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sabato 7 marzo 2026

ESSERE DONNA

 


Dieci studiose credenti, tra teologhe, patrologhe e bibliste, hanno scritto 66 omelie per domeniche e feste

 

di Enzo Bianchi

 Tra i divieti attuali che nella chiesa cattolica molti discutono con rispetto, serietà, approfondimenti dottrinali e senza contestazioni o logiche di potere da acquisire, ve n’è in particolare uno che riguarda i fedeli laici, donne e uomini, i quali, pur potendo partecipare in diversi modi al servizio liturgico, non possono fare l’omelia durante la celebrazione eucaristica. Il Codice di Diritto Canonico dichiara in modo netto che “l’omelia … è riservata al sacerdote o al diacono” (canone 767, § 1).

 Se questa è la legislazione da osservare, è certamente lecito porre domande, chiedere chiarimenti ed esprimere attese e desideri per una revisione dell’attuale disciplina da parte dell’autorità competente. Ci sono ragioni per tale discussione? Crediamo di sì, come già fecero teologi di grande competenza e autorevolezza, tra i quali Jean-Hervé Nicolas e Yves Congar. Insieme a loro ci domandiamo: l’attuale disciplina risponde a un’esigenza dottrinale oppure obbedisce a ragioni di prudenza pastorale?

 Innanzitutto, la predicazione omiletica affidata ad alcuni laici uomini e donne scelti e incaricati dal vescovo non sarebbe una novità nella lunga storia della chiesa fin dall’antichità. Ci basti qui ricordare che nel Medioevo, prima del divieto di predicazione ai laici stabilito nel 1228 da Gregorio IX, i vescovi e il papa concessero il mandatum praedicandi ad alcuni uomini e donne laici, in un fecondo esercizio di rinnovamento all’interno di movimenti evangelici laicali sviluppatisi nella stagione della riforma gregoriana. I poveri di Lione, più tardi chiamati Valdesi, gli Umiliati e altri gruppi chiesero al papa di Roma l’approvazione della loro forma vitae e dell’esercizio della predicazione, ricevendo questa facoltà. La vita evangelica di questi predicatori dava loro un’autorevolezza di competenza e coerenza di vita, sicché la loro parola appariva performativa: si pensi a Roberto d’Arbrissel (1045-1116), che predicava di fronte al clero, ai nobili e al popolo, su approvazione di Urbano II; oppure a Norberto di Xanten (1080-1134), che ricevette l’officium praedicandi da Gelasio II. Ma si ricordi che questo fu possibile anche per alcune donne, tra le quali eccelle Ildegarda di Bingen (1098-1179), proclamata da Benedetto XVI dottore della chiesa, abbadessa che predicò in diverse cattedrali chiamata da vescovi ed ebbe tra i suoi ascoltatori anche Eugenio III.

 E oggi? Nella chiesa del tempo post-conciliare, da quando papa Giovanni con il suo discernimento profetico individuò tra i “segni dei tempi” l’ingresso della donna nella vita pubblica, più volte sentiamo voci – a cominciare da quelle dei papi – che si levano per chiedere una più grande valorizzazione della donna nella chiesa, una sua maggior partecipazione alle diverse istituzioni che la reggono e la organizzano, un riconoscimento a lei di tutte le facoltà che in quanto battezzata possiede di diritto. Non mancano neppure le voci che domandano l’accesso delle donne al diaconato o all’ordine presbiterale, ma su questo tema vi sono pronunciamenti recenti e netti del magistero.

 C’è invece una strada alquanto decisiva per la valorizzazione della donna nella chiesa, una possibilità che riguarda più in generale i fedeli, uomini e donne, possibilità già esperita nella storia della chiesa e di fatto presente, nonostante l’attuale disciplina, in molte chiese locali: la presa della parola nell’assemblea liturgica da parte di fedeli laici, uomini o donne.

 Un chiaro e inequivocabile messaggio in questa direzione viene dal volume curato del Coordinamento delle teologhe italiane, Senza Indugio, Con voce di donna, Omelie per l’anno C, edito da Il Portico, Edizioni Dehoniane di Bologna. Alice Bianchi, Emanuela Buccioni, Donata Horak, Giulia Lo Porto, Cettina Militello, Donatella Mottin, Marinella Perroni, Simona Segoloni Ruta, Cristina Simonelli, Silvia Zanconato sono dieci donne credenti, a diverso titolo teologhe, patrologhe e bibliste, appartenenti a due generazioni, che pubblicano sessantasei omelie distribuite sulle domeniche e le feste dell’anno liturgico attualmente in corso. E lo fanno appunto, senza indugio, cioè con quella risolutezza che l’evangelo secondo Luca riconosce ad alcuni personaggi. 

 Quella concitazione, quell’affrettarsi che nasce da quanto visto e udito: Maria si precipita dalla cugina Elisabetta, i pastori di Betlemme vanno subito verso il bambino appena nato, i discepoli di Emmaus che tornano in fretta a Gerusalemme dopo l’incontro con Gesù risorto. “È sembrato infatti alle autrici e agli editori che senza indugio rendesse bene l’esito dell’incontro con il vangelo – felice inquietudine, convinta passione, solerte azione”. I testi che questo volume raccoglie non sono semplici commenti al vangelo, ma sono vere e proprie omelie, pensate, scritte e destinate alla comunità liturgica.

 Dall’incontro di queste dieci autrici con l’evangelo secondo Luca sono nate delle omelie che comprovano e confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, non solo che le donne sanno predicare la parola di Dio quanto gli uomini, ma che letto e interpretato da donne preparate e competenti l’evangelo acquista armonie nuove e diverse. La chiesa sarà più ricca quando le donne potranno pronunciare l’omelia.

 Molti, tra cui papa Francesco, mettono in guardia dalla “clericalizzazione delle donne”, paventando il pericolo che le donne riempiano le sacrestie invece di essere cristiane nel mondo. Credo invece che, concedendo ad alcuni laici di tenere a volte l’omelia durante la liturgia eucaristica, essi non vengano clericalizzati, ma venga riconosciuto un dono a chi tra loro lo possiede. Véronique Margron, Catherine Aubin, Dominique Coatanéa e altre teologhe e teologi non solo sono favorevoli a tale possibilità, ma vi vedono il riconoscimento della presenza di doni che lo Spirito dispensa come e quando vuole, sempre tenendo fermo il necessario discernimento e riconoscimento da parte del vescovo.

Leggendo Senza indugio e gustando le omelie contenute sorge spontanea la domanda: perché l’unica voce che nella liturgia proclama il Vangelo è sempre quella di un uomo e mai quella di una donna? La chiesa dovrebbe esprimersi a due voci, maschile e femminile, perché la lettura e l’interpretazione delle sante Scritture assumono nei due casi accenti diversi, che possono solo arricchire il popolo di Dio in ascolto.

 Si pensi anche alla situazione delle comunità monastiche femminili, dove il cappellano, sempre e solo lui, fa l’omelia ogni giorno e le monache non ascoltano se non lui, senza avere mai la possibilità di predicare, pur essendo un gruppo un gruppo ristretto e capace di far udire le loro rispettive voci in modo autorevole nella liturgia eucaristica.

Del resto, come dimenticare che Gesù ha predicato nelle sinagoghe di Nazareth e di altre città senza essere né un sacerdote né un rabbino ordinato, ma lo ha fatto per carisma profetico e perché incaricato dai capi delle diverse sinagoghe?

 Se l’apostolo Paolo ha potuto scrivere “le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare” (1Cor 14,34), oggi si avverte la necessità, almeno in Occidente, che nelle assemblee della chiesa la parola sia data anche alle donne e a loro sia permesso parlare.

 Blog di Enzo Bianchi

 

Papa Leone XIV – LE DONNE NELLA CHIESA E NELLA SOCIETA’





mercoledì 17 gennaio 2024

LE VIE DELLA GRATUITA'


 Gratuità è diventata una parola difficile. Viene confusa, soprattutto quando è usata come aggettivo (gratuito, gratuita), con il gratis, qualche volta con l’inutile o il dannoso - ad esempio: una affermazione o cattiveria “gratuita”.

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-         -di Luigino Bruni

 Negli USA è usata nei ristoranti come sinonimo di mancia (gratuity). Per capire che cosa sia gratuità, è allora necessario tornare alla radice della parola. Gratuità deriva dal latino gratia, grazia, che a sua volta è la traduzione latina della parola greca charis. Charis in origine indicava tutto ciò che è piacevole, che dà gioia, che è leggiadro, affascinante, bello (da cui l’aggettivo grazioso). Nell’umanesimo cristiano grazia si è caricato di nuovi significati, tutti belli. La grazia si riceve (da Dio), non la produciamo noi. Essa è dono gratuito, che Paolo chiama charisma, facendolo derivare da charis, grazia.

 Alcuni distinguo

La gratuità non coincide con l’altruismo. È un atteggiamento, una dimensione dell’azione, che dice qualcosa sulla natura e anche sulle motivazioni di chi agisce. Gli esseri umani sono capaci di gratuità, quindi di amore puro e incondizionato, sebbene aiutati, per la fede cristiana, dalla charis donata loro da Dio. La gratuità, allora, è quella dimensione dell’agire che porta ad avvicinarsi agli altri, a sé stessi, alla natura, o a Dio non in modo puramente strumentale, ma attribuendo all’azione un valore intrinseco, e in vista del bene.

Occorre poi distinguere tra gratuità e due parole che le sono confinanti: dono e incondizionalità. Se la gratuità non è un contenuto dell’azione ma una modalità di agirla, si capisce che ci può essere un dono gratuito e un dono non-gratuito (che i latini chiamavano munus), che include obblighi o pratiche sociali legate a norme. Non tutti i doni sono gratuità, ed è la presenza della gratuità che fa di un regalo un dono.

Più complesso è il rapporto tra gratuità e incondizionalità. Certamente chi agisce con gratuità vive una certa incondizionalità, perché non decide di fare un atto di gratuità a condizione che gli altri facciano altrettanto. Al tempo stesso, l’incondizionalità non va intesa come se la gratuità si misurasse dall’assenza di qualsiasi condizione. Se così fosse, la gratuità sarebbe un sinonimo di disinteresse, ma il disinteresse non è a sua volta un sinonimo di agape né di charis. Essendo, invece, la gratuità una modalità di azione, essa può esprimersi in varie forme concrete, dove possiamo ritrovare anche elementi di condizionalità e di interesse per l’altro, come ben sanno i genitori nei confronti dei figli, o come ci mostra la Bibbia quando ci mostra la charis di Dio o di Gesù Cristo, che spesso si traducevano in richieste e patti caratterizzati da molta condizionalità: basti pensare alla stessa categoria di Alleanza, o alla parabola del servo spietato.

La prima gratuità

La gratuità, così intesa, è poi essenziale in ogni mercato, in ogni professione e lavoro, in ogni rapporto, perché è la dimensione antropologica che più dice l’eccedenza degli esseri umani sugli incentivi e suoi controlli, e quindi la loro libertà. La gratuità arriva nel mondo, trasformandolo ogni mattina, attraverso due grandi vie. La prima si trova dentro di noi, poiché ogni essere umano ha una capacità naturale di gratuità. La vita stessa, il nostro venire al mondo, è la prima grande esperienza di gratuità. Ci ritroviamo chiamati all’esistenza senza averlo scelto, perché qualcuno ci genera e poi ci accoglie senza porci nessuna condizione nel suo atto di accoglienza. È questo dono primigenio e fondativo la radice di ogni altra gratuità. Questa nostra vocazione naturale alla gratuità è ciò che ci fa attribuire un immenso valore alla gratuità degli altri, e ci fa soffrire molto quando la nostra gratuità non è riconosciuta, apprezzata, ringraziata, e forse non c’è dolore spirituale più acuto di chi vede la propria gratuità calpestata dagli altri, offesa, fraintesa.

 L’homo sapiens è animale capace di gratuità. Perché se la gratuità non fosse già in noi, non potremmo riconoscere né apprezzare la gratuità degli altri, resteremmo intrappolati dentro il nostro narcisismo, e saremmo incapaci di vera bellezza e di ogni virtù. Per questa ragione la gratuità è dimensione costitutiva dell’umano, di tutto l’umano, di ogni umano, anche dell’homo oeconomicus, che oggi invece viene generalmente definito come qualcosa che inizia quando termina il territorio della gratuità.

 La via dei carismi

La seconda via maestra di gratuità sono i carismi. Ogni tanto, e molto più spesso di quanto si pensi, arrivano nel mondo persone con una vocazione speciale di gratuità. Tra queste persone ci sono gli artisti, che si ritrovano dentro un dono, di cui non sono i proprietari, che costituisce l’essenza della loro vocazione artistica. In passato molti portatori di carismi operavano soprattutto all’interno delle religioni, o delle grandi filosofie. Oggi si trovano anche in altri luoghi dell’umano: dall’economia alla politica, dall’ambientalismo ai diritti umani. Ce ne sono molti, ma raramente abbiamo la capacità culturale e spirituale per riconoscerli. I carismi aumentano e potenziano la gratuità sulla terra, e la fanno risvegliare o risuscitare in quelli che li incontrano. Trovano il “già” della nostra gratuità e fanno fiorire il “non ancora”. Ogni incontro vero con un carisma è l’incontro con una voce che interpella la nostra gratuità, e se sembra morta le dice: «Talitha kum».

Una dimensione dei carismi e della gratuità-charis è la loro “naturalezza”, che li affratella alla terra  e ai bambini e ci rivela la gratuità nascosta, misteriosamente ma realmente, nella natura. Quando si incontra un autentico portatore di carisma, sia esso un cooperatore sociale o una fondatrice di una comunità religiosa, la prima e più radicale esperienza che si fa è la sensazione fisica di incontrare persone che ti vogliono bene, e fanno bene al mondo, solo con il loro esserci. Non ci colpisce il loro volontarismo ma il loro essere semplicemente sé stessi. Non vedi persone più buone o altruiste di altre, ma gente che è e fa ciò che è.

Perché il carisma non è primariamente una faccenda etica, ma antropologica e ontologica: è l’essere che si manifesta e splende, e la gratuità è esercizio ordinario della vita quotidiana (anche se sono necessarie molte virtù per non perderla lungo il cammino). Così i carismi sono, a un tempo, la pura spiritualità e la pura laicità. Questa dimensione naturale dei carismi, ad esempio, fa sì che chi si sente beneficiato da questa gratuità non si senta debitore, ed è liberato dal debito della riconoscenza che quando arriva è tutta libertà e gratuità.

La charis arriva nel mondo per il bene di tutti, anche di chi i carismi non li vede, o li disprezza. Ma vengono soprattutto per i poveri. Se non ci fossero i carismi, i poveri non sarebbero visti, amati, curati, salvati, stimati: sarebbero solo gestiti o nascosti per non vederli. È lo sguardo diverso dei carismi che dona ai poveri speranza, gioia, e spesso li risorge. Ed è lo sguardo dei poveri che rende viva la charis del carisma.

 

Messaggero-Alzogliocchiversoilcielo