che
funzionano
di Marco Erba*
La polarizzazione del dibattito pubblico rende sempre più urgente educare al confronto civile e ragionato.
Il dialogo faccia a
faccia permette ai ragazzi di osservare le reazioni che le loro idee suscitano
negli altri / Icp
La polarizzazione estrema
del dibattito pubblico ogni volta che si discute di un tema sensibile è ormai
evidentissima a chiunque. Quando c’è in gioco qualcosa che accende le emozioni
o che tira in ballo valori considerati da qualcuno assoluti, la tendenza è
correre a schierarsi, urlare molti slogan e fermarsi poco ad approfondire. È
naturale che sia così nei nostri tempi di comunicazione frenetica. Per
comunicare in modo incisivo servono poche parole dirette, non lunghi discorsi
noiosi. Per fare hype, funzionano molto di più le posizioni radicali. Per
informarsi, un prompt sulla IA ci illude di poter sostituire la lettura
profonda o uno studio che dura nel tempo. È sempre più diffusa l’abitudine a
dare in pasto all’IA manuali di studio, perché fornisca sintesi di concetti
chiave, bigini digitali omogeneizzati: si tratta di scorciatoie magari
efficaci, magari in alcuni casi anche utili, ma che non possono sostituire la
fatica della frequenza con un testo, con il pensiero dell’autore, con le parole
che sceglie per condividerlo.
In questo contesto,
insegnare a discutere in classe è più che mai urgente. A scuola uno studente
può confrontarsi faccia a faccia con altre persone, osservando le reazioni che
le sue idee suscitano. Le frasi fatte non bastano, serve argomentare in modo stringente.
Gli slogan di pancia lasciano in tempo che trovano, perché vengono facilmente
smontati. A scuola si è costretti al dialogo in presenza, non basta un monologo
di fronte a una telecamera. In quali altri luoghi e tempi della vita gli
studenti hanno la possibilità di affrontare un dibattito così? Non in molti,
credo. Da anni amo discutere su temi anche caldi e divisivi con i miei
studenti, dando alcune regole fondamentali.
La prima: il rispetto
della dignità altrui e della realtà dei fatti. Sembra una
regola scontata, ma, in tempi in cui anche le idiozie o gli insulti vengono
spacciati per libertà di opinione, non lo è. Il razzismo, l’omofobia, le forme
di discriminazione, il becero pregiudizio e tutto ciò che calpesta l’altrui
identità non sono opinioni, sono vomito e non hanno diritto di cittadinanza in
un dibattito democratico. Così come non hanno diritto di cittadinanza in un
dibattito le posizioni palesemente inventate: dire che la terra è piatta, che
il mondo è governato da rettiliani e che gli elefanti volano non è libertà di
espressione, è la sceneggiatura di un libro fantasy, o forse solo un’idiozia.
Massima libertà di parola, dunque, e accettazione di ogni opinione, anche
urticante o provocatoria, purché basata sulla realtà e rispettosa del prossimo.
La seconda regola: ogni
opinione deve essere argomentata, motivata, dimostrata, o almeno bisogna
provarci. Cartellino rosso dunque per “a me una volta è
capitato che…”, “si è sempre fatto così”, “la mia personale percezione è che…”.
Condividere un’esperienza individuale è certamente prezioso, farne un assoluto
è del tutto fuorviante. Terza regola: il rispetto reciproco. Si parla uno per
volta, si ascolta davvero ciò che l’altro dice, si entra nel merito di ciò che
afferma. Nessuna opinione motivata e rispettosa è di serie B, ogni
atteggiamento di superiorità morale è bandito. Quarta regola: cambiare opinione
o averne una sfumata, o ritrovarsi alla fine con più domande che risposte, non
è segno di debolezza, è segno di maturità. Questo non significa che su alcuni
temi decisivi non ci si debba schierare o che non vi debbano essere certezze,
ma significa riconoscere che la realtà è complessa: non è bianca o nera, ha
mille sfumature di grigio. Per questo tenere aperte molte domande è una
ricchezza: le domande schiudono il cammino, spingono ad approfondire, aumentano
la curiosità.
