martedì 17 aprile 2018
lunedì 16 aprile 2018
I "GRANDI INSEGNANTI" NON INSEGNANO. DANNO L'ESEMPIO.
Silvia Carnini Pulino (che si firma “Spulino” nel suo blog), direttrice dell’Institute for Entrepreneurship (sede di Roma), collegato a John Cabot University e Harvard Business School, è stata una testimone privilegiata del Global Teacher Prize del 2018, il premio annuale al “migliore insegnante del mondo” promosso dalla Varkey Foundation,
la fondazione filantropica con sede a Dubai – capitale di uno dei sette
emirati che compongono gli Emirati Arabi Uniti – creata da Sunny
Varkey, un imprenditore di origine indiana che ha costruito un impero
multinazionale nel campo dell’offerta di scuole private e di servizi
educativi in decine di Paesi nel mondo.
Spulino condivide la filosofia dell’iniziativa, che ha la finalità di
incentivare e premiare l’impegno individuale dei docenti che operano
nelle situazioni più difficili e che affrontano con coraggio e fantasia
compiti ritenuti impossibili, nella convinzione che i buoni esempi
possano produrre effetti di imitazione e diffusione. Alle selezioni
hanno partecipato con successo anche insegnanti italiani, Barbara
Riccardi l’anno scorso e Annamaria Berenzi quest’anno.
Dall’incontro con i “grandi insegnanti” incontrati a Dubai, del quale dà conto nel suo blog,
Spulino ricava alcune indicazioni di carattere generale, che riassume
in tre punti, che costituiscono nel loro insieme il filo rosso che
congiunge storie personali ed esperienze diversissime come quelle dei 10
finalisti, scelti tra i migliori insegnanti di 65 diversi Paesi: il
primo è che “i grandi insegnanti pensano innanzitutto ai loro studenti”, adattando la didattica alle loro specifiche esigenze e possibilità; il secondo è che “i grandi insegnanti non hanno paura delle imprese impossibili”, quelle che i governi e i ministeri rinunciano a priori ad affrontare; il terzo è che “i grandi insegnanti condividono le loro idee e mobilitano tutto il mondo della scuola”,
e anche il mondo attorno alla scuola, facendo proprio il proverbio
africano “ci vuole un villaggio per educare un bambino”: prima di tutto i
bambini, ma anche le famiglie, gli altri docenti, gli operatori
scolastici, e l’intera comunità.
Da questa esperienza si ricava un’indicazione strategica, che
condividiamo: se i grandi insegnanti sono prima di tutto e sempre quelli
che costruiscono la loro didattica in funzione dei loro studenti,
allora tutta la scuola dovrebbe essere pensata per gli studenti. Per gli
studenti, e non per chi ci lavora, come ricordiamo spesso, ad esempio,
quando trattiamo temi come quello della continuità didattica.
Da www.tuttoscuola.com
domenica 15 aprile 2018
COMPETENZE. UNA MAPPA PER ORIENTARSI
Competenza: un concetto ricorrente nel linguaggio comune così come nei dibattiti scientifici, politici, professionali ma finora privo di una codificazione semantica precisa. La Fondazione Agnelli ha impegnato un gruppo multidisciplinare di ricercatori su questo progetto ambizioso: far chiarezza su che cosa si intenda con competenza/competenze, esplorando gli usi e i significati del termine in diversi settori disciplinari, nei sistemi scolastici, in campo manageriale e di gestione delle risorse umane.
Uno strumento utile per orientarsi nelle diverse classificazioni e pratiche, e per comprendere meglio tutte le profonde implicazioni di un concetto centrale tanto per il mondo del lavoro quanto per quello dell’istruzione-formazione.
AA.VV. Fondazione Agnelli è un istituto indipendente di ricerca nel campo delle scienze sociali, senza scopo di lucro, nato nel 1966 nel centenario della nascita del Senatore Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat. Dal 2008 concentra le proprie attività e risorse sull’istruzione (scuola, università, apprendimento permanente), un fattore decisivo per la valorizzazione delle persone, lo sviluppo economico e la coesione sociale.
