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venerdì 30 maggio 2025

AGIRE DA CRISTIANI

La constatazione è che non esiste più una unanimità cattolica, anche quando qualcuno pensa di agire in quanto cattolico


- di Luigi Berzano*

 È possibile identificare oggi il mondo dei cattolici, dopo le grandi trasformazioni sociali e culturali che sono avvenute? A rendere difficile tale domanda è quanto è avvenuto dopo gli anni del ’68: la laicizzazione della società, la secolarizzazione degli stili di vita, la rivendicazione sui diritti civili, l’autonomia in campo politico. Sono tali trasformazioni ad aver scomposto e differenziato anche i cattolici. Difficile quindi dichiarare che la Chiesa cattolica da maggioranza stia diventando minoranza. Nella società civile, nella scuola, nei quartieri, nella politica, nell’amministrazione, nella cultura i cattolici possono ormai essere su posizioni diverse in quanto cittadini. E anche quando pensano di agire come cattolici non si tratta più di unanimità imposta dal Magistero. 

La constatazione è che non esiste più una unanimità cattolica, anche quando qualcuno pensa di agire in quanto cattolico: «Ciò è un bene, nella stessa misura in cui è stata un male l’ingannevole, irreligiosa unità dei cattolici predicata e imposta prima del Concilio. In questo vortice, se così si può dire, ne sono irretiti anche i “sacri pastori”, le cui opinioni a livello europeo se non proprio italiano in materie politiche e sociali, dimostrano che neppure essi possono ancora rappresentare una risposta cattolica a una sfida che interpella gli uomini, non i cattolici» (P. De Benedetti, Humanitas 8-9 (1976), p. 655, citato da F. Capretti). 

 Su questi temi sono i mass-media e le dichiarazioni di opinion leaders a creare gli immaginari collettivi del pessimismo o dell’ottimismo. Si considerino il caso francese e quello italiano relativamente ai cattolici. Nel 2024 la Francia pare riscoprirsi più cristiana di quella degli ultimi anni: moltiplicazione dei catecumeni e dei battesimi di adulti, con un aumento del 31% rispetto all’anno precedente. Crescita percentuale di catecumeni ex musulmani pronti a convertirsi, nonostante il clima poco favorevole a queste traiettorie di fede nelle famiglie e comunità islamiche. Molti ambienti culturali, universitari, professionali conoscono un ripensamento della fede. Anche la stampa della gauche francese ha parlato di questa “schiarita per la Chiesa” e del ritorno della spiritualità fra i giovani adulti. Quale la ragione di questa nuova e inattesa attenzione alla religione? Molti l’hanno indicata nella povertà delle società secolari nell’offrire idee forti per dire ai giovani cosa fanno in questo mondo e dove stanno andando. 

In Italia, al contrario, cresce nel mondo cattolico una lettura della Chiesa come se fosse ormai destinata a diventare una tra le varie minoranze religiose, nonostante che tale atteggiamento contrasti in primo luogo con i rapporti privilegiati che la Chiesa cattolica intrattiene ancora con la società civile: il Concordato con lo Stato italiano, l’Otto per mille, l’insegnamento della religione nelle scuole di ogni ordine, i cappellani presso le istituzioni militari e sanitarie, le scuole private cattoliche. 

Ovviamente le ragioni di questo declino verso la condizione di minoranza sarebbero di altro genere e riguarderebbero la disaffezione crescente dei fedeli alle celebrazioni, la caduta della domenica quale giorno festivo, il venir meno delle vocazioni, la chiusura dei seminari, delle case religiose e dei monasteri, la diminuzione dei volontari nelle attività parrocchiali. 

Rimane ancora forte la dimensione religiosa nei riti di passaggio, ma questi rappresenterebbero soltanto più una parentesi insignificante, una “provincia finita di significato” – come dicono i sociologi – un universo a parte, totalmente esterno ai criteri ordinativi della Chiesa e della sua teologia. 

 SPIRITUALISTI LA DOMENICA E MATERIALISTI IL LUNEDÌ 

 Per chi condivide la visione della Chiesa ormai in minoranza l’indicatore principale sarebbe la crescente irrilevanza della Chiesa nella società civile. Anche le esperienze religiose ancora presenti sarebbero vissute dai partecipanti solo più come isole di senso spirituale insignificanti nelle conseguenze per gli spazi pubblici; e i partecipanti rappresenterebbero i fedeli che Marcel Gauchet definisce “spiritualisti la domenica e materialisti il lunedì”, cioè nella vita quotidiana. 

