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giovedì 10 luglio 2025

INNOVAZIONE SCOLASTICA

 


Tra lezioni nella natura

 e percorsi inclusivi

 si studiano esperienze

 didattiche innovative

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-di Romina Gobbo

-        

 «L’educazione non ha una regola, un protocollo da applicare, va applicata ogni volta alla singola persona. Ogni caso chiama l'educatore a inventare, ed è sempre rischioso. Ma non può essere altrimenti. L'educazione non esiste se non viene rinnovata continuamente. O la pensi, la vivi in quel giorno lì, oppure è destinata a essere sempre vecchia». Alberto Raffaelli, già dirigente scolastico, ideatore e oggi presidente del Festival nazionale dell'innovazione scolastica, spiega così la riflessione dalla quale il Festival è nato. «Se il docente ha la consapevolezza che senza l'innovazione l'educazione non esiste, allora può sperimentare qualsiasi tipologia di insegnamento, dentro e fuori le mura scolastiche».

Questa consapevolezza è ben chiara nelle oltre duecento scuole italiane che si sono candidate alla quinta edizione del Festival, che si terrà dal 5 al 7 settembre a Valdobbiadene (Treviso), con sede principale Villa dei Cedri. Settantadue le selezionate: in prevalenza istituti statali, ma anche scuole paritarie e, per la prima volta, anche diverse scuole professionali (Salesiani, Enaip, Cefal, oltre alla ormai “storica” partecipazione di Dieffe). Una tre giorni che vedrà dirigenti e docenti confrontarsi, sulla base di relazioni e video che verranno presentati e che illustrano esperienze educative alternative poste in essere in alcune scuole italiane: si va dalle esperienze outdoor (orti scolastici, laboratori nella natura, giornate nei boschi...), mostre immersive che fanno sperimentare ai ragazzi la vita dall'interno dell'ecosistema, performance musicali, ma con elementi visivi e tattili, per l'inclusione di persone con difficoltà uditive, classi itineranti, percorsi personalizzati, apprendimento di metodi di comunicazione alternativa, come la Lis (Lingua dei segni italiana), scambi linguistico-culturali, e tante altre.

«Gli insegnanti sono spesso oggetto di critica, ma la creatività didattica dei lavori pervenuti non lascia dubbi sulla grande passione dei più per il proprio lavoro. Un aspetto importante è il desiderio, ormai costante nel dopo Covid, di portare la scuola in outdoor, cioè fare lezione in mezzo alla natura - continua Raffaelli -. C'è una grande attenzione alla socialità e all'inclusione nei confronti di studenti in difficoltà, pertanto molti docenti scelgono di insegnare avvalendosi delle nuove tecnologie informatiche e digitali, compresa l'intelligenza artificiale. Crescono le esperienze di service learning, momenti didattici che integrano l'apprendimento con attività di volontariato e servizi alla comunità. Fin dalla prima edizione, nel 2020, mi ha piacevolmente sorpreso la vivacità e la voglia di partecipazione di cui sono protagoniste le scuole del Sud. La regione che ha candidato più progetti è stata la Puglia».

L'evento, che si conferma come il più importante in ambito nazionale di avvio dell'anno scolastico, approfondirà in particolare il tema delle “Non cognitive skills” (o competenze socio-emotive come le definisce l'Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico - Ocse). «Dinanzi al contesto contradditorio e spesso drammatico nel quale stanno crescendo le nuove generazioni, la scuola italiana non intende tirarsi indietro. Le Ncs, introdotte con la legge 22 del 19 febbraio 2025, sono quelle competenze trasversali (empatia, resilienza, motivazione, consapevolezza, capacità di problem solving...) che riguardano la persona, il modo in cui interagisce con il mondo, gestisce le proprie emozioni e si relaziona con gli altri. 

È un'innovazione che pone una grande sfida al sistema scolastico italiano, la possibilità di una trasformazione profonda, con il superamento del modello della scuola come semplice luogo di trasmissione di conoscenze (istruzione), per diventare un autentico ambiente educativo nel quale bambini e ragazzi possano crescere in modo armonico e positivo», conclude il presidente.

 CEI

lunedì 21 ottobre 2024

ISTRUZIONE EQUA ED INCLUSIVA


 EDUCATION

 AT A GLANCE

 2024





L’edizione 2024 dello studio Education at a Glance ha focalizzato l’attenzione sull’equità nell’istruzione, condizione imprescindibile per sostenere sistemi educativi di alta qualità e realmente inclusivi. Vediamo quali progressi sono stati compiuti in questa direzione e quali sfide restano aperte nei Paesi dell’OCSE.   

La panoramica che lo studio Educational at a Glance 2024 offre a livello internazionale sulle azioni dei sistemi educativi per lo sviluppo dell’istruzione e sui risultati raggiunti è sicuramente molto interessante per il percorso verso il conseguimento di una sempre più estesa inclusività a livello globale.

Buone notizie

Tra le buone notizie che i dati OCSE del 2024 mettono in luce, per il nostro Paese come per gli altri aderenti all’indagine, si possono senz’altro annoverare il miglioramento dei risultati scolastici e delle opportunità nel mercato del lavoro per i giovani adulti a rischio di esclusione.

La percentuale di ragazzi di età compresa tra 18 e 24 anni che risultano non occupati e non impegnati in percorsi formativi è passata dal 16% del 2016 al 14% attuale.

Anche i titoli di studio conseguiti sono aumentati e questo ha riguardato soprattutto i giovani provenienti da famiglie in condizione di maggiore vulnerabilità.

Appare in calo anche il numero di giovani di 25-34 anni che non possiedono un diploma di scuola Secondaria di secondo grado, che scende dal 17% al 14%.

Parallelamente appaiono migliorate le prospettive lavorative, con un aumentato del tasso di occupazione nei giovani per la stessa fascia di età.

Si registra quindi un significativo successo nella riduzione del preoccupante fenomeno dei NEET, che in Italia scende dal 32% rilevato nel 2016 al 21% del 2023.

Le ragioni di questi dati positivi sono da attribuire a un miglioramento del mercato del lavoro e a un maggiore investimento nella spesa pubblica sull’istruzione, compiuto da tutti i Paesi OCSE a partire dalla prima infanzia.

È ben noto, infatti, come l’ingresso nei servizi educativi a partire dalle prime età della vita abbia un ruolo cruciale nel favorire lo sviluppo dei bambini.

Soprattutto per chi proviene da un contesto familiare meno avvantaggiato l’inserimento precoce crea condizioni importanti per colmare o ridurre possibili lacune di sviluppo prima dell’ingresso nella Scuola primaria.

In ragione di ciò i governi dei Paesi OCSE hanno aumentato in modo significativo gli investimenti per l’istruzione per la Scuola dell’infanzia, producendo un incremento evidente di iscrizioni.

Questioni aperte

Gli investimenti tesi a favorire un prolungamento degli anni di permanenza nell’istruzione ha avuto quindi esiti positivi.

Si deve però osservare che a questo non ha corrisposto un’evoluzione in positivo nei risultati di apprendimento. Le rilevazioni PISA sui quindicenni mostrano infatti che dal 2012 vi è una sostanziale stabilità dei risultati relativi alle competenze che i giovani possiedono nella maggior parte dei Paesi partecipanti all’indagine.

Il miglioramento dei risultati di apprendimento e il potenziamento delle competenze di base dei giovani è quindi una prima questione aperta che l’Educational at a Glance mette in evidenza.

A questa si unisce un secondo fattore, relativo al genere. I dati raccolti dicono che nell’istruzione i risultati delle femmine sono migliori di quelli conseguiti dai maschi.

Nei test standardizzati infatti i risultati delle ragazze sono più elevati, le percentuali di ripetenza sono decisamente minori in tutti i livelli di istruzione e le ragazze hanno maggiori probabilità di completare con successo il percorso di studi intrapreso.

Malgrado ciò il mercato del lavoro continua a vederle in posizione di svantaggio sia per la possibilità di accesso al lavoro sia per la retribuzione percepita.

A conferma della rilevanza del gender gap ci sono inoltre i dati sulla percentuale di NEET tra le donne, che nella fascia d’età 25-29 anni raggiunge per loro il 31%, contro un valore del 20% tra gli uomini.

