venerdì 18 settembre 2026

COSTRUIRE COMUNITA'

 

Creare e costruire comunità: 

la chiave per vivere da cristiani


In vista delle Giornate di Borca, che si terranno dal 18 al 20 settembre in forma residenziale, con la presenza del Vescovo, Enrico Trevisi, e nelle quali si affronterà il tema “La buona notizia del Vangelo oggi. Linguaggi, relazioni, strade per crescere verso la pienezza”, abbiamo raggiunto Luciano Manicardi, monaco di Bose – che sarà ospite proprio alla tre giorni per favorire l’approfondimento sul tema delle Giornate – per rivolgergli alcune domande. 

 Colpisce sempre quanto si dice dei primi cristiani: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola …” (Atti 4,32). Questa testimonianza, queste relazioni erano la strada per annunciare la profonda realtà che li aveva conquistati e che stavano vivendo. Come attualizzare quell’esperienza in un momento storico in cui siamo spinti sempre più verso l’individualismo, per portare la buona notizia del Vangelo e dell’incontro con Gesù, sia come singoli che come comunità? 

La narrazione degli Atti è segnata da idealizzazione e generalizzazione che coprono le tensioni e i conflitti intra-ecclesiali e inter-ecclesiali che lo stesso Luca narra sempre negli Atti. Dovremmo cogliere quei testi come indicatori di una meta, e dunque di una via da percorrere. Infatti, il genio del cristianesimo sta nel creare comunità, ovvero nell’innestare nella fede nel Cristo Risorto e nel dare forma ecclesiale al bisogno antropologico dell’uomo che cerca la comunità perché è un essere relazionale, un essere parlante e un essere cosciente di dover morire. 

Questa dimensione antropologica viene risignificata evangelicamente rendendo possibile la convivenza dei diversi nel nome di Gesù Cristo. 

Questa costruzione comunitaria è la fatica perenne della vita cristiana. 

Quasi sessant’anni fa, Joseph Ratzinger scriveva: “Dalla crisi della chiesa che vediamo oggi verrà fuori domani una chiesa che avrà perso molto. Essa diventerà più piccola, dovrà ricominciare tutto da capo. Oltre che perdere numericamente degli aderenti, perderà anche molti dei suoi privilegi nella società … Come piccola comunità essa solleciterà molto più fortemente l’iniziativa dei suoi singoli membri … Ma, da tutto questo, da una chiesa interiorizzata e semplificata, uscirà una grande forza. Gli uomini, infatti, saranno indicibilmente solitari in un mondo totalmente pianificato. Essi scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo”. 

L’individualismo è l’altra faccia della solitudine per cui oggi gli umani sono “solitudini connesse” che abbisognano di relazione concreta, fraternità, prossimità. Nello spazio cristiano si tratta oggi di creare piccole comunità, microcosmi, formati da persone convinte, che vi aderiscono per libera scelta e che con la qualità delle loro relazioni narrano la potenza del vangelo. Nel Nuovo Testamento le comunità cristiane non si chiamano solo “chiesa” (ekklesía), ma anche “fraternità” (adelphótes): è così nella prima lettera di Pietro (2,27; 5,9) dove ci si riferisce a comunità numericamente esigue e minoritarie nel contesto pagano. 

Si tratta di porre al centro della vita ecclesiale i legami e le relazioni di fraternità: infatti, “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). In questo modo, le comunità di fede, minoritarie, possono guadagnare in densità e intensità ciò che perdono in estensione. 

 Quali sono i luoghi in cui oggi ci si può formare per annunciare il Vangelo alla realtà odierna? 

I luoghi devono essere le concrete comunità cristiane. Se le chiese locali non adempiono questo compito, che ci stanno a fare? Chiediamoci: qual è la ragion d’essere di una chiesa, di una comunità cristiana? È quello di alimentare, sostenere, affinare la relazione con Dio Padre, nello Spirito santo, per mezzo di Gesù Cristo dei battezzati. Questo compito deve diventare la priorità di una comunità cristiana. A costo di sacrificare ad essa altre attività pastorali e iniziative diocesane. In tempi in cui ci si chiede se siamo gli ultimi cristiani e ci si interroga sulla problematicità della cosiddetta “trasmissione della fede”, occorre assumere coraggiosamente una priorità attorno a cui impostare la vita della comunità cristiana. 

Occorre dare ai battezzati gli strumenti per crescere nella fede. Ovvero, introdurre alla conoscenza delle Scritture e, tra le Scritture, massimamente i vangeli, “in quanto sono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore” (DV 18). I cristiani fondano la loro identità di fede su Gesù, centro dei vangeli e culmine della rivelazione. Su questa base, si tratta di iniziare alla preghiera personale, alla meditazione, alla lotta spirituale, al discernimento, così come ad abitare la solitudine e il silenzio per riconoscere la presenza del Signore in sé e negli altri. Il primato della trasmissione della vita spirituale è poi essenziale nei confronti di giovani che vivono una sorta di analfabetismo di fede e sono sprovvisti di strumenti per fondare antropologicamente il dinamismo della fede, per far aderire parole e gesti della fede alla loro concreta esistenza. 

a cura di don Sergio Frausin 

Fonte: Il Domenicale di San Giusto


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