VATICAN NEWS

▼

giovedì 15 ottobre 2026

POVERTA' EDUCATIVA

 


Mentre 

noi discutiamo

 sulle parole,


 i ragazzi

 perdono il futuro


Nel confronto in atto sul tema della povertà educativa, nella trentennale esperienza del Centro Tau di Palermo c’è un punto fermo: la vera povertà educativa è innanzitutto la riduzione delle possibilità e degli orizzonti di vita. Per contrastarla occorre costruire processi capaci di generare futuro. Ecco perché dovremmo provare a rilevare la povertà educativa non solo attraverso ciò che manca ai ragazzi, ma attraverso la densità educativa di una comunità

di Francesco Di Giovanni

Negli ultimi mesi il tema della povertà educativa è tornato al centro del dibattito pubblico, evidenziando una questione fondamentale: le opportunità educative non possono essere separate dalle condizioni economiche e sociali dei territori. Il recente confronto sulle pagine di Domani tra Cristiano Corsini (Le insidie della povertà “educativa”, un aggettivo che deresponsabilizza, 24 maggio 2026) e Giulio Cederna (In difesa del concetto di “povertà educativa”: l’alleanza necessaria contro le disuguaglianze, 16 settembre 2026) sul tema della povertà educativa mi ha riportato a una frase ascoltata oltre dieci anni fa da una ragazza del Centro Tau di Palermo. Una frase che, ancora oggi, continua a descrivere la realtà di molti adolescenti dei quartieri popolari della città e ad interrogare il nostro lavoro educativo.

Lo spazio che manca

Giulio Cederna, con il quale ho avuto il piacere di collaborare alla realizzazione delle diverse edizioni dell’Atlante dell’Infanzia di Save the Children, la riportata nel suo articolo. A dirla fu una “ragazzina” del Centro Tau, intervistata da Giulio nel 2014: «Oggi quello che manca di più nella nostra realtà è lo spazio. Uno spazio fisico ma anche mentale, che significa possibilità, futuro e speranza». A distanza di oltre dieci anni quella frase continua a descrivere con straordinaria precisione la realtà di molti adolescenti che vivono in contesti di “povertà economica e educativa”.

Lo spazio fisico siamo riusciti a costruirlo, abbiamo tanti spazi a disposizione dei bambini e dei ragazzi del nostro territorio, abbiamo creato luoghi di incontro, di relazione, di apprendimento e di partecipazione, ma la grande sfida quotidiana è un’altra: è creare uno spazio mentale, relazionale e affettivo dentro cui i ragazzi possano immaginare il proprio futuro. Ma nel nostro territorio la povertà educativa continua a manifestarsi anzitutto come riduzione degli orizzonti di possibilità.

Molti adolescenti crescono in contesti segnati dalla precarietà economica, dalla fragilità dei servizi, dalla debolezza delle opportunità culturali e lavorative. Non si tratta soltanto di mancanza di reddito. Si tratta di una progressiva riduzione della capacità di immaginare alternative. È quella che, all’interno delle riflessioni sviluppate dal Centro Tau, abbiamo definito come una vera e propria “deriva della sopravvivenza”: una condizione nella quale il presente assorbe ogni energia e rende difficile pensarsi dentro un progetto di vita.

La povertà educativa diventa davvero pericolosa quando convince un ragazzo che il suo destino sia già stabilito, interiorizza l’idea di essere incapace, non riesce più a vedere il proprio futuro

La vera povertà che incontriamo quotidianamente non è soltanto la mancanza di risorse economiche: è la mancanza di possibilità. Quando un ragazzo smette di immaginare il proprio futuro, la povertà economica e quella educativa iniziano ad alimentarsi reciprocamente. La povertà educativa è innanzitutto una riduzione delle possibilità e degli orizzonti di vita, e si contrasta costruendo processi capaci di generare futuro.

Il dibattito sulla povertà educativa

La discussione proposta da Corsini e Cederna è importante perché evidenzia due aspetti complementari. Corsini ci ricorda una verità fondamentale: non possiamo sostituire le politiche pubbliche con i progetti educativi. Senza lavoro, casa, servizi, mobilità, welfare e scuole di qualità le disuguaglianze continueranno a riprodursi. Cederna, allo stesso tempo, evidenzia come esistano territori in cui vengono negate opportunità educative fondamentali: luoghi senza spazi culturali, senza occasioni di partecipazione, senza contesti capaci di alimentare crescita e cittadinanza.

