sabato 25 aprile 2026

IL BUON PASTORE

 


L’ovile e la sua porta,

 per annunciare

 l’abbraccio di Dio


Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella IV domenica di Pasqua (anno A)

At 2,14.36-41; Sal 22/23; 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10

Nella quarta domenica del tempo pasquale si celebra sempre, ogni anno, la figura del “buon pastore”, annunciata più o meno esplicitamente in tutti i brani biblici che compongono la liturgia della Parola. Nella seconda lettura, per esempio, l’autore della prima lettera di Pietro ricorda ai suoi lettori che essi erano stati dispersi come pecore smarrite, ma poi erano stati «ricondotti al pastore (poimḗn) e custode (epískopos)» delle loro anime: affermazione, questa, che ribadisce l’esordio della lettera petrina, rivolto a tutti coloro che avevano vissuto la spiazzante e dolorosa esperienza della diaspora nelle varie regioni dell’Asia minore e che finalmente erano stati recuperati e radunati da Dio Padre, mediante lo Spirito santificatore, per essere resi solidali all’«obbedienza» di Cristo Gesù. Il salmo responsoriale (Sal 22/23) è ancor più diretto nel chiamare in causa il Signore quale «pastore» premuroso nei confronti di chi docilmente gli si affida, lasciandosi guidare lungo un «giusto cammino» fino a «pascoli erbosi» e ad «acque tranquille» e venendo protetto da ogni tipo di pericolo.

Il buon pastore

Si tratta di un linguaggio sospeso tra la metafora e la parabola, che rimanda con evidenza al rapporto che sussiste tra Dio e i credenti che confidano in lui. Il senso di tale linguaggio, tuttavia, diventa meno evidente nella pagina evangelica, dove la «similitudine» esposta da Gesù sembra complicarsi, perché egli vi si presenta al contempo come pastore di un gregge e, nondimeno, come la porta dell’ovile in cui il gregge è radunato. Anzi, mentre egli dapprima allude semplicemente al fatto d’essere il pastore delle pecore, in seguito si presenta più decisamente come la porta attraverso cui le pecore stesse entrano ed escono dall’ovile, di giorno per recarsi al pascolo e di notte per trovarvi sicuro riparo: «Io sono la porta delle pecore» (soltanto qualche versetto dopo, in questo stesso capitolo giovanneo, che però non è riportato nella liturgia odierna, Gesù arriva a dire pure: «Io sono il buon pastore» [vv. 11 e 14]).

Per questo i suoi uditori «non capirono di che cosa parlava loro». Un’incomprensione probabilmente dovuta al fatto che essi, cittadini di Gerusalemme, s’erano abituati ormai da molto tempo a una maniera stanziale di vivere, non più nomade, o – più radicalmente – esodale, com’era stato invece per gli antichi israeliti. Non sapevano più cosa fossero le transumanze stagionali e persino quotidiane dei pastori vissuti al tempo del salmista. E al tempo di Davide, ch’era stato unto re venendo richiamato dai pascoli, dove si trovava a custodire il gregge di suo padre Jesse. È un fatto non secondario, che ci fa intuire che qui c’è in gioco il senso della missione messianica di Gesù. Difatti, nel prosieguo di questo brano, i capi del popolo gli chiederanno spiegazioni proprio circa la sua missione messianica: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente» (v. 24). Gesù risponderà che essi non riescono a credere che sia lui l’unto del Signore, l’inviato di Dio, proprio perché non fanno parte delle sue pecore (vv. 25-26).

Il messianismo di Gesù si comprende non in una prospettiva gerarchica, bensì relazionale: egli ha il compito di ricondurre il popolo al rapporto filiale con Dio Padre, non di guidarlo alla riscossa nelle vesti di un capo politico o di un condottiero militare. È inviato per rivelare come si sperimenta l’amore paterno di Dio, non per organizzare la resistenza contro qualche nemico. È questo il sensus plenior, il significato più grande, della sua missione messianica: un senso ulteriore rispetto a quello che aveva connotato l’avventura di Davide, il quale – dopo la sua unzione – aveva finito per dimenticare lo stile pastorale in favore di quello regale. Ed è tale sovreccedenza di senso che gli interlocutori di Gesù continuano a non cogliere. Sovreccedenza di senso che, nell’insegnamento del Maestro di Nazareth, si palesa nell’intreccio e nel reciproco sovrapporsi delle similitudini del pastore e della porta.

Il messianismo

D’altronde per discernere il senso pastorale del messianismo di Gesù, importano maggiormente le azioni del pastore e le reazioni delle pecore. Il pastore, impersonato da Gesù, svolge un ruolo legittimo, non abusivo, non invasivo: ha le chiavi della porta ed è ben conosciuto dai garzoni e dai guardiani dell’ovile, non vi entra di soppiatto quasi fosse un ladro, non vi s’intrufola per razziare le pecore come fanno invece i briganti. In realtà si distingue anche rispetto ai pastori di mestiere: è un pastore particolare, sui generis, diverso dai comuni allevatori di pecore, perché non va da esse per tosarle o per mungerne il latte, né tanto meno per macellare i loro agnelli. E se le tosa o le munge è perché farlo significa prendersene cura, alleggerirle del peso della loro lana quando viene la stagione più calda e non farle soffrire con le mammelle sempre gonfie. Intrattiene con le pecore un autentico rapporto, come tale contrassegnato dalla gratuità reciprocità. Egli non le possiede. Sta in relazione con esse, le chiama per nome, vale a dire che le conosce una per una. E se s’introduce in mezzo al gregge è per condurlo fuori dal recinto e guidarlo dove potrà ben alimentarsi. La vita delle pecore è garantita dal riparo che trovano dentro l’ovile e dal pascolo verso cui il pastore le fa uscire. Esse per questo lo seguono, riconoscendone la voce.

Le pecore

A udire queste parole, qualche pastore dei nostri giorni potrà forse sorridere sotto i baffi: le pecore sono una fonte di sostentamento, vengono accudite per tornaconto, per convenienza, per assicurarsi di che vivere. Certo, è verissimo che un qualsiasi pastore esperto conosce effettivamente le sue pecore. Ed esse riconoscono lui, ne ricordano il timbro della voce, assecondano per questo i suoi richiami, lo seguono istintivamente. E, probabilmente, il fatto che Gesù si paragonasse a un pastore non veniva compreso – già allora – per analoghi motivi: nel rapporto tra pastori e pecore, da una parte c’è l’interesse e dall’altra l’istinto. Cosa vorrebbe dire, per uno che intende accreditarsi come messia, presentarsi al popolo come un pastore? Per smarcarsi dall’ambiguità, Gesù segnala il sovrappiù di senso insito nel suo essere il «buon pastore», paragonandosi anche alla porta dell’ovile. Una porta salda sui suoi cardini e, nondimeno, opportunamente basculante. Gesù non è una staccionata di filo spinato, bensì la soglia che non imprigiona, che non riduce la vita a una specie di lager, a un campo di concentramento, entro cui si può solo attendere la morte. La soglia dischiude i sentieri conducenti al pascolo, all’occorrenza prospetta una via di fuga, promette nuove possibilità. E, al contempo, segna l’entrata in un luogo che funge da riparo, in una casa vera e propria, dove ci si può sentire davvero accolti, ospitati e protetti, non intrappolati. La vita è sia al di qua sia al di là della soglia, o della porta ben incardinata ma basculante.

Un abbraccio

In quest’ottica, l’ovile stesso si lascia immaginare come una sorta di abbraccio: quello di Dio Padre, che ci avvolge senza catturarci, ci tutela senza opprimerci, ci stringe senza stritolarci. L’abbraccio non è una morsa letale. Libera, non trattiene. Effonde amore, non soffoca. Contagia dinamismo, non immobilizza. Imprime movimento, non paralizza. È salvaguardia della vita. Ed è input alla vita. Gesù, con le sue similitudini, viene a dirci che la nostra migliore posizione è nell’abbraccio di Dio Padre: la stessa posizione del Figlio. E che la nostra più corretta postura sta nel ricambiare l’abbraccio: la medesima postura del Figlio.

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