Luciano Benadusi – già professore ordinario di Sociologia presso La Sapienza - Università di Roma – è direttore della rivista "Scuola democratica".
Stefano Molina è dirigente di ricerca presso la Fondazione Agnelli di Torino.
PATTO SCUOLA-FAMIGLIA. CHE FINE HA FATTO?
di Giuseppe Savagnone
Perché i genitori picchiano, sempre più spesso, i docenti dei loro figli? La domanda, se posta anche solo pochi anni fa, avrebbe lasciato allibiti. Oggi sorge spontanea, leggendo le cronache dei giornali. Ormai non passa quasi settimana senza che un insegnante venga aggredito, da un padre, da un marito e una moglie insieme, o direttamente dagli alunni, evidentemente sicuri dell’appoggio delle famiglie. Soltanto in questi pochi mesi del 2018 si contano ben ventiquattro episodi di violenza su maestri e professori. Fare il docente è diventato un mestiere pericoloso che presto richiederà, se le cose continuano ad andare così, corsi di addestramento all'autodifesa.
Che cosa è successo? La risposta non può non tener conto del crescente isolamento della figura dell’insegnante, in una società che non gli ha mai riconosciuto dignità sul piano retributivo, ma che ora, a differenza che in passato, non gliene attribuisce più neppure su quello del prestigio sociale e culturale.
Fino a cinquant'anni fa il lavoro di educatore era pagato poco, ma era rispettato. Oggi non è più così. C’è stato il Sessantotto, con la contestazione dei “maestri”, che ha travolto, insieme ad indubbie forme di autoritarismo, anche la loro autorità. Probabilmente ha inciso anche la crisi del concetto di “missione”, percepito a un certo punto come un alibi retorico per giustificare i bassi stipendi dei professori, con la conseguente crisi di motivazione di tanti la cui passione educativa si fondava su una visione idealizzata della scuola.
Soprattutto, è cambiata la percezione comune del rapporto tra denaro e valore sociale: in passato il primo non era la misura del secondo; nell'Italia del nostro tempo lo è diventato. Chi guadagna poco è, in fondo, un fallito. È con questo atteggiamento di sottile disprezzo che molti si rapportano alla classe docente, e non c’è da meravigliarsi se, consciamente o inconsciamente, lo trasmettono ai loro figli.
Ma gli episodi di violenza non ci parlano solo del declino della scuola: essi sono lo specchio allarmante di una famiglia sempre più caratterizzata dall’incapacità, da parte di genitori insicuri e iperprotettivi, di far valere la loro funzione educativa, perché troppo timorosi dei conflitti che un esercizio reale della loro autorità genitoriale potrebbe determinare.
Alla base c’è una grande fragilità degli adulti. Ormai, ....
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venerdì 13 aprile 2018
MENO NASCITE, MENO ALUNNI, MENO CATTEDRE - “Tra dieci anni un milione di alunni in meno”
DOBBIAMO TRASFORMARE UNA CRISI
IN OPPORTUNITÀ
di Dario Braga
La popolazione scolastica diminuirà drasticamente nei
prossimi anni. Il rapporto della Fondazione Agnelli dipinge un quadro di
tendenza molto chiaro. La riduzione della natalità di questi anni si rifletterà
nella dimensione delle coorti di studentesse e studenti che entreranno nella
scuola. Sempre stando alle proiezioni della Fondazione Agnelli, questa
diminuzione non sarà compensata che in minima parte dalla immigrazione.
Il nostro Paese avrà quindi meno giovani, meno studenti,
meno diplomati e meno forze intellettuali fresche. Questo è già di per sé un
problema. Altri Paesi monitorati nello stesso studio non mostrano tuttavia la
stessa tendenza.
