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sabato 27 settembre 2025

NEGLI INVISIBILI L'ETERNO


IL RICCO EPULONE

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: "Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma". Ma Abramo rispose: "Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi". E quello replicò: "Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento". Ma Abramo rispose: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro". E lui replicò: "No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno". Abramo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti"».  

Lc 16, 19-31

Commento di fra Ermes Ronchi

NEGLI INVISIBILI, L'ETERNO

Nessuno ha il diritto di ridurre a nulla l’altro. Il sangue del male, la linfa oscura è l’indifferenza, il lasciare intatto l'abisso fra le persone.

C'era una volta un ricco... e un povero alla sua porta: inizio da favola antica. Il ricco è senza nome, il povero ha il nome dell’amico di Gesù, Lazzaro. Uno è vestito di piaghe, l'altro di porpora. Uno è sul tetto del mondo, l’altro è in fondo alla scala. I due protagonisti si incrociano ma non si incontrano, tra loro c’è un abisso.

È questo il mondo sognato da Dio per i suoi figli? Un Dio che non è mai nominato nella parabola, eppure è lì. Non abita i riflessi della porpora ma le piaghe di un povero; non c'è posto per lui dentro il palazzo.

Forse il ricco è perfino un devoto, osserva i dieci comandamenti, e prega: “o Dio tendi l'orecchio alla mia supplica”, mentre è sordo al lamento del povero. Lo scavalca ogni giorno come si fa con una pozzanghera.

Di fermarsi, di toccarlo neppure l'idea: il povero Lazzaro è invisibile, nient'altro che un'ombra fra i cani. Attenzione agli invisibili attorno a noi, vi si rifugia l'Eterno.

“Tra noi e voi è posto un grande abisso”, in terra come in cielo, dice Abramo. Il ricco poteva colmare il baratro che lo separa­va dal povero, e invece l'ha ra­tificato e reso eterno.

Che cosa scava grandi fossati tra noi, o innalza muri e ci separa?

Il ricco non ha fatto del male al povero, non lo ha aggredito o scacciato. Fa qualcosa di peggio: non lo fa esistere, lo riduce a un rifiuto, uno scarto, un nulla. Semplicemente Lazzaro non c'era, invisibile ai suoi pensieri. E lo uccideva ogni volta che lo scavalcava. Nessuno ha il diritto di ridurre a nulla l’altro. Il sangue del male, la linfa oscura è l’indifferenza, il lasciare intatto l'abisso fra le persone. Invece «il primo miracolo è accorgersi che l'altro esiste» (S. Weil), e provare a colmare l'abisso di ingiustizia che ci separa.

Nella seconda parte della parabola la scena si sposta dal tempo all’eternità. Morì il povero e fu portato nel seno di Abramo, morì il ricco e fu sepolto negli inferi.

L'eter­nità inizia quaggiù, sarà la len­ta maturazione delle nostre scelte senza cuore. Mente l'inferno è, in fondo, la dichiarazione che è possibile fallire la vita.

Perché il ricco è condannato? Per la ricchezza, i bei vestiti, la buona tavola? No, Dio non è moralista; a Dio stanno a cuore i suoi figli. Il peccato del ricco è l’abisso con Lazzaro, neppure un gesto, una briciola, una parola. Tre verbi sono assenti nella storia del ricco: vedere, fermarsi, toccare. Mancano, e tra le persone si scavano abissi, si innalzano muri.

Questo è il comportamento che san Giovanni chiama, senza giri di parole, omicidio: chi non ama è omicida (1 Gv 3,15).

Ma “figlio” è chiamato anche lui, nonostante l'inferno, anche lui figlio per sempre di un Abramo dalla dolcezza di madre: “Padre, una goccia d'acqua! Una parola sola per i miei cinque fratelli!”

E invece no, perché non è la morte che converte, ma la vita.

«Se stai pregando e un povero ha bisogno di te, lascia la preghiera e vai da lui. Il Dio che trovi è più sicuro del Dio che lasci (san Vincenzo de Paoli)».

