Riflessione di don sulla liturgia della Parola nella XXX domenica del tempo ordinario (anno A)
Es 22,20-26; Sal 17/18; 1Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40
Gesù si ritrova spesso
sotto il fuoco incrociato dei suoi contestatori. I quali sono pure avversari
tra di loro, benché non disdegnino di allearsi pur di nuocere al Maestro di
Nazareth. Erodiani, sadducei, farisei, costituiscono fazioni contrapposte. Ma sono
accomunati dal timore che quel giovane Rabbi, estraneo a tutti i loro partiti e
a tutte le loro scuole di pensiero, possa sovvertire la situazione nella quale
si sono accomodati, facendo il gioco delle parti e tentando di trarre ognuno un
proprio massimo tornaconto, mentre il resto del popolo soffre sotto il tallone
dei romani, che hanno invaso le contrade di Palestina con i loro eserciti e,
più in radice, con la loro concezione idolatrica del potere.
Farisei ed erodiani, per
esempio, si evitano a vicenda, ma si coalizzano se c’è da dare addosso a Gesù.
Come nell’episodio narrato nella pagina evangelica di domenica scorsa, allorché
insieme essi gli pongono la questione delle tasse da versare o meno al fisco
imperiale. I seguaci dei farisei simulano disprezzo per gli impuri pagani, ma i
denari col conio di Cesare tintinnano nelle loro tasche, contagiandoli della
medesima impurità impersonata dall’imperatore. Gesù, in quel frangente, se ne
esce indenne smascherando la loro ipocrisia e spiazzandoli col prospettare al
problema politico un’inopinata soluzione teologica: «Rendete a Cesare quel che
è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Per Gesù non c’è da fare alcun inciucio
fra trono e altare, come invece hanno fatto tra di loro – alle sue spalle –
farisei ed erodiani. Ma neppure si deve presumere che la politica possa
togliere qualcosa al rapporto credente con Dio, giacché solo Dio è Dio e Cesare
è semplicemente un cesare. Una lezione fondamentale, che continua a valere
anche per noi oggi: la buona teologia può spiegare il senso autentico della
laicità molto meglio della politologia.
I sadducei, a loro volta,
scendono in campo sperando di cogliere in fallo Gesù proprio sul piano
teologico. Essi formano, in gran parte, la casta sacerdotale. Si guadagnano il
loro sostentamento amministrando le decime versate nelle casse del Tempio di Gerusalemme.
E ammiccando ai mercanti che fanno i loro affari dentro quel luogo sacro,
dimenticando di rispettarlo in quanto “casa” di Dio. Se i mercanti ne hanno
fatto un covo di ladri, i sacerdoti/sadducei glielo hanno permesso. Perché sono
estremamente realisti, impastoiati nella greve concretezza del vissuto
quotidiano. D’altronde sono loro che esercitano il potere giudiziario sul
popolo, anche loro sul filo del compromesso con gli occupanti romani. Tra di
loro ci sono quei giudici disonesti di cui ogni tanto Gesù parla nelle sue
parabole. Si comportano anche loro all’insegna del proprio tornaconto. E i
peggiori tra questi, sebbene esaltino pubblicamente i valori dello spirito,
nascostamente anelano ai piaceri della carne, magari continuando ad approfittare
di qualcuno che sia innocente come Susanna e meno accorto del profeta Daniele.
Per loro tutto è carne. E, si sa, la carne infine marcisce dentro la tomba.
Perciò reputano la risurrezione improbabile. E sul tema della risurrezione
disputano con Gesù. Il quale evidenzia la loro ignoranza biblica e teologica,
spiegando che la risurrezione dipende da Dio, il Vivente che vivifica, e non da
un qualche anticorpo umano alla morte. Nell’odierna pagina evangelica c’è l’eco
di quella disputa, nella quale Gesù «aveva chiuso la bocca ai sadducei», come
annota Matteo.
Anche i farisei sono
convinti che i sadducei siano ignoranti. Sorridono sotto i baffi per la batosta
che hanno preso. E pensano che solo loro possano con successo «mettere alla
prova» il Maestro venuto dalla Galilea. Uno di loro, un dottore della Legge, personalmente
– senza, cioè, stavolta affidarne l’incombenza a qualche suo sprovveduto
allievo –, sottopone Gesù a un vero e proprio esame di teologia.
La Legge è, per dirlo con
la corrispondente parola ebraica, la Toràh. E questa consiste nei primi
cinque rotoli delle Scritture dell’antico Israele: i primi cinque libri della
Bibbia, quelli che costituiscono – usando un termine greco – il cosiddetto
Pentateuco, vale a dire Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio. I
dottori della Legge, perciò, non erano dei giuristi. Erano dei biblisti e dei
teologi, benché nel giudaismo coevo a Gesù la loro riflessione si concentrasse
soprattutto sul senso dei comandamenti divini, cui il pio israelita doveva
attenersi fedelmente. Dunque, chiede al Maestro di Nazareth quello studioso
della Toràh, «nella Legge», ossia in quei primi cinque libri della
Bibbia, nei quali Jhwh Adonai si rivela pienamente, «qual è il grande
comandamento?». Gesù risponde: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo
cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il
grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo
prossimo come te stesso».
Egli, con questa
risposta, non solo supera brillantemente l’esame, ma impartisce pure una
magistrale lezione al suo esaminatore. Senza limitarsi a scegliere uno dei
dieci “comandamenti” scolpiti sulla pietra da Mosè tra le balze del Sinai e
riportati nel libro dell’Esodo, estende la ricerca agli altri libri del
Pentateuco, in particolare al Deuteronomio, da cui – sintetizzando lo Shemà
Israel – ricava «il grande e primo comandamento», e al Levitico, da cui
trae «il secondo e ugualmente importante» comandamento. Così intercetta quella
sovreccedenza di senso che sempre gli preme dischiudere: la Toràh – che
coincide con Dio stesso, col suo dirsi e darsi, col suo autocomunicarsi, col
suo rivelarsi – non solo è da osservare e da rispettare, ma anche da amare.
Anzi, la Toràh s’identifica con l’amore, dove l’amore è l’agàpe,
ovverosia l’amore peculiarissimo che definisce la natura di Dio. Difatti agapân
è la voce verbale adoperata in questo brano evangelico. E che era stata
adoperata già dai Settanta d’Alessandria quando nel III secolo a.C. avevano
tradotto dall’ebraico lo Shemà Israel. L’agàpe è l’amore autenticamente
e radicalmente relazionale, quello che induce innanzitutto Dio stesso a
mettersi in rapporto con gli esseri umani e che, di conseguenza, può e
dev’essere vissuto anche dagli esseri umani. Essi possono vivere di quell’amore
di vera e paritaria relazione solo se si mettono in reale rapporto con Dio. Ma
il loro rapporto con Dio – il totalmente Altro – si dimostra reale solo se
riverbera nel rapporto con gli altri, la cui alterità è ospitata da ciascuno
dentro di sé, custodita e apprezzata quanto e come il proprio “io”. Giacché ci
si rende conto d’assomigliare a Dio quando se ne scorge l’immagine nascosta in
ogni essere umano. La stessa identica immagine che ognuno di noi è. E che ci
rende prossimi gli uni con gli altri, avvicinandoci gli uni agli altri non meno
che a Dio.
Gesù, come aveva
insegnato già affermando di rendere a Cesare le monete impresse col suo conio e
di restituire a Dio ciò che porta intimamente la sua immagine, vale a dire la
persona umana in quanto tale, ribadisce qui che non c’è concorrenza tra il culto
di Dio e la promozione della vita umana. Anzi, queste due dimensioni sono
strettamente collegate. La dedizione religiosa a Dio e l’attenzione etica
all’uomo non sono alternative. Semmai si esigono a vicenda. L’autore della
prima lettera di Giovanni lo sottolineerà efficacemente, sempre adoperando il
verbo agapân: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può
amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama
Dio, ami anche suo fratello» (1Gv 4,20-21).
Del resto è nella vicenda
personale di Gesù che la dimensione verticale del rapporto con Dio interseca la
dimensione orizzontale del rapporto tra gli esseri umani. Non per niente, sotto
la croce del Golgota, tutto ciò apparirà chiaro persino agli occhi di un
pagano, quel centurione dalle cui labbra è accolta la prima professione di fede
cristologica: «Veramente quest’uomo era il Figlio di Dio» (Mc 15,39).

Nessun commento:
Posta un commento