Qualche mese fa, proprio
nel pieno della polemica, assai strumentalizzata anche dalla politica, ho
provato con queste poche regole a discutere in due classi del liceo delle
scienze umane sul caso della famiglia del bosco. Una scelta didattica: dato che
il dibattito ha coinvolto i servizi sociali e i giudici e sono emerse questioni
decisive di tipo educativo, mi sembrava doveroso un confronto con persone che
studiano per occuparsi di questi temi a livello professionale. Ho assistito a
un dibattito ricco e rispettoso, lontanissimo dalle risse social e dalle
semplificazioni gridate a squarciagola. Pur nella differenza delle posizioni,
abbiamo tentato una sintesi finale, su cui tutti potessero concordare.
Ne sono emersi sette punti chiave.
Primo: ogni genitore ha
diritto di educare i figli secondo le proprie convinzioni e
proponendo, non imponendo, i valori e lo stile di vita in cui crede. Non esiste
infatti educazione neutra e valida per tutti: educare non è una formula
matematica. Chi educa testimonia inevitabilmente dei valori e propone degli
stili di vita.
Secondo: dire che i figli
appartengono ai genitori e non allo Stato è una forzatura.
I figli appartengono a sé stessi e uno Stato civile ha il dovere di intervenire
qualora i genitori non garantiscano ai figli la possibilità di crescere in
condizioni sicure, in modo che sia tutelata la loro salute psicofisica.
Terzo: i servizi sociali svolgono un
servizio prezioso; sono alleati delle famiglie, non nemici. I servizi
sociali esistono per affiancare i genitori, per supportarli, per permettere ai
bambini di crescere in condizioni adeguate. Lo stesso vale per i giudici: non
sono certo mostri che allontanano i bambini a cuor leggero; gli allontanamenti,
di norma, avvengono dopo che si sono tentate tutte le strade possibili e sono
l’extrema ratio.
Quarto: non si dovrebbe
mediatizzare ed enfatizzare un caso così sensibile.
Il rischio è creare tifoserie che da una parte non rispettano le difficoltà e
il dolore di una famiglia e dei suoi bambini e dall’altra demonizzano giudici,
educatori e servizi sociali, in una spirale di sospetto e sfiducia verso le
istituzioni molto molto pericolosa.
Quinto: per giudicare un
caso del genere bisogna aver letto tutti gli atti dall’inizio alla fine;
per questo, per fortuna, a decidere di questioni così delicate sono persone che
ci lavorano per mesi, non leoni da tastiera che hanno sentito due minuti di
notizia al telegiornale o hanno letto un post e pretendono perciò di avere la
verità in tasca. “La quasi totalità delle persone che si stanno indignando in
un senso o nell’altro, non hanno gli elementi per poter giudicare” ha detto una
studentessa, con l’approvazione di tutti i compagni.
Sesto: il benaltrismo
rischia di inquinare ogni discussione ed è sempre dannoso.
Il benaltrismo introduce un elemento non coerente con il tema di cui si sta
discutendo. È ovvio che ci sono altre situazioni problematiche, ma metterle in
campo non porta contributi alla discussione su questo tema e sposta il tiro,
creando confusione.
Settimo: è necessario
avere fiducia nelle istituzioni, che possono sbagliare,
ma non possono essere screditate nel complesso. Le persone delle istituzioni
non sono infallibili e chi sbaglia deve pagare, ma sindacare su ogni cosa senza
avere gli elementi e diffondere sfiducia è socialmente devastante. L’atteggiamento
di base nei confronti di chi serve lo Stato deve essere di apertura e di
fiducia, o il nostro vivere insieme rischia di vedere minate le proprie
fondamenta. Al termine del dibattito ho ringraziato i miei allievi di
quattordici e quindici anni perché mi hanno confermato, col loro confronto
civile e ragionevole, che c’è speranza per il futuro e che farsi domande,
ragionando più col cervello e col cuore e meno con la pancia, è sempre un dono.
Ovviamente non siamo
giunti a una conclusione univoca su questo singolo caso, ma questo è un
ulteriore elemento di ricchezza.
*Insegnante e scrittore
www.avvenire.it
