A proposito della vicenda
Israele e Palestina.
Un libro su Gesù e Cristo: «Il primo un profeta apocalittico,
l’altro
riletto dai discepoli».
Intervista al prof. Vito Mancuso di Piero Erle
“Gesù nacque a Nazaret, Cristo a Betlemme”. “Gesù aveva
quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle. Cristo era figlio unico”.
È uno schiaffo alle certezze dei credenti cristiani, la nuova mastodontica
opera Gesù e Cristo, edizioni Garzanti, che il teologo laico e filosofo Vito Mancuso ha presentato giovedì 11 giugno 2026 al
Castello degli Ezzelini a Bassano, primo giorno della rassegna
“Resistere”.
Prof. Mancuso, la questione fondamentale è quella che il titolo
riassume nella “e” che differenzia Gesù da Cristo. Ma chi era allora Gesù?
Gesù era la figura
storica, reale, di un ebreo di 2 mila anni fa che si può ricostruire dalla
lettura critica del Nuovo Testamento e delle fonti coeve. A mio avviso, ne
emerge che era un profeta escatologico e apocalittico: attendeva la
rivelazione finale del Regno di Dio con la trasformazione completa della
storia, un momento di giudizio per tutta l’umanità che lui attendeva molto
presto …
Il Cristo è invece ben
altro?
Certo. Innanzitutto, non
è un nome personale ma un titolo come “re”, che definisce l’importanza storica
del soggetto di cui si parla. È “l’unto”, che è esattamente il Messia atteso da Israele. Ma per questo vanno divisi:
Gesù non era il Messia atteso, un re vittorioso che avrebbe stabilito
l’indipendenza di Israele. Il cristianesimo invece lo intende come “l’agnello
di Dio”, predestinato a dare la sua vita sulla croce. Io presento un’altra
visione.
È così.
Naturalmente Pietro e Paolo non avrebbero potuto dire nulla senza
la vicenda storica di Gesù. Non “inventano”, però interpretano la vicenda di
Gesù in modo originale.
Io sono sicuro che Gesù
non volesse morire in croce, essere immolato. Il vangelo di Marco, e Matteo
copia, dice che morì disperato, con un forte grido: non voleva morire. I
vangeli successivi cambiano. Pietro e Paolo volevano capire come mai Gesù, così
buono, era morto. E così leggendo la Bibbia ebraica scoprono brani di Isaia, i
Salmi, i Profeti, e sentono che “Gesù doveva morire e soffrire per l’espiazione
dei nostri peccati”: per loro la croce non è un incidente, ma una necessità
prevista fin dall’inizio, “secondo le Scritture”.
Lui invece predicava la
rivoluzione del Regno di Dio – per questo i romani decidono di ucciderlo – ma
tutto viene letto come una volontà superiore. E Paolo poi aggiunge che la
spiegazione è il peccato originale di Adamo che andava espiato.
Ma non può essere che i
discepoli che vanno a rileggersi l’Antico Testamento, invece che “reinterpretare tutto”,
trovino un aiuto per capire quello che davvero avevano vissuto e visto con i
loro occhi nello stare con Gesù, lui che si lascia uccidere sulla croce anche
se aveva il potere di reagire e fare miracoli?
Non lo sapremo mai, non
abbiamo accesso diretto al come sono andate le cose: sono in gioco
interpretazioni. Anche io credo in Dio e nell’immortalità dell’anima, ma non
che ci si giunga tramite la redenzione che scaturisce dalla morte e
risurrezione di Gesù, bensì dal bene e la giustizia che uno pratica in
concreto. E penso che il Gesù storico, quello reale, la pensasse così: legava
la salvezza all’osservare i comandamenti, al praticare la giustizia. Lo
argomento a lungo nel libro.
Lei analizza molti
miracoli e fatti narrati nei Vangeli, evidenziando contraddizioni e
inattendibilità, poi la crocifissione e infine la resurrezione.
Io dico che ci troviamo
al cospetto di un evento imponderabile, non sottoponibile alla bilancia della
nostra mente. Ammesso che sia esistita, la resurrezione non è accaduta nel
tempo e nello spazio, ma va al di là: è escatologica. Un telefonino davanti al
sepolcro quella notte non avrebbe ripreso nulla: non è rianimazione del
cadavere, lo scrive anche Ratzinger. E non è paragonabile a Lazzaro e altri
personaggi che Gesù rianima. Gesù non muore più: ciò va al di là della nostra
capacità di percepirlo. La speranza di risorgere c’è. Ma il fondamento è il
bene, l’essere onesto, solidale, le beatitudini di Gesù: questo lo posso
capire, e posso invitare i miei figli a seguire questa strada.
Anche il Natale, scrive
lei, è un aver voluto dare una “leggenda” alla nascita di una persona
importante come Gesù.
È quello che avveniva
comunemente nel mondo antico, come per Romolo, Zarathustra, Budda e altri. Lo
si faceva per affermare la particolarità del personaggio e l’essere eccezionale
rispetto alle persone comuni: gli si attribuiva una nascita eccezionale. Il
Vangelo di Marco, invece, riferisce che gli abitanti di Nazaret chiamano Gesù
non “figlio di Giuseppe” ma “figlio di Maria”: è inaudito e scomodo, tant’è che
gli altri evangelisti cambiano.
E lei ricorda però anche
Matteo: nel riportare la genealogia di Gesù vuole segnalare che c’è qualcosa di
particolare, che influirà sullo stesso Gesù.
Inserisce nella
genealogia quattro donne dalla vita sessuale irregolare. L’unica spiegazione
che tiene è che anche per Maria c’era qualcosa di irregolare nel suo essere
incinta, ma Giuseppe, uomo giusto, la guarda negli occhi, capisce il dramma e
la ama veramente. E penso che Gesù vada a farsi battezzare dal Battista come
gli altri perché sentiva l’impurità della sua nascita, cosa molto rilevante
nell’ebraismo.
Ha citato l’ebraismo: nel
libro afferma con decisione che non esiste una “unica via” per giungere a Dio,
che si tratti di Gesù o la Bibbia, e così pure non esiste un “popolo eletto” che si
senta giustificato anche nell’uccidere gli altri. Concetti che anche oggi
colpiscono per quanto sta succedendo.
È così. Perché se si
parla di esercito israeliano può anche essere che si discuta di difesa dello
Stato d’Israele. Ma per l’esproprio e la violenza che ogni giorno i coloni
esercitano su territori che legittimamente appartengono ai palestinesi, non ci
sono dubbi che lo fanno per l’idea di “grande Israele”. È già insostenibile in
sé l’idea che Dio preferisca un popolo a scapito di altri, lasciandoli senza
terra – nel Nuovo Testamento Pietro dice “Dio non fa preferenze di persone” –
tanto che nella Scrittura io distinguo tra una parte che è “ebraismo” ed è
sublime nella sua spiritualità e un’altra che è “israelismo”, inaccettabile e
violenta: da quelle pagine vanno prese le distanze. Non è tutta Parola di Dio,
la Bibbia.
Lei paragona Gesù ad
altre persone della storia che sono “cristi” (Budda, Confucio, Francesco
d’Assisi, Etty Hillesum) che ci fanno cogliere la realtà del
trascendente. E conclude il suo libro invitando al concetto di “neo-cristianesimo”.
Ci sono persone che
diventano “vie”, “viatici” che aiutano a salire sopra gli interessi immediati,
la superficie, e ci immettono sul sentiero della trascendenza: per questi si
può usare il termine “unto”, Cristo. Come fa la Bibbia parlando di Ciro il re dei Persiani, che non è
ebreo. Nella mia visione il “neo-cristianesimo” è una spiritualità che non ha
bisogno di un evento storico particolare, ma fa capire a un essere umano che se
scava dentro di sé, sotto la sua psiche con tutte le paure e i sogni che ci
sono, trova una piattaforma che si può chiamare “coscienza morale” che ti
permette di toccare l’eternità. Neo-cristianesimo è “fai il bene e vivrai”,
perché Dio è amore e così si entra nella logica dell’eterno.
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