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mercoledì 4 agosto 2021

PREPARIAMOCI AL DOPOCOVID


 
Nuova fase pandemica, dati e misure.

-        di Walter Ricciardi


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La scorsa settimana i Centers for Disease Controls (Cdc) degli Stati Uniti d’America hanno diffuso internamente un documento sullo stato della pandemia che non ha avuto tutta l’attenzione che meritava. La prima rilevazione, la più nota, riguarda la contagiosità della variante Delta, oggi largamente dominante, che risulta più trasmissibile dei virus che causano Mers, Sars, Ebola, il comune raffreddore e l’influenza stagionale e paragonabile al virus che causa la varicella. Non è una buona notizia. La carica virale di Delta risulta fino a mille volte superiore rispetto al virus di Wuhan il che significa che la presenza di un soggetto infetto all’interno di un ambiente chiuso in prossimità di un soggetto suscettibile, cioè non protetto dalla vaccinazione, equivale a trasmissione certa. Questa considerazione apre scenari inquietanti per la riapertura delle scuole, ed è per questo che i Cdc ora raccomandano, oltre che la vaccinazione in tutti i soggetti al di sopra dei 12 anni, anche l’uso delle mascherine per tutti i bambini al di sopra dei due anni.

La seconda considerazione riguarda la possibilità che le persone immunizzate possano trasmettere l’infezione alle persone non vaccinate. Questa viene considerata una possibilità non trascurabile, ed è per questo che anche i soggetti vaccinati devono indossare le mascherine in ambienti chiusi e quando non sia possibile garantire la distanza di sicurezza. «Data la maggiore contagiosità e l’attuale copertura vaccinale, l’uso universale delle mascherine è essenziale per ridurre la trasmissione della variante Delta», afferma il documento. I dati presentati confermano l’esistenza di un rischio maggiore di ricovero e morte per i gruppi di età più avanzata rispetto a quelli più giovani, indipendentemente dallo stato di vaccinazione. I Cdc sottolineano comunque che si deve «continuare a evidenziare la comprovata efficacia dei vaccini nel prevenire malattie gravi e morte, pur riconoscendo che le infezioni più lievi potrebbero non essere così rare e che gli individui vaccinati stanno trasmettendo il virus». «Sebbene sia raro, riteniamo che a livello individuale le persone vaccinate possano diffondere il virus, motivo per cui abbiamo aggiornato la nostra raccomandazione» Il documento chiarisce infatti che la vaccinazione fornisce una protezione sostanziale contro il virus, ma afferma anche che bisogna migliorare le comunicazioni sul rischio individuale tra i vaccinati perché quel rischio dipende da una serie di fattori, tra cui l’età e la presenza di un sistema immunitario compromesso, i quali potrebbero necessitare di una dose aggiuntiva. In effetti, Israele e la Gran Bretagna, Paesi che erano partiti per primi con una campagna di vaccinazione di massa e che hanno negli ultimi mesi registrato un enorme aumento dei casi hanno già attivato il processo per la somministrazione di una terza dose ai soggetti più anziani.

Quali sono le implicazioni di questo importante documento per il nostro Paese? Innanzitutto, bisogna accelerare ed estendere la campagna di vaccinazione, solo così potremo limitare il numero di infezioni e il conseguente carico di ospedalizzazione e decessi. L’adozione diffusa del Green pass ha, sotto questo punto di vista, due obiettivi principali: il primo è quello di garantire ai soggetti vaccinati, che anche in Italia sono oggi la maggioranza, libertà di movimento in condizioni di sicurezza e quindi anche di svolgere tutte le attività sociali e produttive che tengono a galla l’economia del Paese. Il secondo è quello di dare una "spinta gentile" a coloro che esitano a vaccinarsi, non perché siano ideologicamente contrari ai vaccini (questi non sono più del 3%), ma perché scarsamente informati e/o motivati.

