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venerdì 8 agosto 2025

VIVERE o MORIRE ?

 


 La libertà 

non è mai astratta.



 

-       di Mauro Magatti:

 È giusto che ciascuno possa scegliere se e quando avere figli, così come è importante che si possa esprimere la propria volontà rispetto alla fine della vita.

Tuttavia, la libertà individuale, da sola, non è sufficiente.

Non si nasce né si muore in astratto, ma dentro un sistema di relazioni, servizi, strutture materiali e simboliche.

Nascere e morire, venire al mondo e lasciarlo.

Per secoli, le soglie fondamentali della vita sono state considerate eventi naturali, inscritti dentro ritmi biologici e regolati da culture stabili di matrice religiosa.

In pochi decenni è cambiato tutto.

Il combinarsi dell’innovazione tecnologica (si pensi, per fare l’esempio più banale, alla pillola) e dei mutamenti culturali fanno si che oggi la nascita e la morte non siano più vissute come eventi dati, ma come «fatti sociali».

Si «decide» se, quando e come mettere al mondo, spesso dopo lunghi percorsi di valutazione, attesa e progettazione.

E così per il morire: si può essere tenuti in vita artificialmente, oppure affrontare la questione del fine vita tra scelte mediche, dibattiti etici, richieste di accompagnamento e di autodeterminazione.

In questo scenario, l’elemento naturale, che pure resta, si ridefinisce in rapporto a una rete di dispositivi tecnici, norme giuridiche, pratiche sociali e aspettative soggettive Il che comporta un aumento della complessità, che si traduce poi in un sovraccarico di responsabilità individuali, sociali e istituzionali.

Decremento demografico

Le grandi questioni demografiche che agitano il nostro tempo sono la concretissima ricaduta di questi cambiamenti profondi.

E della capacità (o meno) di dare risposte adeguate.

Nei Paesi sviluppati (in primis in Italia), la natalità è in costante calo.

Non che le persone non desiderino avere figli.

Ma farlo non bastano più l’istinto, l’amore o il caso.

Servono tutta una serie di condizioni che vanno socialmente curate e rese disponibili: un lavoro stabile, una casa accessibile, servizi per l’infanzia, supporti relazionali e comunitari.

E anche quando tutto questi elementi sembrano esserci, la scelta di diventare genitori è comunque esposta a incertezze e paure che rispecchiano l’instabilità del tempo presente.

L’invecchiamento

La stessa cosa vale per l’invecchiamento. E anche qui l’Italia è in testa alle classifiche.

L’allungamento della vita è uno dei grandi successi della modernità.

Ma ciò fa emergere nuove sfide. L’accanimento terapeutico, la medicalizzazione estrema, la solitudine degli anziani, il venir meno delle reti familiari e comunitarie hanno trasformato l’ultima fase della vita in un processo lungo, spesso disumanizzante.

Di conseguenza nascono nuove domande: come accompagnare la vita fino alla fine in modo dignitoso, consapevole, umano?

Quando e come può essere presa la decisone di porre fine alla propria vita?

In questo quadro si inserisce la crescente attenzione alle cure palliative, ai percorsi di fine vita, alle richieste di autodeterminazione espresse da chi si trova in situazioni di sofferenza irreversibile.

Anche qui, come per la nascita, la dimensione istituzionale, per quanto importante, non basta: occorre un contesto sociale e culturale che permetta di affrontare la morte non come una rimozione o una tecnica, ma come parte costituiva dell’esperienza umana, da vivere nel modo più degno.

In entrambi i casi — nascere e morire — il tema della libertà individuale è centrale.

È giusto che ciascuno possa scegliere se e quando avere figli, così come è importante che si possa esprimere la propria volontà rispetto alla fine della vita.

Tuttavia, la libertà individuale, da sola, non è sufficiente.

Non si nasce né si muore in astratto, ma dentro un sistema di relazioni, servizi, strutture materiali e simboliche.

Se una donna non può contare su un sistema di asili, su un’abitazione dignitosa o su una rete di sostegno, la sua libertà di diventare madre sarà una libertà solo formale.

Se una persona gravemente malata non ha accesso a cure palliative adeguate, a un accompagnamento psicologico o a un supporto familiare, la sua libertà di affrontare la morte è di fatto gravemente compromessa.

