e
il bisogno
di
contare
per qualcuno
Gli scontri di Milano
impongono anche una riflessione sulle ragioni del disagio giovanile. «Sembra
che delle vetrine contino più di noi», ha detto un giovane intervistato. E in
quelle poche parole sta una questione educativa di queste giornate. Dietro la
violenza possono esserci il bisogno di appartenenza, l’esclusione sociale e la
ricerca di riconoscimento: il mattering. La risposta non può limitarsi alla
repressione: servono adulti presenti, educatori, spazi di aggregazione e una
giustizia minorile capace di coniugare responsabilità e reintegrazione
di Vanna Iori
Erano poco più che
bambini, 14, 15, 16 anni. Quasi nessuno aveva mai avuto a che fare con la
giustizia e molti erano nati e cresciuti qui. Davanti ai giudici pochissimi
hanno saputo dire perché fossero lì. Li aveva chiamati una chat, li aveva
attirati un video. Questo vuoto di parole mi interroga più di qualunque
slogan. Rivela una rabbia che non ha ancora trovato una forma e un’età in cui
il bisogno di esserci precede la capacità di spiegarlo.
Oltre la condanna, il
dovere di capire
La risposta che si va
delineando parla quasi soltanto la lingua dell’ordine pubblico: più militari,
pene esemplari, anche l’ipotesi di nuove carceri per minorenni. Chi ha
commesso reati deve risponderne, certo. Ma ridurre tutto alla repressione vuol
dire però rinunciare a capire quali risposte educative sono necessarie. E
una società che rinuncia a capire si prepara a rivedere le stesse scene in
un’altra piazza, con ragazzi ancora più giovani.
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mostrano come
La rabbia di chi si sente
escluso
Dietro quei cappucci ci
sono storie che chi lavora nelle periferie conosce bene. Sono famiglie che
contano ogni spesa e genitori che faticano anche per le cose più normali. C’è
il cognome che a scuola basta per sentirsi giudicati e un futuro vissuto come
minaccia. Un ragazzo intervistato in questi giorni ha detto una frase
significativa: “Sembra che delle vetrine contino più di noi”. In quelle poche
parole sta una questione educativa di queste giornate.
Leggi anche: Periferie, la povertà educativa non si batte con una volante
Nei miei studi sullo
spazio vissuto ho cercato di mostrare che i luoghi non sono mai contenitori
neutri. Li abitiamo con il corpo e con le emozioni e ci restituiscono
un’immagine di chi siamo e di quanto valiamo. Per un quattordicenne di
periferia, il centro della città è il posto dove si va la domenica pomeriggio.
È anche il posto dove ci si sente osservati appena si diventa visibili. Anche
la geografia dei bersagli dice qualcosa. Un tempo la rabbia colpiva banche e
palazzi del potere, questa volta ha colpito le scarpe, le felpe, i marchi
riconoscibili. Zygmunt Bauman parlava di consumatori esclusi. Sono
ragazzi a cui si insegna che si esiste attraverso ciò che si indossa e ai quali
poi viene negata la possibilità di indossarlo.
Sono poco più di 5
milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo
come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli
adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione,
della criminalizzazione, dell’aiuto. «Non ci vedete», dicono loro, prima ancora
che «non ci capite».
ADOLESCENTI, QUELLO CHE NON VEDIAMO
Il bisogno di
appartenenza e visibilità
L’adolescenza è l’età in
cui ci si costruisce sotto lo sguardo degli altri. Uno di questi ragazzi ha
raccontato di essere andato in piazza quasi per noia e di essersi sentito, una
volta lì, parte di qualcosa. Il gruppo offre ciò che la quotidianità nega:
un’appartenenza, un pubblico, un’esistenza finalmente visibile. Lo smartphone
che riprende la scena completa il meccanismo, perché esserci conta quanto
mostrare di esserci.
Quando sentirsi
invisibili diventa una ferita
È qui che torna utile un
concetto che considero decisivo per leggere il disagio giovanile, il mattering.
È il bisogno di sentirsi rilevanti, di sapere che la propria presenza conta per
qualcuno e che la propria assenza verrebbe notata. Quando la comunità non
restituisce questo riconoscimento, la visibilità viene presa con la forza,
anche a costo di distruggere con violenza. Chi ha detto ai giudici di essere
entrato in un negozio per “provare emozioni” ci consegna il segno di un
analfabetismo emotivo che non nasce in un fine settimana. Sono emozioni potenti
che non trovano parole, né adulti capaci di aiutare a nominarle e a contenerle.
Riconoscerlo non assolve nessuno. Indica un compito educativo.
Un concetto decisivo per
leggere il disagio giovanile di questi giorni è il mattering. È il
bisogno di sentirsi rilevanti, di sapere che la propria presenza conta per
qualcuno e che la propria assenza verrebbe notata. Quando la comunità non
restituisce questo riconoscimento, la visibilità viene presa con la forza
Ascolto e autorità
educativa, insieme
Fuori dalle questure, in
quelle ore, c’erano madri e padri smarriti, increduli di ritrovare lì i propri
figli. E anche questo smarrimento va ascoltato. Dice di adulti che vivono a
loro volta dentro un’incertezza strutturale, schiacciati dalla fatica quotidiana,
spesso smarriti e soli nel ruolo educativo. Qualcuno ha sostenuto che ai
ragazzi non serva ascolto ma una guida. Condivido la diagnosi sulla ritirata
degli adulti, non l’alternativa. L’autorità educativa, come ricorda la radice
di auctoritas, viene da augere, far crescere, e non si può far
crescere chi non si conosce. Una guida che non parte dall’ascolto diventa
controllo. Un limite imposto senza relazione resta un muro, e contro i muri gli
adolescenti si sono sempre lanciati
Più educazione, meno
solitudine
Ascoltare, in concreto,
richiede scelte precise. Servono educatori e pedagogisti presenti in modo
stabile nei quartieri e nelle scuole. Servono spazi di aggregazione dove un
ragazzo possa passare un pomeriggio senza dover consumare. Serve una scuola che
non venga percepita come un binario verso lavori malpagati. Va difesa anche una
giustizia minorile che resti fedele alla sua vocazione educativa, fatta di
responsabilizzazione e recupero, invece di scivolare verso il semplice
contenimento.
Un adulto disposto ad
ascoltare
Molti di loro potrebbero
tornare in piazza Duomo e troveranno soldati e transenne. Prima o poi dovranno
trovare anche un adulto disposto a chiedere loro come stanno e capace di
restare ad ascoltare la risposta. A pensarci bene, quell’adulto potrebbe essere
ciascuno di noi: un genitore, un insegnante, l’allenatore della squadra di
quartiere, il vicino che li incrocia ogni giorno sulle scale. Torniamo ad
ascoltare e a fare e farci le domande giuste.

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