranza sempre presente nel cuore degli uomini
La speranza è sempre presente in ogni cultura e in ogni epoca e il suo significato aderisce, modellandosi, sul pensiero e sulla cultura dei diversi popoli, nel tempo e nelle latitudini. Tolto il suo significato di virtù teologale nel cristianesimo, il suo concetto diventa inafferrabile, positivo e negativo insieme, basti pensare ai proverbi della saggezza popolare: “la speranza è l’ultima a morire” o “chi di speranza vive disperato muore”. Secondo Giacomo Leopardi, è il bene maggiore dell’uomo perché gli consente di realizzare il piacere anche soltanto nella sua attesa. Categorico il pensiero di Nietzsche che la chiama “virtù dei deboli”. Per Emily Dickinson è un pensiero tenero: “La ‘Speranza’ è una creatura alata – che si viene a posare sull’anima – e canta melodie senza parole – senza smettere mai”. Per Ferdinando Pessoa è una suggestione eterea: “E solo se, mezzo addormentati, senza sapere di udire, udiamo, essa ci dice la speranza cui, come un bambino dormiente, dormendo sorridiamo”.
La virtù bambina di Charles Peguy
I versi più sorprendenti sono senz’altro quelli dello scrittore e poeta francese Charles Peguy ne Il portico del mistero della seconda virtù (1911), un poema cui fa riferimento Papa Francesco quando parla del tratto caratteristico di questa virtù: una bambina che guarda al futuro e che sorprende, con la sua irriducibilità, lo stesso Dio e che parla in prima persona: “La fede che più amo, dice Dio, è la speranza …  Ciò che mi sorprende … è la speranza. E non so darmene ragione. Questa piccola speranza che sembra una cosina da nulla. Questa speranza bambina. Immortale”. “La piccola speranza avanza fra le due sorelle maggiori e su di lei nessuno volge lo sguardo. Sulla via della salvezza, sulla via carnale, sulla via accidentata della salvezza, sulla strada interminabile, sulla strada fra le sue due sorelle la piccola speranza. Avanza”. La Speranza avanza tra le due sorelle maggiori tenendole per mano, ma è lei in realtà che le conduce.
Abramo, uomo di speranza
La Bibbia è tutta permeata di speranza. Abramo “credette saldo nella speranza contro ogni speranza” (Rm 4,18). Papa Francesco nota come Abramo, in un momento di sfiducia, invece di chiedere il figlio promesso che non arrivava, “si rivolge a Dio perché lo aiuti a continuare a sperare. È curioso, non chiese un figlio. Chiese: ‘Aiutami a continuare a sperare’, la preghiera di avere speranza … Non c’è cosa più bella. La speranza non delude” (Udienza Generale, 28 dicembre 2018).
Giovanni Paolo I: la speranza è una virtù obbligatoria
Durante il suo brevissimo ministero, Giovanni Paolo I dedica alla speranza una catechesi, dove afferma che essa “è una virtù obbligatoria per ogni cristiano” che nasce dalla fiducia in tre verità: “Dio è onnipotente, Dio mi ama immensamente, Dio è fedele alle promesse. Ed è Lui, il Dio della misericordia, che accende in me la fiducia; per cui io non mi sento né solo, né inutile, né abbandonato, ma coinvolto in un destino di salvezza, che sboccherà un giorno nel Paradiso” (Udienza Generale, 20 settembre 1978).
Giovanni Paolo II: i cristiani sono testimoni di speranza
San Giovanni Paolo II invita a riscoprire la virtù teologale della speranza, che "da una parte, spinge il cristiano a non perdere di vista la meta finale che dà senso e valore all'intera sua esistenza e, dall'altra, gli offre motivazioni solide e profonde per l'impegno quotidiano nella trasformazione della realtà per renderla conforme al progetto di Dio" (Tertio millennio adveniente). Occorre accogliere il dono dello Spirito Santo che “suscita in noi la certa speranza che nulla "potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore" (Rm 8,39). Per questo motivo, il Dio rivelatosi nella "pienezza del tempo" in Gesù Cristo è veramente "il Dio della speranza", che riempie i credenti di gioia e di pace, facendoli abbondare "nella speranza per la potenza dello Spirito Santo" (Rm 15,13). I cristiani sono perciò chiamati ad essere testimoni nel mondo di questa gioiosa esperienza, "pronti sempre a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza" che è in loro (1 Pt 3,15).
Benedetto XVI: la speranza cambia la vita
Benedetto XVI dedica alla speranza un’intera enciclica, la Spe Salvi. La descrive come una virtù performativa, capace cioè di “produrre fatti e cambiare la vita”. Nella Lettera ai Romani, san Paolo parla di salvezza nella speranza (Rm 8,24). “La redenzione - scrive Benedetto XVI - ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino”. Benedetto XVI indica una testimone di speranza: santa Giuseppina Bakhita, una donna che aveva conosciuto la schiavitù, la violenza, la povertà, l’umiliazione. Una donna che, nell’incontro con Gesù, ha visto rinascere la speranza che poi ha trasmesso agli altri come realtà viva: “La speranza, che era nata per lei e l'aveva ‘redenta’, non poteva tenerla per sé; questa speranza doveva raggiungere molti, raggiungere tutti” (Spe Salvi, 30 novembre 2007).
Papa Francesco: la speranza è luce che vince le tenebre
“La speranza - afferma Papa Francesco - fa entrare nel buio di un futuro incerto per camminare nella luce. È bella la virtù della speranza; ci dà tanta forza per camminare nella vita” (Udienza Generale, 28 dicembre 2018). E in questo momento così delicato della nostra storia, Papa Francesco parla di un altro contagio: il contagio “che si trasmette da cuore a cuore, perché ogni cuore umano attende questa Buona Notizia. È il contagio della speranza: ‘Cristo, mia speranza, è risorto!’. Non si tratta di una formula magica, che faccia svanire i problemi. No, la risurrezione di Cristo non è questo. È invece la vittoria dell’amore sulla radice del male, una vittoria che non ‘scavalca’ la sofferenza e la morte, ma le attraversa aprendo una strada nell’abisso, trasformando il male in bene: marchio esclusivo del potere di Dio” (Messaggio Urbi et Orbi, 12 aprile 2020). Con la Pasqua, abbiamo conquistato “un diritto fondamentale, che non ci sarà tolto: il diritto alla speranza. È una speranza nuova, viva, che viene da Dio” e “immette nel cuore la certezza che Dio sa volgere tutto al bene, perché persino dalla tomba fa uscire la vita (Sabato Santo, 11 aprile 2020).