L'altra priorità è la scuola, che va riaperta in sicurezza, ma che per questo necessita di attenzioni che vanno oltre i semplici auspici. I percorsi verso e dalla scuola vanno resi sicuri con il potenziamento dei mezzi di trasporto pubblici e con l’accesso reso possibile solo con il Green pass e, oltre alle mascherine, alla distanza di sicurezza e all’igiene delle mani e degli ambienti va monitorata e ventilata l’aria con appositi strumenti tecnologici: non è possibile né sufficiente farlo solo con l’apertura delle finestre, soprattutto nella stagione fredda.

I Cdc chiudono il loro documento con una frase precisa e allarmante: con la variante Delta è «cambiata la guerra». Fortunatamente i vaccini ci proteggono ancora da malattia grave e morte, ma la protezione contro l’infezione si è attenuata e se non agiremo in modo più deciso e coordinato a livello internazionale, vaccinando tutta la popolazione mondiale, prima o poi emergerà un’ulteriore variante che ci costringerà a ripartire da capo.

L’anno scorso, di questi tempi, sostenevo che la guerra contro la pandemia era appena cominciata e se l’avessimo paragonata alla Seconda guerra mondiale ci saremmo trovati nel 1941 e non nel 1945. Quello che però ci differenzia rispetto alla dinamica di una guerra mondiale è che un conflitto distruttivo tutti desiderano che finisca quanto prima possibile, adoperandosi al meglio degli strumenti disponibili per concluderlo e limitare i danni. Questa pandemia rappresenta invece un inedito rispetto a tutta la storia umana precedente: pur avendo gli strumenti tecnologici e organizzativi per porvi fine vi è una considerevole fetta di popolazione che, più o meno consapevolmente, sta adoperandosi per prolungarla, con tutto il carico di sofferenze e morte che questo prolungamento comporta. La variante Delta sta mettendo alla prova la nostra razionalità e capacità decisionale, ci induce a non ripetere gli stessi errori già fatti l’anno scorso, ci impone di prendere decisioni rapide e responsabili. Sono certo che, almeno nel nostro Paese, lo faremo.

 

www.avvenire.it

 

 

 

sabato 20 febbraio 2021

VACCINI PER TUTTI ????

Una distribuzione «enormemente ineguale e ingiusta»

 - di Giuseppe Savagnone*

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha ribadito il 17 febbraio scorso, in un discorso al Consiglio di sicurezza, che la distribuzione dei vaccini nel mondo è stata «enormemente diseguale e ingiusta»: dieci Paesi si sono accaparrati il 75% di tutti i vaccini Covid-19 messi a disposizione dalle case farmaceutiche, mentre ce ne sono più di centotrenta che non hanno ricevuto neppure una dose.

Sulla stessa lunghezza d’onda la denuncia di the ONE Campaign – una ONG che si batte contro povertà e malattie prevedibili –, secondo cui le nazioni con le economie più avanzate nel mondo hanno accumulato un miliardo di dosi di vaccino anti-Covid in più del necessario, mentre molti di quelli in via di sviluppo non hanno ricevuto ancora neppure una fiala.

Da settimane Guterres invita i Paesi ricchi a non cedere alla logica del «nazionalismo dei vaccini» e, anche nel discorso del 17 febbraio, ha insistito perché si realizzi con urgenza «un piano globale delle vaccinazioni che riunisca tutti quelli che hanno il potere e le capacità scientifica, tecnologica e finanziaria richieste». «In questo momento critico», ha detto il segretario generale dell’ONU, l’equità sui vaccini è la più grande prova morale che la comunità globale si trova di fronte».

Parte da questo dato la proposta del presidente francese Emmanuel Macron, che ha chiesto all’Europa e agli Stati Uniti di inviare il 5% delle loro forniture ai Paesi che ne mancano del tutto. In realtà, la preoccupazione di Macron non è solo di ordine umanitario. I soli vaccini che stanno arrivando ai Paesi più poveri vengono dalla Russia e dalla Cina, che trovano in questo frangente un’occasione per allargare la loro influenza politica, specialmente in Africa. Ultimamente, però, il G7 sembra puntare, piuttosto che sulla redistribuzione dei vaccini, sul finanziamento  del piano mondiale per la loro somministrazione, facendo esplicita menzione della necessità di aiutare i Paesi poveri, ma senza cambiare le regole di fondo che hanno determinato l’attuale squilibrio.

L’appello della «Fratelli tutti»

A pochi mesi dalla promulgazione dell’enciclica «Fratelli tutti» (4 ottobre 2020) l’emergenza della pandemia viene a confermare la tragica attualità della denunzia di papa Bergoglio e del suo appello a una svolta radicale nella gestione delle risorse a livello planetario. Proprio in apertura del documento si trova il riferimento a Francesco d’Assisi, il quale «invita a un amore che va al di là delle barriere della geografia e dello spazio» e «dichiara beato colui che ama l’altro “quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui”» (n.1). È la logica del Vangelo, che il pontefice propone come sola risposta, anche a livello umano, al ritorno di un’idea dell’unità del popolo e della nazione» che «crea nuove forme di egoismo e di perdita del senso sociale mascherate da una presunta difesa degli interessi nazionali» (n.11).

Una speranza delusa

Proprio nella «Fratelli tutti» si esprimeva la speranza che l’emergenza della pandemia costituisse un’occasione di fraternità: «Una tragedia globale come la pandemia del Covid-19 ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme» (n.32).

La vicenda dei vaccini sta purtroppo dimostrando che il prevalere degli egoismi nazionali non è debellato dalla globalizzazione, anzi stabilisce con essa un’alleanza perversa e conferma le considerazioni più negative dell’enciclica. «Siamo più soli che mai in questo mondo massificato che privilegia gli interessi individuali e indebolisce la dimensione comunitaria dell’esistenza. Aumentano piuttosto i mercati, dove le persone svolgono il ruolo di consumatori o di spettatori. L’avanzare di questo globalismo favorisce normalmente l’identità dei più forti che proteggono sé stessi, ma cerca di dissolvere le identità delle regioni più deboli e povere, rendendole più vulnerabili e dipendenti. In tal modo la politica diventa sempre più fragile di fronte ai poteri economici transnazionali che applicano il “divide et impera”» (n.12).

La fallacia della teoria della «mano invisibile»

Non è lo spettacolo che abbiamo avuto sotto gli occhi in queste settimane, dove, in stretta sinergia con gli egoismi nazionali, è apparso evidente il potere incontrollato delle multinazionali farmaceutiche, il cui fondamentale movente è di trarre il maggior profitto possibile dalla catastrofe umanitaria in atto?

Certo, dirà qualcuno, hanno fatto miracoli nel realizzare in pochi mesi quello che in tempi normali richiedeva un lavoro di anni. E che in questo abbiano avuto di mira il loro vantaggio economico non è una colpa, ma la logica dell’impresa in un sistema di mercato. E in fondo il loro interesse era lo stesso della comunità, confermando l’idea del fondatore dell’economia politica, Adam Smith, secondo cui c’è una «mano invisibile» che fa convergere gli interessi dei privati, pur caratterizzati da un fisiologico egoismo, nel bene di tutti.

Ma proprio quello a cui stiamo assistendo, a livello mondiale, nel caso della pandemia costituisce la più chiara smentita della teoria liberista di Smith. Lasciando il campo al gioco degli interessi particolari, il risultato è che quelli dei più forti prevalgono su quelli dei più deboli e, ben lungi dall’armonizzarsi con essi, in un bene comune in cui alla fine siano appagate le esigenze di tutti, li schiacciano senza pietà.

La posizione della Chiesa

Si verifica ciò che dice la «Fratelli tutti»: «Certe parti dell’umanità sembrano sacrificabili a vantaggio di una selezione che favorisce un settore umano degno di vivere senza limiti» (n.18). Centinaia di milioni di persone si stanno trovano ai margini della corsa alla salvezza fisica, perché sprovviste del denaro necessario ad avere quello che altri, più fortunati, sono riusciti ad avere, grazie alla maggiore capacità dei loro Paesi di pagare il prezzo richiesto dalle case farmaceutiche.

Davanti a questo vale la decisa presa di posizione della Chiesa, espressa nella «Fratelli tutti»: «Il mondo esiste per tutti, perché tutti noi esseri umani nasciamo su questa terra con la stessa dignità. Le differenze di colore, religione, capacità, luogo di origine, luogo di residenza e tante altre non si possono anteporre o utilizzare per giustificare i privilegi di alcuni a scapito dei diritti di tutti» (n.118).

Il potere incontrollato dell’economia

La logica puramente capitalistica delle multinazionali farmaceutiche – «gli affari sono affari…» – si è peraltro evidenziata anche nei confronti degli stessi Paesi ricchi, talora costretti a contratti iugulatori dalla loro condizione di debolezza verso chi deteneva il quasi monopolio di un farmaco indispensabile. Per non parlare dei ritardi e del mancato rispetto di questi accordi, di cui alcuni paesi sono stati vittime, protestando e minacciando azioni legali, ma trovandosi obbligati, alla fine, a fare buon viso a cattivo gioco.

È il prevalere del potere economico su quello politico, energicamente denunziato da papa Francesco, sia nell’ultima enciclica, sia nella precedente, «Laudato si’» , con il conseguente venir meno del primato del bene comune a favore degli interessi privati.

Non sembra esagerato prevedere che – se è vero, come sostengono alcuni scienziati, che il Covid-19 è solo il primo di una serie di virus che potrebbero in futuro aggredire l’umanità provocando pandemie non meno gravi di quella in corso – il mondo di domani è destinato ad essere controllato non dai politici, non dai militari, non dagli scienziati, ma dalle multinazionali farmaceutiche, da cui dipenderà la sopravvivenza fisica delle popolazioni.

C’è a chiedersi se sia questo il senso della giusta valorizzazione della proprietà privata. Citando la sua enciclica precedente, Francesco ha ricordato nella «Fratelli tutti» che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata» (n.120).

«Se li mori moiano»

Ma il deterioramento più grave non è quello che colpisce il sistema, bensì la regressione umana che questa situazione rivela. Le parole del segretario generale dell’ONU costituiscono una risposta a chi trovava pessimistica l’affermazione della «Fratelli tutti» secondo cui «nel mondo attuale i sentimenti di appartenenza a una medesima umanità si indeboliscono» (n.30).

Questo appare ancora più doloroso se si pensa che buona parte della popolazione privilegiata appartiene all’area occidentale del pianeta, cresciuta nella tradizione cristiana. Torna in mente il caso di quel frate, cappellano su una nave negriera, che nel suo diario, registrando con preoccupazione la difficile situazione in cui i naviganti si trovavano a causa di una bonaccia che immobilizzava il veliero, soprattutto la mancanza d’acqua, annotava con innocente franchezza il suo auspicio che il capitano decidesse di riservarla, da quel momento in poi, di riservarla solo all’equipaggio, non distribuendola più agli schiavi ammassati nella stiva. «E, se li mori moiano», concludeva, «ci vuol pazienza».

Può darsi che si trovino dei rimedi parziali alla grave situazione di discriminazione e di ingiustizia che abbiamo davanti agli occhi. Ma i problemi che essa evidenzia non si risolvono con mosse tattiche. È il sistema che va cambiato. Questo, però, esige un risveglio delle coscienze e una mobilitazione dell’opinione pubblica dei Paesi sviluppati – a cominciare dal nostro. L’alternativa è tra l’indifferenza di cui parla papa Francesco, e una rivolta etica (non necessariamente religiosa) che rifiuti di rassegnarsi a pensare che «se li mori moiano, ci vuol pazienza».

 

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu