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sabato 17 gennaio 2026

ECCO L'AGNELLO DI DIO

 

-GESU',  

L'AGNELLO,

 IL SERVO-



18 gennaio 2026

II Domenica del tempo ordinario   - Giovanni 1,29-34 (Is 49,3.5-6 – 1Cor 1,1-3)

In quel tempo, Giovanni, 29vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30Egli è colui del quale ho detto: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me». 31Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».

32Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. 33Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: «Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo». 34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».


Commento di di sorella Ilaria

Dopo aver contemplato domenica scorsa il battesimo di Gesù, oggi il vangelo ci invita a sostare sulla testimonianza che Giovanni Battista dà a Gesù, colui che egli non voleva battezzare ma insieme al quale fece obbedienza per “adempiere ogni giustizia” (Mt 3,14-15).

Giovanni e Gesù sono legati da uno stretto rapporto fin dal grembo delle loro madri, eppure qui Giovanni dice per due volte: “Io non lo conoscevo”, esprimendo una verità fondamentale per ciascuno di noi: il mistero che abita le profondità di coloro che ci stanno accanto non è conoscibile se non facendo obbedienza alla propria e altrui vocazione. Per penetrarlo, almeno un poco, occorre avere uno sguardo contemplativo, capace cioè di vedere ciò che lo Spirito opera nelle loro vite. Giovanni sapeva di non essere lui il Cristo, sapeva di essere stato inviato a battezzare perché Gesù venisse manifestato a Israele, sapeva che il suo compito era quello di preparare un popolo ben disposto, di essere voce che annuncia la venuta del Messia, del Signore atteso e invocato.

Giovanni sapeva che la sua vocazione di profeta e battezzatore era aperta sulla vocazione di un altro, che sarebbe venuto dopo di lui ma che in realtà era prima di lui: qui c’è chiaramente l’eco del solenne prologo che apre il vangelo di Giovanni: “In principio era la Parola” (Gv 1,1) e nel quale troviamo già la testimonianza di Giovanni formulata con le stesse parole del nostro brano evangelico: “Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me”. I tempi di Dio non sono i nostri tempi e colui che, secondo i tempi degli uomini, viene cronologicamente dopo, in realtà nel disegno di salvezza di Dio, secondo l’eternità del suo essere, è prima perché è fin da principio presso Dio (Gv 1,1-2).

Giovanni arriva a riconoscere Gesù come Figlio di Dio, come Agnello che toglie il peccato del mondo, grazie alla sua obbedienza alla vocazione ricevuta dal Signore che lo chiama a essere profeta e battezzatore, e grazie anche alla sua capacità di discernere l’agire dello Spirito nella vita dell’altro, nella vita di Gesù: “Ho contemplato lo Spirito discendere come colomba dal cielo e rimanere su di lui”: qui ricorre per la prima volta nel vangelo di Giovanni il verbo rimanere, verbo tanto significativo e tanto caro a Giovanni, verbo che percorre tutto il suo vangelo come un filo rosso, verbo che dice una caratteristica essenziale della sequela, il rimanere nell’amore di Cristo, il rimanere in lui e con lui. Ma qui esprime la ragione, il perché di questa necessità dei discepoli di rimanere, di dimorare con Gesù, dice che essi devono dimorare in Lui perché lui è il Cristo, l’Agnello di Dio, il Figlio di Dio , colui sul quale e nel quale rimane permanentemente lo Spirito e per questo può battezzare a sua volta nello Spirito.

Gesù generato per opera dello Spirito potrà donare a sua volta lo Spirito, e questo lo farà soprattutto sulla croce, come estremo atto d’amore che compie il disegno di salvezza del Padre: “Dopo aver preso l’aceto Gesù disse: ‘Tutto è compiuto’ e chinato il capo effuse lo spirito” (Gv 19,20). Per questo Gesù è l’agnello di Dio e il Figlio di Dio.

L’immagine dell’agnello evoca la figura del servo del capitolo 53 di Isaia, dove il servo del Signore viene descritto proprio come un agnello condotto al macello (Is 53,6), lui che porta la salvezza addossandosi il peso delle nostre iniquità (cf. Is 53,10-11). Ma ci rimanda anche al secondo canto del servo da cui è tratta la prima lettura: “Mio servo sei tu”, un servo che dona la salvezza non solo a Israele ma a tutti i popoli; “Ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino alle estremità della terra” (Is 49,6). In Gesù questi tratti del servo si sono concretizzati, in lui che “ha riconciliato con Dio gli uni e gli altri, in un solo corpo, attraverso la croce, uccidendo su di essa l’inimicizia” secondo le parole dell’inno cristologico della Lettera ai cristiani di Efeso (Ef 2,16) e può compiere tutto questo perché su di lui dimora lo Spirito, caratteristica, anche questa, del servo del Signore secondo Isaia 42,1: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui”.

Gesù è il servo e l’eletto (secondo alcune versioni del testo di Giovanni al posto dell’espressione “Figlio di Dio” c’è proprio l’espressione “l’eletto di Dio”), colui su cui scende e dimora lo Spirito e grazie a questo egli viene a portare la salvezza a ogni carne, prendendo su di sé il peso dei nostri peccati e donandoci la sua luce affinché anche noi, come Giovanni Battista, possiamo vedere, riconoscere e rendere testimonianza a Gesù, il Figlio di Dio, l’eletto amato dal Padre, l’Agnello di Dio, il Salvatore del mondo.