martedì 5 maggio 2020

INSEGNANTI E DIDATTICA A DISTANZA. ESPERIENZE A CONFRONTO


INTERVISTA A PIERPAOLO AMODEO

Pierpaolo Amodeo insegna in una scuola media di Gaggio Montano, un piccolo comune appenninico del Bolognese. Dall’inizio del lockdown, così come i suoi colleghi di tutta Italia, Pierpaolo si confronta con una modalità di insegnamento nuova che sta ponendo sul piatto della bilancia cambiamenti, problemi ma anche esigenze e opportunità di trasformazione. Dal confronto con la tecnologia alle difficoltà strutturali delle zone con scarsa copertura di rete e delle famiglie che non hanno gli strumenti adeguati. Dal problema di trovare nuovi modi per stabilire una connessione emotiva con gli studenti all’esigenza di ripensare il sistema dei voti in termini diversi.

Intervista di Martina Fragale

Con il passaggio (obbligato) all’online, la didattica è cambiata strutturalmente. Partiamo dai supporti: quali strumenti usi per fare lezione ai tuoi studenti?
Per le videolezioni, utilizzo la piattaforma Cisco Webex che è una delle tante che sono state messe a disposizione gratuitamente dalle aziende in questo momento. La parte centrale della didattica a distanza, però, si sviluppa sulla suite di Google, a cui avevamo accesso già prima dell’emergenza, e in particolare su Classroom, Meet ed Hangouts Di fatto c’è un’ampia scelta di piattaforme che ci permettono di fare videoconferenze e non solo di preparare, banalmente, materiale didattico.
 Che atteggiamento ha avuto rispetto a queste opportunità, la maggior parte del corpo insegnante?
All’inizio ci sono state un po’ di difficoltà perché non eravamo prontissimi. Nei primi giorni si sono affermate due grandi linee di pensiero: la prima, quella di chi preparava materiali per i ragazzi, da studiare e affrontare da soli; c’è stato poi, invece, chi ha organizzato lezioni in diretta attraverso servizi di streaming on-line. Oggi, a quasi due mesi dall’inizio dell’emergenza, tutti noi siamo attrezzati non solo per fare lezioni online secondo un orario ormai definitivo, ma anche per costruire momenti di valutazione che si sviluppano su compiti a casa, interrogazioni e anche verifiche in diretta. Il problema più serio riguarda quelle materie che si basano su supporti diversi dai libri, come musica, arte ed educazione fisica. In questi casi, i colleghi hanno trovato modi diversi e complementari per affrontare i loro programmi didattici.
 Da parte degli studenti, invece? Partecipano alle lezioni e li senti attivi o no?
Sì assolutamente, sono molto più bravi di molti insegnanti: molti di noi hanno la difficoltà di avere una generazione di troppo, cosa che non aiuta. Gli studenti invece sono più o meno tutti nativi digitali. I problemi che emergono dipendono principalmente dal fatto che spesso sono dei bravi utilizzatori ma non dei bravi conoscitori. C’è stato però un fattore importante di dispersione dovuto alla carenza di mezzi tecnologici, di connessioni ma anche di propensione dei singoli alunni. Ad oggi, se i primi due aspetti sono stati risolti attraverso un intervento diretto della scuola che ha fornito i supporti (computer in comodato d’uso e reti), il secondo è il vero enorme scoglio che mina nel profondo l’universalità della didattica a distanza. Io, personalmente, mi posso ritenere fortunato: la maggior parte dei miei studenti partecipa con assiduità anche se con il tempo è emerso un problema che non esiste nella scuola fisica: l’assenza in presenza.
 In che senso?
In molte occasioni, almeno un paio di ragazzi per classe erano presenti solo virtualmente: quando venivano chiamati non rispondevano e mi hanno fatto capire che non stavano affatto seguendo la lezione. Devo segnalare, però, anche una forte componente di ragazzi che con la didattica a distanza si è dimostrata incredibilmente proattiva e prolifica: presente sempre a lezione, pronta a intervenire, consapevole del percorso e intenzionata a fare altro e di più. E non sempre questi ragazzi sono gli stessi che a scuola erano tra i più bravi: ora li sto vedendo tutti con occhi diversi perché sono altro, io, e sono altri, loro, in questa emergenza. In alcune zone d’Italia e in alcuni istituti, invece, so che la presenza online è seriamente minata dalle condizioni di fortissimo disagio socio-economico: questo implica un’enorme dispersione scolastica di ragazzi che non riescono a essere intercettati.
 Hai avuto qualche feedback da colleghi che insegnano in zone in cui la connessione è limitata (o in cui i ragazzi hanno difficoltà ad avere dispositivi adeguati)?
