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domenica 26 febbraio 2023

APPARIRE PER ESSERE o ESSERE PER APPARIRE ?

Apparire sui social network sembra essere un desiderio spinto da un bisogno associato all'approvazione sociale, al voler essere accettati e spalleggiati dagli altri.

L'affanno di apparire sui social network

Oggigiorno l’affanno di apparire sui social è molto forte: siamo davvero così felici come dimostriamo sui nostri profili? La domanda nasce dal concetto di “felicità”, forse fittizia, mostrata di continuo.

Navigando su qualunque social network, è facile imbattersi nei post di conoscenti che viaggiano per il mondo mentre sfoggiano sorrisi smaglianti o magari nelle foto di quell’amico, che non sentiamo da tempo, ritratto con la sua fidanzata, tremendamente felici e innamorati come in un film.

Bisogna dire che secondo lo Studio Annuale sui Social Network elaborato dalla IAB Italiana, trascorriamo circa 37 ore a settimana connessi a Internet, ovvero circa il 22% del nostro tempo libero.

Per questo motivo, secondo questo studio, la nostra vita sociale è perlopiù vincolata alle piattaforme social offerte da internet. Non deve sorprendere dunque l’utilizzo che facciamo di questo strumento per lanciare messaggi alle persone che fanno parte della nostra cerchia.

Per riassumere, siamo strettamente connessi a Internet e ai social network; essi fanno parte della nostra quotidianità. Così come fanno parte della nostra routine quotidiana concetti come “postare” o “farsi un selfie”. Da qui sorge la domanda: quale parte della realtà mostriamo attraverso i social? In cosa consistono i concetti sopra nominati? A seguire affronteremo questi punti.

Abbiamo un chiaro bisogno di far sapere al mondo quanto siamo felici, anche se poi non è davvero così.

Postare sui social network: bisogno di approvazione sociale?

Proviamo un bisogno genuino di piacere agli altri, rappresentato dal desiderio di approvazione sociale e di apparire sui social network, così come affermato in un studio dell’Università del Messico sula disabilità sociale. Questa ricerca ci dice che più che una distorsione, questa impellenza non è altro che un bisogno di approvazione sociale.

L’affanno di apparire sui social network sembra quindi essere stimolato da un correlato bisogno di approvazione sociale, dal sentirsi accettati e spalleggiati dagli altri. Per esempio, la sensazione di benessere che proviamo quando carichiamo un selfie che riceve molti Mi piace o commenti lusinghieri (perché a chi non piacciano i complimenti?).

L’affanno di apparire: postare per essere

Ma cosa significa postare? Postare è un’espressione raccolta dall’Accademia della Crusca e che fa riferimento All’abitudine di adottare determinati costumi o attività allo scopo di voler apparire o fare una buona impressione sugli altri, soprattutto sui social.

 Lo psicologo José Elías, presidente dell’Associazione Spagnola di Ipnosi, definisce il concetto di postare come “l’adozione di determinati abitudini, gesti e comportamenti che hanno lo scopo di proiettare un’immagine positiva (ovvero una che riceva feedback positivi), allo scopo di dimostrare agli altri che siamo felici, sebbene non sia davvero così o non ne siamo davvero convinti”.

In altre parole, secondo lo psicologo spagnolo, un post è il bisogno di sentirsi accettati socialmente, mostrando un’immagine di noi che non rispecchia la realtà.

Viviamo in un bisogno costante di approvazione sociale, da qui nasce il “postare” così conosciuto sui social.

L’effetto “felicità contagiosa” e l’affanno di apparire

Secondo uno studio dell’Università della California, lo stato d’animo delle persone si modifica ed è condizionato dai post che vedono sui social network. Allo stesso modo, afferma che “il contenuto pubblicato ha lo scopo di dare un’immagine di felicità contagiosa”. Secondo lo studio, percepire l’allegria e il benessere altrui ci spinge a voler raggiungere il medesimo stato. Ovvero, ci stimola a pubblicare contenuti simili, producendo l’effetto di “felicità contagiosa”.

In questo senso, mostrare in rete che siamo felici è contagioso, favorisce quell’affanno di apparire sui social network, ovvero quella continua ondata di messaggi e di foto “felici”.

Quello che pubblichiamo fa parte della realtà?

Yolanda Pérez, dottoressa in psicologia, assicura che “c’è di tutto. Gente che mostra la verità, persone che mostrano qualcosa di irreale e poi ci sono persino quelle che dimostrano la verità a metà, e questo è il gruppo più numeroso”. Allo stesso tempo, l’autrice aggiunge che “mostriamo quanto siamo belli, simpatici e sorridenti in un istante, ma quelle foto che di per sé sono reali, non mostrano la nostra realtà, solo parte di essa, perché la giornata ha 24 ore ed è impossibile sorridere così a lungo”.

La verità che proiettiamo sui social non è di certo completa, visto che è impossibile sentirci felici per tutto il tempo; la vita è piena di emozioni positive e negative e ignorare le seconde per principio ci farà solo del male.

Per riassumere, è chiaro che non tutto quel che vediamo sui social è un riflesso della realtà. L’apparenza sulle piattaforme sociali, così come abbiamo spiegato, è relativa. Non cadiamo nell’errore di pensare che esistono persone che vivono 24 ore al giorno in uno stato di massimo benessere. Tutti noi abbiamo dei momenti di tristezza, di angoscia e in cui abbiamo l’umore a terra.

Avere delle brutte giornate fa parte della vita e ci fa apprezzare maggiormente i momenti positivi. In conclusione, nessuno ha una vita del tutto perfetta.

 ATTUALITÀ E PSICOLOGIA

 

mercoledì 26 gennaio 2022

INSICUREZZA SOCIALE A TUTTO SPIANO


INSICUREZZA SOCIALE: ANTIPOLITICA e ANTISCIENZA

- La fiducia verso ricerca e istituzioni recupera terreno. Ma, tra terrapiattisti e no-vax, resta una base di ostilità che affonda le radici nella crisi delle relazioni e nella fragilità economica.

- I dati sulla crescita delle disuguaglianze e della povertà, nonché quelli sulla situazione occupazionale, sono una spia da non sottovalutare come agenti che generano ansia e sfiducia I nostri sentimenti e comportamenti dipendono prevalentemente dal contesto in cui siamo immersi e dal modello di sviluppo di riferimento -


Cosa dicono le ricerche più recenti sull’ondata di irrazionalità

 

 

La situazione sociale del Paese sembra essere caratterizzata da un trend di “tecno-fobia” e sfiducia, frammisto a convinzioni di tipo cospirazionista. L’ultimo rapporto del Censis, ad esempio, ha messo in luce che il 6% di italiani ritiene che il Covid non esista, l’11% che il vaccino sia inutile e inefficace, il 31% che si tratti di un farmaco sperimentale cui i cittadini vengono sottoposti come cavie, mentre il 13% pensa che la scienza produca più danni che benefici. Secondo il 40% degli intervistati si sta andando verso «una sostituzione etnica» guidata da «opache élite globaliste», per il 6% la terra è piatta, per il 20% il 5G è uno strumento inventato per controllare le persone ed il 46% giudica negativamente il ruolo degli esperti nella comunicazione pubblica. Un mix di sentimenti antiscientifici che ha indotto il Censis a parlare di un’ondata di irrazionalità e di ripresa di «superstizioni premoderne», una sorta di sonno della ragione e di «fuga nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico». Questa lettura trova riscontro in altri dati e ricerche, anche precedenti al Covid e poco noti ai più, da cui risultano analoghe tendenze di ripresa dell’irrazionale rispetto al razionale. Ad esempio, il recente studio della Accademia delle Scienze statunitense, secondo il quale il linguaggio dei libri pubblicati in lingua inglese e spagnola tra il 1850 ed il 2019 registra fino al 1980 un aumento costante dei termini associati alla razionalità, e da quel decennio in poi una inversione di tendenza ed un aumento di vocaboli legati alla sfera dei sentimenti e delle credenze irrazionali. Distinguendo i testi analizzati tra fiction e nonfiction, l’irrazionale mostra di essere più presente nella pubblicistica fiction, la quale a sua volta cresce di peso nel complesso dei volumi pubblicati (dal 5% al 35% dal 1975 in poi). Gli analisti dello studio collegano questo trend allo stallo della crescita economica dopo la ricostruzione post-bellica a fine anni 70, allo sviluppo dei social media ed alla crisi economica del 2008. I l collegamento tra sfiducia nella scienza e tendenza ad abbracciare teorie antiscientifiche e magiche, da un lato, e comunicazione social, dall’altro, ricorre sempre più frequentemente nelle analisi anche italiane. 

Ad esempio, lo studio promosso da due università romane assieme alla Fondazione Mesit, e pubblicato a gennaio 2022, segnala il raddoppio del numero degli utenti ostili al vaccino anti Covid presenti sui social nella seconda metà del 2021. E sono numerosi i testi di filosofia della comunicazione e della scienza e di bioetica apparsi negli ultimi anni che indicano le colpe della comunicazione pubblica, sia quella degli scienziati che quella dei politici e della stampa, sostenendo che l’informazione, anche quella scientificamente fondata, non sempre produce una reale comprensione e una reale condivisione di idee, opinioni e dati scientifici, contribuendo così facendo a minare la “fiducia epistemica” in chi è deputato a ricercare le soluzioni migliori per la vita collettiva dal punto di vista scientifico. 

Molto inferiore è invece l’attenzione dedicata agli altri due elementi dello stallo e delle crisi economiche. Rispetto a questo complesso di questioni, non va innanzitutto dimenticato che molte ricerche certificano la presenza di livelli di apprezzamento generale verso la scienza diffusi ed elevati. Per citare una delle ricerche italiane più recenti, quella condotta dal Cnr tra il 9 ed il 14 marzo 2020 segnala livelli di fiducia negli scienziati molto alti, visti come la fonte più affidabile dal 93% degli intervistati (più o meno quanti coloro che hanno aderito alla campagna vaccinale nell’ultimo anno), seguiti dai siti internet ufficiali (89,6%). Ed anche la fiducia nelle istituzioni rispetto alle misure di contrasto contro la diffusione del virus risulta nello studio Cnr particolarmente alta (75%), così come quella nelle autorità pubbliche competenti. L’indagine rileva addirittura la previsione di un incremento della fiducia nella scienza, secondo il 72,8% degli intervistati, della solidarietà tra cittadini per il 57% e della fiducia nelle istituzioni per il 54,4%. M a sarebbe sciocco sottovalutare il fenomeno, sia pur limitato numericamente, del distacco di una parte della popolazione dalla razionalità scientifica, perché in crescita secondo i dati citati, ed anche perché, come abbiamo potuto verificare in epoca di pandemia, è alla base di comportamenti che hanno contribuito a provocare morti e contagi evitabili – con grande danno per la collettività – oltre che tensioni sociali particolarmente aspre. 

Occorre piuttosto interrogarsi sulle cause profonde di questa ondata di sfiducia nella scienza, andando al di là delle troppo facili colpevolizzazioni nei confronti di istituzioni, scienziati o giornalisti – la cui autoreferenzialità, di cui li si accusa, è costitutiva rispetto al loro ruolo –, e soprattutto cercando di distinguere tra tendenze antiscientifiche e forme di ribellione antistatalista e antisistema, che in molti casi vi si aggregano con obiettivi di tipo strumentale. 

Rispetto alla cosiddetta anti-scienza, va ricordato che la fiducia, anche quella nella scienza, si forma nella relazione tra sé e gli altri e nei processi di integrazione sociale. I nostri sentimenti e comportamenti dipendono in sostanza dal contesto in cui siamo immersi e dal modello di sviluppo di riferimento. I dati sulla crescita delle disuguaglianze e della povertà relativa ed assoluta, nonché quelli del malcontento rispetto alla situazione lavorativa e sociale, sono una spia da non sottovalutare come agenti di insicurezza, ansia e sfiducia. Più in generale l’incertezza che caratterizza la vita oggi, la precarietà sociale e occupazionale e, non ultima, l’intensità, la frequenza e la durata delle crisi economiche e sociali che si susseguono e che producono effetti negativi importanti per fasce ampie di popolazione, alimentano la paura del futuro, la ricerca di capri espiatori, l’odio per chi governa, e l’assenteismo elettorale, tutti fattori cui andrebbe dedicata maggiore attenzione.

 In questo senso il fenomeno cosiddetto dei “No Vax” e dei “No Green Pass”, più che con la magia e l’irrazionalità, sembrano avere a che fare con il ciclo socioeconomico e con il distacco tra società e istituzioni. Il che spiega anche il significato di altre evidenze recenti sul tema dell’“anti-politica”. Il tema della giustizia sociale e quello dello sviluppo sostenibile socialmente, economicamente ed ambientalmente acquistano allora una più corposa e profonda centralità, e non solo con riferimento alla lotta al virus.

 

www.avvenire.it