Monastero di Bose 

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sabato 10 gennaio 2026

BATTESIMO DI GESU'

 


La giustizia di Dio

 si manifesta 

come grazia


 

Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nel Battesimo del Signore (anno A)

Is 42,1-4.6-7; Sal 28/29; At 10,34-38; Mt 3,13-17

 di Massimo Naro 

Il ciclo liturgico natalizio si conclude con la festa del battesimo di Gesù. Si tratta di un’ulteriore teofania, vale a dire di un’altra manifestazione che Dio fa di sé nel Cristo inviato per la conversione e la redenzione del mondo. Un vero e proprio evento di rivelazione, dunque, che si aggiunge alla nascita del Bimbo a Betlemme, adorato dapprima dai pastori di quelle contrade nella notte stessa della Natività e poi, nell’Epifania, adorato anche dai Magi venuti da lontano.

La teofania del battesimo, però, ci fa fare un balzo in avanti nella biografia di Gesù. Egli è ormai adulto, pronto a iniziare la missione messianica affidatagli da Dio. Non è un avanzamento semplicemente anagrafico. È anche un approfondimento teologico della verità personale di Gesù e di Dio stesso, in virtù della singolare relazione tra di loro che all’improvviso viene alla luce, svelandosi in pubblico. Stavolta, infatti, in Gesù che esce dalle acque del Giordano, Dio si rivela additando il Figlio suo, l’amato. Così si fa conoscere come Padre che ha un Figlio capace di corrispondergli allo stesso suo livello, cioè nell’orizzonte – intimo e trascendente al contempo – di un amore reciproco e, perciò, davvero paterno e davvero filiale. È l’orizzonte dell’agápē, che segna una statura altissima dell’amore, rispetto alla quale persino gli amici più stretti di Gesù si sentono sempre inadeguati, ancorché essi siano chiamati dal loro Maestro a parteciparne senza riserve e senza parzialità. Si pensi a pagine importanti del quarto vangelo, come Gv 13,34-35 in cui leggiamo il comandamento nuovo dell’amore vicendevole; o come Gv 14,21-23 dove risuona la promessa secondo cui nel segno dell’amore reciproco Gesù e il Padre suo dimoreranno nei discepoli capaci di sperimentare a loro volta un tale amore; o come Gv 21,15-17 in cui troviamo il drammatico dialogo del Risorto con Pietro sul di più dell’amore.

I termini usati dall’evangelista Matteo nell’originale greco del suo racconto, ambientato lungo le rive del fiume Giordano, sono significativi a tal proposito. La voce che si fa sentire dal cielo indica in Gesù «il Figlio» (ho hyiós), espressione in cui l’articolo determinativo ha la funzione di attestarne l’unicità. Quel Figlio è «l’amato» (ho agapētós): di nuovo, l’unico capace di ricambiare veramente l’amore del Padre. Nei racconti dell’infanzia, Gesù è paîs, un bambino. Qui è ho hyiós, il Figlio. Comincia a emergere la verità personale di Gesù il Cristo. È la verità del Verbo divino custodita dentro la carne umana del Bimbo nato a Betlemme. Ed è la verità del Rabbi galileo disposto a farsi carico del servizio messianico, in obbedienza a Dio che lo ha consacrato quale suo Cristo.

Il battesimo di Gesù inaugura, appunto, l’inizio del suo ministero messianico, allorché egli esce dal nascondimento di Nazareth e si mette ad annunciare l’avvento del Regno di Dio. Lo Spirito di Dio che Gesù vede calare su di sé in forma di colomba, come annota Matteo, lo unge Messia. E questa sua consacrazione messianica sarà via via riconosciuta dai suoi discepoli. Pietro ne darà testimonianza a Gerusalemme, dopo la Pentecoste, rievocando non a caso proprio il battesimo al Giordano, come è riferito nel brano degli Atti degli Apostoli che funge da seconda lettura: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni: cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth».

Non c’è distinzione, né tanto meno distanza, tra Gesù e il Cristo. Come non c’è distanza tra il Messia e il Figlio di Dio. Gesuologia e cristologia s’intrecciano inestricabilmente: la vicenda di Gesù di Nazareth e l’indole teologica di tale vicenda, in cui si compie il dirsi-darsi di Dio Padre suo, si compenetrano senza soluzione di continuità. Colui che viene indicato come il Figlio (ho hyiós) è proprio il paîs, il bimbo povero di Betlemme e il ragazzo di Nazareth, destinato a diventare il servo di tutti in quanto servitore fedele di Dio, l’‘ebed Adonai (espressione ebraica che nella Bibbia greca dei Settanta è tradotta con paîs Theoû), di cui sentiamo profetizzare da Isaia nella prima lettura.

La missione del Messia-Servitore ha a che fare con la giustizia, termine che ricorre insistentemente nei tre brani biblici dell’odierna liturgia della Parola. La giustizia è, in ogni caso, quella di Dio. Essa consiste nei mishpatim del Signore, nel suo «diritto», o anche nel suo «discernimento», stando al termine greco (krísis) con cui i Settanta traducono l’ebraico del profeta Isaia. È in gioco il modo con cui Dio distingue tra il bene e il male, secondo criteri che non si riconducono (e non si riducono) alla logica del più forte, o del tornaconto, o della vendetta. Dio, con la missione affidata al suo Cristo, si riserva il diritto non di castigare, ma di perdonare. La sua giustizia è la misericordia. Il suo giudizio sancisce un indulto: fa «uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».

