per annunciare
l’abbraccio di Dio
Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella IV
domenica di Pasqua (anno A)
At 2,14.36-41; Sal 22/23; 1Pt 2,20b-25;
Gv 10,1-10
Nella quarta domenica del
tempo pasquale si celebra sempre, ogni anno, la figura del “buon pastore”,
annunciata più o meno esplicitamente in tutti i brani biblici che compongono la
liturgia della Parola. Nella seconda lettura, per esempio, l’autore della prima
lettera di Pietro ricorda ai suoi lettori che essi erano stati dispersi come
pecore smarrite, ma poi erano stati «ricondotti al pastore (poimḗn) e
custode (epískopos)» delle loro anime: affermazione, questa, che
ribadisce l’esordio della lettera petrina, rivolto a tutti coloro che avevano
vissuto la spiazzante e dolorosa esperienza della diaspora nelle varie regioni
dell’Asia minore e che finalmente erano stati recuperati e radunati da Dio
Padre, mediante lo Spirito santificatore, per essere resi solidali
all’«obbedienza» di Cristo Gesù. Il salmo responsoriale (Sal 22/23) è ancor più
diretto nel chiamare in causa il Signore quale «pastore» premuroso nei
confronti di chi docilmente gli si affida, lasciandosi guidare lungo un «giusto
cammino» fino a «pascoli erbosi» e ad «acque tranquille» e venendo protetto da
ogni tipo di pericolo.
Il buon pastore
Si tratta di un
linguaggio sospeso tra la metafora e la parabola, che rimanda con evidenza al
rapporto che sussiste tra Dio e i credenti che confidano in lui. Il senso di
tale linguaggio, tuttavia, diventa meno evidente nella pagina evangelica, dove
la «similitudine» esposta da Gesù sembra complicarsi, perché egli vi si
presenta al contempo come pastore di un gregge e, nondimeno, come la porta
dell’ovile in cui il gregge è radunato. Anzi, mentre egli dapprima allude
semplicemente al fatto d’essere il pastore delle pecore, in seguito si presenta
più decisamente come la porta attraverso cui le pecore stesse entrano ed escono
dall’ovile, di giorno per recarsi al pascolo e di notte per trovarvi sicuro
riparo: «Io sono la porta delle pecore» (soltanto qualche versetto dopo, in
questo stesso capitolo giovanneo, che però non è riportato nella liturgia
odierna, Gesù arriva a dire pure: «Io sono il buon pastore» [vv. 11 e 14]).
Per questo i suoi uditori
«non capirono di che cosa parlava loro». Un’incomprensione probabilmente dovuta
al fatto che essi, cittadini di Gerusalemme, s’erano abituati ormai da molto
tempo a una maniera stanziale di vivere, non più nomade, o – più radicalmente –
esodale, com’era stato invece per gli antichi israeliti. Non sapevano più cosa
fossero le transumanze stagionali e persino quotidiane dei pastori vissuti al
tempo del salmista. E al tempo di Davide, ch’era stato unto re venendo
richiamato dai pascoli, dove si trovava a custodire il gregge di suo padre
Jesse. È un fatto non secondario, che ci fa intuire che qui c’è in gioco il
senso della missione messianica di Gesù. Difatti, nel prosieguo di questo
brano, i capi del popolo gli chiederanno spiegazioni proprio circa la sua
missione messianica: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il
Cristo, dillo a noi apertamente» (v. 24). Gesù risponderà che essi non riescono
a credere che sia lui l’unto del Signore, l’inviato di Dio, proprio perché non
fanno parte delle sue pecore (vv. 25-26).
Il messianismo di Gesù si
comprende non in una prospettiva gerarchica, bensì relazionale: egli ha il
compito di ricondurre il popolo al rapporto filiale con Dio Padre, non di
guidarlo alla riscossa nelle vesti di un capo politico o di un condottiero militare.
È inviato per rivelare come si sperimenta l’amore paterno di Dio, non per
organizzare la resistenza contro qualche nemico. È questo il sensus
plenior, il significato più grande, della sua missione messianica: un senso
ulteriore rispetto a quello che aveva connotato l’avventura di Davide, il quale
– dopo la sua unzione – aveva finito per dimenticare lo stile pastorale in
favore di quello regale. Ed è tale sovreccedenza di senso che gli interlocutori
di Gesù continuano a non cogliere. Sovreccedenza di senso che,
nell’insegnamento del Maestro di Nazareth, si palesa nell’intreccio e nel
reciproco sovrapporsi delle similitudini del pastore e della porta.
Il messianismo
D’altronde per discernere
il senso pastorale del messianismo di Gesù, importano maggiormente le azioni
del pastore e le reazioni delle pecore. Il pastore, impersonato da Gesù, svolge
un ruolo legittimo, non abusivo, non invasivo: ha le chiavi della porta ed è
ben conosciuto dai garzoni e dai guardiani dell’ovile, non vi entra di
soppiatto quasi fosse un ladro, non vi s’intrufola per razziare le pecore come
fanno invece i briganti. In realtà si distingue anche rispetto ai pastori di
mestiere: è un pastore particolare, sui generis, diverso dai comuni
allevatori di pecore, perché non va da esse per tosarle o per mungerne il
latte, né tanto meno per macellare i loro agnelli. E se le tosa o le munge è
perché farlo significa prendersene cura, alleggerirle del peso della loro lana
quando viene la stagione più calda e non farle soffrire con le mammelle sempre
gonfie. Intrattiene con le pecore un autentico rapporto, come tale
contrassegnato dalla gratuità reciprocità. Egli non le possiede. Sta in
relazione con esse, le chiama per nome, vale a dire che le conosce una per una.
E se s’introduce in mezzo al gregge è per condurlo fuori dal recinto e guidarlo
dove potrà ben alimentarsi. La vita delle pecore è garantita dal riparo che
trovano dentro l’ovile e dal pascolo verso cui il pastore le fa uscire. Esse
per questo lo seguono, riconoscendone la voce.
Le pecore
A udire queste parole,
qualche pastore dei nostri giorni potrà forse sorridere sotto i baffi: le
pecore sono una fonte di sostentamento, vengono accudite per tornaconto, per
convenienza, per assicurarsi di che vivere. Certo, è verissimo che un qualsiasi
pastore esperto conosce effettivamente le sue pecore. Ed esse riconoscono lui,
ne ricordano il timbro della voce, assecondano per questo i suoi richiami, lo
seguono istintivamente. E, probabilmente, il fatto che Gesù si paragonasse a un
pastore non veniva compreso – già allora – per analoghi motivi: nel rapporto
tra pastori e pecore, da una parte c’è l’interesse e dall’altra l’istinto. Cosa
vorrebbe dire, per uno che intende accreditarsi come messia, presentarsi al
popolo come un pastore? Per smarcarsi dall’ambiguità, Gesù segnala il sovrappiù
di senso insito nel suo essere il «buon pastore», paragonandosi anche alla
porta dell’ovile. Una porta salda sui suoi cardini e, nondimeno, opportunamente
basculante. Gesù non è una staccionata di filo spinato, bensì la soglia che non
imprigiona, che non riduce la vita a una specie di lager, a un campo di
concentramento, entro cui si può solo attendere la morte. La soglia dischiude i
sentieri conducenti al pascolo, all’occorrenza prospetta una via di fuga,
promette nuove possibilità. E, al contempo, segna l’entrata in un luogo che
funge da riparo, in una casa vera e propria, dove ci si può sentire davvero
accolti, ospitati e protetti, non intrappolati. La vita è sia al di qua sia al
di là della soglia, o della porta ben incardinata ma basculante.
Un abbraccio
In quest’ottica, l’ovile
stesso si lascia immaginare come una sorta di abbraccio: quello di Dio Padre,
che ci avvolge senza catturarci, ci tutela senza opprimerci, ci stringe senza
stritolarci. L’abbraccio non è una morsa letale. Libera, non trattiene. Effonde
amore, non soffoca. Contagia dinamismo, non immobilizza. Imprime movimento, non
paralizza. È salvaguardia della vita. Ed è input alla vita. Gesù, con le sue
similitudini, viene a dirci che la nostra migliore posizione è nell’abbraccio
di Dio Padre: la stessa posizione del Figlio. E che la nostra più corretta
postura sta nel ricambiare l’abbraccio: la medesima postura del Figlio.
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