| Creare e costruire comunità: |
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In vista delle Giornate di Borca, che si terranno dal 18 al 20
settembre in forma residenziale, con la presenza del Vescovo, Enrico Trevisi,
e nelle quali si affronterà il tema “La buona notizia del Vangelo oggi.
Linguaggi, relazioni, strade per crescere verso la pienezza”, abbiamo
raggiunto Luciano Manicardi, monaco di Bose – che sarà ospite proprio alla tre giorni per
favorire l’approfondimento sul tema delle Giornate – per rivolgergli alcune
domande. La narrazione degli Atti è segnata da idealizzazione e
generalizzazione che coprono le tensioni e i conflitti intra-ecclesiali e
inter-ecclesiali che lo stesso Luca narra sempre negli Atti. Dovremmo
cogliere quei testi come indicatori di una meta, e dunque di una via da
percorrere. Infatti, il genio del cristianesimo sta nel creare comunità,
ovvero nell’innestare nella fede nel Cristo Risorto e nel dare forma
ecclesiale al bisogno antropologico dell’uomo che cerca la comunità perché è
un essere relazionale, un essere parlante e un essere cosciente di dover
morire. Questa dimensione antropologica viene risignificata
evangelicamente rendendo possibile la convivenza dei diversi nel nome di Gesù
Cristo. Questa costruzione comunitaria è la fatica perenne della vita
cristiana. Quasi sessant’anni fa, Joseph Ratzinger scriveva: “Dalla crisi della chiesa che vediamo oggi verrà fuori domani una chiesa che avrà perso molto. Essa diventerà più piccola,
dovrà ricominciare tutto da capo. Oltre che perdere numericamente degli
aderenti, perderà anche molti dei suoi privilegi nella società … Come piccola
comunità essa solleciterà molto più fortemente l’iniziativa dei suoi singoli
membri … Ma, da tutto questo, da una chiesa interiorizzata e semplificata, uscirà una grande
forza. Gli uomini, infatti, saranno indicibilmente solitari in un mondo
totalmente pianificato. Essi scopriranno allora la piccola comunità dei
credenti come qualcosa di totalmente nuovo”. L’individualismo è l’altra faccia della solitudine per cui oggi
gli umani sono “solitudini connesse” che abbisognano di relazione concreta,
fraternità, prossimità. Nello spazio cristiano si tratta oggi di creare
piccole comunità, microcosmi, formati da persone convinte, che vi aderiscono
per libera scelta e che con la qualità delle loro relazioni narrano la
potenza del vangelo. Nel Nuovo Testamento le comunità cristiane non si
chiamano solo “chiesa” (ekklesía), ma anche “fraternità” (adelphótes): è così nella prima lettera di Pietro (2,27;
5,9) dove ci si riferisce a comunità numericamente esigue e minoritarie nel
contesto pagano. Si tratta di porre al centro della vita ecclesiale i legami e le
relazioni di fraternità: infatti, “da questo tutti sapranno che siete miei
discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). In questo modo, le comunità di fede,
minoritarie, possono guadagnare in densità e intensità ciò che perdono in
estensione. I luoghi devono essere le concrete comunità cristiane. Se le chiese locali non adempiono questo compito, che ci stanno
a fare? Chiediamoci: qual è la ragion d’essere di una chiesa, di una comunità cristiana? È quello di
alimentare, sostenere, affinare la relazione con Dio Padre, nello Spirito
santo, per mezzo di Gesù Cristo dei battezzati. Questo compito deve diventare
la priorità di una comunità cristiana. A costo di sacrificare ad essa altre
attività pastorali e iniziative diocesane. In tempi in cui ci si chiede se
siamo gli ultimi cristiani e ci si interroga sulla problematicità della
cosiddetta “trasmissione della fede”, occorre assumere coraggiosamente una
priorità attorno a cui impostare la vita della comunità cristiana. Occorre dare ai battezzati gli strumenti per crescere nella fede.
Ovvero, introdurre alla conoscenza delle Scritture e, tra le Scritture, massimamente i vangeli,
“in quanto sono la principale testimonianza relativa alla vita e alla
dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore” (DV 18). I cristiani fondano
la loro identità di fede su Gesù, centro dei vangeli e culmine della
rivelazione. Su questa base, si tratta di iniziare alla preghiera personale,
alla meditazione, alla lotta spirituale, al discernimento, così come ad
abitare la solitudine e il silenzio per riconoscere la presenza del Signore
in sé e negli altri. Il primato della trasmissione della vita spirituale è
poi essenziale nei confronti di giovani che vivono una sorta di analfabetismo
di fede e sono sprovvisti di strumenti per fondare antropologicamente il
dinamismo della fede, per far aderire parole e gesti della fede alla loro
concreta esistenza. |
a cura di don Sergio
Frausin
Fonte: Il Domenicale di San Giusto
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