sabato 25 febbraio 2017

LE VIE DELLA PROVVIDENZA


"Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia,
e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”
Il Vangelo di domenica 26 febbraio.

Con l’orecchio al cuore di Dio e la mano al ritmo del mondo, il brano evangelico odierno, dinanzi le ansietà della vita che invadono l’animo umano, rammenta all’uomo la necessità di compiere una scelta radicale per Dio, senza riserve o ripensamenti. «Nessuno può servire due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire Dio e mammona». Dio esige un cuore indiviso, il dono totale di sé, l’adesione incondizionata alla sua volontà. Il discepolo che intende orientare la propria vita al servizio di Dio, non può nello stesso tempo attaccare il cuore alla ricchezza, ai beni terreni, al prestigio, al potere.
Così all’uomo disorientato, in preda alle preoccupazioni quotidiane, alla ricerca di un effimero appagamento dei bisogni primari, Gesù rivolge l’invito ad innalzare lo sguardo al cielo per cercare fiduciosamente il volto di quel Dio narrato da Gesù Cristo,  che come un Padre  «sa ciò  di cui abbiamo bisogno»  e che,  come si  prende  cura  degli uccelli del cielo e dei gigli del  campo, così  «fa molto di più per noi».
Con tale invito, Gesù non vuole, certo, favorire il disimpegno o l’apatia, ma piuttosto escludere l’affanno, l’eccessiva preoccupazione per le cose materiali, che impediscono la ricerca del regno e l’abbandono filiale e fiducioso nelle mani del Padre celeste. È come un invitare a vivere da dentro una relazione riuscita, quella per cui tutte le cose che cerchiamo trovano la loro destinazione di fondo.
Non cogliere questo invito significa vivere a partire dall’assillo della paura che attanaglia il cuore dell’uomo. Non è solo la paura di non avere quello che ci è necessario, ma la paura che altri prendano quello che è nostro, per cui la lotta contro la paura si risolve nella diffidenza verso tutti e nella insofferenza verso la vita. Il seguace di Gesù, invece, ha trovato nel regno il suo tesoro e sa schiudere il cuore alla gratitudine e alla condivisione.
È l’annuncio sorprendente e inaspettato del Cielo: l’Eterno si gioca nel tempo, il futuro si gioca nel presente, il domani si prepara nell’oggi: “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Cercare il Regno è mettere noi, le nostre cose, la storia stessa nella prospettiva della Promessa. Il tempo presente diviene kairos, momento favorevole, per scorgere l’eternità che si radica nel quotidiano. Matteo insiste su una ricerca attiva del Regno, che diventa impegno per la giustizia.
Quella giustizia che trova il suo fondamento nell’amore per Dio e per il prossimo, e non certo nell’egoismo e nella ricerca idolatrica delle ricchezze. Solo la pratica quotidiana di questa giustizia dà spessore alla vita. E non lascia spazio alla paura per il domani, ma riposa serenamente tra le mani del Dio giusto, misericordioso e provvido.


(tratto da www.tuttavia.eu)

SCOLARIZZAZIONE PRECOCE. UN RISCHIO DA EVITARE

Gli effetti negativi della prescolarizzazione

DI BRUNELLA GASPERINI, PSICOLOGA
26 maggio 2016
Alfabetizzare i bimbi già alla scuola materna non fa bene. Meglio lasciarli giocare finché possibile, perché i benefici registrati nei piccoli allievi “prescolarizzati” sono momentanei e nel tempo possono trasformarsi in svantaggi. O addirittura in danni, disagi in ambito sociale ed emotivo. Alcune ricerche lo confermano, discutiamone assieme.
        La prescolarizzazione, ovvero l’anticipo nell’acquisizione di competenze scolastiche, può avere effetti negativi sui bambini. La conferma arriva ormai da numerose ricerche. È tendenza comune pensare che “preparare”  i piccoli alla scuola elementare già con esercizi durante l'ultimo anno di materna, anticipare la data di inizio della scuola obbligatoria, scolarizzarli prima insoma, costituisca un vantaggio perché li prepara ad affrontare "il passo succesivo", e che faciliti il loro percorso accademico. 
Ma non è così. Anzi.
       Alcuni studi statunitensi hanno messo a confronto le scuole materne orientate alla preparazione accademica con quelle basate su gioco, esplorazione e socializzazione, scoprendo che i benefici registrati nei piccoli allievi “prescolarizzati” sono momentanei, e nel tempo possono trasformarsi in svantaggi
       In un articolo di Nancy Carlsson-Paige, Geralyn McLaughlin e Joan Almon, autorevoli esperte dell’infanzia, si legge che esperienze educative non adeguate al livello di sviluppo o in sintonia con i bisogni e le possibilità dei bambini possono causare gravi danni, tra cui sentimenti di inadeguatezza, ansia e confusione....