Un terzo fattore sul quale il Rapporto si sofferma è relativo alla carenza di insegnanti. A questo problema i Paesi indagati fanno fronte con misure diverse, che hanno in comune la finalità di aumentare l’attrattività di una professione sicuramente complessa, svolta da personale la cui età media è in aumento.

Questo dato in Italia raggiunge una percentuale più alta rispetto agli altri Paese OCSE. Il 53% del nostro corpo docente ha infatti un’età pari o superiore a 50 anni, percentuale che si attesta invece al 37% negli altri sistemi scolastici.

Brevi riflessioni

I dati che Educational at a Glance offre alla riflessione di ogni componente sociale e politica rivestono una particolare importanza nell’indirizzare azioni mirate allo sviluppo individuale e collettivo in un’ottica di miglioramento continuo e costante.

I segnali positivi emersi indicano chiaramente come lo sforzo di migliorare i sistemi di istruzione si riverberi a più ampio raggio e svolga un ruolo cruciale nel miglioramento globale come nell’automiglioramento individuale, obiettivi per i quali l’offerta di sistemi educativi equi, inclusivi e sostenibili è terreno irrinunciabile.

Approfondimenti

 

INDIRE

 

lunedì 28 agosto 2023

I.A. - OPPORTUNITA' PER LA SCUOLA


 Intelligenza Artificiale:

 sfide e opportunità 

per la Scuola del futuro





Come evolverà l’Educazione nell’era dell’Intelligenza Artificiale? In un mondo che cambia, alla ricerca e alle politiche per l’educazione è richiesto di orientare l’istruzione affinché prepari gli studenti alle sfide tecnologiche, consentendo alla Scuola e alle comunità educanti di guidare l’innovazione.

Come evolverà l’educazione nell’era dell’Intelligenza Artificiale (IA)

I profondi cambiamenti che continueranno a trasformare la società e la natura del lavoro richiedono un approccio educativo innovativo.

Si potrebbe obiettare che la tecnologia ha sempre influenzato il lavoro e la società. Cosa è cambiato dunque?

L’interazione tra le nuove frontiere dell’automazione e dell’intelligenza artificiale e i cambiamenti economici e demografici è così complessa che è diventato fondamentale investire nell’istruzione e nello sviluppo delle competenze.

Nel documento The Future of Education and Skills: Education 2030 – OCSE si legge:

Esiste una domanda crescente nei confronti delle scuole perché preparino gli studenti ai cambiamenti economici e sociali più rapidi, ai posti di lavoro che non sono stati ancora creati, alle tecnologie che non sono state ancora inventate e a risolvere problemi sociali che non esistevano in passato.

Da una parte gli studenti avranno sempre più la necessità di acquisire competenze sul funzionamento dell’Intelligenza Artificiale, per poterla utilizzare a proprio vantaggio ma anche per saperne distinguere eventuali usi impropri.

Dall’altra, l’Intelligenza Artificiale potrebbe aprire nuovi scenari per le pratiche didattiche, a patto che sia disegnata come risorsa per migliorare l’istruzione, senza venire meno alle lezioni apprese e ai principi etici condivisi.

Che cos’è l’Intelligenza Artificiale?

Per contestualizzare ciò di cui stiamo parlando dovremo provare a definire cosa sia l’Intelligenza Artificiale. Sapendo, però, che nemmeno i più grandi esperti di IA sono giunti a una definizione univoca. 

Questo dipende dal fatto che si tratta di un campo in rapida evoluzione, che si esplica in soluzioni molte diverse tra loro ed è reso possibile da altre discipline come l’high permormance computing, dall’informatica e dalla scienza dei dati, oltre a coinvolgere spesso sottocampi complessi come:

  • il machine learning, sistemi che migliorano le loro prestazioni con l’aumentare dell’esperienza e soprattutto dei dati
  • il deep learningun sistema di apprendimento e di classificazione che, elaborando grandi quantità di dati e basandosi su reti neuronali artificiali, consente a un computer di imitare alcuni processi del cervello umano come il processo decisionale e l’apprendimento autodiretto 

Un quadro di riferimenti è quello contenuto nella  Strategia dell’Unione europea per l’Intelligenza Artificiale:

L’Intelligenza Artificiale si riferisce a sistemi che mostrano un comportamento intelligente nell’analizzare il loro ambiente e intraprendere azioni, con un certo grado di autonomia, per raggiungere obiettivi specifici. 
I sistemi basati sull’Intelligenza Artificiale possono essere puramente basati su software, agendo nel mondo virtuale (ad esempio assistenti vocali, software di analisi delle immagini, motori di ricerca, sistemi di riconoscimento vocale e facciale) oppure possono essere incorporati in dispositivi hardware (ad esempio robot avanzati, auto autonome, droni o applicazioni Internet of Things).

Per i cittadini e le imprese, per i docenti e gli studenti può essere molto complesso avvicinarsi all’Intelligenza Artificiale

Tra le risorse utili arrivate in Italia c’è il corso online gratuito realizzato da Reaktor e dall’Università di Helsinki.

Tradotto in italiano per volontà del Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale e del Dipartimento per la trasformazione digitale, è promosso da Fondazione Cotec con la partnership accademica dell’Università degli Studi Roma Tre

Familiarizzare con l’intelligenza artificiale e i suoi principi basilari, sin dai primi anni di Scuola, è infatti essenziale. 

I bambini che oggi hanno 5 anni trascorreranno la maggior parte della loro vita lavorativa nella seconda metà del 21° secolo, in un mondo trasformato dalle tecnologie. Che posseggano o no le competenze adeguate a quel futuro dipende dai sistemi scolastici attuali.

Apprendere e comprendere l’Intelligenza Artificiale

Sia la Commissione europea nel piano d’azione per l’istruzione digitale (2021-2027) che la Strategia italiana per l’Intelligenza Artificiale, pubblicata dal Ministero dello Sviluppo economico, hanno evidenziato le stesse necessità:

c’è bisogno di riprogettare il curricolo delle scuole affinché includa gli apprendimenti nel campo dell’Intelligenza Artificiale e dei dati e di prevedere investimenti per favorire l’aggiornamento delle competenze di studenti e corpo docente.

Le implicazioni dell’Intelligenza Artificiale per la Scuola

Se dobbiamo aumentare il livello di abilità di tutti gli studenti, quali cambiamenti potrebbero essere necessari per la didattica e la valutazione? E l’IA potrebbe essere di supporto?

Non si tratta di mettere in discussione la relazione insegnante-alunno

La Didattica a Distanza nel periodo pandemico ci ha mostrato come gli studenti abbiano bisogno di soluzioni e competenze tecnologiche, sia in emergenza che per le attività di routine, ma anche di tutoringmetodo valutativo e affettività che solo il confronto con altri umani possono garantire.

Ciò che invece è richiesto alla ricerca e alle politiche educative è di interrogarsi su come l’Intelligenza Artificiale possa favorire l’apprendimento umano e fare in modo che siano gli educatori stessi a guidare la trasformazione, rivolgendo richieste alle aziende tecnologiche.

Gli studi suggeriscono che la possibilità che il settore dell’istruzione venga massivamente implicato dall’automazione è relativamente bassa.

Ma possiamo immaginare applicazioni di IA che supporteranno il ruolo unico dell’insegnante?

Nel Libro Bianco per l’Intelligenza Artificiale al servizio del cittadino a cura dell’Agenzia per l’Italia Digitale, tra gli esempi di come la Scuola potrebbe trarre beneficio dall’adozione di soluzioni di IA cita:

  • strumenti automatici per la valutazione
  • personalizzazione del materiale didattico
  • tutoring automatizzato, per mezzo di strumenti di raccomandazione per tenere viva l’attenzione
  • suggerimenti inerenti variazioni personalizzate da introdurre nel programma scolastico
  • estrazione di indicatori predittivi di rischio di abbandono scolastico

Dove l’Intelligenza Artificiale ha già trovato applicazioni in campo educativo è l’automazione delle attività amministrative e di routine.

Ci si riferisce ai sistemi per:

  • aggiornare in tempo reale le presenze/assenze
  • elaborare pagelle elettroniche
  • gestire il calendario delle lezioni
  • produrre la certificazione digitale che attesta in modo oggettivo il livello di competenze acquisito

Didattica innovativa per l’inclusione

L’Intelligenza Artificiale può aprire prospettive anche per migliorare l’inclusività della Scuola.

Ne sono esempi le tecnologie multisensoriali, come la robotica sociale, utilizzata per favorire apprendimento e relazioni nei bambini con disturbi dello spettro autistico, o le soluzioni per supportare studenti con Bisogni Educativi Speciali (BSE) e Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA).

Realtà aumentata

In merito alle possibilità offerte dalla realtà aumentata, nelle scuole potrebbero nascere nuovi ambienti educativi innovativi, inclusivi e coinvolgenti, in grado di incentivare l’interazione con e tra gli studenti, coniugando esigenze di formazione e innovazione tecnologica.

Valutazione degli apprendimenti, Big Data e Small Data

Un uso più semplice e molto più efficace dell’Intelligenza Artificiale nella scuola potrebbe essere il supporto allo studio individuale, quale strumento di autovalutazione attraverso la redazione automatica di esercizi aggiuntivi e interrogazioni virtuali.

Libro Bianco per l’Intelligenza Artificiale al servizio del cittadino

Grazie all’Intelligenza Artificiale, potrebbero essere implementati nuovi approcci di valutazione basati su domande personalizzate per fornire agli insegnanti e agli studenti informazioni più ricche in tutte le aree di apprendimento.

La disponibilità di Small Data supporterebbe gli insegnanti per identificare i punti di forza e di debolezza dell’apprendimento degli studenti e per favorire la personalizzazione dei contenuti.

Per gli studenti, disporre di dati significherebbe aumentare la consapevolezza dei propri progressi e la conoscenza di se stessi in relazione al lavoro svolto.

A conclusione di questo breve excursus sulle possibili applicazioni dell’Intelligenza Artificiale nella Scuola, va fatto notare che Big Data e analisi predittive hanno già un ruolo nell’elaborazione delle policy educative, ferma restando l’attenzione per il trattamento dei dati e per il rispetto e la tutela della privacy, allo scopo di potenziare i sistemi d’istruzione in relazione ai livelli di competenze richiesti nel mondo del lavoro futuro.

Approfondimenti

 

martedì 27 dicembre 2022

OCSE - RAPPORTO SULL'EDUCAZIONE 2022

Presentazione italiana di OCSE 

Education at a Glance 2022

Fra il 2000 e il 2021 i livelli di istruzione in Italia sono cresciuti più lentamente della media dei paesi OCSE. La quota di giovani fra i 25 e i 34 anni con un titolo di istruzione universitaria è cresciuta infatti di 18 punti percentuali (dal 10% nel 2000 al 28% nel 2021) rispetto a una crescita in media di 21 punti percentuali. L’Italia resta uno dei 12 paesi OCSE in cui la laurea non è ancora il titolo di studio più diffuso in questa fascia di età.

È un ritardo da tempo noto, ma non perciò meno preoccupante. Soprattutto alla luce del fatto che in tutti i paesi OCSE avere un titolo di studio terziario conviene perché garantisce migliori livelli di occupazione e retribuzione. È vero, tuttavia, che il beneficio economico in Italia risulta minore che altrove: nei paesi OCSE in media un laureato nell’arco della vita lavorativa (25-64 anni) guadagna il doppio di chi non ha un titolo di istruzione secondaria superiore; in Italia questo vantaggio è meno cospicuo: 76% in più.

All’interno della miniera di dati sui sistemi d’istruzione italiano e di tanti altri paesi nel mondo che si possono trovare nel Report dell’OCSE Education at a Glance 2022 – Uno sguardo sull’istruzione, questi sono i primi che l’organizzazione internazionale ha inteso evidenziare.

Il nuovo Report e i principali dati sull’Italia sono stati presentati oggi alla stampa, nel corso di un evento organizzato congiuntamente da OCSE, Fondazione Agnelli e Save the Children, in contemporanea con la presentazione internazionale di Education at a Glance 2022, con la partecipazione in sala del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, che ha chiuso gli interventi.