Si pone qui la domanda sull’opportunità di definire questa situazione della Chiesa cattolica in Italia quale condizione di minoranza. Questa idea della Chiesa di minoranza, pur con la responsabilità di testimoniare ancora i propri valori e stili di vita nello spazio pubblico, accentua oggi le discussioni all’interno della Chiesa e rivela tensioni a tutti i livelli dell’istituzione. Tali tensioni, durante il periodo della pandemia Covid-19, si erano già manifestate, mettendo in luce opposte valutazioni non solo tra i fedeli, ma anche all’interno dell’episcopato. Oggi però si può rilevare una linea di divisione più forte tra chi si sforza di pensare che la fede cristiana si vive negli spazi pubblici in forme laiche e secolari – come richiede la società civile – e chi invece ritiene che la Chiesa non possa accettare questa situazione e debba interpretare la questione in termini di autodifesa e riconquista. 

Questa divisione in merito all’accettazione o al rifiuto della condizione di laicità come dato insormontabile del cristianesimo contemporaneo costituisce una linea di demarcazione che va oltre la contrapposizione tra cattolici conservatori e cattolici progressisti, ovvero tra cattolici di «apertura» e cattolici di «identità» – distinzione che inevitabilmente riduce il divario in questione a categorie di classificazione politica, con una «destra» e una «sinistra». In realtà c’è qualcosa di più in questa contrapposizione, non solo ideologica, ma teologica. La ragione del dissidio è il confronto tra una visione che associa la vitalità della Chiesa alla sua influenza geografica, culturale e politica sulla società, e la visione «diasporica», propria della fede cristiana, che accetta di essere in mezzo agli altri nella società civile, come scrive Michel de Certeau in La debolezza del credere

 CRISTIANI DISSEMINATI 

La definizione di de Certeau della Chiesa che accetta di essere «tra gli altri» in una società che a essa non si rivolge più, non significa, però, che la Chiesa non abbia più nulla da dire. Questa «conversione dello sguardo» su se stessa e sul proprio ruolo implica però una rivisitazione della teologia. La separazione tra Chiesa e Stato, tra sfera spirituale e sfera secolare della vita è sempre stata presente nella cultura cristiana, a differenza di altri contesti, quale quello teocratico dell’Islam. Per tale ragione i Paesi cristiani non conoscono i danni provocati anche oggi dalle teocrazie. 

È questa singolarità evangelica dei cristiani disseminati nella società civile che può produrre in alcuni la sensazione di essere minoranza nella vita pubblica, insignificanti, uguali e diversi tra “gli altri”, cioè in diaspora (dià-spora). Non così pensavano i cristiani dei primi secoli descritti nella Lettera a Diogneto i quali, pur dispersi nel mondo pagano, dicevano: «Come l’anima è per il corpo, così i cristiani sono per la società». In Occidente le società si organizzano secondo i principi della laicità dello spazio pubblico, del pluralismo dei valori e degli stili di vita. Vi sono coinvolte pure le religioni, in tutte le loro forme collettive e individuali. Può succedere così che in tale condizione i cristiani appaiano minoranze attive, pur essendo la maggioranza della popolazione. 

 LA SVOLTA SPIRITUALE 

 Dal Concilio di Trento (1545-1563) la Chiesa cattolica ha scelto una struttura organizzativa territoriale rigida, adottando le forme corrispondenti a quelle del potere politico del tempo. Il papa, il vescovo, il parroco: a ognuno il proprio territorio da amministrare. Questa territorializzazione con cui si organizzò la Chiesa – quasi sconosciuta per i primi mille anni – non appartiene all’essenza immutabile della Chiesa, ma alla sua forma sociale, storicamente mutevole. E, alla mutevole forma sociale della Chiesa non appartengono solo le sue strutture organizzative, ma anche le forme del suo messaggio, del suo linguaggio e della sua liturgia. Quale quindi la Chiesa nella sua forma sociale futura? 

