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giovedì 22 gennaio 2026

L'OROLOGIO DEL CUORE

LA CURA COME VOCAZIONE CIVILE

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di MASSIMO IONDINI

In direzione ostinata e contraria rispetto all’uomo metropolitano d’oggi, che corre e non guarda. E quando guarda, non vede. Come il Bianconiglio di Alice condannato a sentirsi in ritardo. In ritardo sulla velocità del mondo dove è l’agenda (le cose da fare) a dettare tempi e modi. Questo è il sistema imperante nel mondo dei presunti sani. Di chi produce e, consumando, consente di produrre perché si consumi. Naturalmente in tutto questo meccanico ingranaggio sociale c’è anche l’intoppo, c’è chi non produce. Per un po’ di tempo o anche per sempre. È la tredicesima ora, che l’orologio non segna. Il tilt del sistema. Il fattore che interrompe il flusso.

L’anomalia, la patologia che irrompe e sconvolge l’ordine delle cose. È Enea che fuggendo da Troia in fiamme deve rallentare correndo il rischio di morire per prendere in braccio il padre Anchise infermo. È l’evangelico samaritano che interrompe il suo cammino e si ferma a soccorrere un ebreo ferito dai briganti per poi affidarlo alle cure di un oste che rimborserà. È il medico, è l’infermiere che lascia la festa e la fetta di panettone nel piatto e si precipita a Capodanno in ospedale per cercare di salvare i ragazzi che hanno bruciato la loro giovinezza a Crans-Montana. Ecco la tredicesima ora che solo l’imperfetto orologio del cuore può segnare, indicando il quadrante esatto del tempo autentico dell’uomo. Ed è in quell’atto fuori orario, fuori ordinanza, nel mettere in gioco se stessi, che l’illogico e folle moto dell’anima, la “passione”, incontra la sofferenza (comune radice semantica) e diventa “compassione”. Grazie alla relazione, che ci unisce in un comune sentire capace di scardinare in un colpo solo ogni logica utilitaristica e produttivistica.

Confermando il primato non soltanto morale ma anche reale e concreto del politico (la polis, la comunità) sull’economico o sul finanziario. È l’attenzione speciale e particolare al fragile, a ciò che si rompe, all’anello debole della catena umana, che connota radicalmente il grado di elevatezza etica e civile di una comunità che diventa in quanto tale anche autentica società. Tutto ciò, naturalmente, in una visione del tutto laica. 


Risulta così totalmente umano e universalmente condivisibile il messaggio di ieri di papa Leone per la XXXIV Giornata mondiale del malato che sarà celebrata come sempre l’11 febbraio, il giorno della prima apparizione della Madonna a Santa Bernadette Soubirous nella grotta di Massabielle, a Lourdes, nel1858. Un messaggio che marca il fondamentale connotato umano della solidarietà non soltanto come consapevole scelta di essere, ma anche come vocazione a essere. Si tratta insomma di rispondere sì anziché no al compito di essere umani. Non un atto eroico, ma semplicemente umano. A meno che questa realtà apparentemente disumanizzante non finisca col far sembrare eroico e sovrumano ciò che è soltanto normale. Così è stato per il mitologico Enea, così per l’evangelico samaritano e per medici e infermieri di Crans-Montana adesso o anni fa ai tempi del Covid. Tutto ciò grazie a un moto insito nell’uomo, la compassione. La capacità di esercitare e vivere l’umano sentire che ci accomuna e affratella. 

Forse è questa la risposta alla inesausta domanda sul perché ci sia il dolore. Non c’è logica, se non che la croce del ma-lato, la croce dello scartato, la croce dello sconfitto, nella sua spesso insopportabile pesantezza, può essere portata insieme a chi oggi la può sorreggere e domani sarà a sua volta aiutato. Ognuno può dunque ritrovarsi improvvisamente da sano a ma-lato, senonché soltanto una società sana saprà prendersi cura di chi soffre. E la compassione, da edificare ogni giorno, è la chiave d’oro per aprire il proprio cuore e liberarlo dalla mortale morsa dell’Ego. Un paziente esercizio che ognuno è chiamato a praticare nella silenziosa cameretta della propria coscienza. Prima di uscire di casa. Prima di farsi ingannare da vani luccichii di mode e illusioni. La cura è l’essenza del nostro esistere. Cura anzitutto di sé, perché ognuno di noi è l’unità di misura dell’altro. E un’unità di misura fine a se stessa non avrebbe senso.

www.avvenire.it

martedì 27 febbraio 2024

IL CIGNO, L'INFERMIERA, LO SPAZZINO

 


-         - di Alessandro D’Avenia


«Ho finito di leggere Ciò che inferno non è, ma nella mia vita ultimamente ho difficoltà a vedere, nell’inferno, ciò che inferno non è e questo è pericoloso per me, che sono mamma di tre figli. Non ho vissuto una vita ovattata, il contesto in cui sono cresciuta è equivalente al degrado del quartiere descritto nel libro, ma il sorriso e la speranza, che non mi sono mai mancati, ora invece, nelle brutture odierne, vacillano, facendomi pensare che forse non è stata la migliore delle idee mettere a questo mondo marcio i miei ancora ignari figli. Come ritrovare il coraggio e la “leggerezza attenta” di cercare il bello anche dove non sembra esserci?».