Cercoituovolto

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sabato 24 settembre 2022

I LAZZARI DEI NOSTRI GIORNI

 
-  Dal Vangelo secondo Luca : Lc 16, 19-31

 In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Commento di p. Ernesto Balducci

 " ...Che cosa possiamo dire come cristiani, di fronte a questa contrapposizione, ormai di misura mondiale, tra l’Epulone e Lazzaro? Il giudizio di Dio è un giudizio di condanna e il giudizio di condanna non si risolve, come abbiamo detto, in una pura enunciazione di deplorazioni. Dobbiamo chiederci piuttosto come dovrà essere l’assetto della società del futuro. Il primo principio è che le ricchezze della terra sono, lo riconoscevano perfino i teologi del medioevo, un bene comune dell’umanità. Non c’è nessun fondamento all’abusivo privilegio degli ‘ Epuloni ‘: gli uomini tutti hanno il diritto di appropriarsi dei beni della terra. E da qualche anno già lo stanno facendo: essi cominciano a tagliare i rifornimenti di energia che erano e sono la condizione essenziale perché lo stato di privilegio possa sopravvivere. E siamo appena agli inizi. Una ragionevole prospettiva del futuro ci porta a prevedere situazioni di conflitto estreme tra gli ‘Epuloni’ e i ‘Lazzari’. 

Una visione politica, realistica, che tenga conto. del quadro generale dell’umanità, dove si collocano gli obiettivi particolari delle politiche delle nazioni, ci obbliga a tener conto di un processo che ha i caratteri della necessità storica, oltre che della necessità morale. Questo processo è, per dirla in parole semplici e chiare, un progressivo impoverimento del mondo a cui noi apparteniamo e un progressivo elevamento del tenore di vita della sterminata moltitudine dei ‘Lazzari’, che sono numericamente la maggioranza dell’umanità. Questo processo, assunto come criterio di misura delle .politiche particolari, fa appello alla coscienza di ogni uomo di buona volontà, e – essendo qui noi raccolti per meditare, diciamolo con parola esplicita – ai credenti nel Vangelo di Gesù Cristo, che contiene una così formale condanna degli ‘Epuloni’ e una così formale esaltazione dei ‘Lazzari’. Qual è quest’appello? Occorre modificare, si suol dire, la qualità della vita. E va bene: ma diciamo, prima ancora della qualità, il progetto di vita, un progetto di vita incentrato non. sul consumo dei beni della terra, ma sullo scambio tra gli uomini, sulla comune partecipazione ai beni della terra ed ai prodotti conseguenti della tecnica umana. Occorre, quindi, una politica di partecipazione al banchetto, che porta con sé la necessità di un’ascetica, la necessità di una modifica della tavola dei valori a cui si è ispirata la nostra vita fino ad oggi. E questo mutamento della tavola dei valori stranamente, rievoca il messaggio del Vangelo, dove ‘i beni non vengono disprezzati con ascetismo di tipo pagano ma vengono indicati come mezzi di comunione fra gli uomini, come strumenti di scambio fra gli uomini, come comune possesso della famiglia umana. Da quest’idea, è evidente, deriva l’obbligo di un esame delle complicità storiche che noi possiamo: avere con iI mondo degli ‘ Epuloni ‘. 

Il « mondo Cristiano» è nella giurisdizione del ricco Epulone, Il mondo non Cristiano e nella giurisdizione di Lazzaro. Perciò il giudizio di Dio è contro di noi. La collera dei ‘Lazzari’ si muove contro di noi. Non è possibile oggi essere cristiani se non accettiamo questo giudizio, se non ce ne facciamo colpire fin nel profondo, per modificare il nostro atteggiamento all’interno della realtà storica a cui apparteniamo. Noi non possiamo essere che contro il mondo a cui apparteniamo e non possiamo non essere a favore del movimento ascensionale dei poveri estromessi dal banchetto. Questa scelta porta con sé situazioni di conflitto all’interno del nostro mondo. Quando io sento, ad esempio, in certe circostanze, i pastori fare appello ad un uso del voto politico che sia di difesa dei valori cristiani, io mi domando se non dovrebbe esser detto esplicitamente che il valore cristiano fondamentale è la comune partecipazione degli uomini al banchetto che la natura e l’industria ci offrono. Questo è il valore principale. Tutto il resto è interno a questo principio fondamentale. In realtà i valori cristiani vengono ritagliati dentro una mappa culturale che è quella appunto, di gente dentro la giurisdizione del ricco Epulone. Questa necessità di una visione planetaria dei risultati delle nostre scelte politiche, per quanto particolari, e, viceversa, questa necessità di far valere all’interno delle nostre scelte particolari le richieste di un progetto planetario, costituiscono a mio giudizio una differenza specifica di una coscienza cristiana odierna, che dovrà essere fatalmente cosmopolita, dovrà essere necessariamente solidale con l’ascesa delle classi oppresse ed emarginate, dovrà essere strenuamente contraria alla sopravvivenza dell’economia dello sfruttamento, dovrà essere inventiva per quanto riguarda la creazione di uno stile di vita nel quale i beni non sono strumenti di distinzione e di sopraffazione, ma mezzi di scambio, umanizzati anch’essi perché ricomposti dentro la comunità umana. Ogni esperienza anticipatrice al riguardo è un dono all’umanità intera. 