No, non ho diretti contatti con altre scuole del territorio che sperimentano questi problemi. So di scuole che si sono attivate con molto ritardo per portare avanti la didattica a distanza e so di una scuola superiore in provincia di Bologna, un professionale, che sta sperimentando un grosso problema di dispersione scolastica da parte dei suoi alunni. Ma le informazioni che ho sono parziali e non posso dire altro.
 Da insegnante, che limiti vedi nella didattica a distanza rispetto a quella dal vivo?
In realtà la scuola è fisicità, nel senso che c’è davvero bisogno dell’ “essere presenti”. Il corpo, e tutto ciò che non passa attraverso il linguaggio, sono essenziali. Dal contatto con gli studenti, al semplice sguardo, passando per la condivisione del medesimo spazio: non siamo più in grado di sapere se i nostri studenti ci stanno seguendo e se la nostra lezione sta funzionando. Non sappiamo più valutare la distanza fisica di cui gli studenti hanno bisogno e non possiamo mettere in atto le pratiche di prossimità che molti di loro richiedono. Riscontriamo quindi lo stesso limite che c’è in ogni relazione quando viene interrotta la possibilità di praticarla fisicamente.
 Oggi si parla molto di ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) e di problemi di attenzione in generale, nei bambini e nei ragazzi: sotto a questo aspetto, che differenze hai notato nell’approccio alla didattica a distanza?
Il problema più profondo, probabilmente irrisolvibile, è la mancanza di relazione diretta con i ragazzi. L’assenza di un luogo fisico in cui siamo presenti assieme. La mancata condivisione di uno spazio comune, impedisce quello che dovrebbe essere il primo compito del professore: guardare ai ragazzi come individui e non come mere presenze. Non si tratta di retorica, il punto fondamentale è che io non sono più in grado di guardarli, di capire come stanno, cosa pensano, come stanno reagendo alla lezione. Non si tratta di un problema di ADHD o di altri BES (Bisogni educativi speciali): io non posso più intessere quel rapporto fatto di costanti feedback che mi permetteva di capire chi riesce a seguire e chi no e che mi consentiva di “modellare” la lezione sul momento.
 Ora che il lockdown ha reso i genitori molto più fisicamente presenti nella vita scolastica dei loro figli, come è cambiato il tuo dialogo con loro?
Ho molta difficoltà a risponderti. Il discorso con i genitori è incancrenito, si è cristallizzato in formule fisse che girano intorno a parole totem: fatica, stress, impegno, disagio. Un po’come se, insieme al Coronavirus, qualche parassita avesse colpito i nostri discorsi, che sono diventati stantii, ripetitivi.
 E il dialogo con i ragazzi? Al di là della didattica, ovviamente.
I ragazzi non cercano formule, non guardano alla ritualità: ciò che dicono, quando sono in un ambiente confortevole, è segnato da una sincerità incredibile. Continuano a dimostrare quella necessità di esporsi, di parlare di sé, di raccontarsi che gli è tipica e che ogni volta mi fa innamorare del mio lavoro. Il discorso sull’epidemia, sulla morte, sulle sofferenze, però, non esce fuori: non so se si tratti di riserbo o se ne siano colpiti in misura minore di noi. Sta di fatto che la loro necessità di relazione è enorme: il mio mestiere, oggi, non ha più orari e non ha più confini didattici. Siamo altro e non solo professori, ma non so cosa.
 Quale credi che sarà l’impatto di questo periodo (prolungato) di didattica a distanza sugli studenti: cambierà qualcosa nel loro approccio alla scuola, quando tutto sarà tornato più o meno alla normalità?
Non te lo so dire, ho davvero difficoltà a immaginare il futuro. Forse ci sarà un nuovo e rinnovato piacere nello stare insieme, forse una rivalutazione profonda di cosa voglia dire fare scuola come gruppo, come comunità, come individui che possono condividere spazio, tempo e presenza. E forse avranno uno sguardo più complesso da scambiarsi. Ma navigo a vista, non mi sono mai sentito tanto incapace di parlare del futuro.
 E riguardo agli insegnanti? Anche alla luce delle difficoltà e delle resistenze che segnalavi prima.
Su questo forse potrei spendere qualche ipotesi. Alcuni di noi torneranno a fare scuola come hanno sempre fatto, bene o male che fosse. Altri sfrutteranno l’enorme quantità di competenze digitali acquisite in questo periodo per cambiare la didattica, forse anche radicalmente. Forse vinceremo la nostra atavica riluttanza a fare lezione fuori e forse penseremo a cambiare le modalità di valutazione. Ma, come si nota, nei miei discorsi domina un forse che testimonia tutto il mio totale disorientamento. Intanto noi, tra colleghi, dovremmo impegnarci per ricostruire dei rapporti che, talvolta, si sono incrinati o che, comunque, sono diventati qualcosa di diverso da ciò che conoscevamo.