La presentazione si è svolta a Roma presso la sede di Save the Children. Dopo il benvenuto di Daniela Fatarella (direttrice generale Save the Children Italia), il rapporto e la scheda sull’Italia sono stati illustrati da Giovanni Semeraro (ricercatore OCSE). Sono seguiti i commenti di Raffaela Milano (direttrice Programmi Italia-Europa Save the Children), Andrea Gavosto (direttore Fondazione Agnelli) e Daniela Vuri (prorettrice alla Ricerca Università di Roma “Tor Vergata”).

Il nuovo Report conferma una volta di più che dappertutto, anche in Italia, studiare conviene. In primo luogo, per avere un lavoro e retribuzioni migliori. Ma anche perché livelli d’istruzione più elevati sono – come sappiamo – correlati con una salute migliore, una maggiore partecipazione alla vita civile e capacità di comprendere l’altro. Per tutte queste ragioni dobbiamo fare crescere il numero dei nostri laureati, oggi ancora fra i più bassi nei paesi OCSE. Ma agire sui livelli di istruzione non basta: al di là del titolo, conta ciò che si sa davvero. Perciò è fondamentale fare crescere i livelli di apprendimento e di competenze dei nostri studenti, che soprattutto nelle scuole secondarie sono insoddisfacenti e peggiorati con la pandemia, nonostante la spesa pubblica per la scuola – infanzia, primaria e secondarie – sia allineata, se non talvolta superiore, alle medie europee e OCSE”. ha dichiarato Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli.

Scarica qui sotto i materiali relativi all’Italia

A questo link il report generale dell’OCSE

Allegati

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Comunicato stampa EAG 2022_03102022

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EAG2022_sommario_Italia

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EAG2022_sintesi_Italia

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EAG2022_nota Paese_ Italia

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EAG 2022 - ITALIA SLIDES PPT

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 OECSE 

giovedì 21 ottobre 2021

OCSE, EDUCATION A GLANCE. LA SCUOLA IN ITALIA


    
SCUOLA/ Dati Ocse: 

se i problemi dell’Italia iniziano già dalla pre-primaria

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La scheda sull’Italia di “Education at a glance” dell’Ocse: pochi laureati in materie scientifiche, istruzione professionale carente e pre-primaria poco cognitiva

-         di Tiziana Pedrizzi

 Dopo il rapporto generale Education at a Glance sui paesi Ocse nel loro complesso, sono uscite come ogni anno le schede Paese fra cui quella dell’Italia. In generale queste schede non toccano tutto l’ampio arco dei temi proposti, ma si focalizzano su quelli che vengono ritenuti cruciali nei casi specifici.

Quest’anno al centro per l’Italia è stato messo il tema della percentuale di laureati, delle aree di competenza privilegiate e delle ricadute occupazionali.

Il possesso di una laurea sta aumentando fra i giovani italiani, ma rimane basso se paragonato con la situazione dei paesi comparabili. Nel 2018 si è passati dal 19,5% fra i 25-64enni al 28% tra i 25-34enni. La quota di adulti laureati in ingegneria, industria manifatturiera ed edilizia è comparativamente bassa (15%) e solo leggermente più alta tra i neo-laureati (17%). Questo anche se nel nostro paese i laureati in discipline Stem (Scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) registrano tassi di occupazione prossimi alla media Ocse: tecnologie dell’informazione e della comunicazione 87%, ingegneria, industria manifatturiera ed edilizia 85%.

Restano però più popolari le discipline che laureano nel campo artistico e umanistico, delle scienze sociali e nel settore dell’informazione, pur se il tasso di impiego è relativamente basso (77%). Stessa situazione per l’istruzione secondaria professionalizzante. I giovani adulti (25-34enni) che hanno raggiunto un livello d’istruzione secondario o post-secondario non terziario professionale hanno prospettive d’impiego simili ai giovani laureati.

In conclusione, i laureati italiani stanno aumentando, ma lentamente. Il termine usato spiega già molto: da noi l’istruzione terziaria è costituita quasi esclusivamente dalla laurea, perché le lauree triennali professionalizzanti e gli Ifts non si sono affermati; altrove invece molti giovani si iscrivono a corsi post-secondari professionalizzanti di lunghezza media.

