venerdì 26 giugno 2026

RICOSTRUZIONE DELLA FIDUCIA

 CORRESPONSABILITA' EDUCATIVA


Un tredicenne accoltella la propria insegnante. Un fatto grave che interroga la capacità del mondo adulto di educare e dare il buon esempio

 

-di MARGHERITA SIBERNA BENAGLIA*

La drammatica vicenda del tredicenne che alcuni mesi fa ha accoltellato la propria insegnante ha profondamente colpito l’opinione pubblica. Un fatto grave, che ha suscitato sgomento e interrogativi. Ma sarebbe un errore considerarlo un episodio isolato. Con modalità e gravità diverse, eventi che raccontano il disagio delle relazioni educative, la perdita di fiducia negli adulti e l’incapacità di gestire conflitti e frustrazioni si susseguono ormai con una frequenza preoccupante. Aggressioni a docenti, episodi di violenza tra coetanei, atti di bullismo, minacce e comportamenti sempre più estremi sono purtroppo entrati nella cronaca quotidiana del nostro Paese.

Come Agesc, Associazione Genitori Scuole Cattoliche, siamo da sempre convinti che l’educazione sia un’opera comunitaria. La famiglia è il primo e principale soggetto educativo, ma nessuna famiglia può essere lasciata sola. Allo stesso modo, nessuna scuola e nessun docente possono essere lasciati soli di fronte alle sfide educative del nostro tempo. La corresponsabilità educativa non è uno slogan: è una necessità.

Colpiscono, nelle parole attribuite al ragazzo, il senso di isolamento, la percezione di essere vittima di adulti che non lo comprendono e non si prendono cura di lui. Al di là della fondatezza di tali convinzioni, emerge un dato che non si può ignorare: quando viene meno la fiducia negli adulti e nelle istituzioni educative, il giovane rischia di chiudersi in una lettura distorta della realtà, nella quale il conflitto non trova più mediazione e l’altro non è più una persona con cui dialogare, ma un ostacolo da eliminare.

Per questo oggi è fondamentale ricostruire la fiducia. Fiducia nella famiglia, nella scuola, nelle istituzioni, nella capacità degli adulti di accompagnare e orientare. Una società che delegittima costantemente ogni figura educativa finisce per lasciare i più giovani senza punti di riferimento credibili. L’autorevolezza non nasce dall’imposizione, ma dalla coerenza, dalla vicinanza e dalla capacità di costruire relazioni significative. I ragazzi hanno bisogno di adulti presenti, capaci di ascoltare, ma anche di indicare una direzione.

Accanto alla fiducia, occorre recuperare il senso del limite e della legalità. Viviamo in un contesto culturale che spesso fatica a riconoscere il valore delle regole come strumento di libertà e di convivenza. Eppure educare significa anche aiutare a comprendere che non tutto ciò che si desidera è legittimo, che il conflitto non giustifica mai la violenza e che la dignità dell’altro rappresenta un confine invalicabile.

La legalità non è soltanto rispetto formale delle norme: è educazione alla responsabilità, al rispetto reciproco, alla consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Questa sfida riguarda i giovani, ma anche gli adulti. Non possiamo chiedere ai ragazzi di riconoscere l’autorità delle regole se per primi offriamo modelli improntati all’aggressività, alla delegittimazione continua dell’avversario o all’idea che ogni limite sia un ostacolo da abbattere. L’educazione alla legalità inizia dalla testimonianza quotidiana.

Infine, questa vicenda richiama con forza la necessità di una vera alleanza contro la solitudine educativa. Troppo spesso genitori e docenti vivono le proprie responsabilità in isolamento, talvolta persino in contrapposizione reciproca. Invece di costruire ponti, si alzano muri; invece di collaborare, si cercano colpe. Ma quando famiglia e scuola smettono di riconoscersi come alleati, i primi a pagarne il prezzo sono proprio i ragazzi.

L’Agesc continua a credere che la strada sia quella del dialogo, della corresponsabilità e della comunità educante. Servono spazi di incontro autentico tra famiglie, insegnanti e studenti; servono adulti capaci di fare rete; serve una società che torni a considerare l’educazione non come una questione privata, ma come il più importante investimento sul futuro.

Di fronte a fatti che ci feriscono e ci interrogano, la risposta non può essere la rassegnazione. Deve essere un rinnovato impegno educativo. Perché ogni ragazzo ha bisogno di sentirsi accompagnato, ogni genitore ha bisogno di sentirsi sostenuto e ogni insegnante ha diritto di non essere lasciato solo. Solo così sarà possibile ricostruire quella fiducia senza la quale nessuna comunità educante può esistere.

*Vicepresidente Nazionale AGESC

www.avvenire.it

 

 

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