Questo messaggio ricevuto di recente mi ha costretto a chiedermi se esiste un metodo per trovare gioia dove non sembra che ci sia, se ci sia ancora la possibilità di scorgere un cigno in mezzo alla polvere e all’immondizia della città, come racconta Charles Baudelaire in una delle sue poesie più belle. Siamo sicuri che questo mondo sia così marcio o più marcio di quello di prima? E se invece di aspettare l’apparizione del cigno fossimo noi a poterlo far apparire? Esiste un metodo per sperare anche nella disperazione amplificata da una comunicazione che, drogata dai click, predilige la sovraesposizione del marcio e crea un effetto depressivo? Provo a rispondere con due storie vere in cui mi sono imbattuto di recente.

La prima è quella di Cicely Saunders, una ragazza londinese avviata agli studi di economia a Oxford, che, durante la Seconda Guerra mondiale, incapace di stare a guardare, si arruola come infermiera per curare i feriti che giungono dal fronte. Trova l’inferno: centinaia di coetanei che muoiono tra atroci sofferenze. Invece di scoraggiarsi di fronte all’impossibilità di salvarli, comincia a studiare la situazione e scopre che per lenire la sofferenza dei moribondi non bastano le cure fisiche, bisogna curare la loro disperazione. Farà di questo la ragione della sua esistenza: trovata la sua vera vocazione, comincerà a studiare medicina a 33 anni e aprirà nel 1967 il primo Hospice moderno, dove non si va a morire ma a vivere bene sino all’ultimo istante. Le cure palliative create dalla dottoressa Saunders sono oggi un punto di riferimento a livello mondiale per la cura dei malati terminali.

Ho conosciuto la storia grazie al recente romanzo di Emmanuel Exitu, intitolato Di cosa è fatta la speranza. È proprio in mezzo all’inferno che Saunders inventa il nuovo: «La speranza è il modo peggiore di affrontare la vita. Naturalmente se si escludono tutti gli altri, che sono molto peggio». La frase che apre il libro è paradossale quanto vera. La speranza non è una tecnica di suggestione per vedere le cose come non sono, anzi è la capacità di stare talmente dentro e di fronte al presente da innamorarsene. In questo senso la speranza «è il modo peggiore di affrontare la vita» perché è impegnativa, ma «tutti gli altri sono molto peggio» perché escludono la creatività e la libertà, l’azione da protagonisti. Cicely Saunders fu visionaria perché sperava, essere visionario non significa avere visioni ma prestare attenzione fino a scorgere il possibile dove tutti vedono l’impossibile.

Nel capitolo che dà il titolo al libro, l’autore elenca gli ingredienti della speranza, e sono tutte quelle cose e persone che i malati terminali hanno care e che il personale dell’hospice procura loro: da un whisky con ghiaccio tritato a un cucciolo d’elefante, perché «la speranza è fatta di cose che hanno bisogno di qualcuno che le faccia accadere». Quindi il mio primo consiglio è essere una di quelle persone che le fanno accadere, essere visionari nel qui e ora. Altrimenti ci si consegna alla disperazione che è proprio ciò che impedisce di vedere. Se Saunders avesse pensato: prima, a casa, «ho i miei studi che m’importa di chi muore in guerra», e dopo, in corsia, «tanto è tutto inutile» non avrebbe inventato le pratiche che oggi rendono umana anche la morte inevitabile (la morfina veniva data solo su richiesta; i parenti non erano coinvolti e aiutati ad affrontare il lutto...).

La seconda storia vera è narrata dal protagonista, Michel Simonet: spazzino per vocazione. Ogni mattina, all’alba, da trent’anni, mette una rosa fresca sul suo carretto come un vessillo: è felice di rendere bella la sua città, portare a casa ciò che serve alla famiglia e far vivere meglio i suoi concittadini. Trova il bello anche in mezzo alla sporcizia, fosse anche solo la strada pulita dopo il suo passaggio. Il suo diario di strada fa vedere come ciò che conta nella vita non è innanzitutto il lavoro che si fa, ma perché e per chi lo si fa. Così la sporcizia diventa occasione di quotidiane scoperte e relazioni. Per Simonet la strada è il luogo in cui far accadere la speranza: fatto con e per amore il suo lavoro diventa ricco di possibilità inattese (anche diventare scrittore) e non prigione da cui fuggire.

Allora la seconda cosa che suggerirei è continuare a mettere al mondo e sempre di più i tre figli, proprio in un mondo marcio (quando il mondo non lo è stato? Però oggi il marcio ci viene sbattuto in faccia con più frequenza da quella che è una vera e propria infodemia). E poiché i figli si mettono al mondo in due, sono quei due che continueranno a metterli al mondo. Noi siamo le relazioni in cui siamo cresciuti. Dall’amore dei genitori e di chi lo educa dipende la fiducia con cui un bambino guarda la realtà, dalla cura che gli viene data dipende il suo sistema immunitario non solo fisico, ma anche psichico, che è la speranza, cioè saper stare nel presente senza soccombere (abbiamo bisogno di ricevere più amore di quanto male ci arriva) e senza fuggire (la tecnologia oggi offre un comodo altrove in cui rifugiarsi).

 Quei figli non vanno difesi dal mondo, perché saranno loro a portare nel mondo un mondo nuovo, che hanno sperimentato a casa. A noi non è chiesto di salvare il mondo ma lo spazio in cui ci muoviamo, come narra Simonet: «Non sono mai le meraviglie a mancare, ma la capacità di meravigliarsi attraverso tutti i sensi, che invece possono appagare con ben poca spesa. La strada ci rende semplici. Abbiamo la capienza di un ditale o di una cisterna? Ciò che conta è la pienezza» (M.Simonet, Lo spazzino e la rosa). Non importa quanto il mondo sia sporco, ma quanto siamo amati e amiamo. Parola di spazzino.

Alzogliocchiversoilcielo-Corriere della Sera

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