In termini percentuali la popolazione di studenti è prevista
in crescita significativa in Svezia, in Germania e nel regno Unito, ed è
sostanzialmente stabile in Francia, mentre, come noi, Spagna e la Polonia
vedranno una diminuzione, anche se decisamente meno drastica.
Queste differenze
riflettono certamente le diverse politiche di supporto alla maternità dei diversi
Paesi durante il decennio della grande crisi. Supporto alla maternità che non
si risolve solo negli incentivi finanziari, più o meno una tantum,
ma che richiede una diversa struttura del lavoro femminile e una ben diversa
organizzazione scolastica, a cominciare dagli asili per arrivare alle scuole
medie. Si pensi solo al tempo pieno, praticato da noi in maniera disomogenea:
il nostro sistema scolastico è ancora largamente fondato sul concetto che “al
pomeriggio ci pensano la mamma o i nonni”.
La seconda conseguenza evidenziata dallo studio è la
riduzione di fabbisogno di insegnanti nei diversi ordini scolastici. Si parla
di oltre 50.000 (cinquantamila!) posti in meno da qui a 10 anni. Una riduzione
di questo genere ha conseguenze sociali non indifferenti. In primo luogo,
ovviamente, si prospetta una ulteriore riduzione dei posti di lavoro per
laureati. L’impatto sulla occupabilità di quanti entrano nell’università in
questo momento o nei prossimi anni avendo in mente l’insegnamento come prima
scelta (o come “piano B” in caso di mancato raggiungimento di altri obiettivi)
sarà notevole.
Che dire? In un mondo in cui la Politica si occupasse
veramente del futuro del Paese e non del fabbisogno immediato di posizioni di
potere (o del mantenimento di promesse elettorali insostenibili), ci si
metterebbe intorno a un tavolo per definire strategie di sistema.
Una strategia
di sistema è certamente quella di trasformare questa situazione di potenziale
crisi in opportunità, anche alla luce dell’altro dato inquietante, e sempre
presente, del basso numero di laureati nel nostro Paese. Proviamo ad assumere
che le forze politiche, in maniera bipartisan, concordino in primo
luogo di non diminuire la spesa complessiva per il corpo docente. I quasi due
miliardi di euro che sarebbero potenzialmente disponibili andrebbero utilizzati
in parte per agire sul livello stipendiale dei docenti, per accrescere la
capacità di attrazione dell’insegnamento in quelle aree (soprattutto
scientifiche e tecnologiche) dove la capacità di attrazione del privato è molto
più forte, e in parte per reclutare sì docenti, ma nell’ottica di ridurre il
numero di studenti nelle classi, e di espandere tempo pieno e attività di
supporto, tutoraggio e recupero dei ritardi di apprendimento. Si tratterebbe
quindi di agire in controtendenza, e di utilizzare nuovi docenti per accrescere
il periodo di presenza a scuola degli studenti, introducendo anche
sperimentazioni di nuovi modelli di apprendimento.
Bisognerebbe accrescere contestualmente la selettività dei
processi di formazione degli insegnanti – sulla base della vocazione e della
provata capacità didattica – rivedendo anche alcune distorsioni introdotte
negli anni passati sui titoli di studio che danno accesso all’insegnamento
(penso ad alcune lauree telematiche e a equipollenze inaccettabili in un Paese
avanzato). L’obiettivo ultimo sarebbe quello di aumentare il numero di studenti
in grado di proseguire con gli studi universitari dopo il secondo anno di
scuola superiore.
C’è poi il problema di quanti entrano oggi, o entreranno nei
percorsi universitari. Molti di loro saranno i docenti del prossimo decennio.
Credo che il quadro di decrescita indicato dalla Fondazione Agnelli chiami a
una riflessione sul rapporto tra lauree e sbocchi professionali. È il tema –
sempre controverso – della programmazione degli accessi. Servirebbe un piano
dei fabbisogni di docenza dei prossimi anni costruito sulla base dei trend di
trasformazione della popolazione studentesca da indicare alle Università – come
viene fatto per altri corsi di studio – per programmare il numero di laureati
da avviare alla docenza nei vari gradi scolastici.
