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giovedì 23 luglio 2026

CAMBIARE L'UOMO

 


Cambiare l’uomo,

 perdere

 

la libertà


Fascismo e comunismo, pur diversi, condivisero l’idea utopica di creare un “uomo nuovo”.

 

La storia mostra i rischi di ogni progetto politico che pretende di trasformare la natura umana.


di Pasquale Hamel

 

Uno degli aspetti più interessanti della riflessione filosofica sul Novecento riguarda ciò che ideologie profondamente diverse, e spesso ferocemente nemiche, hanno condiviso sul piano antropologico: l’idea che la politica possa cambiare la natura dell’uomo.

Affermare questo non significa sostenere che fascismo e comunismo siano equivalenti. Le loro origini, i loro obiettivi e i loro fondamenti teorici sono profondamente differenti. Tuttavia, alcuni dei maggiori filosofi e storici del secolo scorso hanno osservato che entrambi furono animati da una comune ambizione: costruire una società perfetta attraverso la creazione di un “uomo nuovo”.

Questa idea rappresenta una rottura con una tradizione di pensiero che va da Aristotele fino al liberalismo moderno. Per Aristotele, la politica serve a creare le condizioni affinché gli uomini possano vivere bene, non a trasformare la loro essenza. Anche la tradizione cristiana, da Sant’Agostino a Pascal, ha sempre riconosciuto il limite costitutivo della natura umana: l’uomo può migliorare, educarsi, crescere moralmente, ma non può essere rifondato da un potere terreno.

Con la modernità nasce invece un’ambizione diversa. La politica non vuole più soltanto governare la società, ma rigenerarla. È qui che alcuni studiosi individuano l’origine delle grandi utopie politiche.

Lo storico Emilio Gentile ha mostrato come il fascismo fosse molto più di un semplice regime autoritario: era una “religione politica”. Il suo obiettivo non era soltanto conquistare il potere, ma plasmare una nuova umanità attraverso lo Stato, la scuola, la propaganda, l’organizzazione del tempo libero, il culto della disciplina e della nazione. Il mito dell'”uomo nuovo fascista” era parte integrante di questo progetto.

Anche il comunismo rivoluzionario, pur partendo da presupposti completamente diversi, immaginava la nascita di un uomo liberato dall’alienazione, dall’individualismo e dalla proprietà privata. François Furet, nel suo studio sul comunismo del Novecento, osserva che il fascino esercitato da questa ideologia derivava anche dalla promessa di una rigenerazione totale della società. Leszek Kołakowski, dopo essere stato marxista, arrivò a sostenere che il problema nasce quando la politica pretende di sostituirsi all’etica, alla religione e perfino alla coscienza individuale.

Jacob Talmon parlò di “democrazia totalitaria” per descrivere quei sistemi che, convinti di possedere la verità della storia, ritengono legittimo comprimere la libertà presente in nome della felicità futura. Se esiste un modello perfetto di società, chiunque vi si opponga non è più soltanto un avversario politico, ma un ostacolo al progresso.

Eric Voegelin spinse questa riflessione ancora oltre. Secondo lui, le grandi ideologie moderne sono il tentativo di “immanentizzare l’escaton”, cioè di realizzare nella storia quella perfezione che le religioni avevano sempre collocato oltre la storia. Il paradiso viene trasferito sulla terra e la politica assume un compito quasi salvifico. Ma proprio questa pretesa, secondo Voegelin, apre la strada ai totalitarismi: se il fine è la redenzione dell’umanità, ogni mezzo può apparire giustificato.

Karl Popper, ne La società aperta e i suoi nemici, formulò una critica destinata a diventare un classico della filosofia politica. Distinse tra la riforma graduale delle istituzioni e l'”ingegneria utopica”. Quest’ultima nasce dalla convinzione che sia possibile progettare razionalmente una società perfetta. Il problema è che nessuno possiede una conoscenza sufficiente della realtà umana per prevedere tutte le conseguenze delle proprie decisioni. Per questo, osserva Popper, le utopie finiscono spesso per ricorrere alla coercizione: quando la realtà non coincide con il progetto, si cerca di cambiare la realtà con la forza.

Anche Augusto Del Noce vide nel Novecento il tentativo di costruire una civiltà che, recidendo ogni riferimento a una dimensione trascendente, attribuiva alla politica un compito assoluto. Quando lo Stato pretende di definire il bene, il vero e perfino ciò che l’uomo deve essere, il potere non incontra più limiti.

Hannah Arendt, infine, colse un elemento decisivo. Il totalitarismo non mira soltanto all’obbedienza. Mira alla trasformazione dell’individuo. Vuole eliminare la spontaneità, la pluralità e la libertà di giudizio, perché un uomo capace di pensare autonomamente rappresenta sempre un limite al potere assoluto.

La grande lezione del Novecento, allora, non consiste nel diffidare degli ideali. Gli ideali sono indispensabili. Il problema nasce quando un ideale pretende di conoscere definitivamente ciò che l’uomo deve essere e affida alla politica il compito di realizzarlo.

La democrazia liberale parte invece da un presupposto molto più modesto e, forse proprio per questo, più realistico: l’uomo è imperfetto. Lo sono i governanti, lo sono i cittadini, lo sono le istituzioni. Per questo servono limiti al potere, pluralismo, libertà di critica e corpi intermedi. Non perché la democrazia prometta il paradiso, ma perché sa che nessun uomo e nessuna ideologia possono costruirlo.

Forse è questa la differenza più profonda tra le utopie politiche e una società libera: le prime promettono di creare un uomo nuovo; la seconda si accontenta di difendere la dignità e la libertà dell’uomo reale.

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venerdì 15 maggio 2026

VERSO LA CATASTROFE

  "Se la civiltà corre verso la catastrofe"

 In un’epoca di sgomento e paura la tecnologia sconvolge le nostre forme di vita e il Diritto è in crisi profonda. Si profila una lotta finale che ci avvicina all’apocalisse. 