Le leggi sono necessarie, ma non sufficienti.

Servono investimenti adeguati nelle infrastrutture sociali: nei servizi pubblici, nella formazione degli operatori, in una cultura condivisa della cura, della responsabilità e della dignità della vita, in tutte le sue fasi.

Occorre, cioè, la cura delle condizioni sociali che rendono sensato e possibile ciò che una volta veniva inscritto nell’ordine naturale.

Cò significa che il modo in cui una società si rapporta alla nascita e alla morte oggi dice moltissimo della sua qualità etica e politica.

Oltre che delle sue possibilità economiche.

Definire la cornice dei diritti individuali è il primo passo.

Ma occorre poi costruire le condizioni concrete che permettano a ciascuno di attraversare i passaggi fondamentali dell’esistenza in modo umano, accompagnato, riconosciuto.

Oggi più che mai, occorre recuperare una visione integrale della vita, che tenga insieme libertà e responsabilità, individuo e società, diritto e cura.

Solo così potremo affrontare con dignità e senso le grandi soglie dell’umano: venire al mondo e lasciarlo.

 Corriere della Sera

 

martedì 21 maggio 2024

NASCERE E RINASCERE


L'uomo è chiamato

 a nascere, 

venire alla luce, 

venire al mondo, 

per tutta la vita


-di Alessandro D'Avenia

 

«Sono una mamma e nella vita faccio il lavoro più bello: l'infermiera. Ho bisogno di aiuto per una ragazza che qualche giorno fa ha deciso di gettarsi da un cavalcavia. Da quel volo è uscita viva ma con il corpo distrutto, avrà una vita in carrozzina. Mi ha confidato che lei è uno dei suoi autori preferiti, allora mi sono chiesta cosa posso fare per riportarla alla vita? Sì, perché vuole ancora morire. Forse chiedo troppo, ma se c'è una possibilità di riportare il cuore di questa ragazza alla bellezza della vita, perché non provarci? Due righe potrebbero cambiare la vita a lei e ai suoi genitori che sono distrutti». Lettere come questa mi riportano al perché fare lo scrittore e l'insegnante. Infatti «portare alla bellezza della vita», come chiede questa donna, è di sicuro lo scopo di queste due professioni, e di chissà quante altre... Uno scopo descritto perfettamente dal Nobel per la letteratura Elias Canetti nella sua conferenza-testamento, intitolata «La missione dello scrittore»: «Nessuno sia respinto nel nulla, neanche chi ci starebbe volentieri. Si indaghi sul nulla con l'unico intento di trovare la strada per uscirne, e questa strada la si mostri a ognuno». Che cosa dire allora? Che parola? L'occasione ne richiede una nuova, o da riscoprire. La dedico a questa ragazza.

 Come ripeto spesso vivere è sperare di nascere del tutto, quindi se qualcuno decide di smettere di vivere è perché non spera più che la propria vita abbia e possa raggiungere un compimento. Questa energia, che caratterizza ogni vivente, nell'umano è specifica, infatti non la chiamo nascita, ma «nascenza», recuperando una parola desueta in italiano, ma comune in altre lingue neolatine: in francese nascita si dice naissance, in spagnolo naciencia. Uso quindi nascenza anziché nascita per marcare la differenza tra il processo e l'esito del nascere. Tutti gli esseri viventi, alla nascita - consentite la ripetizione - nascono del tutto, l'istinto li dota infatti sin da subito del programma per raggiungere la propria felicità; l'uomo invece è chiamato a nascere, venire alla luce, venire al mondo, per tutta la vita. È in nascenza perché è libero, non è determinato direttamente dall'istinto, ma sceglie. In noi l'energia vitale non si esplica spontaneamente ma è attivata e indirizzata attraverso ciò che traduce l'istinto in riti, luoghi e narrazioni, cioè la cultura, l'insieme di forme con cui sopra-viviamo. Per esempio, a differenza di un'ape che ha da subito un ruolo e sa fare un alveare, noi per vivere riceviamo istruzioni attraverso forme educative come la scuola, o impariamo a regolare i rapporti sociali attraverso forme politiche come la democrazia. E mentre l'alveare è e sarà sempre la forma di sopravvivenza delle api, le forme di nascenza umana con il tempo possono logorarsi, perché non rispondono più alle sfide vitali, anzi magari finiscono con ingabbiare e mortificare la vita (come oggi spesso accade con la politica e con la scuola). In questi casi le civiltà decadenti o si aggrappano ossessivamente al passato e affondano insieme al relitto o si lasciano andare per disperazione senza neanche provare a nuotare verso terra, le civiltà vive invece trovano e inventano forme nuove di salvataggio. Atene inventò la democrazia e Roma le reti stradali, forme che ancora durano perché restano tra le migliori per farci «nascere». 