Leggi: SCOLARIZZAZIONE PRECOCE

venerdì 24 febbraio 2017

L'ALTRO E' UN DONO. Il messaggio di papa Francesco per la Quaresima

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
PER LA QUARESIMA 2017

La Parola è un dono. L’altro è un dono

Cari fratelli e sorelle,
la Quaresima è un nuovo inizio, una strada che conduce verso una meta sicura: la Pasqua di Risurrezione, la vittoria di Cristo sulla morte. E sempre questo tempo ci rivolge un forte invito alla conversione: il cristiano è chiamato a tornare a Dio «con tutto il cuore» (Gl 2,12), per non accontentarsi di una vita mediocre, ma crescere nell’amicizia con il Signore. Gesù è l’amico fedele che non ci abbandona mai, perché, anche quando pecchiamo, attende con pazienza il nostro ritorno a Lui e, con questa attesa, manifesta la sua volontà di perdono (cfr Omelia nella S. Messa, 8 gennaio 2016).
La Quaresima è il momento favorevole per intensificare la vita dello spirito attraverso i santi mezzi che la Chiesa ci offre: il digiuno, la preghiera e l’elemosina. Alla base di tutto c’è la Parola di Dio, che in questo tempo siamo invitati ad ascoltare e meditare con maggiore assiduità. In particolare, qui vorrei soffermarmi sulla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (cfr Lc 16,19-31). Lasciamoci ispirare da questa pagina così significativa, che ci offre la chiave per comprendere come agire per raggiungere la vera felicità e la vita eterna, esortandoci ad una sincera conversione.
1. L’altro è un dono
La parabola comincia presentando i due personaggi principali, ma è il povero che viene descritto in maniera più dettagliata: egli si trova in una condizione disperata e non ha la forza di risollevarsi, giace alla porta del ricco e mangia le briciole che cadono dalla sua tavola, ha piaghe in tutto il corpo e i cani vengono a leccarle (cfr vv. 20-21). Il quadro dunque è cupo, e l’uomo degradato e umiliato.........


INSEGNARE L''ITALIANO. - RESPONSABILITA' COMUNE

PER UNA DIDATTICA ATTIVA DELL'ITALIANO

La lingua italiana non può ridursi alla sola grammatica e alla lingua letteraria ed essere insegnata  nella sola ora di italiano, poiché tutti gli insegnamenti e gli apprendimenti hanno la lingua come veicolo principale. Perciò ai fini dello sviluppo della competenza linguistica degli allievi, occorre coinvolgere "non una, ma tutte le materie; non uno, ma tutti gli insegnanti. (GISCEL 1975).
A tal proposito sottoponiamo alla vostra attenzione un interessante articolo pubblicato nel recente numero della rivista "Scuola Italiana Moderna"


giovedì 23 febbraio 2017

RIDI CHE TI PASSA ....

UNA RISATA CI SALVERÀ'

Ridere é una buona abitudine che fa bene al cuore e solleva lo spirito, libera da costrizioni e pensieri oscuri, fa addirittura crescere e diventare migliori.
Ecco perché una buona risata va sempre incoraggiata, a qualsiasi età.
Vi invitiamo a leggere il recente articolo di Ada Fonzi, professoressa emerita di Psicologia dello Sviluppo, recentemente pubblicato dalla rivista Messaggero di S. Antonio.




mercoledì 22 febbraio 2017

EDUCARE: LA CURA e L'ATTESA

Educatori, 
compagni di cordata

di DANIELA POZZOLI

 Educare i giovani è «uno sport di squadra »: nel secondo giorno del XV Convegno nazionale di pastorale giovanile («La cura e l’attesa. Il buon educatore e la comunità cristiana»), in corso a Bologna fino a giovedì, la figura dell’educatore prende sempre più forma attraverso le parole dei relatori.
E il pubblico, formato da 700 incaricati di pastorale giovanile arrivati da tutta Italia, riempie i taccuni. Sono qui per ascoltare gli esperti, ma anche per scambiarsi esperienze e modi diversi di affrontare il proprio compito. Tra un piatto di pasta al forno alla bolognese e un dessert ipercalorico perché come ripete spesso l’«anima » di questo incontro, don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale di pastorale giovanile: «I convegni si fanno anche a tavola».
L’educatore è una persona che «impara a sua volta dai ragazzi», come sostiene il vescovo di Vigevano, Maurizio Gervasoni, che ha celebrato la Messa di apertura dei lavori di oggi, «è colui che oltre a portare la testimonianza della sua vita – ha spiegato – ascolta le persone e si prende cura degli altri, lasciandosi da questi anche istruire. Perché ogni testimone mi permette di allargare la mia esperienza di vita e di mettermi in gioco».
Questo adulto ha altre caratteristiche che lo contraddistinguono: sa parlare al plurale e non dice mai «i miei ragazzi», ma coinvolge anche altre figure; sa pronunciare dei «no» al momento giusto perché non teme di essere meno amato; è paziente e non pretende subito di vedere i risultati che purtroppo spesso non arrivano; è «regista», cioè accompagna i giovani, ne favorisce la crescita, li conduce dentro a una trama; è «medico» perché li ascolta, loro che sono come vasi d’argilla, e li tocca con un abbraccio o una pacca sulla spalla per far sentire la sua presenza; ma è anche la persona che li allena ad amare il sentiero.
Perché, come ha spiegato l’arcivescovo di Modena-Nonantola, Erio Castellucci, facendo riferimento al suo passato scout, solo facendosi compagni di vita è possibile essere adulti credibili. «Quando andavo in route di strada – ha ricordato – mi spendevo nel motivare il significato del sentiero. Davanti a un cammino, spesso ripido, dicevo ai ragazzi: 'Vedete quella meta? Non è la stessa cosa raggiungerla a piedi sudando e faticando o arrivarci in seggiovia belli riposati. Se ce la sudiamo la gusteremo di più, sarà nostra per sempre'. Non li ho mai convinti, questo è sicuro, ma sono certo che sia così». L’educatore insomma non è chi, stando seduto, indica il cammino, suggerisce come non finire fuori strada o come rialzarsi: «È piuttosto chi cammina a fianco dei ragazzi – riprende Castelucci –, tiene il loro passo, li incoraggia, raccontando la sua fatica perché è un atto educativo anche comunicare le proprie difficoltà, i propri fallimenti e dubbi. I ragazzi hanno bisogno di sentire che i loro educatori non sono dei supereroi, ma donne e uomini che credono nella meta, nel Vangelo di Gesù e, anche se facendo fatica, cercano di raggiungerla». (Su questo tema è intervenuta la pedagogista Chiara Scardicchio di cui diamo conto nell’intervista qui di fianco).
Chi educa si muove per conto dalla comunità cristiana e «la comunità che educa – riprende l’arcivescovo di Modena – è costituita da tutti i collaboratori pastorali: anche i volontari del Centro d’ascolto o gli animatori della liturgia. A questo livello occorre vincere una tentazione: l’apertura della caccia, dove la specie più ambita è quella dei giovani e dove tutti chiedono di arruolarli nelle loro fila. Ma la pastorale non può diventare una campagna di arruolamento, è piuttosto un gruppo di giovani che, attraverso un discernimento guidato, intreccerà la sua attività con i diversi ambiti della comunità.
L’Agesci, per fare un esempio, invita i ragazzi a fare servizio anche fuori dall’associazione per riportare poi nel gruppo scout la ricchezza delle esperienze vissute». Sarebbe molto facile adottare con i giovani, tira le somme Castellucci, «una pastorale degli scacchi: bianco o nero, giusto o sbagliato, regolare o irregolare. Ma è una pastorale statica che ha come unica preoccupazione collocare e classificare, mentre qui si tratta non di giudicare, ma di accompagnare nella vita».