Ancora più grave il secondo aspetto della questione. La maggioranza dei laureati italiani non si colloca nell’area Stem, che garantirebbe il lavoro al livello degli altri paesi, senza contare il fatto che per quanto riguarda gli interessi di sistema si registra una significativa domanda in questo campo che rimane senza risposta anche a livello di diploma secondario. Ancora spopolano le Scienze umane e sociali, che comprendono l’ormai inflazionatissima Legge e anche l’altrettanto inflazionatissima Economia, le quali garantiscono però un tasso di impiego più basso. Non che questo sia un problema solo italiano, anche se da noi si presenta in modo più accentuato. Tutti i paesi ricchi soffrono di una carenza di questi studi, mentre le Tigri asiatiche avanzano velocemente in questo campo. Tanto che a suo tempo si dichiarò esplicitamente da parte dell’Ocse che Scienze veniva tenuta nel ristrettissimo paniere delle materie valutate in Pisa, non perché offrisse un terreno di competenza diverso dalle altre due, Lettura e Matematica, ma proprio per incoraggiare la formazione in questo campo.

Tuttavia da noi la tradizione e la storia – che si scopre sempre più contare parecchio in campo educativo – spingono ancora di più in questo senso. Sembra talvolta che gli studi vengano scelti prescindendo dal futuro lavorativo, se non snobbandolo apertamente, e pensando esclusivamente allo sviluppo di liberi interessi personali. Volendo poi escludere che si pensi di sobbarcarsi ad impegni meno gravosi, salvo poi lamentare le difficoltà di impiego e il precariato.

Insomma, in Italia i laureati non crescono come altrove, forse perché si pensa che non ne valga la pena, ma a sua volta questo dipende dalle lauree che vengono scelte.

Stesso problema per la formazione secondaria. Un buon titolo di studio nel campo professionale garantisce le stesse prospettive di una laurea (anche qui non si parla della domanda che non trova riscontro nell’offerta). Ma vediamo tutti in che stato versa l’istruzione e formazione professionale nel nostro paese.

Fra gli altri aspetti messi a fuoco forse vale la pena dare un’occhiata alla situazione della pre-primaria nel nostro paese, in comparazione, quanto meno quantitativa, con gli altri. Anche perché proprio in questi giorni è uscito da Invalsi il Rapporto sulla sperimentazione del Rav infanzia a cura di Freddano e Stringhler che dà molte informazioni in proposito.

Secondo i dati Ocse, nel nostro paese sono iscritti ad istituti della scuola per l’infanzia il 94% dei bambini in età, un dato superiore alla media Ocse, dei quali il 72% a istituti pubblici. In questo campo i dati non sono affidabilissimi, perché una parte del settore privato sfugge per varie ragioni alle rilevazioni, ma si può certo dire che la domanda c’è e che la natura largamente pubblica dell’offerta attesta la solidità istituzionale dell’offerta.

E allora qui c’è un busillis. Tutte le analisi internazionali ipotizzano uno stretto legame fra livelli degli apprendimenti e frequenza precoce di coetanei ed educatori in attività di socializzazione e apprendimento. Nel nostro paese questo legame non sembra esserci, visto che a un largo afflusso a tali attività non sembra corrispondere un livello degli apprendimenti adeguato. Forse in questo campo, ancora più che in altri, è urgente un’analisi territorialmente differenziata dei dati italiani. Ma forse c’è anche da indagare sulla missione che a queste scuole si assegnano. Ricordiamo bene che un orientamento precocemente cognitivo è stato ampiamente demonizzato negli anni passati, in occasione di tentativi di riforma, da gran parte degli operatori, per non parlare dei pedagogisti di riferimento.

 

Il Sussidiario

 

giovedì 5 dicembre 2019

RAPPORTO OCSE PISA: I RAGAZZI ITALIANI HANNO DIFFICOLTÀ' NELLA LETTURA

OCCORRE FAR DI PIÙ' E MEGLIO A SCUOLA E IN FAMIGLIA

Uno studente su quattro ha difficoltà a comprendere il significato di un testo di media lunghezza Soltanto uno su venti è in grado di distinguere i fatti dalle opinioni, in un argomento non familiare