L’esperienza del Centro Tau ci suggerisce che non bisogna scegliere tra queste due prospettive in quanto la povertà educativa non è una categoria separata dalla povertà economica. La povertà educativa è il modo attraverso il quale le disuguaglianze economiche, sociali, culturali e territoriali entrano nella vita quotidiana dei bambini e degli adolescenti. Per questo il problema non è scegliere tra welfare e educazione, ma costruire comunità educanti territoriali capaci di affrontare entrambe le dimensioni. Ecco perché dovremmo provare a rilevare la povertà educativa non solo attraverso ciò che manca ai ragazzi, ma attraverso le possibilità che una comunità riesce a generare e integrare.

Il problema non è scegliere tra welfare e educazione, ma costruire comunità educanti territoriali capaci di affrontare entrambe le dimensioni

Uno “sguardo” dal Centro Tau

Sul territorio in cui operiamo, la zona Cipressi Ingastone e Danisinni di Palermo, osserviamo ogni giorno che la dispersione scolastica raramente nasce solo da una difficoltà di apprendimento. Dietro un abbandono troviamo spesso fragilità familiari, povertà economica, assenza di servizi, esperienze di esclusione e mancanza di prospettive. Così come dietro a ogni persona che incontriamo, piccola o grande, uomo o donna, troviamo anche il bisogno di relazioni significative, di appartenenza, di fiducia e di riconoscimento. Per questo il Centro Tau nel tempo ha cercato di caratterizzarsi non solo come un servizio educativo, ma come una infrastruttura educativa, sociale e culturale territoriale, un luogo che costruisce legami, fiducia, cittadinanza e opportunità, un pezzo di città che prova ogni giorno a generare altra città.

Fin dall’inizio della nostra esperienza abbiamo compreso che la povertà educativa si manifesta soprattutto nei passaggi mancati: tra scuola e vita, tra l’adolescenza e l’età adulta, tra formazione e lavoro, tra periferia e città. Per questo il nostro lavoro consiste nell’abitare queste soglie, accompagnando i giovani nei momenti in cui il rischio di perdersi è maggiore. Se dovessi sintetizzare in una sola frase il principio pedagogico che orienta l’esperienza del Centro Tau utilizzerei questa: “siccome nessun destino è già scritto, proviamo a scriverlo nella bellezza”.

Se dovessi sintetizzare in una sola frase il principio pedagogico che orienta l’esperienza del Centro Tau utilizzerei questa: “siccome nessun destino è già scritto, proviamo a scriverlo nella bellezza”

La povertà educativa diventa davvero pericolosa quando convince un ragazzo che il suo destino sia già stabilito, quando interiorizza l’idea di essere incapace, quando smette di attribuirsi talenti, quando non riesce più a vedere il proprio futuro. In questo contesto la nostra azione educativa nasce dalla convinzione opposta: ogni persona possiede risorse, capacità e potenzialità che attendono di essere riconosciute, coltivate e valorizzate. Educare per noi significa allora costruire contesti nei quali un giovane possa tornare a credere nelle proprie possibilità prima ancora che nelle proprie competenze.

L’IeFP come diritto al Futuro

Quando oltre la metà dei ragazzi di alcuni quartieri rischia di interrompere il proprio percorso formativo, offrire un percorso di Istruzione e Formazione Professionale – IeFP, non significa soltanto “aprire” un corso, significa riaprire per molti giovani il diritto al futuro. Non siamo più davanti a una difficoltà individuale. Siamo davanti a una questione sociale, educativa e democratica. Il problema non riguarda soltanto la scuola. Riguarda il modello di sviluppo del territorio, la qualità delle opportunità offerte ai giovani, la capacità delle istituzioni di generare fiducia nel futuro. È in questo contesto che abbiamo scelto di avviare i percorsi IeFP del Centro Tau: non come alternativa di serie B alla scuola, ma come un investimento sulla possibilità che ogni ragazzo possa trovare una strada per diventare cittadino, lavoratore e protagonista della propria comunità.