Parliamo del futuro prossimo. Siamo finalmente arrivati alla Fase 2. Da insegnante, cosa vorresti chiedere alle istituzioni in questo momento?
Dopo i collegi fatti mi sono convinto che la richiesta più importante, in questo momento, è di ragionare su aperture con modalità differenziate rispetto alle condizioni delle singole scuole: chi può permettersi di fare lezioni all’aperto e chi non può, chi ha aule vuote e pochi studenti e chi no, chi ha una platea di studenti senza particolari disagi socio-economici e chi no. La scuola è lo specchio della società che viviamo: non può esistere una soluzione adeguata per tutti. Tra i pochi interventi che sarebbero necessari per tutto il territorio, c’è sicuramente la necessità di garantire libero accesso a software e hardware per la didattica a distanza oltre che sovvenzioni per permettere a quanti più studenti di connettersi alla rete con buone prestazioni. Per molti professori, studenti e genitori servirebbe poi un ampio e strutturato programma di alfabetizzazione digitale, e possibilmente anche una formazione avanzata per chi non è invece alle prime armi.
 Parlando di futuro sempre prossimo ma – diciamo – meno “circoscritto”, cosa dovrà cambiare, secondo te, nel sistema scolastico italiano? Quali sono le esigenze che questa situazione ha portato in luce?
Sembra banale dirlo (è ormai un mantra) ma la scuola italiana chiede a gran voce una riforma radicale e sensata della sua struttura. Non farò richieste specifiche ma mi limiterò a indicare due direzioni che, se sviluppate, potrebbero realmente preparare i nostri ragazzi a situazioni del genere: responsabilizzazione e personalizzazione.
 In che modo?
I nostri ragazzi devono essere messi a parte dei processi educativi e formativi: devono essere protagonisti della loro istruzione, avendo la possibilità di scegliere le materie a cui vogliono dare priorità in un set che preveda comunque ore obbligatorie di tutte le discipline fondamentali. Questo permetterebbe di incentivare la responsabilizzazione, ovvero la consapevolezza di essere partecipi delle scelte riguardanti la loro formazione. Sarebbe bello e importante, poi, rivedere il sistema del voto.
 …che in questo momento rappresenta un tema cruciale, anche a livello di normativa. Qual è secondo te il tipo di cambiamento necessario (e possibile) che questa fase potrebbe innescare?
Come insegna l’esperienza di Don Milani, il voto (e quindi la bocciatura) è un sistema che si basa sulle dinamiche del rinforzo, negativo e positivo che sia, ma che allo stesso tempo si fonda sul principio della minaccia. Oggi, con l’enorme difficoltà a dare voti nel modo classico, seppure legittimati normativamente a utilizzare i mezzi che riteniamo più opportuni per valutare i nostri ragazzi, dobbiamo puntare sulla loro reale responsabilizzazione piuttosto che sulla paura o l’incentivo del voto. Nel mio piccolo sto cercando ogni giorno di puntare su questo: valorizzare la partecipazione, intrigarli con insegnamenti che esulano dal programma ma che so essere più concreti, chiedere loro quale attività portare avanti. Per ora hanno deciso di costruire un blog, di dedicarsi agli esperimenti scientifici, di seguire lezioni di LIS e di giornalismo.
 Responsabilizzazione, quindi, potrebbe essere la parola chiave per innescare un cambiamento strutturale della didattica?
Responsabilizzare e personalizzare vuol dire trattare i nostri ragazzi come giovani adulti, capaci di dire cosa pensano del nostro insegnamento (sì, devono valutarci), cosa pensano della loro esperienza didattica e cercando in tutti i modi di far capire loro che la scuola è l’unico mezzo che possiedono per non essere sfruttati in futuro. La realtà è che loro sono perfettamente in grado di capirlo, e questa quarantena ha forse questo, come aspetto positivo: permetterci di insistere sul fatto che la scuola è davvero “altro” rispetto alla pagella di fine anno.

Giornalismo costruttivo


lunedì 4 maggio 2020

LE FATTORIE DIDATTICHE, UNA RISORSA PER LE SCUOLE


Scuola in campagna, 
Coldiretti: “Lezioni in fattoria possono aiutare adulti e bambini”

"Sono oltre 120 le fattorie didattiche, presenti nelle campagne liguri, che potrebbero supportare il lavoro di mamme e papà accogliendo i bambini in sicurezza"

 “Sono oltre 120 le fattorie didattiche, presenti nelle campagne liguri, che potrebbero supportare il lavoro di mamme e papà accogliendo i bambini in sicurezza con giornate didattico-educative svolte a contatto con la natura nei grandi spazi all’aria aperta”.
E’ come commenta Coldiretti Liguria la proposta avanzata al Governo e alle Regioni da Coldiretti, con una lettera indirizzata, nello specifico, ai ministri dell’istruzione, delle politiche agricole, pari opportunità e famiglia, ed agli assessori competenti, in occasione dell’inizio della Fase 2 dell’emergenza Coronavirus, con il ritorno di 4,4 milioni di italiani al lavoro e con i figli a casa per la chiusura della scuole.
“Le fattorie didattiche sono aziende agricole autorizzate a fare formazione sul campo, puntando sull’educazione ambientale attraverso la conoscenza della campagna con i suoi ritmi, l’alternanza delle stagioni e la possibilità di produrre in modo sostenibile. Per questo Coldiretti mette a disposizione, delle autorità sanitarie, politiche e amministrative competenti, la sua rete di fattorie didattiche in costante crescita anche nella nostra regione, la propria esperienza, le proprie competenze in ambito educativo e didattico, per offrire sostegno alle famiglie per i prossimi mesi – affermano da Coldiretti Liguria – Quella in fattoria è una pedagogia attiva dell’imparare facendo, attraverso attività pratiche ed esperienze dirette (seminare, raccogliere, trasformare, manipolare) a contatto con la natura, attraverso l’incontro con animali e la conoscenza delle coltivazioni locali”.
“Le nostre fattorie didattiche – affermano il presidente di Coldiretti Liguria Gianluca Boeri e il delegato confederale Bruno Rivarossa – sono un patrimonio di esperienze e potenzialità da non sprecare in un momento cruciale in cui il Paese ha necessità di forme alternative di sostegno alle famiglie e dove, anche i più piccoli, hanno bisogno di vivere una Fase 2 all’aria aperta”.
“Le imprese agricole autorizzate si possono rivelare il luogo ideale in cui accogliere piccoli gruppi tenendo conto delle norme di sicurezza, distanza e igiene previste per la Fase 2 dopo la chiusura forzata delle scuole. Imparare in fattoria vuol dire toccare con mano quelle che sono le varie realtà produttive locali e quindi l’origine dei prodotti alimentari. Con progetti quali l’Educazione alla campagna amica di donne impresa Coldiretti, da anni si porta avanti questo genere di educazione indirizzato ai più piccoli, e, anche durante il lockdown generale, le nostre imprese non si sono fermate e hanno cercato di raggiungere i bambini nelle case attraverso video che mostrassero la nostra agricoltura e le sue peculiarità” aggiungono Boeri e Rivarossa.
“Ora è importante che si valuti la possibilità di tornare a vedere come si coltiva l’orto o ci si prenda cura degli animali direttamente in azienda. L’obiettivo è sia aiutare i genitori in questo momento particolare sia continuare a formare futuri consumatori consapevoli sui principi della sana alimentazione e della stagionalità dei prodotti, per valorizzare i fondamenti della dieta mediterranea e ricostruire il legame che unisce la nostra agricoltura con il cibo che raggiunge ogni giorno la nostra tavola” concludono Bieri e Rivarossa.