Oggi, con il Sinodo e il Giubileo la Chiesa sta cercando la propria strada. Molti la definiscono una svolta spirituale per ritrovare la singolarità evangelica della Chiesa, privata della sua influenza politica e del potere sociale. Centrali in ogni svolta spirituale sono il linguaggio e le piccole comunità che la compongono. 

 LINGUAGGIO E LITURGIA 

 Nella Chiesa il linguaggio per comunicare è la liturgia. Anche nel linguaggio liturgico è essenziale che chi parla e chi ascolta abbiano la stessa cultura: giovani, professionisti, studenti, operai, ricercatori, artisti, poeti, stranieri. È necessario fare parte della cultura dell’individuo 2025 coinvolto nel mondo digitale, nel pluralismo religioso, nella laicità, nella fisica quantistica, nell’arte-moderna, nella post-modernità. Nella liturgia (parole, simboli, formule, preghiere, vestiti, musiche) si richiede di “dire Dio”, “dire Gesù”, “dire resurrezione”, “dire il Credo”, “pregare”, “cantare”, in modo che ogni cosa non assomigli solo ad un copione recitato da tutti e ormai privo di sapore. Lo stesso parlare del celebrante non trova più ascolto senza la sua identificazione nella cultura di chi ascolta. 

Forse, il problema del linguaggio, essenziale per la sopravvivenza del cristianesimo, va risolto più indietro, a livello dell’ecclesiologia. Di che cosa possono parlare le comunità cristiane al cospetto di Dio? E sono cristiane di qualsiasi cosa parlino? E quando parlano, hanno già ascoltato? O sono invece prigioniere di una cultura che le costringe ad ascoltare solo se stesse? Anche queste domande impongono di imparare a parlare e ancor prima a tacere ascoltando le voci del mondo, perché la Chiesa non è altra cosa dal mondo e quando essa pensa di essere altra cosa è semplicemente il mondo di ieri. 

 COMUNITÀ DI RICONOSCIMENTO 

 La forma elementare e “di base” della Chiesa futura – simile alla parrocchia territoriale – non potrà che essere un sistema aperto di comunità relazionali, ambienti, luoghi, infrastrutture collettive e altre forme sociali concrete che favoriscono rapporti, esperienze di fraternità, legami, consapevolezza di un’unica fede, forme di interazione e divergenze attorno al messaggio evangelico. La Chiesa accetterà anche il rischio di qualche indeterminatezza, sapendo che sono le forme innovative ad incoraggiare la maggiore consapevolezza collettiva. Solo modelli simili potranno ospitare nuove esperienze e accettare l’indeterminatezza che permetta molteplici possibilità e il continuo adattamento a forme future. Lasciare la possibilità allo Spirito promesso da Gesù di fornire sempre nuovi elementi ed esperienze. 

Nelle comunità di riconoscimento troveranno risposta i bisogni di appartenere a una Chiesa accogliente, affidabile, credibile, come erano un tempo le piccole comunità parrocchiali. Questa è la riscoperta, dopo il concilio Vaticano II, della Chiesa comunità in cui si è riconosciuti e “a casa”. Questa comunità in cui ci si «sente bene» è quella che accoglie il più radicale bisogno dell’epoca contemporanea: il bisogno di riconoscimento. Un bisogno ricco, complesso, a volte contraddittorio poiché nel suo significato e nell’uso nella vita quotidiana indica una reciproca dipendenza dall’apprezzamento e dalla considerazione da parte di un altro e dei rispettivi altri (A. Honneth, 2018). 

Bisogno di riconoscimento fino alla forma dell’amore di cui scrive il teologo greco ortodosso Christos Yannaras leggendo il Cantico dei cantici. Riconoscimento come amore che trasforma e trasfigura tutto ciò che il giorno prima non aveva sapore, colore, profumo. È l’amore tensione vitale verso l’infinito. «Se esci dal tuo Io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro a Lui». Poiché in ogni amore genuino c’è lo slancio verso l’Amore infinito, totale, assoluto. 

È per questo che l’amore è grazia ed è definizione di Dio (G. Ravasi). 

 * Luigi Berzano è un sociologo, presbitero e professore ordinario dell’Università di Torino. Tra i suoi campi di ricerca: i comportamenti collettivi, gli stili di vita, le trasformazioni delle religioni nella modernità avanzata e le nuove forme religiose.

 Rocca n° 8/2025

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martedì 6 agosto 2024

FRAGILITA' CULTURALE e SPIRITUALE


 Lo storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio «la fragilità culturale è figlia di quella spirituale: il problema è il freddo nelle nostre chiese»

 -Intervista ad Andrea Riccardi

 -         di Gianni Santamaria

-          Prosegue il dibattito su cattolicesimo e cultura, avviato da PierAngelo Sequeri e Roberto Righetto. Sono intervenuti Gabriel, Forte, Petrosino, Ossola, Spadaro, Giaccardi, Lorizio, Massironi, Giovagnoli, Santerini, Cosentino, Zanchi, Possenti, Alici, Ornaghi, Rondoni, Esposito, Sabatini, Cacciari, Nembrini, Gabellini, Vigini, Timossi, Colombo, De Simone, Arnone, Bruni, Postorino, Dionigi, Lupo, Pierangeli, Verbaro e Rocelli.

 Risvegliare fede e passione, senza le quali nessuna vera iniziativa culturale è possibile. E senza le quali ci si può solo limitare a gestire l’esistente di istituzioni benemerite, ma che rischiano di non incidere. È la necessità che sottolinea Andrea Riccardi, storico, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, già ministro e oggi presidente della Società “Dante Alighieri”, ragionando su come «la fede pensata» può interagire con la cultura contemporanea, affinché il cattolicesimo non resti «rannicchiato negli angoli della vita della città».

 C’è stata finora una certa timidezza nel rapportarsi con la cultura laica?

 «Non si può più ragionare nei termini con cui si ragionava in passato. Ricordo padre Sorge che scriveva di cultura cattolica, cultura laica, cultura comunista. Del resto, erano mondi culturali che funzionavano e avevano la loro proiezione anche nel reclutamento del personale universitario. Oggi penso ci sia un fenomeno mondiale: la deculturazione della religione e dei fenomeni religiosi. La vedo diffusa in quei movimenti neopentecostali ed evangelicali, che sono diventati parte importante del cristianesimo contemporaneo e della sua comunicazione. E che sono assolutamente disinteressati a confrontarsi con i temi della cultura, intesa in termini di storia, futuro, realtà, dibattito, libri. Sono arroccati in una comunicazione tutta di tipo sentimentale».

 E i cattolici?

 «Questo fenomeno di deculturazione riguarda anche i cattolici. Ma non in maniera così definitiva. Torno sempre a quell’intuizione di Giovanni Paolo II che diceva: “Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”. Mi colpisce che questa frase sia stata ripresa a Buenos Aires dal cardinale Bergoglio, il quale non è mai stato un “citatore” di maniera di Wojtyla. Ma su questa intuizione wojtyliana ha insistito molto: la fede che diventa cultura».

 A cosa guardare?

 «Nella grande storia del cristianesimo abbiamo assistito proprio a questa fede vissuta del popolo di Dio che si è fatta cultura alta e cultura di popolo: rimeditazione della storia, produzione di arte, dibattito con altre forme di pensiero e via dicendo. In questo senso la fragilità dell’espressione odierna della cultura cattolica – non direi della cultura cattolica in sé, che poterebbe sembrare così qualcosa di organico – nasce dalla fragilità della fede vissuta, anzi dalla fragilità delle nostre comunità e dalla rinuncia a dire una parola di rilievo».

 Non per niente lei ha di recente scritto un libro che si intitola La Chiesa brucia...

 «Sono partito dall’incendio della basilica di Notre Dame proprio per parlare della crisi della Chiesa in Europa. È un fenomeno d’infragilimento su cui si deve riflettere. Inoltre, la fragilità della cultura stessa che - dicevamo - nasce dallo scarso interesse per il mondo, che non si vuole cambiare e con cui non si vuole interloquire. Quando si fa cultura ci si interessa del mondo presente, passato e futuro. Ci si misura con la storia. Naturalmente il cattolicesimo possiede ancora importanti istituzioni culturali, però mi chiedo con quale criterio vengano gestite e come partecipino al flusso di un cristianesimo che si sveglia e si confronta».

 Qual è il problema di fondo?

 «Secondo me è la passione con cui si vivono la fede e si partecipa alla storia umana. Tale passione genera pensieri lunghi, ma anche confronti e dialoghi intensi. Se non c’è questo, ci sono solo delle istituzioni che funzionano, dei posti da occupare in consigli di amministrazione o a livello apicale. Per questo ci sono sempre cattolici pronti al “servizio”. Se non c’è questo, soprattutto c’è un cattolicesimo rannicchiato negli angoli della vita della città. È inutile esortare i cattolici a fare cultura, se non si suscita questa grande passione. Un testo scritto tanti anni fa dal grande studioso benedettino Jean Leclercq - che, secondo me, ha ispirato il famoso discorso sulla cultura pronunciato da Benedetto XVI al Collège des Bernardins - parla di “amore delle lettere e desiderio di Dio”. È un testo di grande importanza che riguarda la cultura medievale, e rivela la connessione profonda tra la ricerca di Dio e il fare cultura. Il tema della cultura si lega alla passione con cui le comunità cristiane e i singoli cristiani stanno vivendo la realtà e la ricerca di Dio».

 Oggi però non siamo più nel Medioevo di Dante, fatto di un connubio tra teologia e lettere. Oggi domina il connubio tra tecnologia e social. Che porta distanza sociale. Quali luoghi sperimentare per un dialogo?

 «Non diamo all’idea di cultura una dimensione organicistica. Questa esigenza di una riflessione culturale è una sfida del pensiero, della ricostruzione della storia. E nasce dal profondo della dinamica della vita e della comunità cristiana. Nasce dal confronto con un mondo complesso e caotico, in cui tutti, nel nostro piccolo, abbiamo l’esigenza di decifrare da dove veniamo e che sta accadendo attorno a noi. Paolo VI nella Popolorum progressio fa un’affermazione importante, che è molto attuale: “Il mondo soffre per mancanza di pensiero”. Qualche anno fa papa Francesco affermò: “Il mondo soffoca per mancanza di dialogo”. C’è bisogno di cultura, dibattito, ricerca, dialogo… Proprio di fronte alle frontiere sconfinate del mondo globale, delle nuove scienze e tecnologie. Paolo VI, in quel testo lanciava un’idea, che non fu raccolta, ma interessante: “Noi convochiamo gli uomini di riflessione e di pensiero, cattolici, cristiani, quelli che onorano Dio, che sono assetati di assoluto, di giustizia e di verità: tutti gli uomini di buona volontà”. Un sogno lontano. Oggi però di fronte a questo mondo dell’io, fragile e fluido, in cui oggi sono una cosa, domani un’altra, come di fronte agli sconfinati orizzonti del mondo, c’è necessità di “una fede pensata”, non un sistema chiuso, ma una bussola si speranza che non tema la mobilità del nostro tempo. È un’espressione densa del mio vecchio amico Pietro Rossano, vescovo, uomo di dialogo con le religioni e grande intellettuale, che proprio parlava di una “fede pensata”. C’è bisogno di pensare la fede e, me lo lasci dire da storico, c’è bisogno di cultura storica. Perché, se è vero che non è un dogma che la storia sia magistra vitae, è altrettanto vero che oggi spesso ci aggiriamo nella storia come gattini ciechi, senza sapere cosa sia successo prima, ma anche a quello che sta per succedere. Pensiamo alla guerra e alla riabilitazione della cultura del conflitto. Sta morendo la generazione che ha vissuto la Seconda guerra mondiale, i testimoni della Shoah, ed eccoci davanti a un mondo che sta smarrendo la cultura della pace».

In questo dibattito il latinista Ivano Dionigi ha evocato una latitanza, se non proprio un tradimento alla Julien Benda, degli intellettuali, che vengono meno al loro ruolo di testimoni piuttosto che di notai dell’esistente. Cosa devono riscoprire gli intellettuali, in particolare cattolici?

 «Dionigi ha ragione. Secondo me il vero problema è il basso livello di passione delle comunità cristiane. Io ho detto “la Chiesa brucia”, ma forse il problema di oggi è il freddo delle nostre chiese. Perché ogni operazione culturale nasce da una grande passione e diciamo anche dalla grande passione scatenata dalla fede. La cultura è capire, è provare a cambiare, è sapere da dove si viene. E allora il vero problema è risvegliare fede e passione, dalle quali nasce la ricerca».

 www.avvenire.it

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martedì 27 ottobre 2020

EUROPA, RITROVA TE STESSA!

   ll Papa: sogno un’“Europa comunità”, solidale, amica delle persone

 In una lettera al cardinale Parolin per i 50 anni di collaborazione tra Santa Sede e istituzioni europee, Francesco ripercorre la storia e i valori del continente, auspicando una svolta di fraternità in un periodo di grandi incertezze e rischi di derive individualistiche. Non serve guardare “all’album dei ricordi” ma al futuro che si può “offrire al mondo”

                                                                  Alessandro De Carolis – Città del Vaticano

 Quattro sogni – perché secoli di civiltà non hanno esaurito la loro spinta propulsiva – sorretti da un’unica sostanziale convinzione: non può esserci autentica Europa senza i pilastri sui quali venne progettata fin dalla prima intuizione e cioè uno spazio di popoli uniti dalla solidarietà, dopo essere stati uno scacchiere tragico di guerra e muri. Quella che Francesco indirizza al cardinale Pietro Parolin è una sorta di lettera aperta al Vecchio continente, nella quale la sua visione – ideale e insieme ancorata al realismo dell’era del virus - si innesta sui sogni di due predecessori diversamente illustri, Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Europa, e San Giovanni Paolo II, che ne difese strenuamente le radici cristiane.

Il bivio: divisioni o fraternità

L’occasione che ispira a Francesco la sua lunga lettera è un intreccio di anniversari e di relativi appuntamenti celebrativi che vedranno impegnato il segretario di Stato, dai 50 anni di collaborazione tra Santa Sede e istituzioni europee, ai 40 dalla nascita della COMECE, la Commissione degli Episcopati delle Comunità Europee. Due ricorrenze inserite nella più ampia cornice dei 70 anni dalla Dichiarazione Schuman, con la quale l’Europa voltava le spalle alle divisioni della guerra. E sono proprio le divisioni oggi possibili, in un frangente storico che chiede invece compattezza, a spingere il Papa a ripetere un concetto molto sentito. “La pandemia – scrive – costituisce come uno spartiacque che costringe ad operare una scelta: o si procede sulla via intrapresa nell’ultimo decennio, animata dalla tentazione all’autonomia, andando incontro a crescenti incomprensioni, contrapposizioni e conflitti; oppure si riscopre quella “strada della fraternità”.

“Europa ritrova te stessa”

Proprio la crisi del Covid, osserva Francesco, “ha posto in evidenza tutto questo: la tentazione di fare da sé, cercando soluzioni unilaterali ad un problema che travalica i confini degli Stati”, mentre sin dalle origini l’Europa postbellica “nasce dalla consapevolezza che insieme ed uniti si è più forti, che – come affermato nell’Evangelii gaudium – ‘l’unità è superiore al conflitto’ e che la solidarietà può essere ‘uno stile di costruzione della storia’”. Nel cuore di Francesco risuona l’eco di quanto Giovanni Paolo II esclamò il 9 novembre 1982 da Santiago de Compostela, alla fine del suo pellegrinaggio in Spagna.

Radici profonde

Quel celebre “Europa ritrova te stessa, sii te stessa” viene reinterpretato da Francesco con analoga energia e allora, scrive, all’Europa “vorrei dire: tu, che sei stata nei secoli fucina di ideali e ora sembri perdere il tuo slancio, non fermarti a guardare al tuo passato come ad un album dei ricordi”, giacché “nel tempo, anche le memorie più belle si sbiadiscono e si finisce per non ricordare più”. Ritrovare se stessa equivale, asserisce, a ritrovare gli “ideali che hanno radici profonde”. Vuol dire, per il Papa, “non avere paura” della propria “storia millenaria che è una finestra sul futuro più che sul passato”. E dunque non temere il “bisogno di verità” stimolato dagli interrogativi del pensiero greco antico, il “bisogno di giustizia” sviluppato dal diritto romano, il “bisogno di eternità, arricchito dall’incontro con la tradizione giudeo-cristiana”.

Europa, una famiglia

Da questi valori Francesco fa scaturire le sue quattro visioni. “Sogno allora – sottolinea per prima – un’Europa amica della persona e delle persone. Una terra in cui la dignità di ognuno sia rispettata, in cui la persona sia un valore in sé e non l’oggetto di un calcolo economico o un bene di commercio”. Un’Europa con questa sensibilità è quindi, per il Papa, una terra che “tutela la vita”, il lavoro, l’istruzione, la cultura, che sa proteggere “chi è più fragile e debole, specialmente gli anziani, i malati che necessitano cure costose e i disabili”. E per naturale conseguenza in certo modo questa prima visione porta alla seconda, che fa dire a Francesco: “Sogno un’Europa che sia una famiglia e una comunità”, in altre parole una “famiglia di popoli” capace di “vivere in unità, facendo tesoro delle differenze, a partire da quella fondamentale tra uomo e donna”. E qui Francesco sintetizza il sogno parlando di “Europa comunità”, solidale e fraterna, l’opposto di una terra scomposta in “realtà solitarie ed indipendenti”, che facilmente si troverà “incapace di affrontare le sfide del futuro”.

Europa che apre sguardo e porte

Il terzo sogno del Papa è quello di “un’Europa solidale e generosa”, un “luogo accogliente ed ospitale, in cui la carità – che è somma virtù cristiana – vinca ogni forma di indifferenza ed egoismo”. E dal momento che, nota, “essere solidali implica farsi prossimi”, questo “per l’Europa significa particolarmente rendersi disponibile, vicina e volenterosa nel sostenere, attraverso la cooperazione internazionale, gli altri continenti, penso – dice il Papa – specialmente all’Africa”, aiutata a ricomporre i tanti conflitti che la dilaniano. E sollecita anche verso i migranti, non solo assistiti nei bisogni immediati ma accompagnati lungo la strada dell’integrazione. Insomma, insiste Francesco, “un’Europa che sia ‘comunità solidale’”, la sola in grado di “fare fronte a questa sfida in modo proficuo, mentre – evidenzia – ogni soluzione parziale ha già dimostrato la propria inadeguatezza”.

Oltre confessionalismi e laicismo

E poi il quarto sogno, che il Papa esprime così: “Un’Europa sanamente laica, in cui Dio e Cesare siano distinti ma non contrapposti”. Il che per Francesco vuol dire una terra “aperta alla trascendenza, in cui chi è credente sia libero di professare pubblicamente la fede e di proporre il proprio punto di vista nella società”. Un’Europa per la quale, il Papa riconosce che “sono finiti i tempi dei confessionalismi, ma si spera – è il suo augurio – anche quello di un certo laicismo che chiude le porte verso gli altri e soprattutto verso Dio, poiché è evidente che una cultura o un sistema politico che non rispetti l’apertura alla trascendenza, non rispetta adeguatamente la persona umana”.

Un futuro da scrivere

Le ultime considerazioni sono per la “grande responsabilità” dei cristiani nell’animare il cambiamento in tutti gli ambiti “in cui vivono e operano” e per l’affidamento della “cara Europa” ai suoi santi patroni, Benedetto, Cirillo e Metodio, Brigida, Caterina, Teresa Benedetta della Croce. Nella “certezza – che Francesco coltiva – che l’Europa abbia ancora molto da donare al mondo”.

Vatican News

 Leggi: EUROPA,RITROVA TE STESSA!



 


lunedì 9 ottobre 2017

DIO FUORI DAL CALENDARIO. ERA CRISTIANA o ERA COMUNE?

L’ultima frontiera del laicismo: Dio fuori dal calendario

In molte scuole delle contee inglesi del Sussex e dell’Essex non ci sarà più un prima e dopo Cristo, ma un avanti l’era comune ed un’era comune

di Vincenzo Bertolone *

          «Il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci».
            Pier Paolo Pasolini dovrebbe essere studiato meglio, più a fondo ed ovunque, magari anche in Inghilterra. Così si eviterebbero certi scivoloni iconoclasti che, per quanto incredibili e perciò fonte di diffusa ilarità, possono generare profonde fratture nella cultura e nella storia d’Europa e non solo.
           È notizia di questi giorni, scovata dal quotidiano britannico Mail on Sunday e rilanciata in Italia dal Corriere della Sera, che molte scuole delle contee del Sussex e dell’Essex metteranno da parte il calendario gregoriano. Il tempo non avrà più come spartiacque la venuta di Cristo: non ci sarà più un prima e dopo Cristo, ma semplicemente un avanti l’era comune ed un’era comune. Motivazione di tale scelta, come si legge nel programma di religione pubblicato dal Consiglio dell’East Sussex, «la volontà di non offendere gli studenti musulmani>>. «Una grande vergogna», l’ha subito bollata l’ex arcivescovo di Canterbury Lord Carey, confessando «di non aver mai incontrato un singolo leader musulmano o ebraico offeso dal calendario gregoriano». 
          A dargli man forte le parole dell’imam inglese Ibrahim Mogra: «Non credo che il calendario gregoriano costituisca un’offesa nei confronti dei musulmani». 
           Lo è al contrario, con ogni evidenza, per chi probabilmente si vergogna d’essere – o anche solo dirsi – cristiano perché, presumibilmente, lo ritiene scomodo. E dimentica, facendo sfoggio di crassa ignoranza, che l’Europa ha radici cristiane, cioè universali, intrecciate con l’Islam da quasi un millennio e mezzo. Pure per questo, in nome di quella tolleranza che viene invece erroneamente invocata per escludere Dio dalla vita pubblica, il domani del Vecchio Continente dovrebbe essere laico, ma non avverso alle tradizioni religiose che ne hanno intessuto i secoli. Si ignora, in altri termini, la necessità di riconoscere la libertà di parola e di azione a Dio ed alla Chiesa contro ogni tentazione laicista. Ne deriva, spesso e volentieri, l’ostilità all’esercizio del culto ed all’elaborazione del pensiero teologico, ma pure alla funzione di coscienza critica nei riguardi dei valori personali e sociali della giustizia, del bene comune, della vita e della verità.
          Il risultato, nel caso anglosassone, sarebbe da ricondurre alla categoria del ridicolo se non fosse serio – purtroppo – per le sue intrinseche conseguenze: in uno spicchio della civilissima Inghilterra Dio sarà escluso perfino dal calendario, come al mondo avviene in pochi altri luoghi, ad esempio nella tanto vituperata Corea del Nord, dove per legge il solo riferimento temporale lecito è alla nascita del padre della patria, Kim Il-sung.
         Ma per fortuna dei cristiani c’è chi ne difende le tradizioni e la cultura. E sono – ironia della sorte – i musulmani: di recente il calendario gregoriano è stato introdotto in Arabia Saudita in sostituzione di quello islamico, che avendo quale sua bussola la luna contava 12 giorni lavorativi in meno, incidendo così negativamente sulla produzione e sulla ricchezza nazionali. Ragioni meramente economiche, che però hanno avuto il sopravvento su ogni considerazione di indole religiosa proprio nella patria dell’Islam. Un coraggio che qualcuno in Occidente pare aver smarrito da tempo, incapace com’è di farsi il segno di  croce e dirsi orgoglioso delle sue radici cristiane.

Monsignor Vincenzo Bertolone è arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace e presidente della Conferenza Episcopale Calabra.

mercoledì 2 dicembre 2015

LA PAURA DEL PRESEPE .... Fatti e misfatti di un certo laicismo.

NON SPARATE AL PRESEPE!


di Giovanni Perrone

       Da alcuni anni alla vigilia del Natale, spunta qualche dirigente scolastico o insegnante o genitore che, per un cosiddetto rispetto delle varie culture degli alunni, per un mal compreso concetto di laicità, per ricerca di protagonismo o d’altro, ostacola o addirittura vieta ogni riferimento al Natale cristiano e si affanna nell’inventare modi alternativi (dalla festa d’inverno, ai canti asettici, al vuoto totale). 
      E’ di questi giorni finanche la ‘pregevole’ trovata di trasformare il Natale in una festa d’inverno, trasportata in altra data. Non so se il dirigente di quest’ultima istituzione scolastica, per coerenza, obbligherà docenti ed alunni a saltare le vacanze natalizie e a fare scuola anche nella stessa giornata di Natale. Forse vieterà anche agli alunni di transitare davanti alla chiesa del quartiere o li costringerà a turar le orecchie all’udir delle campane e delle nenie natalizie? Forse costringerà gli alunni a cambiare i nomi che fanno riferimento ai santi?  Forse darà il bando ai tipici dolci natalizi, dichiarandoli velenosi? 
     Forse … ?! .......