 

-di Massimo Cacciari 

Quando si attraversano epoche di rottura avviene sempre che figure e conflitti tendano ad assumere un significato simbolico. Vi sono momenti di crisi per così dire normali, in cui l'Ordine, la Legge si riassestano o riformano per potersi adattare a mutamenti "locali" di situazione e così resistere e durare. Ma altri nei quali la trasformazione è così sistematica, investe così organicamente tutti gli aspetti della vita, da rendere patetico ogni "riformismo" e da costringere a pensare a nuovi Ordini globali. Credo che la nostra epoca abbia questi caratteri catastrofici. Catastrofe significa letteralmente cambiamento radicale di stato. Non è l'apocalisse, poiché nell'idea di apocalisse vi è il Giudizio divino che mette fine alla storia – e però ci somiglia, ne avverte in qualche modo la tremenda imminenza. E noi, credo, per citare un verso del Faust di Goethe, ci sentiamo, tra lo sgomento e la paura, maturi a un tale Giorno. 

Nulla più continua sulle tracce del tempo passato. La Tecnica che irrefrenabilmente sconvolge le nostre forme di vita non è semplicemente una nuova espressione dell'Homo technicus. Essa pone l'uomo stesso, la sua evoluzione biologica, a oggetto del proprio potere di manipolazione e trasformazione. Così un'altra Intelligenza rispetto a quella umana sarà chiamata a programmare istituzioni, comportamenti, la nostra stessa immaginazione. Un'analoga metamorfosi sta terremotando la geopolitica; gli equilibri tra i grandi spazi che avevano caratterizzato il secondo Dopoguerra non reggono evidentemente più. All'affermazione della realtà imperiale cinese occorre aggiungere la crescita dello spazio economico, tecnologico, politico del continente indiano. E la possibilità di giungere a una pace americano-occidentale-israeliana in Medio-oriente dimostra ogni giorno di più, con le guerre e i massacri che costa, la propria radicale infondatezza. O si giunge a un accordo, a una rete di trattati multipolari, che nulla hanno più a che fare con la Yalta di un tempo, oppure, se la follia ci guida a perseguire l'obbiettivo di uno Stato mondiale, l'attuale catastrofe produrrà l'Apocalisse. 

E, infine, altro segno dell'epoca di rottura che viviamo: la crisi del Diritto in tutte le sue forme. Nei conflitti e nelle guerre in atto non se ne fa più neppure cenno. Diritto è ormai nient'altro che il "nome" dell'atto in cui realizzo la mia volontà di potere. La legalità, come ha detto un alto esponente della leadership americana, è una cosa che va trattata "tiepidamente". Non solo non deve cercare di impedire, ma neanche essere d'intralcio all'attuazione del mio progetto. Una Giustizia patriottica è quella che serve, e che cosa significa patria lo decide, di nuovo, chi detiene il potere. 

Ma non era lo Stato di diritto il valore supremo che noi occidentali offrivano al resto del mondo? quello che pretendevamo anche di esportare? 

Discontinuità radicale su tutti i fronti. Nulla resterà come prima. Ripetiamolo, c'è odore di apocalisse. Inevitabile che nello stesso discorso politico emergano tratti e immagini di pregnanza simbolica. 

 Chi avrebbe mai immaginato un presidente degli Stati Uniti che attacca la Chiesa di Roma? 

Sbaglieremmo profondamente a derubricarlo come un caso pato-psicologico, limitato alla "maschera" di Trump. Le forme attuali del potere che regolano il sistema economico-finanziario globale, nel suo necessario rapporto con quello politico-militare, non possono non entrare in conflitto con il significato e il ruolo che la Chiesa contemporanea è chiamata, per propria natura, ad assumere. Anzitutto, esso è un ruolo di contenimento o di freno. Per questo aspetto, non si viene a contraddire in quanto tale la pressione irrefrenabile cui ci sottopone il ritmo dell'innovazione, ma certo si denuncia il fatto che l'imperativo dell'indefinito sviluppo non considera i propri effetti, le disuguaglianze che produce, non si traduce in benessere generale. 

Il sistema della Tecnica, che si esprime nella crescente simbiosi di economia e politica caratterizzante i grandi spazi imperiali, non tollera queste funzioni di contenimento. Per essi queste rappresentano limitazioni di quella libertà dell'individuo dalla cui fonte, dalla cui inesauribile tensione soltanto vengono ricerche, scoperte, innovazioni. Ogni sforzo va sostenuto per promuoverne l'energia creativa. O la politica assume questo come il proprio fine, o che l'ira Dei possa distruggerla. L'Anticristo è uno Stato mondiale che pretenda di programmare crescita e distribuzione della ricchezza, e ogni Stato che voglia ancora svolgere funzioni di comando sull'Intelligenza che dello sviluppo è l'anima, governarne lo spirito attraverso la sua "lettera", dell'Anticristo è l'immagine. 

Posta così la questione, lo scontro è radicale, poiché attiene al significato ultimo dell'escatologia cristiana. Colui che in prima persona è chiamato a rappresentarla e difenderla non può non denunciare il rovesciamento totale che della figura dell'Anticristo viene fatto da chi ora se ne proclama l'autentico nemico. Anticristo è chi sovverte in toto il senso cristiano della libertà, assumendo il volto del suo difensore e svuotandola dall'interno. 

Si profila davvero una lotta sulle "cose ultime", come avvenne con un altro Papa allo scoppio della prima Guerra mondiale che decise del suicidio d'Europa. La libertà cristiana escatologicamente intesa è quella che obbedisce al "comandamento nuovo", all'unico comandamento, quello di amore. 

È quella del samaritano che con gesto assolutamente gratuito cura il nemico mezzo morto sulla sua strada. È quella di chi sa perdonare. 

Vi era un potere che ipocritamente sembrava a volte rendere omaggio a questo "comandamento", e lo tradiva in tutti i modi di continuo. Ora infingimenti e ipocrisie non hanno più corso. È bene che così sia. Lo spirito di ognuno di noi può decidere in chiarezza. Due forme di libertà si confrontano e richiedono questa decisione. La libertà che, come limite, non ha che il proprio potere. E quella libertà che trascende il proprio stesso potere e riconosce il valore indistruttibile dell'altro e ne ha cura, e con lui vuole pace.

Alzogliocchiversoilcielo

La Stampa 

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giovedì 31 ottobre 2024

UNO SCONTRO DI CIVILTA'

 


Ucraina

 e Medio Oriente: 

perché 

non dobbiamo cadere 

nello 

"scontro di civiltà"

 


-        - di Mauro Magatti

-          

Dopo la caduta del Muro di Berlino, per vent’anni il mondo è stato retto dall’“ordine liberale globale”.

Un mondo che si sperava potesse unificarsi pacificamente attraverso la crescita economica e gli scambi commerciali.

Un ordine, dove tutti ci guadagnavano, che si reggeva sul presupposto che l’Occidente – uscito vincitore dalla Guerra fredda – ne fosse guida e garante.

È stato nel corso di questi decenni che, per la prima volta, alcuni elementi costitutivi della modernità occidentale (l’economia di mercato, la scienza, la tecnologia) sono stati esportati creando un mondo interconnesso. L’omologazione dei modelli politici e culturali si è invece rivelata più difficile del previsto.

Da qualche anno, questo processo si è arrestato.

In particolare, con l’attacco russo in Ucraina, è cominciato una fase nuova, dove le tensioni politiche sono tornate centrali.

Col rischio che ad affermarsi sia una visione ugualmente semplicistica, ma diametralmente opposta: lo scontro di civiltà.

Questa è la chiave con cui è stato letto l’incontro tenutosi in questi giorni a Kazan dei cosiddetti Brics allargati (Brasile, Cina, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, India, Iran, Russia e Sudafrica...) che rappresentano il 45% della popolazione mondiale, un Pil totale di 60mila miliardi di dollari e circa un quarto delle esportazioni globali.

Al summit hanno partecipato i rappresentanti diplomatici di 24 Nazioni.

In effetti, l’obiettivo dichiarato del padrone di casa Putin era quello di mettere in discussione l’ordine internazionale formatosi dopo la Guerra fredda.

Molti commentatori sono convinti che lo scontro tra blocchi sia ormai un destino segnato e che sarà senza esclusione di colpi.

Un’ipotesi che non si può certo escludere tenuto conto che, al punto a cui siamo arrivati, la posta in gioco riguarda il dominio di un mondo che la tecnica e l’economia hanno integrato in maniera irreversibile.

Più che interrogarsi sulle intenzioni altrui, la domanda che i Paesi occidentali – e specificatamente l’Europa – devono porsi è però un’altra: come stare dentro un processo destinato a creare un mondo diverso da quello che conosciamo?

Con quale meta finale?

Non si tratta di essere ingenui.

Né tanto meno deboli di fronte alla prepotenza.

Come accade in Ucraina, è giusto respingere le aggressioni.

Ma, d’altra parte, l’Occidente non può presentarsi come paladino del diritto e della pace se poi non è in grado di fermare la reazione fuori in misura di Israele.

Se l’obiettivo è quello di evitare di avvitarsi nella spirale dello scontro di civiltà, l’Occidente deve elaborare una nuova idea di universalismo.

Deve, cioè, dotarsi di un pensiero all’altezza della inedita sfida storica che il mondo sta cominciando ad affrontare.

Se le questioni geopolitiche della post-globalizzazione vengono affrontate con il codice della potenza (chi è il più forte) lo scontro di civiltà è inevitabile.

 Una strada impraticabile

Ma proprio la finitudine e l’interdipendenza del globo ci suggeriscono che questa strada è assurda. Semplicemente perché è impraticabile.

Se non si vuole che il XXI secolo sia ricordato come l’era della guerra civile planetaria – una sorta di concretizzazione della lotta di tutti contro tutti temuta da T. Hobbes – la strada da battere è quella di creare le condizioni per una convivenza tra diversi.

Dove, cioè, sia possibile riconoscere e rispettare le diversità, nel comune vincolo della appartenenza terrestre.

È la ragione, alla quale noi facciamo riferimento come fondamento della nostra cultura, che ci indica questa come unica via di futuro possibile, anche se non facile.

Ma che non si può abbandonare, pena l’imbarbarimento del pianeta intero.

Si dirà: ma se gli altri non vogliono?

Può essere che sia così.

Ma anche nelle “relazioni” internazionali – come in tutte le forme di interazione umana – a fare la differenza è il modo in cui si interagisce.

Il nostro problema non è rispondere in maniera automatica a chi usa la violenza, alimentando così la spirale della guerra, ma lavorare alacremente per aprire una strada diversa.

Ciò significa, prima di tutto, stemperare il congelamento delle divisioni.

Le civiltà mondiali sono molteplici.

E non hanno confini ben precisi.

Il mondo occidentale, per esempio, si distingue tra quello americano e quello europeo.

In Asia, la Cina ha tradizione e interessi diversi dall’India.

Il mondo islamico è disperso e frammentato.

In più ci sono tante aree che sono indefinibili e che rischiano solo di diventare il campo di battaglia del conflitto delle grandi potenze.

Per evitare lo scontro di civiltà occorre contrastare i riduzionismi che tracciano confini rigidi.

E lavorare invece sulla diversità e sulla pluralità.

Che sono poi la verità del mondo.

In secondo luogo, diventa cruciale la capacità di affrontare in modo creativo le due crisi che rischiano di spingerci verso lo scontro di civiltà – quella Ucraina, quella mediorientale – con una attenzione particolare a Taiwan, che rischia di essere la prossima ferita di un mondo in ebollizione.

Se non si vuole che parlino le armi, è necessario che parli la politica.

Ma la politica richiede pensiero, visione, anima.

Che è forse ciò di cui avvertiamo di più la mancanza.

 www.avvenire.it   

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sabato 31 agosto 2024

LA GRANDE ILLUSIONE

ALLA RICERCA 
DELLA PACE ... 
FACENDO GUERRA


- di Giuseppe Savagnone*


 Una lunga pausa di non-guerra

Davanti agli sconfortanti scenari di guerra che ormai quotidianamente scorrono davanti ai nostri occhi, viene alla mente il famoso film girato da Jean Renoir nel 1937, intitolato «La grande illusione». Allora il regista aveva ancora solo presente il dramma della Prima guerra mondiale. Avrebbe dovuto di lì a poco prendere atto quanto il mondo fosse ancora prigioniero dell’«illusione» che egli aveva denunziato.

 È sembrato, dopo il 1945, che finalmente la lezione delle due grandi tragedie con cui si è aperto il secolo scorso avesse dato qualche frutto. La guerra è continuata, fra i paesi del blocco comunista e quelli occidentali, ma è almeno diventata “fredda”. A questo ha certamente contribuito l’avvento di nuove armi – prima fra tutte quella atomica -, di cui entrambi gli Stati leader dei rispettivi schieramenti, Stati Uniti e Unione Sovietica, erano in possesso e che, con la loro spaventosa potenza distruttiva, facevano prevedere, in caso di conflitto, una catastrofe planetaria, senza vinti né vincitori.

 Da qui un lungo periodo di relativa pace, rotta solo, in Europa, da conflitti locali – come quelli determinati, alla fine Novecento, dalla dissoluzione della Repubblica jugoslava – e, fuori di essa, da guerre, come quelle tra Israele e gli Stati arabi, che non avevano coinvolto le grandi potenze in uno scontro frontale.

 Anche le due spedizioni militari condotte, tra la fine del secolo scorso e i primi del nostro, da coalizioni guidate dagli Stati Uniti contro l’Iraq di Saddam Hussein – la prima motivata dall’occupazione, da parte di quest’ultimo, del Kuwait, la seconda da una pretesa minaccia (rivelatasi poi inesistente) con armi di distruzione di massa – tutto sommato non avevano determinato un clima di tensione internazionale che potesse far percepire, anche lontanamente, il pericolo di una nuova guerra mondiale.

 Anche perché, con la caduta del muro di Berlino, nel 1989, il blocco comunista si era ormai sfaldato, lasciando il posto a una univoca egemonia americana. I nemici naturalmente non mancavano, ma andavano cercati nelle organizzazioni terroristiche islamiche e nelle loro proliferazioni, da Al-Qāʿida all’ISIS.

 L’aggressione di Putin all’Ucraina

Con la sciagurata «operazione speciale» avviata da Putin nei confronti dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, questa lunga pausa di pace – o almeno di non-guerra – , che durava dal 1945, si è bruscamene interrotta.

 Ben lungi da risolversi in un conflitto locale, come forse immaginava il capo del Cremlino, l’invasione  russa – dopo l’annessione della Crimea, nel 2014 – è stata considerata dalle potenze occidentali e dai loro alleati alla stregua delle annessioni messe in atto da Hitler, alla viglia della Seconda guerra mondiale e come tale è stata fronteggiata con estrema decisione, per evitare le conseguenze disastrose che un debole pacifismo aveva prodotto allora, nella Conferenza di Monaco del 1938.

 Dietro impulso della NATO – un’alleanza militare sorta in funzione anti-russa alla fine della Seconda guerra mondiale e rivalutata in questa occasione – si sono messe in atto a sostegno dell’Ucraina (che pure non faceva parte dell’Alleanza atlantica) tutta una serie di misure economiche, politiche e militari contro la Russia, tanto da far parlare di una “guerra per procura”.

 Tutto questo ha spaccato il pianeta – i grandi paesi del Sud globale (Cina, India, Brasile, Sudafrica) non hanno aderito né al boicottaggio né al fronte polito-militare che lo sosteneva – ma non impedito alla Russia di continuare la sua guerra e, dopo un inizio disastroso, di avere dei discreti successi.

 Anche la recente invasione del territorio russo nella regione di Kursk – inizialmente salutata dai governi e dalle opinioni pubbliche occidentali come una svolta decisiva e un rovesciamento delle sorti della guerra – si rivela sempre di più una mossa efficace sul piano psicologico e propagandistico, ma di dubbia efficacia sulle sorti complessive del conflitto.

 Per non dire che, stando a molte analisi militari, il “colpo di scena” voluto da Zelens’kyj (che, non dimentichiamolo è un uomo di teatro e ne ha dato prova in molte occasioni), può costare caro in termini strategici a un esercito già alle prese con una grave carenza di uomini.

 La pace impossibile

Ciò rende problematica, per non dire praticamente impossibile, ogni prospettiva di exit dal conflitto. Infatti, per il premier ucraino – appoggiato in questo senza riserve dal presidente Biden e dalla maggioranza dei leader occidentali – ciò che conta è piegare la Russia sul campo di battaglia. Il problema della pace si porrà solo dopo la vittoria. L’accordo a cui Putin dovrà essere costretto non prevede un vero e proprio negoziato, se non per sancire la totale rinunzia alle conquiste russe, perfino a quella, già realizzata nel 2014, della Crimea.

 È significativo che al grande vertice di pace indetto dalla Svizzera a Lucerna il 16 e il 17 giugno scorso, su iniziativa di Zelens’kyj, la Russia non sia stata nemmeno invitata, trasformando in realtà il convegno in una raccolta di adesioni alla rivendicazione ucraina della propria integrale identità territoriale.

 In questa prospettiva si pone anche il recente attacco nella regione di Kursk. «L’Ucraina – scrive su X (ex Twitter) Mychajlo Podoljak, consigliere presidenziale ucraino – «non è interessata a occupare i territori russi (…). Ma se parliamo di potenziali negoziati – sottolineo potenziali – dovremo mettere la Federazione Russa al tavolo delle trattative. Alle nostre condizioni (…). Abbiamo mezzi efficaci e collaudati per costringerli. Oltre a quelli economici e diplomatici, c’è anche lo strumento militare. Dobbiamo infliggere alla Russia sconfitte tattiche significative. Nella regione di Kursk, possiamo vedere chiaramente come lo strumento militare venga oggettivamente usato per convincere la Federazione Russa a entrare in un processo negoziale equo».

 Peraltro, Zelens’kyj non si stanca di ripetere agli alleati che la posta in gioco non è solo la libertà dell’Ucraina, ma quella dell’Occidente e del mondo intero.

 E così del resto, la guerra è stata impostata fin dall’inizio dalla NATO, finalizzandola a dimostrare, come ha detto Biden in un discorso del 2022, «quanto la guerra di Putin abbia fatto della Russia un paria» e «isolarla dal palcoscenico internazionale». E così si è fatto (si pensi all’esclusione degli atleti russi dalla Olimpiadi e dalle Paralimpiadi, che avrebbero dovuto essere il luogo del superamento dei contrasti).

 In questa logica, nessun dialogo è possibile, non solo per la volontà di Putin di perseguire fino in fondo il suo cinico progetto imperialistico, ma anche per la simmetrica indisponibilità occidentale a un dialogo che contrasterebbe con questa linea.

 Col rischio sempre più reale, però, di trasformare questa, che è già una terza guerra mondiale per procura, in un conflitto diretto tra l’Occidente e la Russia. Purtroppo non è un pericolo remoto. Al punto in cui siamo, nessuno dei due contendenti può permettersi di perdere. La speranza che ci rimane è quella che la guerra duri senza fine, con i suoi spaventosi costi di vite umane e di distruzioni materiali.

 Un’altra guerra infinita

C’è un’analogia tra il conflitto in Ucraina e ciò che sta accedendo nel Medio Oriente. Qui non c’è una terza guerra mondiale, nemmeno indiretta. Però anche in questo caso l’Occidente, con i suoi alleati della NATO, è fin dall’inizio schierato a fianco di Israele e gli offre il suo pieno appoggio militare, economico e politico.

 Un appoggio non certo contraddetto dagli inviti alla moderazione e dalle pressioni per una tregua, rivolti a Tel Aviv dai governi occidentali, che appaiono scandalosamente inadeguati davanti alla sistematica violazione, da parte dell’esercito israeliano, di tutti i princìpi del diritto internazionale e dei diritti umani più elementari. Quando, da parte degli Stati Uniti, basterebbe – per rendere credibili queste riserve – la sospensione delle imponenti forniture di armi che continuano ad essere garantite anche mentre il segretario di Stato Blinken pressa per una tregua umanitaria.

 E anche in questo caso l’ “aggredito” – che qui è Netanyahu – non vuole sentir parlare di pace se prima non ha ottenuto una vittoria totale, che in questo caso non e solo la disfatta dell’avversario, ma la sua totale distruzione. «Porremo fine alla guerra solo dopo aver raggiunto tutti gli obiettivi, compresa l’eliminazione di Hamas e il rilascio di tutti i nostri ostaggi», ha dichiarato, ancora lo scorso luglio, il premier israeliano.  

 E anche lui ricorda ai suoi alleati e sostenitori che la posta in gioco del conflitto che Israele sta combattendo ha un valore universale: «Quello che sta accadendo – ha detto Netanyahu parlando al Congresso americano, da cui è stato entusiasticamente applaudito, come già era accaduto poco tempo prima con Zelens’kyj – «non è uno scontro di civiltà, ma tra barbarie e civiltà, tra coloro che glorificano la morte e coloro che glorificano la vita».

 Il Bene contro il Male. In questa logica manichea, ogni concessione sarebbe un tradimento. Certo, Biden sembra colpito dalla constatazione che il Male, a differenza di quanto accade nella guerra tra Russia e Ucraina, purtroppo assume il volto di donne e bambini palestinesi massacrati a migliaia dai difensori del Bene. Ma gli scrupoli del presidente americano non lo hanno portato, in dieci messi, al punto di dissociarsi dal suo alleato israeliano.

 Anche qui, però, sembra proprio che l’appoggio dovrà essere prolungato ancora per molto, forse all’infinito. La guerra a Gaza non è andata bene a Israele, che, in questi dieci mesi, non è riuscito a raggiungere nessuno dei due obiettivi che si era proposto e questo lo spinge a cercare altri teatri dove esercitare la sua assoluta superiorità militare. In questa logica si spiega l’ultimo attacco alla Cisgiordania, il cui gruppo dirigente è costituito dall’OLP, che non ha nulla a che vedere con Hamas e con la strage del 7 ottobre, e che anzi  avrebbe dovuto essere fin dall’inizio il partner su cui puntare per isolare i terroristi della Striscia.

 Solo che moltiplicare la propria aggressività non solo non giova all’immagine internazionale, già ampiamente compromessa davanti all’opinione pubblica mondiale, ma suscita sempre nuovi nemici. Più diventa chiaro che il bersaglio da colpire e distruggere non è Hamas, ma i palestinesi, più Israele si troverà odiato e isolato dalla gente dei territori in cui deve pur continuare a vivere. E le bombe americane da novecento chili per questo non serviranno.

 La grande illusione, in entrambe queste vicende, è credere che puntando sulla forza muscolare delle armi – con i soldi degli alleati (che siamo  sempre noi occidentali) – si risolveranno i problemi. I fatti dicono il contrario. Forse sarebbe il momento che anche i nostri governi ne prendessero atto e che, invece di continuare a giurare incrollabile sostegno a Kiev e a Tel Aviv, cominciassero finalmente a chiedersi cosa fare concretamente per arrivare alla pace senza aspettare la fantomatica vittoria totale.

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura – Arcidiocesi di Palermo

www.tuttavia.eu

 

martedì 5 marzo 2024

IL "DIRITTO" di ABORTIRE


 Francia: l’aborto nella Costituzione, 

messaggio di civiltà?


Pubblichiamo in anteprima, per gentile concessione dell’Ufficio per la Pastorale della cultura della diocesi di Palermo, il testo di Giuseppe Savagnone sulla approvazione della modifica alla Costituzione francese che recepisce il «diritto di aborto». Il testo sarà in seguito pubblicato nella rubrica «I chiaroscuri» che l’autore firma per il sito della Pastorale della cultura.

 -di Giuseppe Savagnone

Con l’approvazione definitiva della modifica alla Costituzione da parte del Parlamento francese, a camere riunite, lunedì 4 marzo, la Francia è ora il primo paese non solo in Europa, ma anche nel mondo, a includere il diritto di aborto nella sua Carta fondamentale.

In realtà in Francia l’interruzione volontaria della gravidanza è già stata legalizzata da decenni, e il numero di aborti è in continua crescita: 234mila solo nel 2022, record assoluto, 17mila in più dell’anno precedente. I pochissimi oppositori (nella votazione finale i voti favorevoli sono stati 780, i contrari 72) avevano sottolineato questo dato di fatto per evidenziare l’inutilità pratica di un’ulteriore conferma a livello costituzionale.

Ma non è valso a nulla, perché la solenne proclamazione del diritto di abortire è stata voluta per il suo valore simbolico, come un messaggio di civiltà. E come tale è stato salutato, con entusiasmo, in Francia e nel resto del mondo. Anche come risposta all’annullamento, un anno e mezzo fa, della Roe vs Wade da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti.

Qualche domanda

Davanti a tanto entusiasmo, può tuttavia essere lecita qualche perplessità. La prima riguarda il profondo mutamento di prospettiva che questo clima comporta. L’aborto da sempre è stato per molte donne una dolorosa necessità, di cui sono state loro stesse le prime vittime. Uccidere il bambino che si porta nel seno è sempre stato ed è, normalmente, per una madre, un dramma, reso più tremendo dal fatto che una società maschilista, ancora oggi, non fa il possibile per evitarlo, lasciandola spesso sola a vivere sulla propria pelle i tanti problemi che rendono problematica la maternità.

Il voto del Parlamento francese e i toni trionfalistici dei commenti che lo hanno esaltato, sia in Francia che sulla stampa internazionale, sembrano trasformare una tragedia per cui indignarsi e contro cui lottare in una suprema affermazione della dignità e della libertà delle donne. L’aborto diventa simbolo di emancipazione, profezia di nuovo modo intender la femminilità. Mettendo ancora una volta in secondo piano l’urgenza di investire maggiori risorse per dare alle donne, piuttosto che la licenza di eliminare i propri figli, la possibilità di non farlo.

Senza dire che l’inserimento del «diritto di aborto» nella Costituzione pone seri problemi a quei francesi che non si riconoscono in questa decisione per motivi di coscienza. Da sempre alcune grandi religioni – come il cattolicesimo –, ben lungi da ritenere l’interruzione volontaria della gravidanza un diritto, l’hanno considerata una violenza contro la vita umana e altre – come l’islam – le hanno posto limiti rigorosi. Che cosa significherà per i credenti di queste fedi religiose essere cittadini di un paese che la esalta come un valore fondamentale della comunità civile? Queste persone resteranno in Francia come stranieri morali? Come sarà possibile l’obiezione di coscienza di medici e infermieri nei confronti di un diritto costituzionalmente riconosciuto?

Si potrà dire che la laicità dello Stato non può accettare interferenze di ordine confessionale. Ma – a parte il fatto che, in un paese che proclama la tolleranza religiosa, la fede non dovrebbe costituire un motivo di spaccatura tra i cittadini – non sono pochi i laici che si sono pronunziati contro la legalizzazione dell’aborto. Valga per tutti, l’autorevole esempio di Norberto Bobbio, che in Italia rifiutò di sostenere il referendum per motivi di coscienza e di ragione.

Il parallelo polemico con la sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti non funziona, anzi evidenzia la differenza: in quella non si dichiarava anticostituzionale l’aborto, anzi neppure lo si proibiva, solo ci si limitava a rimandare la questione ai singoli Stati, lasciando impregiudicata la questione a livello federale. Nessun americano era messo in condizione di scegliere tra il suo essere cittadino e la sua coscienza. In questo caso sì.

Diritto di aborto e libertà delle donne

Si potrà dire che il diritto di aborto è solo una implicazione e una conseguenza logica del riconoscimento della libertà della donna. Ed è in nome di quest’ultima, come abbiamo appena visto, che esso è stato inserito nella Costituzione francese. Ma è veramente così?

A metterlo in dubbio è proprio uno studioso che da anni è in prima fila nel sostenere la legittimità etica e giuridica dell’aborto, Peter Singer, il quale in un suo libro fa notare che appellarsi alla libertà della donna per dimostrare questa legittimità «può essere una buona politica, ma certo è cattiva filosofia. Presentare il problema dell’aborto come una questione di libertà di scelta individuale (…) significa già di per sé presupporre che il feto in realtà non conta nulla. Chiunque pensi che un feto umano ha lo stesso diritto alla vita degli altri esseri umani non potrà mai ridurre il problema dell’aborto a una questione di libertà di scelta, più di quanto possa ridurre la schiavitù a una questione di libertà di scelta da parte degli schiavisti».

E lo slogan, coralmente ripetuto, secondo cui il diritto di aborto esprime la libertà della donna di fare del suo corpo quello che vuole? Le parole di Singer − autore non certo sospetto di bigotto moralismo – ci ricordano quello che qualunque biologo sa benissimo, e cioè che quello slogan è falso. Secondo la scienza, l’embrione e il feto non fanno affatto parte del corpo della donna, perché sono individui a sé stanti.

Si può ignorare questo dato scientifico, come si può essere terrapiattisti, ma la realtà non cambia. Perciò non si può equiparare la libertà della donna di abortire a quella di studiare, di viaggiare, di esercitare una professione, perché in questo caso è in gioco la vita di un altro essere vivente.

Esseri umani e persone

Se, dunque, si vuole affrontare seriamente il problema, è sul valore o meno di questa vita che bisogna concentrare l’argomentazione. Ora, come riconosce il pensatore australiano, non si può negare che, anche in questa fase, si tratti di una vita umana. Ormai, egli osserva, la biologia ha dimostrato che non ci sono “salti” tra la vita pre-natale e quella successiva al parto e una cesura tra l’una e l’altra sarebbe arbitraria.

Ma questo, secondo Singer, non significa che embrioni e feti siano persone. Ed è la vita della persona, non la vita umana come tale, che bisogna tutelare. «Perché è moralmente sbagliato», si chiede Singer, «sopprimere una vita umana? (…). Che cosa c’è di così speciale nel fatto che una vita sia umana?». Per lui l’appartenenza alla specie umana è un dato di fatto meramente biologico, privo di implicazioni valoriali ed etiche.

Su questo punto, peraltro, convergono tutti i grandi bioeticisti anglosassoni. A essere importanti, secondo loro, non sono gli esseri umani come tali, ma le persone. Qual è la differenza? Se lo chiede un altro autorevole studioso, Michael Tooley: «Quali proprietà si devono avere per essere una persona, cioè per avere un serio diritto alla vita?». La sua risposta esprime la convinzione largamente condivisa, pur delle varianti, dalla maggioranza dei bioeticisti anglosassoni: «Un organismo possiede un serio diritto alla vita solo se possiede il concetto di sé come soggetto continuo nel tempo di esperienze e altri stati mentali, e crede di essere una tale entità continua nel tempo».

Per essere persone, insomma, è necessaria l’autocoscienza. Perciò, come dice lapidariamente un altro notissimo studioso, Tristam Engelhardt, «non tutti gli esseri umani sono persone. Non tutti gli esseri umani sono autocoscienti, razionali e capaci di concepire la possibilità di biasimare e lodare. I feti, gli infanti, i ritardati mentali gravi e coloro che sono in coma senza speranza costituiscono esempi di non-persone umane». Costoro sono esseri umani ma, poiché non sono in atto coscienti di sé, la loro vita può essere sacrificata al pari di quella degli individui di tutte le altre specie.

L’argomento non vale peraltro solo per embrioni e feti, ma anche per gli infanti, i bambini nelle prime fasi successive al parto i quali, secondo tutti questi autori, non essendo autocoscienti non sono persone. Per Engelhardt «le persone in senso stretto vengono in essere solo qualche tempo − probabilmente qualche anno − dopo la nascita». È questione di logica. Sulla stessa linea, infatti, è Singer: «Sembrano esserci solo due possibilità: opporsi all’aborto o consentire l’infanticidio».

Davanti alle probabili perplessità che una simile implicazione del diritto di aborto può suscitare, entrambi gli studiosi fanno notare che civiltà molto evolute, come quella greca, hanno ritenuto normale l’infanticidio e che, come ha scritto Singer, il tabù relativo ad esso si deve solo a «due millenni di ossequio puramente formale all’etica cristiana», ora finalmente alle nostre spalle.

Una pericolosa discriminazione

Questo è ciò che, in nome della ragione, si è riusciti a dire finora per giustificare la legittimità etica e giuridica dell’aborto. Dove è chiaro che l’appello alla libertà della donna lo può giustificare solo se è valida la distinzione tra esseri umani e persone, che a sua volta è basata su una filosofia, non sulla scienza, per la quale i non nati sono individui biologicamente umani, come i nati.

Solo che questa distinzione non vale solo per la questione dell’interruzione della gravidanza e, più in generale, implica la divisione in uomini e donne di serie A e uomini e donne di serie B, escludendo i secondi da ogni tutela e consegnandoli all’arbitrio dei primi.

Non possono non ritornare alla mente le società del passato che in base a questa distinzione hanno considerato non-persone gli schiavi, le donne, gli indios, i poveri. O, più recentemente, gli ebrei. E non è un caso che oggi le dichiarazioni dei diritti parlino di esseri umani, senza altro requisito che la loro umanità.

Ora, in nome della libertà delle donne, la Costituzione francese introduce solennemente una nuova discriminazione, l’esercizio in atto dell’autocoscienza. Così il diritto di abortire apre la porta a quello di eliminare chiunque sia sfornito di quel requisito (neonati, malati di mente, individui in coma). È questo il messaggio di civiltà che la Francia vuole lanciare al mondo?

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lunedì 4 marzo 2024

SCRITTURA A MANO, GINNASTICA DELLA CIVILTA'

In Nord America si torna a insegnare il corsivo a scuola.

 Pratica necessaria 

al tempo del pc, 

che ha mutato 

alla radice l’approccio. 

A livello fisico e cognitivo.

 

 

-         di RAFFAELE SIMONE

 

In diversi Paesi occidentali (Canada e alcuni degli Stati Uniti) si registra da qualche anno un ritorno all’insegnamento della scrittura corsiva a mano nella scuola primaria. Dagli anni Ottanta in poi, sulla spinta di dottrine pedagogiche più o meno salde, la scrittura corsiva fu abbandonata e sostituita con la pratica del maiuscoletto (detto familiarmente stampatello), un “glifo” preso in prestito dalla tipografia. Al maiuscoletto si attribuivano diversi vantaggi: una maggiore facilità di apprendimento, perché permette di saltare la lunga serie di passi grafici (le aste, i tondi ecc.) necessari per imparare la scrittura corsiva, e una maggiore velocità di esecuzione. Inizialmente l’obiettivo era di usarlo nei primi anni dell’apprendimento, con l’intento di passare più tardi al corsivo. Nondimeno, come mi ha fatto notare Franco Lorenzoni, maestro elementare di grande esperienza e autore di libri di culto nell’ambiente della scuola primaria (come Educare controvento, Sellerio), «un discreto numero di maestre e maestri hanno rimandato di anni e in alcuni casi rinunciato a insegnare lo scrivere in corsivo», lasciando che il maiuscoletto rimanesse il solo praticato, come mi è capitato di riscontrare presso i miei studenti universitari sin dalla fine degli anni Ottanta.

 Più di recente, l’universale diffusione di strumenti di scrittura a tastiera (computer, tablet, smartphone) ha scompigliato le carte, spingendo ad accantonare anche il maiuscoletto: i bambini imparano spesso a scrivere direttamente digitando su una tastiera. Se poi devono proprio scrivere a mano qualcosa, lo fanno in maiuscoletto, ma la frequenza dell’uso di tastiere rende gradualmente marginale (oltre che ingrato) anche questo compito. Non è più la mano intera che lavora, ma solo le dita, e solo con la punta.

 In un’epoca come la nostra, tra guerre e disordini geopolitici catastrofici, occuparsi delle prime fasi della scrittura può sembrare un intrattenimento superfluo. Ma non è così. Tutto ciò che riguarda la scrittura va guardato con estremo rispetto. La scrittura, pur essendo relativamente recente (i suoi inizi non risalgono a molto più di 5.000 anni fa) è infatti una delle nostre invenzioni più insigni e potenti, perché ha permesso una quantità di acquisizioni di cui la specie umana si è enormemente avvantaggiata: dalla trasmissione e conservazione di informazioni alla letteratura, dalla registrazione di proprietà e oggetti alla messa per iscritto della matematica e di altri codici simbolici. Col tempo la scrittura ha preso tale importanza che, nella modernità, l’alfabetismo (che l’inglese chiama più espressivamente literacy “capacità di scrivere le lettere”) è uno degli indicatori primari del grado di sviluppo culturale e civile sia del singolo che di un intero paese.

 Come tutte le invenzioni simboliche, però, la scrittura è fragile. Per questo, non sorprende che, a dispetto dell’importanza che ha assunto nella storia, sia stata colpita in pieno dall’avvento del digitale (quel che io chiamo di solito “mediasfera”), considerato che a quel mondo si accede quasi solo scrivendo su una tastiera. Le pratiche di scrittura ne sono state rimodellate alla radice. Tutti oggi scrivono sin dall’infanzia su qualche device (smartphone, pc, tablet ecc.), al punto da dar luogo a uno dei paradossi più singolari della nostra epoca: sebbene nella storia non si sia mai scritto tanto, il dominio della scrittura (in tutti i suoi sensi) non si è affatto consolidato. È solo per una sorta di inerzia lessicale che continuiamo a chiamare “scrittura” un comportamento che non somiglia in nulla a ciò che, nel tempo, si è indicato con questo termine. Per questo, se si torna a discutere di scrittura a mano e in qualche paese si torna ad adottarla come forma primaria di apprendimento, è importante capire che cosa questo significhi. È utile ricordare che le invenzioni culturali come la scrittura (e la lettura) si basano su meccanismi cerebrali che si erano evoluti per tutt’altri scopi, ma che, avendo un certo margine di plasticità, si sono riconvertiti alle nuove funzioni. Lo stesso adattamento ha avuto luogo per il linguaggio: l’organismo umano non aveva nessun circuito neuronale o apparato dedicato per parlare, eppure Homo sapiens parla. Stanislas Dehaene (del Collège de France), uno dei più brillanti neuroscienziati europei, ha chiamato questo fenomeno “riciclaggio neuronale”. Il riciclaggio non ha funzionato però solo per i neuroni, ma anche per la dimensione motoria: neppure la mano era originariamente fatta per muovere uno stilo su un supporto piano, ma per prendere, manovrare, tirare, avvitare, stringere ecc., oltre che per percepire attraverso il tatto. Adattandosi alla nuova funzione, tutte le sue ventisette ossa lavorano per eseguire la scrittura, ma senza rinunciare alle loro funzioni evolutivamente primarie.

 Insomma, la scrittura a mano non comporta solo l’attività e l’allenamento di particolari strutture neuronali, ma anche uno speciale lavoro delle diverse parti della mano. Ciò vale in particolare per la scrittura corsiva, che nella tradizione italiana (e di altri Paesi) si presenta nella forma del corsivo inglese: lettere con curve, anelli, spigoli, riccioli, che possono sporgere sul rigo verso l’alto e verso il basso e che, soprattutto, si legano tra di loro mediante tratti appositi (le legature). La mano deve scorrere fluidamente, seguendo il rigo e attenendosi ai bordi, controllando la pressione, interagendo con la vista, imparando così gradualmente movimenti dedicati sempre più fini. Queste operazioni sono ovviamente complesse e, come ho accennato, richiedono un lungo processo preparatorio. Ma questo sforzo paga: in questo modo il piccolo umano acquista capacità anche in altri ambiti.

 La scrittura manuale è infatti collegata con altre pratiche fini, che il bambino ha bisogno di acquisire sin dai primi anni. Comporta per esempio la capacità di maneggiare gli attrezzi connessi con lo scrivere: penne, gesso, gomme da cancellare, colla e forbici. Franco Lorenzoni mi ha ricordato che con la scomparsa della scrittura corsiva «bambine e bambini hanno disimparato ad allacciarsi le scarpe, ma in questo caso l’industria ha provveduto fornendo a loro e ai loro genitori scarpe che si chiudono a strappo».

 A un livello più alto, alcune tradizioni di scrittura mostrano il continuum tra la scrittura a mano e il disegno. Così nella tradizione araba, l’alfabeto permette legature e fitti intrecci di caratteri, anche di grandi dimensioni, tanto da poter essere adoperate come decorazioni di monumenti. Nella tradizione giapponese, legata a una lingua non alfabetica, l’arte della scrittura (lo shod “via, metodo della scrittura”) può essere praticata da esperti calligrafi anche in piedi, muovendo verticalmente un lungo pennello sul foglio poggiato in terra.

 I collegamenti sono quindi fitti e ramificati e riguardano tanto i livelli pratici del vivere quanto le funzioni superiori. Gli studi di Hetty Roessingh e collaboratori (University di Calgary, Canada) hanno messo in evidenza che la scrittura corsiva a mano interagisce in modo significativo con diverse attività cognitive: per esempio favorisce nell’infanzia testi scritti di migliore qualità e realizzati con maggior fluidità. Benché lenta, di faticosa acquisizione e implicante controllo costante, la scrittura corsiva a mano porta troppi vantaggi per lasciarla scomparire. Sarà bene pensarci anche in Italia.

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