infiniti
al sogno
dell’Infinito'
-di G. Borlomini
Non sciupiamo noi stessi
in un folle turbinio, cercando di afferrare la vuota lode di un’ora, facendo
piani per ottenere qualche residuo di reputazione che ci sopravviva. Ci
muoviamo attraverso il mondo in uno stretto fosso, preoccupati delle piccole
cose che vediamo e udiamo; rimuginiamo i nostri pregiudizi, passando a lato
delle gioie della vita senza neppure accorgerci che ci è sfuggito qualcosa.
Neppure per un momento gustiamo il vino forte della libertà, siamo imprigionati
tanto realmente come se fossimo gettati nel fondo di un fosso carichi di catene
(Yang-Chu).
I miti greci dipingono con grande efficacia lo stato di
perenne agitazione dell’animo umano, che si affanna per inseguire beni
irrisori, condannandosi a una perpetua fatica e insoddisfazione. Ricordiamo i
tre miti più rappresentativi di questa condizione: Sisifo, il più scaltro dei
mortali, che avendo tradito i segreti degli dei è condannato a spingere fin
sulla cima di un monte un sasso che ogni volta rotola in basso, cosicché ripete
eternamente la stessa fatica; Issione, per essere stato sacrilego, è legato a
una ruota infuocata che gira incessantemente, e poiché aveva gustato il cibo
degli dei che rende immortali, la sua condanna è senza fine; ed infine Tantalo,
che inganna e tradisce gli dei, dei quali era il favorito, ed è condannato a
stare immerso fino al mento nell’acqua senza poterla mai bere, perché appena
china la testa l’acqua si abbassa, e appena si protende per afferrare i frutti
che pendono da un ramo e cibarsene, il ramo si allontana.
Il desiderio
incontrollato diventa fonte di incessante inquietudine che impedisce di vivere
appieno, oscura la coscienza, distorce la visione del mondo, toglie pace e
libertà interiori. La sapienza indiana ha un termine preciso per descrivere
questo stato: Avidya, la Non-conoscenza, l’ignoranza, la cecità
spirituale che ci fa credere eterno quello che eterno non è, puro quello che è
impuro, bene quello che invece ci fa male. È la grave ignoranza per cui ci
illudiamo che i nostri averi, le nostre conquiste, siano il nostro bene, e ci
procuriamo così le più gravi delusioni.
Abbiamo desideri
infiniti, e invece di farci sospingere da essi verso l’Infinito ci facciamo
travolgere da infiniti prodotti! Il fenomeno del desiderio nella logica
consumista si configura con chiarezza come un fenomeno profondamente spirituale
e non materialistico. Il sociologo Bauman lo intuisce quando scrive: «Lo scopo
del gioco del consumo non è tanto la voglia di acquisire e possedere, né di
accumulare ricchezze in senso materiale, tangibile, quanto l’eccitazione per
sensazioni nuove, mai sperimentate prima. I consumatori sono prima di tutto
raccoglitori di sensazioni: sono collezionisti di cose solo in un senso
secondario e derivato». La molla fondamentale di questo processo è proprio il
desiderio infinito, che può essere la molla della liberazione, inducendo a
cercare altrove la soluzione dei propri bisogni infiniti, oppure trasformarsi
nella peggiore delle schiavitù. Aveva ragione Pasolini a dichiarare che il
consumismo ha rubato le anime perché si tratta a tutti gli effetti di un
fenomeno religioso.
Il desiderio infinito che
abita il cuore di ogni essere, se non trova qualcosa degno di saziarlo si
trasforma in forza disordinata o peggio ancora distruttiva.
Dice bene Mircea Eliade,
il grande storico delle religioni, che ogni manifestazione della civiltà
contemporanea in realtà nasconde un aspetto del sacro, della ricerca
iniziatica, del desiderio di trascendenza, ma lo esprime in forma degradata e
camuffata.
Proprio per questo non si
deve reprimere il desiderio, ma indirizzarlo verso qualcosa di veramente degno
di una spinta così potente; una spinta che quando viene a mancare ci fa
sprofondare nel torpore.
Mi inquieta tanto la
gioventù quando è priva di desiderio, annebbiata davanti al proprio smartphone.
Per fortuna non mancano mai giovani desiderosi di rompere qualsiasi barriera,
di avventurarsi in spazi nuovi, di esagerare per il solo gusto di andare oltre
qualsiasi limite. Come diceva Gianvittorio Cappelletto, mio maestro e padre di
vita spirituale: i giovani hanno dei sogni, cullano delle aspirazioni che sanno
di incredibile, in quanto si convincono a sottoporsi a sforzi diuturni per
cercare dei risultati a cui non si potrà mai arrivare, in una vita che ha i
giorni contati. Una grande voglia di amare e di essere amati li sospinge,
attraverso infinite delusioni, ad ancorare il proprio cuore a qualcosa di
stabile e di infinito. Hanno tutti una grande sete di infinito.
Tanti sognano di potersi
collegare con fontane inesauribili.
Questo sarebbe lo slancio
migliore per chi desidera crescere all’Infinito. Per molti invece la trappola
consumista ha fornito surrogati ai desideri infiniti, all’insaziabilità che
spinge molti esseri umani alla ricerca di qualcosa che li soddisfi. Non sono
pochi i giovani però che spinti da questo ardore sono caduti nelle reti della
droga, dell’alcool o di giochi trasgressivi in cui sprecare stupidamente la
vita. Una soluzione potrebbe essere quella di insegnare loro a trovare una
risposta adeguata ai bisogni infiniti, all’insaziabilità che esprimono. Solo
l’Infinito può saziare desideri infinti. Una seria esperienza di meditazione e
di vita spirituale potrebbe essere una risposta, poiché sono vie che sorgono
per far superare i limiti umani, predispongono all’abbraccio con l’Infinito,
fanno penetrare nella vita infinita.
Il desiderio è una forza
divina dentro di noi, è ciò che - letteralmente - ci spinge verso le stelle.
Proprio per questo è fondamentale che la forza del desiderio sia indirizzata
verso ciò per cui è stata destinata: a volgerci, cioè, nella direzione del Cielo.
Purtroppo, un abbaglio frequente è scambiare le stalle…per le stelle.
Ma così come essere
spinti da desideri incontentabili può condurre alla rovina, può anche essere la
via di salvezza. Perché gli incontentabili che cercano appagamento nel poco
cadono nell’oblio, drogati dall’infinito succedersi di prodotti, se invece restano
degli ‘incontentabili’ irriducibili prima o poi scopriranno l’inganno e
passeranno dai prodotti infiniti all’Infinito stesso, che sazia lasciandoti
sempre il desiderio. È un paradosso. È l’estasi!
Nessun commento:
Posta un commento