La «nascenza» è quindi il dialogo continuo e fecondo con la realtà, un incontro che diventa «co-nascenza», cioè un nascere del mondo con noi e di noi col mondo. Reinterpretando l'Ulisse dantesco fatti non fummo per vivere come animali ma secondo «virtute», la vita buona, e «co-nascenza», cioè la vita in cui si nasce insieme a ciò che ci sta attorno, vita collegata, energie che si alimentano e moltiplicano a vicenda, come in un'orchestra. A proposito di musica, in una recente canzone intitolata «Tutti hanno paura», il rapper Ernia sintetizza in che stato è oggi la «nascenza»: «A breve sarò anch'io fuori dai venti/ I grandi mi tengon sotto, i piccoli crescon svelti/ Dovrei donare ai primi la fine che fa Saturno/ Ed ingoiare i secondi per rimandare il mio turno». Si riferisce al mito del dio che divora i figli appena nati perché sa che uno di loro lo eliminerà, cosa che infatti accadrà perché la moglie gli darà in pasto un masso anziché il neonato. Il rapper canta la paura della in-co-nascenza: l'adulto è da eliminare, il nuovo da divorare, pur di occupare la scena e rimandare l'appuntamento con la morte. La ragazza della lettera ha perso ogni speranza di co-nascere, e quindi ogni ri-co-nascenza: la gratitudine per essere venuta al mondo e la speranza di poter venire ancora al mondo. Eppure, un'infermiera decide di prendersi cura non solo del suo corpo e ascolta che cosa la lega (appartenenza) alla vita. Questa ragazza, senza energie per ri-nascere, può trovarle in chi ha deciso gratuitamente di «ri-co-nascerla». Può salvarsi grazie alla co-nascenza, cioè la scoperta che, benché le sembri di essersi ridotta al nulla, qualcuno la vuole viva. E un nulla, amato, diventa tutto. Quindi, la parola che riporta alla bellezza di vivere non è un fiato, ma carne: è l'infermiera. 

La «nascenza» viene sempre da una appartenenza d'amore. Qualche giorno fa ho tenuto un racconto teatrale al quale avrebbe partecipato una ragazza che mi ha scritto parole più autorevoli delle mie, perché nate proprio da una «carrozzina»: «Sento una profonda gratitudine. Anni fa, uscita da un ospedale vicino a dove parlerai, in preda alla disperazione per la malattia che mi bloccava braccia e gambe, ho sentito nella morte l'unica soluzione possibile per me, la bellezza di quelle strade non mi parlava più. Poi però negli anni in sedia a rotelle, attraverso i libri il mondo è entrato nella mia stanza e leggendo ho sentito che valeva ancora la pena vivere». La via della co-nascenza sono stati dei libri. Adesso questa ragazza si occupa professionalmente di aiutare altri a uscire da situazioni critiche, la sua esperienza l'ha resa capace di «co-nascenza». Allo stesso modo gesti, parole, luoghi ci fanno nascere se sono «co-nascenza», cioè forme della creatività umana che creano appartenenza (carezze, lettere, libri, ospedali, scuole, spazi architettonici...) e attivano le energie vitali già presenti in ognuno, ma spente dalla disperazione. Un docente co-nasce con gli studenti, uno scrittore con i lettori, un giardiniere con le piante, un capo con i dipendenti, un politico coi cittadini. In ogni ambito, ciascuno nel suo, vivere è creare condizioni di co-nascenza. Solo così smettiamo di oscillare tra voler occupare tutta la scena e voler toglierci di scena, per paura di non esistere abbastanza, e ci apriamo all'unica forma felice di vita, quella che ci permette di nascere fino alla morte: la ri-co-nascenza.

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