Ovviamente non ci si può fermare qui, la diminuzione della
popolazione di studenti consentirà anche di concentrare investimenti – anche in
coordinamento con le sedi universitarie – per l’ammodernamento e il
potenziamento dei laboratori scientifici puntando anche ad aumentare il numero
di studenti che si dirigerà verso indirizzi di studio scientifici e
tecnologici, dove è più marcato il differenziale rispetto ai Paesi europei in
termini di numeri di laureati. Agendo sui tempi di presenza a scuola si potrà
mantenere alto il fabbisogno di docenti, diminuire le situazioni di
affollamento, aumentare il numero di studenti che prosegue con successo,
ridurre l’impatto della tempistica media scolastica di oggi sulla
organizzazione delle famiglie e quindi sul lavoro femminile. Non basta,
ovviamente. Ma i dati della Fondazione Agnelli devono spingere a “produrre
politica” – non slogan – né misure una tantum.
Direttore dell’Institute of
Advanced Studies Alma Mater Studiorum University of Bologna
da Il Sole 24 Ore
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UNA NUOVA PROSPETTIVA
Atti 3,13-15.17-19 /1Gv 2,1-5 / Lc 24,35-48
Dal Vangelo secondo Luca
35Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. 36Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 37Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. 38Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». 40Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. 44Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosé, nei Profeti e nei Salmi». 45Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture 46e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48Di questo voi siete testimoni.
Commento do Paolo Curtaz
Parlano in fretta, i due tardoni di Emmaus.
Si sovrappongono, esagitati, scossi dall’incontro col pellegrino.
Il loro incontro col risorto è stato segnato da quella frase sconcertante: noi speravamo.
La speranza declinata al passato.
Poi lo scossone di quel forestiero che, no, non sapeva cosa era accaduto a Gerusalemme, anche se
parlavano della sua morte. E che li aveva amabilmente presi in giro e catechizzati.
Poi, allo spezzare del pane, tutto era diventato evidente, appena prima che egli sparisse.
Bevono le loro parole, i pavidi apostoli.
Ascoltano e confermano le tante notizie.
Ora sono due maschi a parlarne, non le donne che, si sa,
sono sempre emotivamente instabili.
E mentre parlano arriva.
Lui, il risorto.
Il presente. Il Signore.
Quando raccontiamo agli altri la nostra esperienza di fede, quando l’incontro con Dio trasuda dalle
nostre parole, Gesù si manifesta nel cuore di chi ci ascolta.
È così, la fede, un comunicare da bocca a orecchio. Da cuore a cuore.
Paura
Ma hanno paura. Troppa per credere.
Paura che sia un’illusione, una finta, un trucco, un inganno. E i dubbi, pronti, sono lì a battere cassa,
a fare l’elenco dell’improbabilità di quanto successo. I nostri dubbi.
Hanno paura di credere, di osare, i discepoli.
Troppo bello per essere vero.
E' un fantasma! .......
Leggi: UNA NUOVA PROSPETTIVA
Apri la nostra mente
Stupore, meraviglia, gioia…
sono solo emozioni, Signore…
ma, per quanto belle,
non sono ancora «fede».
Credere è di più:
è scelta consapevole e determinata;
è fiducia e abbandono;
è cammino vissuto al buio,
guidati da una sola luce
e da una sola Parola.
Parlaci, Signore risorto,
apri la nostra mente alla tua Parola;
sciogli ogni durezza,
ogni bisogno di sicurezza;
prendici per mano e accompagnaci
nel cuore del tuo amore,
svelaci i sentieri del dono,
insegnaci a credere nella tua,
non tangibile, presenza. Amen.
sono solo emozioni, Signore…
ma, per quanto belle,
non sono ancora «fede».
Credere è di più:
è scelta consapevole e determinata;
è fiducia e abbandono;
è cammino vissuto al buio,
guidati da una sola luce
e da una sola Parola.
Parlaci, Signore risorto,
apri la nostra mente alla tua Parola;
sciogli ogni durezza,
ogni bisogno di sicurezza;
prendici per mano e accompagnaci
nel cuore del tuo amore,
svelaci i sentieri del dono,
insegnaci a credere nella tua,
non tangibile, presenza. Amen.
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LEZIONE FRONTALE ...... QUANTO SERVE?
STUDENTI CATATONICI?
È LA LEZIONE FRONTALE
CATATONIA (dal gr. κατά "sotto" e τόνος "tono"). - Quadro psicopatico a base dissociativa, nel quale l'azione si svincola quasi interamente dalle motivazioni razionali e affettive e resta inceppata in contrasti automatici che l'irrigidiscono o la rendono saltuaria e stolida.
I catatonici stanno fermi e ritti in atteggiamenti statuarî,
(Da Enciclopedia Treccani)..
di Daniele Novara
La scuola italiana ha un
problema che si perde nella notte dei tempi. Un equivoco,
profondamente radicato e pervasivo, che ha un nome preciso: lezione
frontale.
La didattica
della scuola italiana si basa ancora sulla convinzione che il metodo più
efficace perché bambini e ragazzi apprendano consista nella spiegazione
dell’insegnante. La lezione frontale richiede molta capacità di
attenzione, che, come dimostrato da tante ricerche neuroscientifiche,
non è sostenibile neanche dagli adulti, figurarsi da bambini e ragazzi.
Non implica alcuna competenza pedagogica: si spiega, si richiede agli
studenti lo studio individuale, attraverso la ripetizione dei contenuti
spiegati, e, infine, si interroga e si valuta l’alunno.
L’attenzione è 'selettiva', ossia sceglie di cogliere alcuni stimoli e
ne ignora altri, da cui il cervello è bombardato simultaneamente. I
bambini sviluppano presto l’attenzione 'selettiva' e, piano piano,
crescendo diventano capaci di gestirla in modo 'volontario', sviluppando
nell’adolescenza una sempre maggiore capacità di concentrazione. È un
processo fisiologico, estremamente individuale, influenzato da numerosi
fattori: le risorse individuali, la motivazione, le caratteristiche
personali, la stanchezza. La massima capacità di attenzione si registra
attorno ai 18/26 anni e non supera i 40/45 minuti di tempo. Inoltre,
considerato che in classe alunni e studenti sono sottoposti a infiniti
fattori di interazione e disturbo, è facile rendersi conto come la
lezione frontale sia chiaramente fallimentare.
Quindi, dopo 50 minuti di spiegazione, è normale che i ragazzi abbiano adottato la tecnica dello sguardo catatonico: si concentrano sull’insegnante senza minimamente ascoltarlo. Il miglior processo di apprendimento non si attiva in solitudine. Il genio intellettuale, che studia isolato, come Vittorio Alfieri che si lega alla sedia o Giacomo Leopardi rinchiuso nella biblioteca paterna, non sono modelli ma personaggi speciali, l’eccezione che conferma la regola. Le scoperte legate al sistema dei neuroni specchio confermano l’importanza dell’interazione sociale per imparare: osservando gli altri, nel nostro cervello si attivano le stesse aree necessarie per acquisire quelle informazioni.
Inoltre, il gruppo attiva numerosi elementi emotivi e motivazionali e favorisce le capacità cognitive.
La scuola, per sua natura sociale, gestisce un processo di apprendimento di gruppo, in cui la logica dell’isolamento è fuori contesto. Purtroppo nella pratica tutto ciò viene scarsamente considerato, anzi, constatiamo quotidianamente che nella maggior parte delle classi di ogni ordine e grado ha ancora un ruolo egemone la trasmissione nozionistica e l’individuazione della risposta considerata 'esatta', che deve essere rielaborata in solitudine, nella convinzione diffusa che il confronto con gli altri sia solo una perdita di tempo, un elemento che disturba il tradizionale processo di conoscenza.
Quindi, dopo 50 minuti di spiegazione, è normale che i ragazzi abbiano adottato la tecnica dello sguardo catatonico: si concentrano sull’insegnante senza minimamente ascoltarlo. Il miglior processo di apprendimento non si attiva in solitudine. Il genio intellettuale, che studia isolato, come Vittorio Alfieri che si lega alla sedia o Giacomo Leopardi rinchiuso nella biblioteca paterna, non sono modelli ma personaggi speciali, l’eccezione che conferma la regola. Le scoperte legate al sistema dei neuroni specchio confermano l’importanza dell’interazione sociale per imparare: osservando gli altri, nel nostro cervello si attivano le stesse aree necessarie per acquisire quelle informazioni.
Inoltre, il gruppo attiva numerosi elementi emotivi e motivazionali e favorisce le capacità cognitive.
La scuola, per sua natura sociale, gestisce un processo di apprendimento di gruppo, in cui la logica dell’isolamento è fuori contesto. Purtroppo nella pratica tutto ciò viene scarsamente considerato, anzi, constatiamo quotidianamente che nella maggior parte delle classi di ogni ordine e grado ha ancora un ruolo egemone la trasmissione nozionistica e l’individuazione della risposta considerata 'esatta', che deve essere rielaborata in solitudine, nella convinzione diffusa che il confronto con gli altri sia solo una perdita di tempo, un elemento che disturba il tradizionale processo di conoscenza.
Anche la maieutica, come la lezione frontale, risale alla notte dei
tempi ma, al contrario di quella, risulta ancora oggi innovativa perché
più aderente alle condizioni che permettono di imparare in modo
efficace.
Da Socrate a sant’Agostino, fino a Maria Montessori, Danilo Dolci o Paulo Freire, l’approccio maieutico all’apprendimento parte dall’assunto che, all’opposto della lezione frontale, l’attore del processo di apprendimento è lo studente, non il docente.
La maieutica è orientata a sviluppare la capacità di acquisire apprendimenti che portano l’alunno a fare da solo e a essere in grado di costruire delle competenze permanenti, non estemporanee né basate su performance puramente ripetitive. Può essere sintetizzato in un’idea: «Fare esperienza insieme agli altri e affrontare in gruppo i problemi che rendono capace di imparare autonomamente».
Il presupposto fondamentale è che chi impara deve attivarsi, sviluppare le proprie risorse, non restare abbarbicato alla presunta sicurezza della pura e semplice ripetizione. La scuola che verrà non potrà che essere una vera comunità di apprendimento.
Da Socrate a sant’Agostino, fino a Maria Montessori, Danilo Dolci o Paulo Freire, l’approccio maieutico all’apprendimento parte dall’assunto che, all’opposto della lezione frontale, l’attore del processo di apprendimento è lo studente, non il docente.
La maieutica è orientata a sviluppare la capacità di acquisire apprendimenti che portano l’alunno a fare da solo e a essere in grado di costruire delle competenze permanenti, non estemporanee né basate su performance puramente ripetitive. Può essere sintetizzato in un’idea: «Fare esperienza insieme agli altri e affrontare in gruppo i problemi che rendono capace di imparare autonomamente».
Il presupposto fondamentale è che chi impara deve attivarsi, sviluppare le proprie risorse, non restare abbarbicato alla presunta sicurezza della pura e semplice ripetizione. La scuola che verrà non potrà che essere una vera comunità di apprendimento.
Sabato 14 aprile (Teatro Carcano a Milano, corso di Porta Romana 63, ore 9-17) si svolge il convegno «La lezione non serve - La scuola come comunità di apprendimento», organizzato dal Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti (Cpp) fondato e diretto da Daniele Novara. Il convegno ha l’obiettivo di mettere in discussione la lezione frontale per proporre un nuovo modo di insegnamento basato sul coinvolgimento diretto e sociale degli alunni.
da AVVENIRE - www.avvenire.it
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