IL GRANCHIO
Un famoso artista cinese
a cui il re chiese il disegno di un granchio disse di aver bisogno di cinque
anni.
Passato il lustro non aveva ancora iniziato e ne chiese altri cinque.
Allo scadere dei dieci prese il pennello e in un istante, con un solo gesto,
disegnò il granchio più bello che si fosse mai visto.
Così Italo Calvino chiude la sua lezione sulla «Rapidità», non
quella di chi offre soluzioni prive di attrito con il mondo ma di chi mette
anima e corpo nella perfezione del gesto.
Lo sa la scrittrice da
Pulitzer Donna Tartt che ha promesso cinque libri in 50 anni, uno ogni dieci, perché ogni
sostantivo abbia decennale sostanza.
Dieci, come le dita e il
voto, è numero-simbolo di compiutezza e perfezione: gli anni del ritorno di Ulisse, i comandamenti, i cieli del Paradiso di Dante la cui Commedia è fatta di
dieci per dieci canti, come le novelle del Decameron (dieci giorni per dieci giovani)
di Boccaccio…
Fuor di simbolo per far
qualcosa di eterno ci vuole un tempo, diverso per ciascuno, che sia però «tutto
il necessario» in termini di studio, esercizio, errori, fatica e gioia, perché
non ha consistenza fuori di noi ciò che non l’ha prima in noi.
La rapidità che non nasce
dall’incontro prolungato con le cose è solo fretta, come lo studio a scadenza,
il successo senza lavoro quotidiano, la risposta dell’IA.
La precipitazione decàde,
la dècade resta: per fare un libro, una canzone, una cena, una lezione, una
carezza… memorabili, ci vogliono «dieci» anni, cioè tutto il tempo di cui
ciascuno ha bisogno per amare e conoscere qualcosa a tal punto da ri-crearla: darle
una vita che non muore.
È la bellezza.

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