"Se la civiltà corre verso la catastrofe"
-di Massimo Cacciari
Quando si attraversano epoche di rottura avviene sempre che figure e conflitti tendano ad assumere un significato simbolico. Vi sono momenti di crisi per così dire normali, in cui l'Ordine, la Legge si riassestano o riformano per potersi adattare a mutamenti "locali" di situazione e così resistere e durare. Ma altri nei quali la trasformazione è così sistematica, investe così organicamente tutti gli aspetti della vita, da rendere patetico ogni "riformismo" e da costringere a pensare a nuovi Ordini globali. Credo che la nostra epoca abbia questi caratteri catastrofici. Catastrofe significa letteralmente cambiamento radicale di stato. Non è l'apocalisse, poiché nell'idea di apocalisse vi è il Giudizio divino che mette fine alla storia – e però ci somiglia, ne avverte in qualche modo la tremenda imminenza. E noi, credo, per citare un verso del Faust di Goethe, ci sentiamo, tra lo sgomento e la paura, maturi a un tale Giorno.
Nulla
più continua sulle tracce del tempo passato. La Tecnica che irrefrenabilmente
sconvolge le nostre forme di vita non è semplicemente una nuova espressione
dell'Homo technicus. Essa pone l'uomo stesso, la sua evoluzione
biologica, a oggetto del proprio potere di manipolazione e trasformazione. Così
un'altra Intelligenza rispetto a quella umana sarà chiamata a programmare
istituzioni, comportamenti, la nostra stessa immaginazione. Un'analoga
metamorfosi sta terremotando la geopolitica; gli equilibri tra i grandi spazi
che avevano caratterizzato il secondo Dopoguerra non reggono evidentemente più.
All'affermazione della realtà imperiale cinese occorre aggiungere la crescita
dello spazio economico, tecnologico, politico del continente indiano. E la
possibilità di giungere a una pace americano-occidentale-israeliana in
Medio-oriente dimostra ogni giorno di più, con le guerre e i massacri che
costa, la propria radicale infondatezza. O si giunge a un accordo, a una rete
di trattati multipolari, che nulla hanno più a che fare con la Yalta di un tempo, oppure, se la follia ci guida a
perseguire l'obbiettivo di uno Stato mondiale, l'attuale catastrofe produrrà
l'Apocalisse.
E,
infine, altro segno dell'epoca di rottura che viviamo: la crisi del Diritto in
tutte le sue forme. Nei conflitti e nelle guerre in atto non se ne fa più
neppure cenno. Diritto è ormai nient'altro che il "nome" dell'atto in
cui realizzo la mia volontà di potere. La legalità, come ha detto un alto
esponente della leadership americana, è una cosa che va trattata
"tiepidamente". Non solo non deve cercare di impedire, ma neanche
essere d'intralcio all'attuazione del mio progetto. Una Giustizia patriottica è
quella che serve, e che cosa significa patria lo decide, di nuovo, chi detiene
il potere.
Ma
non era lo Stato di diritto il valore supremo che noi occidentali
offrivano al resto del mondo? quello che pretendevamo anche di esportare?
Discontinuità
radicale su tutti i fronti. Nulla resterà come prima. Ripetiamolo, c'è odore di
apocalisse. Inevitabile che nello stesso discorso politico emergano tratti e
immagini di pregnanza simbolica.
Sbaglieremmo
profondamente a derubricarlo come un caso pato-psicologico, limitato alla
"maschera" di Trump. Le forme attuali del potere che regolano il sistema
economico-finanziario globale, nel suo necessario rapporto con quello
politico-militare, non possono non entrare in conflitto con il significato e il
ruolo che la Chiesa contemporanea è chiamata, per propria natura,
ad assumere. Anzitutto, esso è un ruolo di contenimento o di freno. Per questo
aspetto, non si viene a contraddire in quanto tale la pressione irrefrenabile
cui ci sottopone il ritmo dell'innovazione, ma certo si denuncia il fatto che
l'imperativo dell'indefinito sviluppo non considera i propri effetti, le
disuguaglianze che produce, non si traduce in benessere generale.
Il
sistema della Tecnica, che si esprime nella crescente simbiosi di economia e
politica caratterizzante i grandi spazi imperiali, non tollera queste funzioni
di contenimento. Per essi queste rappresentano limitazioni di quella libertà
dell'individuo dalla cui fonte, dalla cui inesauribile tensione soltanto
vengono ricerche, scoperte, innovazioni. Ogni sforzo va sostenuto per
promuoverne l'energia creativa. O la politica assume questo come il proprio
fine, o che l'ira Dei possa distruggerla. L'Anticristo è uno Stato mondiale che
pretenda di programmare crescita e distribuzione della ricchezza, e ogni Stato
che voglia ancora svolgere funzioni di comando sull'Intelligenza che dello
sviluppo è l'anima, governarne lo spirito attraverso la sua "lettera",
dell'Anticristo è l'immagine.
Posta
così la questione, lo scontro è radicale, poiché attiene al significato ultimo
dell'escatologia cristiana. Colui che in prima persona è chiamato a
rappresentarla e difenderla non può non denunciare il rovesciamento totale che
della figura dell'Anticristo viene fatto da chi ora se ne proclama l'autentico
nemico. Anticristo è chi sovverte in toto il senso cristiano della libertà,
assumendo il volto del suo difensore e svuotandola dall'interno.
Si
profila davvero una lotta sulle "cose ultime", come avvenne con un
altro Papa allo scoppio della prima Guerra mondiale che decise del suicidio
d'Europa. La libertà cristiana escatologicamente intesa è quella che obbedisce
al "comandamento nuovo", all'unico comandamento, quello di
amore.
È
quella del samaritano che con gesto assolutamente gratuito cura il nemico mezzo
morto sulla sua strada. È quella di chi sa perdonare.
Vi
era un potere che ipocritamente sembrava a volte rendere omaggio a questo
"comandamento", e lo tradiva in tutti i modi di continuo. Ora
infingimenti e ipocrisie non hanno più corso. È bene che così sia. Lo spirito
di ognuno di noi può decidere in chiarezza. Due forme di libertà si confrontano
e richiedono questa decisione. La libertà che, come limite, non ha che il
proprio potere. E quella libertà che trascende il proprio stesso potere e
riconosce il valore indistruttibile dell'altro e ne ha cura, e con lui vuole
pace.
Nessun commento:
Posta un commento