La dispersione scolastica e formativa rappresenta una delle manifestazioni più evidenti della povertà educativa. Ci siamo interrogati su come rispondere a questa sfida rileggendo il pensiero e l’esperienza di Don Milani e mettendo in conto le difficoltà. Grandi rischi e possibili grandi vantaggi, molti vincoli, tante opportunità. Per questo la IeFP non è stata pensata come una semplice alternativa scolastica, ma come una proposta educativa integrale. Non lavoriamo soltanto per portare un ragazzo alla qualifica professionale. Lavoriamo affinché possa riscoprire fiducia, appartenenza, desiderio, autonomia e capacità progettuale. La nostra scelta è stata quella di valorizzare l’esperienza IeFP come percorso di cittadinanza, spazio di apprendimento e relazione, un’esperienza di orientamento permanente, un laboratorio di autonomia, una concreta opportunità di futuro, un vero intervento di contrasto alla povertà educativa. Un pezzo significativo del processo che definiamo Comunità Educante al Lavoro, di una comunità che non si limita a osservare i problemi dei giovani, ma si mobilita per costruire risposte: una comunità che mette insieme famiglie, scuole, imprese, università, terzo settore e istituzioni. Una comunità che considera il lavoro non soltanto come occupazione, ma come esperienza di dignità, libertà e partecipazione.

Costruire territori educativi

Forse oggi dovremmo parlare meno di povertà educativa come categoria astratta e più di densità educativa dei territori. La verità è che le politiche pubbliche appaiono spesso frammentate. I servizi intervengono separatamente. La scuola agisce da sola. Il terzo settore agisce da solo. I servizi sociali agiscono da soli. Mancano visioni comuni, processi condivisi e strategie integrate. Le comunità educanti possono rappresentare una risposta importante, ma non possono sostituire la responsabilità pubblica, servono politiche capaci di garantire contemporaneamente diritti sociali fondamentali, scuole di qualità, opportunità culturali diffuse, servizi educativi permanenti, percorsi di formazione e lavoro integrati ai percorsi di crescita, alleanze strutturate tra istituzioni e territorio.

Forse oggi dovremmo parlare meno di povertà educativa come categoria astratta e più di densità educativa dei territori. La verità è che le politiche pubbliche appaiono spesso frammentate. Mancano visioni comuni, processi condivisi e strategie integrate.

Ma c’è anche un altro fattore che è necessario tenere in considerazione nell’affrontare il tema della povertà educativa: la crescente difficoltà nel reperire e mantenere operatori educativi, formatori, insegnanti, educatori professionali e figure di accompagnamento sociale disposti a lavorare nei contesti più fragili. Nei territori caratterizzati da elevate vulnerabilità sociali il lavoro educativo richiede competenze elevate, capacità di gestione della complessità, disponibilità a costruire relazioni significative nel lungo periodo e ad affrontare quotidianamente situazioni di conflitto, disagio e incertezza. Eppure, proprio questi contesti sono spesso quelli nei quali gli operatori lavorano in condizioni più precarie. Si interviene attraverso progetti a termine, finanziamenti discontinui, procedure amministrative complesse e tempi spesso incompatibili con i ritmi necessari alla costruzione di processi educativi efficaci. Si chiedono continuità, presenza e responsabilità, ma troppo frequentemente si offrono contratti instabili, retribuzioni non adeguate e poche opportunità di crescita professionale. La conseguenza è che la fragilità dei territori rischia di sommarsi alla fragilità dei servizi. Mentre chiediamo ai giovani di credere nel proprio futuro, facciamo fatica a garantire condizioni che consentano agli stessi operatori di progettare il proprio.

Anche questa è una questione educativa e sociale. Se vogliamo costruire comunità educanti capaci di contrastare realmente le disuguaglianze, dobbiamo investire non soltanto nelle strutture, nei progetti e nelle attività, ma anche nelle persone che rendono possibile il lavoro educativo. Servono percorsi stabili di formazione, strumenti adeguati, équipe multidisciplinari, supervisione professionale e condizioni lavorative che permettano agli operatori di esercitare il proprio ruolo con competenza, continuità e serenità.

 VITA

Immagine

Nessun commento:

Posta un commento