IL DIO DI PAPA LEONE
E IL dio di TRUMP
Il
conflitto in Medio Oriente porta con sè tempi duri, anche per Dio purtroppo. Da
una parte il Dio della guerra tirato in ballo dal Segretario della Guerra
americano Peter Hegseth nelle conferenze stampa sull'andamento delle operazioni
militari. Dall'altra il Dio della pace nelle parole pronunciate da Papa Leone
XIV: «Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la
guerra». E intanto Donald Trump ha chiesto al Congresso di aumentare le spese
militari
Nel
gennaio del 2025 Peter Hegseth è stato nominato da Donald Trump Segretario
alla Difesa, carica equivalente a quella di ministro nei governi dei Paesi
europei. Nell’audizione di conferma al Senato tanti sono stati i dubbi
sollevati nei suoi confronti per il suo controverso passato e la discutibile
competenza sia da esponenti dell’opposizione democratica che da repubblicani.
Alla fine il voto del vice-presidente JD Vance è risultato decisivo
per rompere un imbarazzante muro contro muro.
Nel
settembre dello scorso anno con un ordine esecutivo Trump ha cambiato il nome
del Dipartimento della Difesa del governo americano in Dipartimento della
Guerra con conseguente cambio anche del nome della carica ricoperta da Peter
Hegseth che oggi si pregia del titolo di Segretario alla Guerra.
Cinicamente logico, quindi, che il Segretario alla Guerra si occupi di
questioni belliche e che agisca di conseguenza. Quello che non è affatto
logico, tuttavia, è l’aura di sacralità che Hegseth sta cercando di creare
attorno al suo mandato trasformandolo in missione divina.
Chi
segue in lingua originale le conferenze stampa che il Segretario alla Guerra
tiene regolarmente per fare il punto delle operazioni militari in corso in
Medio Oriente non può non avere notato l’insistenza e l’impudenza con le
quali viene tirato in ballo il nome di Dio. «Possa Dio Onnipotente continuare a
benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di
pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle
vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…». «La provvidenza
del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a
portare a termine questa missione….». Sono solo un paio delle citazioni più
sconcertanti. Durante una funzione religiosa pubblica si è spinto addirittura
oltre chiedendo di pregare affinché si scateni una «violenza travolgente»
contro i nemici in Iran e altrove nel nome di Gesù Cristo.
Come
hanno evidenziato i media anglosassoni, non sembrano affatto occasionali le
parole pronunciate pochi giorni dopo da un altro illustre cittadino americano,
Papa Leone XIV. «Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che
rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non
ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se
moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano
sangue”», ha detto il pontefice durante la sua omelia della domenica delle
Palme. Anche se non citato espressamente, le frasi del Papa suonano come una
presa di distanza risoluta da quelle di Hegseth.
Le
posizioni appaiono agli antipodi, eppure si fa riferimento allo stesso Dio
cristiano come se rappresentasse due divinità distinte: da una parte il
Dio della guerra, dall’altra il Dio della pace. Per i credenti un dilemma
atroce e inconciliabile, per gli atei e gli agnostici una conferma
dell’inaffidabilità della religione. Per l’opinione pubblica americana un Dio
fazioso a seconda dell’appartenenza alla sponda repubblicana o democratica.
Sono
tempi duri per tutti, anche per Dio, purtroppo, il cui disegno, pur avvolto nel
mistero, si presume non coincida con quello di Washington. Non contento,
intanto, della distruzione, del numero di vittime innocenti e della sofferenza,
oltre alla instabilità, che sta seminando ovunque, in particolare in Medio
Oriente, Donald Trump ha chiesto al Congresso di aumentare le spese
militari dall’attuale trilione di dollari circa a un trilione e mezzo. La
guerra contro l’Iran non sta andando nel verso giusto nonostante le
dichiarazioni trionfanti del presidente americano e dell’invasato di Dio Peter
Hegseth. Contrariamente a quanto affermano i due, a Teheran non c’è stato alcun
cambio di regime, i 460 chilogrammi di uranio arricchito sono ancora dove
erano, le capacità missilistiche iraniane sono state solo amputate e lo stretto
di Hormuz rimane sotto lo stretto controllo dei Pasdaran.
Le
monarchie del Golfo fremono impaurite, l’Ue per bocca dell’Alta
Rappresentante Kaja Kallas dichiara che questa non è la sua guerra ma
si guarda bene dal contraddire apertamente l’inquilino della Casa Bianca. Non
rimane che la Cina, l’unica che, attraverso la paziente mediazione guidata del
Pakistan, è in grado di sbloccare la situazione. In gergo sportivo si chiama
autogol. Paradossalmente proprio lo scenario che l’attuale amministrazione
americana avrebbe preferito evitare.
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