Pensiamo ad esempio, ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi, alla perdita di significato che ormai hanno raggiunto nell’occidente gli Ordini religiosi, che pure si caratterizzano tutti per il voto di povertà. E che significa il voto di povertà collocato nel quadro planetario che ho descritto prima? Non può trattarsi di una povertà individuale, basata sull’ascetica, sulla mancanza personale di disponibilità economiche. Tutto questo non ha più nessun senso. Un voto di povertà, oggi, non può che essere un impegno – tale da caratterizzare la vita intera – di solidarietà con i « minores » – vorrei usare la parola che usava Francesco – di questo mondo, cioè con i « Lazzari ». È una solidarietà che non si ferma ad un certo punto, ma va fino in fondo. Ma non basta questa solidarietà: ed ecco dove viene in luce una possibilità storica straordinaria, non solo per gli Ordini religiosi, ma in genere per i cristiani. 

Occorre liberare i « Lazzari » dalla volontà di prendere al banchetto il posto lasciato libero eventualmente dai vecchi commensali o dalla semplice volontà di allargare la sala del banchetto. Perché una conseguenza drammatica, e la vediamo sotto gli occhi, della ripartizione delle ricchezze è che gli esclusi hanno adottato il modello di vita degli oppressori. Lazzaro sogna di diventare un Epulone. Ed è questa l’ultima iniqua vittoria dei potenti, dei privilegiati: è l’annientamento della coscienza degli oppressi. Un compito delle comunità cristiane dovrebbe essere quello di mostrare la possibilità di forme di esistenza che scartino radicalmente il modello propagato dagli « Epuloni », e in cui il rapporto con la natura e il rapporto con gli uomini e l’uso dei beni diventino espressioni e garanzie di autentica umanità. È qui che la fede, se ha fantasia creativa, dovrebbe manifestarsi. Se su questo punto la fede è sterile, allora non ci resta che quel che ci resta oggi: la possibilità di predicare all’infinito lo stesso Vangelo all’interno di un mondo che vive come se il Vangelo non fosse mai da nessuno stato annunziato prima.

 Ernesto Balducci – da: “Il mandorlo e il fuoco” – vol. 3


sabato 28 settembre 2019

NON SAREBBERO PERSUASI NEANCHE SE UNO RISORGESSE DAI MORTI !

Nel 
(Lc 16, 19-31) 
Gesù racconta la parabola di Lazzaro e del ricco epulone

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».  

Commento di don Fabio Rosini, biblista
La nostra epoca è segnata dall’evoluzione tecnologica, con indubbie conseguenze positive, ma anche con gravi ripercussioni antropologiche. I bambini che crescono attaccati agli schermi dei tablet o degli smartphone subiscono, dicono gli studi, la repressione della funzione simbolica. In parole povere: avendo una massiccia fruizione di immagini – come mai è successo nella storia umana – non immaginano “in proprio” ma vengono asfaltati dalle immagini che ricevono. È un esempio, fra molti, di atrofizzazione.
Questo grave tema vien fatto presente nel Vangelo di questa domenica, dove c’è un uomo, il ricco epulone, «che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti» senza rendersi conto di dove questa serie di soddisfazioni lo stiano portando. Anche noi, se iperalimentati di appagamenti, perdiamo consapevolezza delle conseguenze: il comfort, il piacere e l’estetica, ci possono rendere ciechi e sordi. La storia del povero Lazzaro è quella di qualcuno che vive circondato di persone che non lo vedono, i cui sensi non funzionano.
È notevole il particolare, solo apparentemente insulso, dei cani che vanno a leccare le ferite: è l’atto della cura, che gli animali hanno intrapreso per questo povero ammasso di carne dolorante ignorata dagli uomini, ai quali i banchetti e la porpora hanno tolto l’umanità, i cani li superano in sensibilità… La prima lettura della liturgia di questa domenica è un brano di Amos che parla di “spensierati” – in ebraico il termine vuol dire “privi di problemi” – la cui orgia finisce male. Un tempo c’era l’infelice definizione di “scemi di guerra” – persone in condizione menomata a conseguenza dei traumi bellici. Oggi abbiamo gli “scemi di pace”, un esercito di persone, principalmente giovani e giovanissimi, privi di solidità per atrofizzazione da intontimento conseguente a benessere. È interessante la parola “imbecille”, che in sé deriva dal termine “imbelle”, ossia colui che non sa combattere.
L’ARTE DEL DISCERNIMENTO
Non si tratta di riproporre un assurdo machismo, ma di capire dove portano le cose. Fra i primi rudimenti dell’arte del discernimento c’è la domanda: se faccio, penso, scelgo questo o quello, dove mi porterà? «Ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento » dice il ricco, dal suo esito infernale, al padre Abramo, per i suoi fratelli che camminano anch’essi per la strada dell’appagamento che porta all’autodistruzione.
Abramo risponde: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti». È una risposta tragica: se i sensi non funzionano, non funzionano e basta. Neanche se appare Cristo risorto. Perché i sensi riprendano a funzionare bisogna usarli, de-atrofizzarli. La croce, il dolore e le scomodità spesso Dio ce li manda proprio perché apriamo gli occhi, riprendiamo ad ascoltare e torniamo in noi stessi. Così capiamo dove stiamo andando a finire, e cambiamo strada.




venerdì 24 febbraio 2017

L'ALTRO E' UN DONO. Il messaggio di papa Francesco per la Quaresima

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
PER LA QUARESIMA 2017

La Parola è un dono. L’altro è un dono

Cari fratelli e sorelle,
la Quaresima è un nuovo inizio, una strada che conduce verso una meta sicura: la Pasqua di Risurrezione, la vittoria di Cristo sulla morte. E sempre questo tempo ci rivolge un forte invito alla conversione: il cristiano è chiamato a tornare a Dio «con tutto il cuore» (Gl 2,12), per non accontentarsi di una vita mediocre, ma crescere nell’amicizia con il Signore. Gesù è l’amico fedele che non ci abbandona mai, perché, anche quando pecchiamo, attende con pazienza il nostro ritorno a Lui e, con questa attesa, manifesta la sua volontà di perdono (cfr Omelia nella S. Messa, 8 gennaio 2016).
La Quaresima è il momento favorevole per intensificare la vita dello spirito attraverso i santi mezzi che la Chiesa ci offre: il digiuno, la preghiera e l’elemosina. Alla base di tutto c’è la Parola di Dio, che in questo tempo siamo invitati ad ascoltare e meditare con maggiore assiduità. In particolare, qui vorrei soffermarmi sulla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (cfr Lc 16,19-31). Lasciamoci ispirare da questa pagina così significativa, che ci offre la chiave per comprendere come agire per raggiungere la vera felicità e la vita eterna, esortandoci ad una sincera conversione.
1. L’altro è un dono
La parabola comincia presentando i due personaggi principali, ma è il povero che viene descritto in maniera più dettagliata: egli si trova in una condizione disperata e non ha la forza di risollevarsi, giace alla porta del ricco e mangia le briciole che cadono dalla sua tavola, ha piaghe in tutto il corpo e i cani vengono a leccarle (cfr vv. 20-21). Il quadro dunque è cupo, e l’uomo degradato e umiliato.........