La pedagogista.
«Porre domande e saper stimolare la ricerca»
Racconta di essere stata una «secchiona», ma di aver dovuto ripensare la propria esistenza per vivere nel migliore di modi una maternità difficile dopo la nascita della figlia Serena, affetta da autismo. Chiara Scardicchio, barese, pedagogista e ricercatrice all’università degli studi di Foggia, non si nasconde: «I libri e la cultura erano la mia coperta di linus, ma non servono a niente se non ci si interroga su chi siamo. E questo a volte avviene, come nel mio caso, all’interno di un percorso fatto di dolore, redenzione, bellezza che al momento ti spiazza ma poi ti fa risorgere». Scardicchio, mamma e pedagogista, non ha ricette da offrire alla platea di addetti ai lavori che la ascolta attenta nell’hotel bolognese che ospita il convegno nazionale di pastorale giovanile. Può solo testimoniare che il «buon educatore », tema dell’incontro, è una persona «in continua ricerca», onesta con se stessa e coraggiosa.
«L’educatore deve essere innanzitutto un adulto – spiega la ricercatrice che si occupa dal 1997 di progettazione e formazione negli ambienti dell’educazione e della cura –, mentre spesso, soprattutto in oratorio, si tratta di ragazzi troppo giovani. Deve avere competenze particolari, la prima è saper lavorare su se stesso con autenticità. Una persona che sappia guardare alla propria storia e alle proprie sofferenze e che nutra un desiderio appassionato di non smettere di cercare». In questo «mestiere» così difficile, per Scardicchio però il cuore non basta. «Cruciale per la crescita di un ragazzo – prosegue – è fargli domande senza però fornirgli risposte già pronte, perché significa sottovalutarlo. Invece un buon educatore-ricercatore è chi cammina al loro fianco, impara a osservare e soprattutto li sprona alla ricerca ».
Anche essere presi solo da obbiettivi pratici da realizzare è un errore. «Noi adulti – dice ancora – siamo credibili non quando siamo perfetti ma quando siamo in grado di vedere la nostra fragilità e di lavorare su di essa». Progettare dunque è il verbo. «Significa movimento, smottamento, innamoramento – conclude –. Innamorarsi della realtà coincide con il rischio e con la creazione. Col desiderio di ingravidare, col proprio slancio, il reale. È questo il senso della pedagogia fertile che fonda ogni progettazione».
Daniela Pozzoli

Da AVVENIRE, 22.02.2017


sabato 18 febbraio 2017

MARTIN LUTERO: ANGELO O DEMONIO?

Presentiamo un interessante contributo, che ci proviene dalla realtà associativa di Besozzo (Va) a  firma di don Giovanni Giavini, biblista di fama nazionale e collaboratore di numerose riviste specializzate. Si tratta di tre articoli sulla figura di Martin Lutero che, il 31 ottobre 1517, rese pubbliche le sue 95 tesi contro le indulgenze. Il suo gesto diede inizio a un movimento mondiale: la Riforma luterana, di cui quest’anno si celebra il V centenario. 


MARTIN LUTERO: ANGELO O DEMONIO? 
Due date: 1517 – 2017 
Parlare di Lutero non è facile, per vari motivi, ma forse soprattutto per tanti pregiudizi su di lui, benevoli o meno. Proviamo a ignorarli per un momento e lasciamoci guidare dalla storia, benché sommaria.
Nel  2017  si  celebra il  V  centenario  dell’inizio  della  Riforma  luterana,  essendo  il  1517 l’anno della stesura e diffusione a e da Wittenberg (a sud di Berlino) delle famose 95 tesi dedicate da Lutero soprattutto alla critica della predicazione sulle indulgenze nella sua Germania: “Fate belle offerte – gridavano i predicatori a nome di Papi e vescovi a volte indegni e affaristi; v. Alessandro VI Borgia e Leone X de’Medici e l’arcivescovo di Magonza – e salverete l’anima vostra e dei defunti”.
 Le 95 tesi furono come il fiammifero in una polveriera.
La polveriera era la Germania e l’Europa del 1500, ancora abbastanza unite (pur zoppicante ma c’era ancora anche il Sacro Romano Impero di nazione germanica), benché ormai sull’orlo della frammentazione in tanti piccoli Stati e in diverse Chiese; intanto i Turchi premevano da oriente. 
Lutero,  all’inizio,  non  vuole  creare  un’altra  Chiesa,  ma  solo  riformare  .......