La giustizia, qui proclamata, è la grazia. Non è la giustizia che si esige dall’uomo e dalla donna, bensì la giustizia elargita all’uomo e alla donna. Non è solo un’imposizione legale o un’esigenza etica ma pure un dono di salvezza. Non è soltanto l’equità vissuta eroicamente dal basso, ma anche la dignità inalienabile in quanto conferita dall’alto. Soprattutto, tale giustizia non è solamente la più importante delle virtù umane, ma anche il modo concreto in cui nella Bibbia si traduce la santità: il Dio santo è il Dio giusto. E, tra gli esseri umani, il santo è il giusto che si lascia conquistare dalla giustizia di Dio e si mette al suo servizio: è questo il destino del Servo sofferente impersonato da Gesù, nella cui vicenda la giustizia di Dio e la giustizia degli esseri umani non sono più disgiungibili. Gesù, a partire dal battesimo presso il Giordano, visse questo servizio fino a essere il primo martire per la giustizia, facendosi strumento del giudizio di Dio a favore dei più bisognosi di essa.

 www.tuttavia.eu

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sabato 11 gennaio 2025

IL CIELO SI APRI'


 12 gennaio 2025

Battesimo del Signore

 Luc 3, 15-16.21-22


Commento di Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme

La festa dell’Epifania, che abbiamo da poco celebrato, ci dice qualcosa di fondamentale per la nostra fede.

Ci dice che Dio si rivela, che non rimane nascosto: il suo mistero d’amore, che era rimasto nascosto nei secoli, ora è rivelato, ed è rivelato pienamente. Gesù, il Verbo che ha preso la nostra carne, ci svela questo mistero, ci svela il Volto del Padre.

Tutta la storia della salvezza è costellata di piccole e di grandi teofanie. Ora tutto si condensa nella storia di Gesù: guardando a Lui noi vediamo, per quanto possiamo, il Volto del Padre, cioè la sua stessa essenza, il suo modo di essere.

Abbiamo visto nell’Epifania che il modo di rivelarsi di Dio è paradossale. Normalmente, chi vuole rivelarsi si mostra. Dio, invece, per rivelarsi si nasconde. Si nasconde non per il gusto di farsi cercare, ma perché la carità è così, è qualcosa che accade nel segreto, che si consegna senza clamore.

La festa del Battesimo, che celebriamo oggi, ci conferma in questa direzione.

Gesù scende al Giordano, dove Giovanni sta battezzando e, nascosto in mezzo a tutti gli altri, come tutti gli altri, riceve il battesimo (“Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì” - Lc 3,21). Dal racconto di Luca sembra proprio che nessuno se ne accorge, nessuno reagisce, nemmeno Giovanni il Battista. Accade, in fondo, quanto abbiamo ascoltato nel Prologo di Giovanni: è venuto in mezzo ai suoi, ma i suoi non lo hanno riconosciuto (Gv 1,11).

Uno solo vede quanto sta accadendo, cioè il Padre: solo Lui si accorge che il Figlio, sottomettendosi a questo gesto penitenziale, ha sposato in tutto la nostra umanità ferita.

Si è accorto ed ha esultato (“e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento»” - Lc 3,22). Ha esultato perché l’uomo che si era perso all’inizio dei tempi e che il Padre incessantemente aveva cercato, ora, finalmente, è stato ritrovato. Il Padre lo ritrova proprio qui, immerso nel Giordano.

Sono tanti i significati legati al luogo e al momento. Qui, ad esempio, Gesù è presentato anche come il nuovo Mosè, che riparte dal Giordano il cammino di liberazione. Ma oggi ci soffermiamo su un altro aspetto, sempre legato al luogo.

Il fiume Giordano è il più misero dei fiumi.

Scorre sotto il livello del mare, e sfocia nel mar Morto, in un luogo dove come tutti sanno non ci può essere vita. Proprio nel capitolo successivo a questo capitolo terzo che stiamo leggendo, Gesù cita Naaman, il Siro (Lc 4,27). Naaman è un funzionario arameo, malato di lebbra: viene in Israele per farsi guarire, e il profeta Eliseo lo manda a bagnarsi sette volte nel fiume Giordano (2Re 5,1-19). Davanti a questa proposta, Naaman rimane scandalizzato, perché anche i più sconosciuti fiumi di Damasco sono migliori di tutte le acque di Israele, del Giordano e dei suoi miseri affluenti.

In questo fiume, invece, Gesù non ha vergogna di immergersi: si immerge nell’abisso della nostra umanità fragile, povera, e vi porta tutta la bellezza della sua vita filiale, al punto che le due cose diventano inseparabili e inscindibili. La nostra umanità diventa il luogo della vita di Dio.

Non ci deve sfuggire questa cosa: immergendosi nella nostra umanità, Gesù la trasforma, la porta a compimento, la rivolge verso il suo fine ultimo.

E c’è un salmo, il salmo 114, che dice bene questo cambiamento di corso, questa trasformazione: è un salmo che ricorda l’esodo, la liberazione dall’Egitto, che viene descritta con immagini simboliche e poetiche.

Una di queste immagini riguarda proprio il fiume Giordano, che, al passaggio del Signore, si volge indietro, cambia corso (“Che hai tu, mare, per fuggire, e tu, Giordano, per volgerti indietro?” - Sl 114,5). È così: quando il Signore si immerge nel Giordano, il Giordano cambia corso; non corre più verso la morte, ma ritorna verso la sua sorgente, verso Colui che gli dà vita.

La stessa cosa vale per noi: quando il Signore si immerge nella nostra vita, noi non siamo più in cammino verso la morte, la nostra storia non è più una storia destinata al nulla. Al contrario, camminiamo verso il nostro Principio, e diveniamo via via sempre più vivi, della vita stessa di Dio.

Ogni giorno ci è semplicemente chiesto di assecondare questo movimento, di partecipare a questo cammino, di ritornare alla sorgente, a ciò che ci fa veramente vivere.

+ Pierbattista

PATRIARCATO  L.  DI GERUSALEMME

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venerdì 17 maggio 2024

IL PARACLITO


 Lo Spirito Santo “che è Signore e dà la vita”

(Simbolo di Nicea-Costantinopoli)

 

 

-         di Vincent Dollmann*

 

Lo Spirito Santo come Persona divina è sempre da riscoprire

 Se la Quaresima è caratterizzata dalla penitenza per rinnovare il nostro attaccamento a Cristo, il tempo pasquale è segnato dalla gioia di poter accedere alla sua vita risorta. Ciò richiede concretamente da noi l'attaccamento allo Spirito Santo e l'attenzione alla sua azione in noi. Questo Spirito è quello che Gesù stesso ha ricevuto al momento del suo battesimo per compiere fino in fondo la sua missione. Questo Spirito, portatore di vita divina, Gesù risorto lo ha donato ai suoi discepoli la sera di Pasqua e ancora la mattina di Pentecoste.

 Ma è vero che negli ultimi secoli lo Spirito Santo non ha occupato un posto importante nella riflessione e nella preghiera dei cristiani occidentali.

Fu solo Papa Leone XIII che, in un documento del 1897, insistette sulla preghiera allo Spirito Santo. Il Concilio Vaticano II, negli anni Sessanta, ha poi saputo dargli il posto che gli spetta, utilizzando in particolare il titolo di “Tempio dello Spirito” per designare la Chiesa.

 Accanto all'insegnamento del Concilio emersero contemporaneamente nella Chiesa cattolica numerosi gruppi carismatici. Hanno permesso a molti cristiani di sviluppare la preghiera allo Spirito Santo e di essere più attenti alla sua azione nella loro vita.

Ma per molti cristiani anche oggi, lo Spirito Santo rimane sconosciuto, il “Divino sconosciuto” secondo il cardinale Yves Congar .

Forza divina? Presenza spirituale di Dio? Soffio di rinnovamento? I termini non mancano, ma rivelano la difficoltà che abbiamo nel parlarne.

Queste espressioni vaghe possono esprimere anche la difficoltà di accogliere l'affermazione del Simbolo della Fede: «Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita. »

Siamo invitati a dire credo nello Spirito Santo, così come diciamo credo in Dio Padre e in suo Figlio Gesù Cristo. Lo Spirito Santo è una Persona divina nella quale siamo chiamati a credere e nella quale possiamo pregare.

 Gesù rivela che lo Spirito Santo è una Persona divina e che Dio, l'Unico, è Comunione d'Amore, Trinità d'Amore

 Ci siamo abituati, soprattutto nella preparazione alla Cresima, a evocare lo Spirito Santo mediante la sua azione mediante i sette doni già menzionati nel libro di Isaia per annunciare il Messia, portatore dello Spirito Santo: sapienza, intelligenza, ovvero consiglio e forza ( Cfr. Is 11,2). Evochiamo ancora lo Spirito Santo con i frutti della sua azione, indicati da san Paolo nella lettera ai Galati, quelli della carità, della gioia, della pace o anche della castità (cfr Gal 5,22).

Questi doni ricevuti dallo Spirito di Dio sono ancora i nostri talenti e i nostri carismi che sono pienamente dispiegati al servizio del progetto di Dio per l'umanità. Vediamo nel gruppo dei discepoli; Di fronte alla scoperta della tomba vuota, Madeleine, Pierre e Jean reagiscono diversamente a seconda del loro temperamento e dei loro talenti, uno più coraggioso, l'altro più prudente, uno più intuitivo, l'altro più razionale... Ma camminano tutti nella fede, e dalla Pentecoste testimonieranno la risurrezione di Cristo sfidando le barriere sociali e culturali.

Lo Spirito Santo è così dispensatore di doni per la crescita umana e spirituale di ogni persona, ma è ancora di più: è Dio, come attesta Gesù stesso.

 Lo Spirito di Verità

Il giorno prima della sua morte annunciò la Pentecoste parlando dello Spirito di verità . È Lui che ci introduce pienamente alla verità del vangelo che proclama un Dio d'Amore, una Trinità d'amore.

Lo Spirito Santo è la terza Persona della Trinità che attesta che Dio vive nel profondo di sé un rapporto di amore e di unità, rapporto che vuole condividere con tutta l'umanità. Lo Spirito Santo, diceva Giovanni Paolo II, è Dio che dona se stesso (Enciclica sullo Spirito Santo, Dominum et vivificantem 1986).

Così il racconto della Pentecoste evoca lingue di fuoco per significare che lo Spirito è come il fuoco che arde i cuori dell'amore stesso di Dio.

Gesù ha detto anche annunciando la sua morte e risurrezione: “Sono venuto a gettare un fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso! » ( Lc 12,49). La comunità degli apostoli sarà arsa da questo amore e stabilita in profonda unità.

 Gesù dà ancora un altro nome allo Spirito: quello di Paraclito che significa difensore, avvocato.

In quel momento, l'avvocato si trovava accanto all'imputato e gli sussurrò le parole in sua difesa.

Così, a Pentecoste, lo Spirito si manifesta come un soffio che scuote e spinge gli apostoli fuori dalla casa dove si trovano. Seguendo san Pietro, gli apostoli cominciarono allora ad annunciare in tutte le lingue la Buona Novella di Gesù Risorto. Gli apostoli non si sentono più orfani, ma abitati da una presenza, quella dello stesso Gesù Risorto. Lo Spirito realizza l'incredibile promessa di Gesù: “E io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi!” » (Mt 28,20).

 L'esperienza degli apostoli a Pentecoste è anche nostra

 Lo Spirito Santo ci è stato donato nel nostro battesimo, come un fuoco, per introdurci alla vita eterna, una vita di amore che non si spegne.

Ci viene donato in modo nuovo come un soffio, con conferme per condurci sulla via della testimonianza.

Potremmo dire che attraverso il battesimo, lo Spirito Santo ci innesta nella vita di Cristo e attraverso la cresima ci rende partecipi della missione di Cristo.

 Diventare figlio e figlia di Dio mediante il Battesimo è manifestare in piena luce ciò che era già iscritto nella nostra vita mediante la creazione. Dio è legato ad ogni essere umano. Il Battesimo lo afferma e lo realizza esplicitamente. Ci permette di accogliere personalmente le parole che Dio ha rivolto a Gesù durante il suo Battesimo per mezzo di Giovanni: “Tu sei il mio figlio prediletto! ".

Se la vocazione battesimale è consacrazione a Dio, è anche missione. Nel momento dell'unzione del santo Crisma, che significa il dono dello Spirito Santo e annuncia la confermazione, il celebrante dice: «Tu sei ormai membra del corpo di Cristo e partecipi della sua dignità di sacerdote, come profeta. e re”.

Per sant'Atanasio, il grande difensore della fede nel Dio Uno e Trino, la Pentecoste era la finalità della venuta del Figlio di Dio su questa terra: «Il Verbo ha preso la carne perché noi potessimo ricevere lo Spirito Santo. Dio si è fatto portatore della carne perché l'uomo potesse diventare portatore dello Spirito. (Discorso sull'incarnazione del Verbo). Portatori di Spirito Santo significa lasciare che i doni di Dio si sviluppino in noi, è lasciare che Dio agisca in noi.

 * XVincent Dollmann, Arcivescovo di Cambrai, A.E. UMEC-WUCT

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sabato 6 gennaio 2024

TU SEI MIO FIGLIO


 -Battesimo di N.S. Gesù Cristo-

 - 7 gennaio 2024 - 

Vangelo: Mc 1,7-11

In quel tempo Giovanni 7 proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. 8Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

9Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. 10E subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. 11E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».

 Commento di Sabino Chialà

 Nella domenica che segue l’Epifania la chiesa celebra il Battesimo del Signore come un’ulteriore manifestazione del Dio fattosi uomo. Dopo la rivelazione alle genti, rappresentate dai sapienti giunti a Betlemme dall’Oriente, il Messia Gesù si manifesta ai poveri e ai peccatori, presso le acque del Giordano, mentre riceve la duplice testimonianza di Giovanni il Battista, che lo immerge in basso nell’acqua, e del Padre che lo conferma facendo discendere la sua voce dall’alto.

 Nella narrazione di Marco questo episodio è narrato in modo essenziale: a differenza degli altri due Sinottici, il vangelo più antico non riporta alcuna esortazione del Battista alle folle in vista della loro conversione; le uniche parole da lui pronunciate sono quelle con cui indica la venuta di Gesù, il “più forte” di lui (v. 7) e il battesimo “in Spirito Santo” che questi avrebbe amministrato (v. 8). Non vi è neppure alcun dialogo tra il Battista e Gesù: nessuno schernirsi da parte di Giovanni; tutto avviene nel più grande silenzio, in un’atmosfera di mutuo riconoscimento e di reciproca obbedienza. Una discrezione, questa, che aiuta il lettore a concentrarsi sulle immagini.

 La prima è quella di Gesù che viene, anche lui, “da Nazaret di Galilea” fino al Giordano per essere battezzato da Giovanni” (v. 9). Ecco la prima apparizione di Gesù, la sua entrata in scena, l’inizio del suo ministero e l’inaugurazione della sua predicazione. Non una parola da parte di questo rabbi, né un’apparizione spettacolare. Viene semplicemente, mescolandosi a quella folla che accorre a Giovanni con il peso dei propri peccati e il suo desiderio di rinascita attraverso un battesimo di rigenerazione. Non una parola di spiegazione sul fatto che Gesù non aveva bisogno di quell’immersione, come gli altri due Sinottici si premurano di sottolineare.

 Il gesto qui è primario e su di esso deve concentrarsi l’attenzione del lettore: Gesù inizia il suo ministero scendendo nelle acque della miseria umana, in silenzio. La salvezza inizia qui, in quella che possiamo considerare un’anticipazione della discesa agli inferi che Gesù porterà a compimento nel suo esodo pasquale. Il suo primo incontro con l’umanità ferita avviene nel silenzio della compassione: mentre accorrono da Giovanni uomini e donne per deporre il peso dei propri peccati, Gesù è lì, tra loro, ignoto ancora, ma già efficace.

 Vi è silenzio anche tra lui e Giovanni. Marco annota semplicemente: “Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni” (v. 9). Nessuna parola di schernimento da parte del Battista o di dichiarazione della sua inferiorità. Tutto avviene in una naturalezza che poco più tardi sembrerà irriverente, e suggerirà l’aggiunta di parole. Qui vi sono invece solo due uomini, Giovanni e Gesù, che s’incontrano, obbedendo ciascuno alla propria vocazione e i cui gesti sono talmente eloquenti da non avere bisogno di parole. La tradizione iconografica, soprattutto bizantina, ce ne consegna un’esegesi eloquente: Gesù immerso nell'acqua e Giovanni curvato su di lui.

 Sigillo a tutto questo è la parola che scende dall’alto. Mentre Gesù risale da quell’abbassamento, dall’alto gli vengono incontro lo Spirito e la voce del Padre: “E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: ‘Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento’” (v. 10-11). Si tratta di un momento teofanico, di rivelazione divina. Marco infatti dice che il cielo “si squarciò”, impiegando lo stesso verbo che riutilizzerà al momento della morte di Gesù per dire che “il velo del tempio si squarciò” (Mc 15,38).

 Ma è anche un momento di investitura messianica, come suggerisce l’eco dei testi scritturistici che si ode in questa scena: alcuni passi di Isaia che parlano della discesa dello Spirito sul Messia o sul Profeta servo del Signore (cf. Is 11,2 e 61,1); il Salmo secondo, dove si parla del Figlio generato da Dio (cf. Sal 2,7); e in modo ancora più significativo Is 42,1 dove abbiamo una sintesi delle due prospettive: “Ecco il mio servo (termine che nel greco della LXX è tradotto con páis, che significa anche “figlio”) che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui”.

 La voce dal cielo riconosce e presenta l’uomo Gesù di Nazaret come il Figlio amato, in cui risiede il compiacimento divino, vale a dire una perfetta corrispondenza di sentire. Ed è significativo che questo avvenga proprio mentre Gesù si fa solidale con i peccatori. Nel momento in cui riemerge dalle acque, proprio lì, egli è riconosciuto come Figlio ed è visitato dallo Spirito Santo. Il Messia riceve la sua investitura non attorniato da una corte regale, ma tra folle di peccatori. L'instaurazione del regno messianico inizia con questa discesa che si fa silenziosa condivisione.

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domenica 8 gennaio 2023

IL MIO FIGLIO DILETTO

-Battesimo 
del 
Signore-

 Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. E una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

 Commento di p. Ermes Ronchi

Tramonto a Patmos, l’isola dell’Apocalisse. Stavamo seduti davanti al fondale magico delle isole dell’Egeo, in contemplazione silenziosa del sole che calava nel mare, un monaco sapiente e io. Il monaco ruppe il silenzio e mi disse: lo sai che i padri antichi chiamavano questo mare «il battistero del sole»? Ogni sera il sole scende, si immerge nel grande bacile del mare come in un rito battesimale; poi il mattino riemerge dalle stesse acque, come un bambino che nasce, come un battezzato che esce. Indimenticabile per me quella parabola che dipingeva il significato del verbo battezzare: immergere, sommergere. Io sommerso in Dio e Dio immerso in me; io nella sua vita, Lui nella mia vita. Siamo intrisi di Dio, dentro Dio come dentro l’aria che respiriamo, dentro la luce che bacia gli occhi; immersi in una sorgente che non verrà mai meno, avvolti da una forza di genesi che è Dio. E questo è accaduto non solo nel rito di quel giorno lontano, con le poche gocce d’acqua, ma accade ogni giorno nel nostro battesimo esistenziale, perenne, in-finito: «siamo immersi in un oceano d’amore e non ce ne rendiamo conto» (G. Vannucci).

La scena del battesimo di Gesù al Giordano ha come centro ciò che accade subito dopo: il cielo si apre, si fessura, si strappa sotto l’urgenza di Dio e l’impazienza di Adamo. Quel cielo che non è vuoto né muto. Ne escono parole supreme, tra le più alte che potrai mai ascoltare su di te: tu sei mio figlio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento. Parole che ardono e bruciano: figlio, amore, gioia. Che spiegano tutto il vangelo. Figlio, forse la parola più potente del vocabolario umano, che fa compiere miracoli al cuore. Amato, senza merito, senza se e senza ma. E leggermi nella tenerezza dei suoi occhi, nella eccedenza delle sue parole. Gioia, e puoi intuire l’esultanza dei cieli, un Dio esperto in feste per ogni figlio che vive, che cerca, che parte, che torna.

Nella prima lettura Isaia offre una delle pagine più consolanti di tutta la Bibbia: non griderà, non spezzerà il bastone incrinato, non spegnerà lo stoppino dalla fiamma smorta. Non griderà, perché se la voce di Dio suona aspra o impositiva o stridula, non è la sua voce. Alla verità basta un sussurro. Non spezzerà: non finirà di rompere ciò che è sul punto di spezzarsi; la sua mania è prendersi cura, fasciando ogni ferita con bende di luce. Non spegnerà lo stoppino fumigante, a lui basta un po’ di fumo, lo circonda di attenzioni, lo lavora, fino a che ne fa sgorgare di nuovo la fiamma. “La vita xe fiama” (B. Marin) e Dio non la castiga quando è smorta, ma la custodisce e la protegge fra le sue mani di artista della luce e del fuoco. (Letture:

 Isaia 42,1-4.6-7; Salmo 28; Atti degli Apostoli 10,34-38; Matteo 3,13-17)

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mercoledì 12 gennaio 2022

TESTIMONIARE, NON ESIBIRE


 LA VERA IDENTITÀ CRISTIANA

 SI RICEVE E VIVE, 

NON SI ESIBISCE

 

L’identità cristiana ha un nome che è un fondamento: il Battesimo. «Vengono oggi a ricevere l’identità cristiana. I vostri figli riceveranno oggi l’identità cristiana. E voi dovete custodire questa identità». In occasione della festa del Battesimo del Signore, domenica scorsa 9 gennaio, papa Francesco battezzando alcuni bambini nella Sistina è tornato a mettere nuovamente l’accento su una realtà centrale: l’identità cristiana. E lo ha fatto evidenziando però, come già altre volte, anche un verbo che la definisce: il verbo 'ricevere'. Perché, come spiegava bene in un’omelia del 26 settembre 2014, quando si parla di 'vera' identità cristiana «non si deve cadere nella tentazione di credere che essere cristiani è un merito, è un cammino spirituale di perfezione: no, non è un merito, è pura grazia. Semplicemente questo». Per il Papa, dunque, secondo la dinamica dell’incarnazione insegnata dal Catechismo, ripartire dall’identità cristiana vuol dire fare memoria di questa grazia e riconoscere ciò che la realtà di un simile dono significa. Custodire questa realtà vuol dire, così, anche crescere nella strada indicata da Cristo nel Vangelo, quella che lo stesso papa Francesco ha indicato più volte per condurre una vita cristiana, anzi, proprio come vera «carta d’identità del cristiano»: è la via delle Beatitudini, che vanno «controcorrente» rispetto alla mentalità del mondo, e di quel «protocollo del giudizio finale che si trova al capitolo 25 del Vangelo di Matteo». Questa è la grazia del Battesimo e la vita di grazia che da essa scaturisce.

Per questa sua propria natura, pertanto, l’identità cristiana non dispone di un unico modello culturale. Come aveva riconosciuto san Giovanni Paolo II, «restando pienamente se stesso, nella totale fedeltà all’annuncio evangelico e alla tradizione ecclesiale, il cristianesimo porterà anche il volto delle tante culture e dei tanti popoli in cui è accolto e radicato». Così la Chiesa, assumendo i valori delle differenti culture, diventa « sponsa ornata monilibus sui », quella sposa che si adorna con i suoi propri gioielli ci cui parla il profeta Isaia.

Ma se è vero che alcune culture sono state strettamente legate alla predicazione del Vangelo e allo sviluppo di un pensiero cristiano, nel tempo che stiamo vivendo diventa ancora più urgente tener presente che il messaggio cristiano non si identifica con nessuna cultura e che bisogna liberarsi da certe vanitose sacralizzazioni della propria. L’identità cristiana è imparagonabile a tutte le altre identità, politiche o culturali. E quando queste identità cercano di appropriarsi del tratto unico di gratuità dell’identità cristiana possono nascere le peggiori caricature del cristianesimo. La storia delle strumentalizzazioni del resto parla da sé. Gli identitarismi stravolgono questa natura. L’identitarismo stravolge il Vangelo. Al pari del proselitismo, è una visione incompatibile con la fede. Al contrario, proprio riconoscere e fare memoria delle sorgenti della vera identità cristiana fa sfuggire dalle morse

ideologiche degli identitarismi e degli antiidentitarisimi oggi in voga, che hanno preso il nome di cancel culture (cultura della rimozione). Identitarismi e cancel culture non sono che il dritto e il rovescio della stessa medaglia. Nel suo consueto incontro d’inizio d’anno con il Corpo diplomatico, ieri, papa Francesco ne ha nuovamente parlato: «Come ho avuto modo di affermare in altre occasioni, ritengo che si tratti di una forma di colonizzazione ideologica, che non lascia spazio alla libertà di espressione e che oggi assume sempre più la forma di quella ' cancel culture' che invade tanti ambiti e istituzioni pubbliche ». L’ideologia più subdola, che in nome della protezione delle diversità finisce per cancellare il senso di ogni identità. Per il Papa si va così elaborando un pensiero unico costretto a rinnegare la storia, o peggio ancora a riscriverla in base a categorie contemporanee, mentre ogni situazione storica «va interpretata secondo l’ermeneutica dell’epoca». L’aveva ricordato anche nella conferenza stampa sul volo di ritorno dal recente viaggio a Cipro e in Grecia, dove aveva anche ripreso il rischio della «laicità annacquata». Proprio in questi tempi di recrudescenze ideologiche si fa così stringente la vera identità cristiana. La grazia del Battesimo è l’unica via.

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sabato 8 gennaio 2022

DIVENTA CIO' CHE SEI

 


Battesimo del Signore

Is 40,1-5.9-11/Tt 2,11-14; 3,4-7/

Lc 3,15-16.21-22

Commento al Vangelo - Paolo Curtaz

L’amato

 Il popolo è in attesa. Aspettano, desiderano, sperano. Perché speranza e desiderio fanno parte della nostra natura profonda. Insopprimibile anelito alla pienezza. Inesausta ricerca di senso che riempie le nostre pur logore giornate.

Attendono. Aspettano.

Una soluzione, una via d’uscita, un po’ di salute, di benessere, di amore, la fine della pandemia. (Tutti aspettiamo). E si chiedono, in cuor loro, se non sia il Battista la risposta, il Messia. Qualcuno che risolva. Che offra soluzioni. Che magicamente ci aiuti a superare i tanti lacci che ci impediscono di essere felici fino in fondo.

La folla non ha il coraggio di esplicitare quel pensiero, di dargli corpo. È il Battista a rispondere, il gigantesco Battista che potrebbe approfittare di quel desiderio, di quell’ansia sottaciuta. È onesto, tanto. Non si prende per Dio. Non gioca a fare il Messia. E parla usando toni forti, tipici del linguaggio profetico. Bastonate.

Viene uno più forte, più deciso, più intransigente. Nulla in confronto al rude battezzatore. E userà il fuoco per consumare le colpe, per annientare i reprobi. Si sbaglia, Giovanni, ma non lo sa. Sì, porterà il fuoco, il Messia. Ma non quello che punisce, bensì quello che accende l’abbondanza dell’amore e della consolazione. Porterà il fuoco travolgente della passione per Dio. Se la nostra vita è ricerca ossessiva del denaro, avvicinandoci al fuoco, bruceremo.

Se la nostra vita è arresa e lamentosa, come paglia, lo scarto del grano, bruceremo. Se la nostra vita è ricerca, cera che si stratifica, come candele, ci accenderemo.

Tutto il popolo

La comunità di Luca ha già ricevuto il battesimo, come noi. E l’evangelista, diversamente da Marco e Matteo, non racconta l’evento, lo da per acquisito. Descrivendo cosa sta facendo Gesù dopo avere ricevuto il battesimo, invita la sua comunità e il lettore ad imitarlo. Gesù riceve il battesimo insieme a tutto il popolo. Penitente con i penitenti. Povero con i poveri.

Quel suo primo gesto dice già tutto di lui. Del suo stile. Della salvezza che è venuto a portare. Gesù prega, dopo avere ricevuto il battesimo. Il primo di una lunga serie di momenti di preghiera. Non per insegnarci ad imitarlo, ma a farci comprendere che solo nella sosta prolungata e silenziosa davanti a Dio possiamo davvero far fiorire il germe di eternità messoci nel cuore.

La preghiera è l’ambiente privilegiato in cui far crescere ciò che siamo in profondità. E i cieli si aprono. Quei cieli che Israele percepiva chiusi ed ostici come se Dio, offeso o rassegnato dalla durezza di cuore del popolo, avesse gettato la spugna. Lunghi secoli senza profezia, senza indicazioni, senza parole provenienti direttamente da Dio.

Ora si aprono i cieli, e scende una colomba che cerca il suo nido: Gesù. È lui il luogo dove abita la pienezza dello Spirito Santo. Lui il luogo della sua dimora. È il figlio che in tutto imita il Padre, il prediletto, come Isacco per Giacobbe, colui che dona gioia al Padre. E noi con lui, figli nel Figlio, concittadini dei santi e famigliari di Dio (Ef 2,19).

In esilio

Sono passati quarant’anni dalla deportazione in Babilonia. Dio suscita un profeta, un grande profeta, discepolo del profeta Isaia. Guarda lontano, questo profeta. Molti, fra il popolo, hanno scordato Gerusalemme, si sono integrati, alcuni hanno addirittura fatto carriera presso i babilonesi. Non interessa nemmeno più, il ritorno. Come accade a noi, ormai integrati, assuefatti, rassegnati. Che subiamo il pensiero corrente che confonde compassione con buonismo, che ci insegna a fare i discepoli, che riduce l’evento della fede a scelta culturale o sociale, o politica. Rassegnati a procedere senza troppo scossoni.

E Isaia richiama loro e noi ad osare. A consolare. A tornare ad essere fiaccola, strada nuova verso Dio, anche se in mezzo al deserto che fisicamente divideva Babilonia da Gerusalemme, dimora dello Spirito, per tutti coloro che ancora vogliono sperare.

Perché la consolazione, la compassione, la grazia di Dio è apparsa, come scrive Paolo al suo fedele discepolo Tito. E come abbiamo celebrato in questi intensi giorni natalizi. Come abbiamo scoperto se, come i magoi, sappiamo inseguire la nostra curiosità.

Perciò viviamo in maniera diversa. Perché graziati, cioè abitati dalla compassione. Figli nel figlio, ci siamo scoperti amati e prediletti. Bene-amati. Non amati suscitando sensi di colpa, manipolando, ricattando, come siamo abituati a fare.

Un amore ridotto a sentimento impulsivo, a soddisfazione del nostro bisogno di essere al centro dell’attenzione. Amati bene. Con una libertà che rende liberi. Come solo Dio sa amare. Perché, in Cristo, ci sappiamo amati. E ci scopriamo capaci di amare con la sovrabbondanza dell’amore ricevuto.

Ireneo

Ireneo vescovo diceva: cristiano, diventa ciò che sei. Oggi siamo chiamati a fare memoria del momento in cui siamo stati innestati in Cristo. Scelta perlopiù inconsapevole e subita. Ma che possiamo fare nostra, oggi, giorno dopo giorno.

Diventare figli nel Figlio. Portatori di Spirito. Nutriti dalla Parola, nella preghiera, nella compassione. Non siamo il Messia, ma possiamo esserne abitati, avvinti, infiammati.

 Per vivere nella consolazione. E diventare consolazione.

Paolo Curtaz