sabato 2 maggio 2020

PER QUALI SENTIERI PUOI TROVARMI?


-    VANGELO  IV Domenica di Pasqua (Anno A) 

(3 maggio 2020)



Commento di don Mario Simula

Gesù guarda la gente che lo segue. Ne prova compassione, fino a sentire il bisogno di attardarsi sulla storia di ciascuno.
Sicuramente, per Lui che non conosce l'anonimato, tutte quelle persone hanno un nome, una vicenda umana, una povertà da portare, un conto aperto con la vita.

E' una umanità vera, rugosa, affaticata e sfruttata.
Ha bisogno di Lui fino a sentire la necessità di toccarlo. Gesù è ai loro occhi la novità assoluta dell'amore. L'amore senza aggettivi, essenziale, diretto. L'amore di cui ciascuno di noi ha sete e che solo Lui, Gesù di Nazareth, può far sperimentare a quei volti segnati dalla fatica della vita.
In questi incontri instancabili e diuturni, Gesù intuisce che cosa fa soffrire quella gente.
Si ferma per guardarla intensamente. La osserva oltre le apparenze, poi, ad alta voce, esclama: “Ho compassione di tutta queste persone: sono come pecore senza pastore. Hanno le loro guide, ma sono mercenari e ladri. Sfruttano le pecore grasse e non curano quelle deboli. Per loro non esiste il gregge da servire. Esiste un capitale ignaro da usare per il proprio tornaconto. Ho davanti a me tanta umanità che si sente come gregge senza pastore”.
Il dolore di Gesù è questo. Un dolore che lo fa sanguinare. Un dolore che lo fa indignare.
Non può resistere oltre.
“Io sono il buon pastore!”.
Gesù il nostro pastore, la nostra certezza, il vincastro dei nostri percorsi accidentati.
Sento la sua presenza di pastore buono con gioia, se penso alle sue attenzioni.
Sento la sua presenza di pastore buono con rimorso, se penso alla mia attitudine di mercenario.
Al culmine della com-passione Gesù sente l'urgenza di esclamare: “Sono come pecore senza pastore!”.
Gesù sarà e sarà sempre il Pastore buono.
Me ne accorgo perché conosce ciascuno per nome. Ha scritto i nostri nomi sulle sue mani.
Quando ci cerca entra per la porta con delicatezza e trepidazione. Non vuole farci violenza. Non vuole violare il segreto della nostra casa. Entra con così dolce attenzione che la sua presenza ci illumina.
Può esistere un gregge, una comunità che non si lasci visitare dal Pastore immolato e Risorto?
Abbiamo bisogno di Lui.
I suoi pascoli sono fecondi e saporiti. Le sue fonti sono genuine e salutari.
Se ci smarriamo viene a cercarci. Se ci dividiamo si dona tutto per ricomporre l'amore. Se rimaniamo feriti e sanguinanti, Gesù, il Pastore buono, diventa samaritano delle nostre sofferenze.
Gesù, Pastore crocifisso e immolato, entra nella nostra vita come ospite atteso, che rispetta come un segreto la spontaneità del nostro cuore.
Gesù conosce le notti interminabili dei pastori che amano il gregge.
Sa che se cammina davanti a noi ci incoraggia e ci dà energia.
Non ha tregua nell'amore. Dura sempre. Brucia sempre. E' sempre all'erta, senza farcelo pesare.
Gesù, il Pastore buono, è la tenerezza che si rivela ad ogni passo. Anche quando è stanco e vuole passare all'altra riva. Si trova immancabilmente la gente ad aspettarlo.
Allora tra Gesù e le folle esiste una comunicazione intensa e intima. Non dichiarata. Vissuta.
Sembra che quella comunità dai molti volti, dai molti odori, dalle molte abitudini sia la sua vera famiglia.
Il buon Pastore non può fare a meno delle sue pecore.
Non ne deve perdere una.
A volte, guardando le nostre comunità, mi chiedo dove sia il pastore o chi sia il pastore.
Gesù prepara per la sua famiglia una mensa di amore. Ci vuole tutti attorno. Un cuore solo, un'anima sola.
Un solo pane. Un solo Padre. Una sola appartenenza.
Dov'è il pastore? Chi è il pastore delle nostre comunità?
Non ha fisionomia perché fa il mestiere di pastore.
Non ha sorrisi, perché non ama il gregge.
Non trova parole di vita, perché esistono sempre faccende più importanti.
Non spreca il tempo, perché è troppo faticoso il ritmo delle pecore.
Adesso capiamo cosa ci dice Gesù: “Sono come pecore senza pastore!”.
Adesso capiamo cosa vuole dirci Gesù: “Io sono il buon pastore. Impara da me. Segui me. Ascolta me. Ama me. Ti troverai immerso nella vita di ogni uomo e di ogni donna. Scoprirai soprattutto che molte pecore non sono ancora nell'ovile. Quelle devo ricondurre nel recinto aperto dell'amore. Tutte. Tutte quelle che io ti ho affidato!”.
Gesù, non ho mai capito cosa significhi pascolare. Oggi la memoria del cuore mi aiuta ad intuire che pascolare significa nutrire.
Oggi mi folgora questo pensiero e diventa una domanda: nella mia esperienza di prete ho nutrito o mi sono nutrito?
Gesù, una volta ho letto che il prete è un uomo mangiato. Che nutre. Che si offre come nutrimento.
La mia storia! Ad ogni pagina il rimpianto diventa dolore. Il ricordo diventa amarezza.
Se piango davanti a te, le lacrime diventano verità che mi libera.
Gesù, dimmelo francamente: sono stato mai un uomo mangiato? Ho nutrito con la mia vita tanta fame di amore che ho incontrato? Ho sfamato bisogni immediati, essenziali, urgenti o li ho rimandati perché pensavo che il piatto apparecchiato bastasse per uno solo: e quell'uno ero io?
Tu hai sempre saputo il mio problema. Per questo motivo non si contano le notti nelle quali ti ho obbligato a venirmi a cercare. Passando da un burrone all'altro, andavi dietro il mio lamento forte o tenue; ma sempre distinguibile. Lo avevi imparato a memoria. Sapevi di quale argilla ero impastato. Sapevi quali erano i miei rifugi pericolosi. Di notte, anche per te era difficile rintracciare le mie orme. Confondevo, per volermi far male, i segnali del mio nascondiglio.
Gesù, come sei riuscito a trovarmi?
Ricordo: hai pronunciato il mio nome ed io, anche se lontano, ho riconosciuto la tua voce. Ho vibrato nell'anima come la sposa che cerca lo sposo. Il nome che pronunciavi aveva l'armonia delle dichiarazioni di amore. Non era un rimprovero. Non raccontava durezza. Un po' di dolore sicuramente.
Gesù, io conosco il sapore dei tuoi pascoli. Conosco la limpidezza delle tue fonti. Ho memoria dei tuoi gesti. Ho seguito le tue indicazioni. Quando riuscirò a far gustare agli altri la mensa che per me tu prepari? Desidero diventare pane spezzato e vino versato. E' l'unico sentiero per ritrovarmi o per farmi ritrovare.
Gesù, concedimi di gustare la voce del Pastore Buono. Concedimi di sentire il sapore del Pastore Bello.
Gesù, metti nel mio cuore il bisogno irresistibile di rimanere nel tuo recinto. Con gli altri. Come pastore penitente, proverò gioia ad essere cibo per qualcuno. Anche per uno solo. Per quell'uno tu, ancora oggi, vai peregrinando finché non lo ritrovi. 

Fino a quando non sarà al sicuro nel tuo cuore.




Tratto da Qumran2.net | www.qumran2.net

OLTRE LA PANDEMIA. VOLTI CHE SI INCONTRANO


Con quale sguardo torneremo a incontrarci?


Padre Lombardi ci invita a guardare oltre, al futuro che ci attende: Gesù non è stato una manifestazione virtuale di Dio, ma la sua incarnazione, proprio perché lo potessimo incontrare. E ci ha detto che Lui è presente e ci aspetta nell’altro.

di p. FEDERICO LOMBARDI

Leggevo in questi giorni l’affermazione di un pensatore russo: “Il semplice rapporto fra la gente è la cosa più importante del mondo!”. Mi ha fatto tornare in mente una bella canzone piena di gioia di qualche decennio fa, lanciata da un simpatico movimento di giovani che promuoveva l’amicizia e la fraternità fra i popoli: “Viva la gente!”. Qualcuno la ricorda certamente. Parlava delle tantissime persone che incontriamo ogni mattina andando a lavorare; diceva fra l’altro: “Se più gente guardasse alla gente con favor, avremmo meno gente difficile e più gente di cuor…” e ispirava molti sentimenti saggi e positivi. Vi avevo ripensato molte volte negli ultimi anni camminando per strada, incontrando tante persone indaffarate e come chiuse in sé, e molte altre con dei fili che escono dalle orecchie, che erano completamente concentrate sullo schermo del loro cellulare o parlavano nell’aria ad alta voce con chissà chi, senza tener alcun conto delle persone che erano sull’autobus a pochi centimetri da loro. Mi sembrava che il gusto di guardare agli altri con benevolenza e attenzione stesse diventando più raro e l’intrusione sempre più pervasiva delle nuove forme di comunicazione nella vita quotidiana ce li rendesse quasi estranei.
Dopo varie settimane chiuso in casa sento un grande desiderio di incontrare di nuovo per strada volti diversi. Spero che prima o dopo, a tempo debito, ciò possa avvenire anche senza mascherina e senza divisori di plexiglass, e spero di poter scambiare con loro una parola cordiale, o anche solo un sorriso sincero. Moltissimi di noi in questi mesi hanno sperimentato con sorpresa positiva le possibilità offerte dalla comunicazione digitale e speriamo di farne tesoro anche per il futuro, ma con il prolungarsi degli isolamenti abbiamo capito che non bastano.
Come torneremo dopodomani a incontrarci per la strada o sulla metro? Riusciremo a ripopolare con serenità gli spazi comuni delle nostre città? Saremo condizionati da paura e sospetto, o con l’aiuto dell’auspicata saggezza di scienziati e governanti sapremo bilanciare la giusta prudenza con il desiderio di ritrovare e ritessere quella qualità di convivenza quotidiana che – come dicevamo all’inizio – “è la cosa più importante del mondo”, la tela stessa del mondo umano?  Ci renderemo conto (di più o di meno di prima?) che siamo famiglia umana in cammino nella casa comune che è il nostro unico pianeta Terra?
Ora che la pandemia ci avrà fatto sperimentare un aspetto problematico della globalizzazione di cui tutti dovremo tener conto in futuro, sapremo ritrovare lo slancio della fraternità fra i popoli aldilà e al di sopra dei confini, l’accoglienza benevola e curiosa della diversità, la speranza del vivere insieme in un mondo di pace?
Come vivremo il nostro corpo e come vedremo quello degli altri? Una via possibile di contagio, un rischio da cui stare in guardia, o l’espressione dell’anima di una sorella o di un fratello? Perché questo è in fondo ogni corpo umano: la manifestazione concreta di un’anima - unica, degna, preziosa, creatura di Dio, immagine di Dio … Che meraviglia il timbro della voce, il ritmo dei passi, soprattutto il sorriso delle persone care!… Ma di più, questo non dovrebbe valere per tutte le persone che incontriamo?  Allora, recuperare la libertà dal coronavirus ci aiuterà a liberarci anche dagli altri virus del corpo e dell’anima che ci impediscono di vedere e incontrare il tesoro che sta nell’anima dell’altro, o saremo diventati ancora più individualisti?
La tecnologia digitale può mediare e accompagnare utilmente il nostro rapporto, ma la presenza fisica vicendevole delle persone, dei loro corpi come trasparenza delle anime, la loro prossimità e il loro incontro, rimangono punto di partenza e di riferimento originario della nostra esperienza e del nostro cammino. Gesù non è stato una manifestazione virtuale di Dio, ma la sua incarnazione, proprio perché lo potessimo incontrare. E Gesù ci ha detto che Lui è presente e ci aspetta nell’altro, nel povero (e chi non è povero in qualche modo, lo sappia o no?), e che nel volto dell’altro possiamo e dobbiamo sapere in fondo riconoscere il suo.
Con quali occhi, con quale cuore, con quale sorriso torneremo a camminare per le strade e a incrociare il cammino di tante persone, che anche se apparentemente sconosciute in fondo in questi mesi ci sono mancate, e che come noi hanno sentito il desiderio di incontrarci di nuovo sulle strade quotidiane della loro vita, del nostro mondo comune?