PAOLO  FERRARIO

Peggiora la capacità dei quindicenni italiani di comprendere un testo e di valutare e utilizzare per la propria vita ciò che hanno letto. È la preoccupante realtà che emerge dall’indagine Ocse Pisa 2018, presentata ieri, sulle competenze degli studenti di 79 Paesi, di cui 37 aderenti all’Ocse, in lettura, matematica e scienze. Per l’Italia hanno partecipato alle prove 11.785 studenti di 15 anni, divisi in 550 scuole.
Il 25% ha difficoltà di base
A destare scalpore sono stati i risultati ottenuti nei test di lettura e di comprensione del testo, nei quali gli alunni italiani ottengono 476 punti, rispetto a u- na media Ocse di 487, collocandosi tra il 23° e il 29° posto, in compagnia degli studenti di Svizzera, Lettonia, Ungheria, Lituania, Islanda e Israele. Rispetto alla medesima rilevazione, effettuata nel 2000, gli italiani ottengono 11 punti in meno, 10 punti in meno nel confronto con i risultati del 2009 e addirittura 13 punti in meno rispetto al 2012. Una regressione che si manifesta, con la crudezza dei dati, quando si sottopone un testo da analizzare agli studenti. Il 25%, uno su quattro, ha difficoltà con gli aspetti base della lettura. Come, per esempio, identificare l’idea principale di un testo di media lunghezza o collegare informazioni provenienti da fonti diverse. Soltanto uno studente su venti padroneggia compiti di lettura complessi ed è in grado, per esempio, di distinguere tra fatti e opinioni, quando affronta di un argomento non familiare.
Divario Nord-Sud
Anche in questa rilevazione viene evidenziato l’ampio divario tra le aree del Paese. Mentre al Nord, i ragazzi ottengono risultati superiori alla media Ocse (498 punti al Nord Ovest e 501 al Nord Est), al Sud e nelle Isole si fermano molto sotto la media, rispettivamente a 453 e 439 punti. Superiore alla media italiana e appena sotto quella Ocse, i risultati dei quindicenni del Centro, che in lettura raggiungono i 484 punti.
Bene i Licei, male i Cfp
Grandi differenze di rendimento si registrano tra le diverse tipologie di scuole. Nei Licei, per esempio, il 9% degli studenti raggiunge livelli elevati, da top performer, nei test Pisa e soltanto l’8% non raggiunge il livello minimo ( low performer).
Di contro, negli Istituti professionali e nei Centri di formazione professionale ben il 50% degli studenti non raggiunge il livello minimo di competenze in lettura e comprensione del testo.
Promossi in matematica...
L’unica nota positiva della rilevazione Ocse Pisa 2018 è rappresentata dai risultati in matematica. Qui i quindicenni italiani ottengono 487 punti, in linea con la media Ocse di 489. Gli studenti del Nord Est arrivano a 515 punti e i liceali a 522.
...bocciati in Scienze 
Di tutt’altro tenore, invece, gli esiti in scienze, «significativamente inferiori», annotano i ricercatori dell’Ocse, rispetto a quelli dei coetanei dei Paesi più industrializzati. In scienze, i nostri quindicenni ottengono 468 punti, oltre venti in meno dei 489 della media Ocse. Ancora una volta, i liceali, con 503 punti, alzano la media, ma i 394 punti (quasi 100 in meno della media Ocse) dei professionali, la abbattono definitivamente. A parziale consolazione, la ricerca segnala che, in scienze, il trend è andato peggiorando in tutta l’area Ocse, con una performance media del 2018 tornata al valore rilevato nel 2006.
Ragazze migliori in lettura
A livello di genere, il report segnala che le studentesse, in lettura e comprensione del testo, superano i ragazzi di 25 punti, con picchi di 30 e35 punti, rispettivamente nel Nord Est e nel Sud e Isole. Nei livelli bassi le ragazze sono meno dei maschi, mentre sono di più nei livelli medio alti. Non così, invece, in matematica e scienze. Qui gli studenti realizzano una performance di 16 punti superiore rispetto a quella delle ragazze e questa differenza è più del doppio di quella rilevata, in media, nei Paesi Ocse. In particolare, in scienze, anche se le ragazze ottengono, mediamente, due punti in più dei maschi, i ragazzi più bravi superano le studentesse migliori di 11 punti.
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Alleghiamo due interessanti articoli pubblicati nell'edizione di Avvenire del 4 dicembre: