lunedì 23 marzo 2020

CORONA VIRUS E SCUOLA. IL DOCUMENTO DELL'AIMC DEL PIEMONTE

Il Consiglio Regionale AIMC PIEMONTE, riunitosi in modalità telematica in data 21 marzo 2020, valutata la difficile situazione in cui l’Italia si trova in questi giorni a causa del COVID-19, sente il dovere di esprimere tutta l’ammirazione e la gratitudine possibili al mondo della sanità, della protezione civile, delle forze dell’ordine; nel contempo esprime - senza mezze misure - solidarietà e vicinanza a tutto il mondo della scuola che sta vivendo un’inedita difficoltà. Esprime i suoi ringraziamenti a Dirigenti Scolastici e Docenti che in questo momento si attivano ed agiscono per mantenere relazioni personali significative con i propri alunni, le famiglie e i colleghi.

Il valore psicologico ed affettivo, è veicolato da compiti e lezioni che corrono sul web, che vanno da attività giocose di intrattenimento per i bimbi dell’Infanzia alla vera e propria lezione in streaming per i ragazzi delle superiori. L’iniziale preoccupazione di continuare in qualche modo la progettazione dell’anno, con il passare dei giorni sta ora lasciando, almeno per i primi gradi di istruzione, maggiore spazio alla dimensione affettiva del “mi manchi!”, di compiti utili ma divertenti, capaci di riempire giornate povere di interazioni in presenza.

In questo quadro riteniamo doveroso sottolineare, anche solo sinteticamente, alcuni aspetti che meriterebbero un maggior approfondimento:
•          la contingenza della situazione ha messo in gioco tutti gli insegnanti (da quello più “smanettone” a quello più restio) alla ricerca di nuove modalità di approcciarsi a compiti e comunicazioni. Ha “costretto” ad una formazione digitale “sul campo”, che nessun corso di aggiornamento tradizionale avrebbe potuto soddisfare. Saltano orari e tempistiche; ci si inventa modi diversi per insegnare ed imparare; nascono nuove forme di supporto e di collaborazione tra colleghi. La creatività pedagogica e didattica, la ricerca di materiali adeguati raggiungono livelli di impegno e di attenzione che costituiscono un patrimonio professionale e professionalizzante elevatissimo, che merita di essere portato all’attenzione dell’opinione pubblica;

•          questo lavoro scolastico a casa pone al centro dell’attenzione anche il ruolo delle famiglie, chiamate inevitabilmente ad affiancare i ragazzi nei loro compiti in un modo del tutto nuovo. Tutto ciò è positivo, ma non si può negare che questo accentui, ahimè, la grande disparità socio-culturale delle famiglie, rischiando di isolare, ancora una volta, chi non ha strumenti materiali, culturali e linguistici adeguati a questo nuovo modo di essere della scuola;
            per i ragazzi, indipendentemente dalla loro età, questa esperienza farà scoprire e valorizzare l’aspetto funzionale più alto e ben finalizzato degli strumenti digitali.
In questo periodo di ‘nuova didattica’ due fattori sono evidenti:
         le lezioni on line sono importanti, ma non potranno mai sostituirsi alle relazioni che si intrecciano in classe tra docenti ed allievi e tra gli allievi stessi
        il tema della valutazione tradizionale fa sorgere molti interrogativi fra il personale scolastico, in quanto - come ha affermato il Prof. Vittoriano Caporale - in questi giorni i figli/ragazzi stanno soprattutto imparando la Scienza della Vita.
Sarà interessante, al termine di questo periodo, fare una valutazione di questa esperienza e soprattutto non disperderla e non dimenticarla. Occorrerà trasformare le fatiche professionali di questi giorni, di cui al momento non siamo in grado di intravedere la conclusione, in opportunità professionali consolidabili.
Parte della scuola italiana si è trovata impreparata a questo scenario, ma insegnanti e dirigenti si sono rimboccati le maniche, hanno saputo e continuano ad esprimere il meglio del “loro mestiere”. Ciascuno sta facendo il possibile, e a volte anche l’impossibile, per tenere aperto il canale della speranza e degli affetti, per offrire significati e prospettive, per valorizzare relazioni e responsabilità reciproche.
Noi, insegnanti cattolici dell’AIMC, nella consapevolezza di mettere a disposizione dei bambini e dei ragazzi che ci sono affidati tutte le nostre competenze professionali, desideriamo affidare a Maria e al Signore i nostri sforzi. Questa "Quaresima”, che non avremmo mai saputo immaginare così, diventi preparazione per una autentica Santa Pasqua di Risurrezione, che dovrà vederci più attenti agli altri, più solidali, più comunità.


Per il Consiglio Regionale del Piemonte
Claudia Mossina 

sabato 21 marzo 2020

UN CIECO CERCA LA LUCE

- Vangelo (Gv 9,1-41)
1 Passando vide un uomo cieco dalla nascita 2 e i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?”. 3 Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. 4 Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. 5 Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo”.
6 Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco 7 e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.   8 Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: “Non è egli quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?”. 9 Alcuni dicevano: “ È lui”; altri dicevano: “No, ma gli assomiglia”. Ed egli diceva: “Sono io!”. 10 Allora gli chiesero: “Come dunque ti furono aperti gli occhi?”. 11 Egli rispose: “Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Va’ a Sìloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista”. 12 Gli dissero: “Dov’è questo tale?”. Rispose: “Non lo so”.

13 Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco: 14 era infatti sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. 15 Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: “Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo”. 16 Allora alcuni dei farisei dicevano: “Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato”. Altri dicevano: “Come può un peccatore compiere tali prodigi?”. E c’era dissenso tra di loro. 17 Allora dissero di nuovo al cieco: “Tu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?”. Egli rispose: “ È un profeta!”.

18 Ma i Giudei non vollero credere di lui che era stato cieco e aveva acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. 19 E li interrogarono: “ È questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?”. 20 I genitori risposero: “Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; 21 come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso”. 22 Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. 23 Per questo i suoi genitori dissero: “Ha l’età, chiedetelo a lui!”.

24 Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: “Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”. 25 Quegli rispose: “Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo”. 26 Allora gli dissero di nuovo: “Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?”. 27 Rispose loro: “Ve l’ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?”. 28 Allora lo insultarono e gli dissero: “Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè! 29 Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia”. 30 Rispose loro quell’uomo: “Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. 31 Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. 32 Da che mondo è mondo, non s’è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. 33 Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”. 34 Gli replicarono: “Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?”. E lo cacciarono fuori.   35 Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori, e incontratolo gli disse: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?”. 36 Egli rispose: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”. 37 Gli disse Gesù: “Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui”. 38 Ed egli disse: “Io credo, Signore!”. E gli si prostrò innanzi. 39Gesù allora disse: “Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi”. 40Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: “Siamo forse ciechi anche noi?”. 41 Gesù rispose loro: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane”.

Commento al Vangelo del 22 Marzo 2020 – p. Fernando Armellini

Fin dai primi tempi della Chiesa, il racconto del cieco nato viene proposto in Quaresima.
La ragione è facile da intuire: nella storia del cieco nato ogni cristiano può facilmente riconoscere la propria storia. Prima di incontrare Cristo era un cieco, poi il Maestro gli ha donato la vista, lo ha illuminato nell’acqua del fonte battesimale. Quando, dopo Costantino, si cominciarono a costruire i primi battisteri, si diede loro il nome di photistéria: luoghi dell’illuminazione.
Nel brano di oggi, Giovanni prende spunto da un episodio della vita di Gesù e se ne serve per sviluppare il tema centrale del messaggio cristiano: la salvezza donata da Cristo.
Il linguaggio che impiega è quello biblico: la contrapposizione tenebre-luce. Nella Bibbia le tenebre hanno sempre una connotazione negativa, sono il simbolo del potere oscuro del male, della morte, della perdizione; la luce invece rappresenta l’orientamento verso Dio, la scelta del bene e della vita.
La guarigione del cieco nato è collocata nel contesto della festa delle capanne (Gv 7,2), la più popolare di tutte le feste giudaiche, tanto da essere chiamata semplicemente “la festa”. Durava una settimana ed era caratterizzata da un’esplosione di gioia e dalle liturgie della luce e dell’acqua.
Sulla spianata del tempio, illuminata ogni notte da grandi fiaccole, c’era un pozzo cui si attingeva l’acqua per le libagioni. Ad esso veniva riferita la profezia di Isaia: “Attingerete con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12,3). Nel secondo giorno della festa si celebrava il rito della “gioia del pozzo”, con danze e canti. Gesù attese “l’ultimo giorno, il più solenne della festa” per levarsi in piedi ed esclamare a gran voce: “Se qualcuno ha sete venga a me e beva chi crede in me” (Gv 7,37). Fu durante questa festa della luce che egli proclamò anche: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).
Per cogliere la densità del messaggio del vangelo di oggi va tenuto presente questo contesto festivo e i riferimenti alla luce e all’acqua. Il cieco giungerà a vedere la luce soltanto dopo essersi lavato con l’acqua dell’Inviato.
Divideremo il brano in sette parti, come se si trattasse di sette scene di un’opera teatrale.
La prima scena (vv. 1-5) si apre con un dialogo fra Gesù e i discepoli. Il loro intervento è chiaramente un artificio letterario, mediante il quale si offre a Gesù l’opportunità di dare la chiave di lettura dell’episodio. Se si riduce il brano a un reportage giornalistico, se non si coglie il simbolismo della guarigione del cieco nato, si perde il messaggio centrale: Gesù “è la luce del mondo” (vv. 4-5).
La domanda dei discepoli è forse anche la nostra: “Come mai quest’uomo è nato cieco? Chi ha peccato: lui o i suoi genitori?” (v. 2).
Al tempo di Gesù si riteneva che, nella sua infinita giustizia, Dio premiasse i buoni e punisse i malvagi già in questo mondo, in proporzione alle loro opere. Le disgrazie, le malattie, le sofferenze erano ritenute un castigo per i peccati.
Questa teologia – dettata dalla logica e dai criteri umani – non è mai stata facile da difendere. Giobbe la irrideva: “I malvagi prosperano, invecchiano, anzi, sono potenti e gagliardi. La loro prole prospera insieme con loro… Finiscono nel benessere i loro giorni e muoiono tranquilli” (Gb 21,7-8.13) e a chi gli obiettava: “Dio serba per i loro figli il suo castigo”, rispondeva: “Ma la faccia pagare piuttosto a lui stesso, che sia lui a soffrire! Cosa glien’importa infatti della sua famiglia quando il numero dei suoi giorni è finito?” (Gb 21,19-21).
Malgrado queste inconfutabili ragioni, la teologia della “giusta retribuzione” era accettata da tutti e, per spiegare la nascita di una persona disabile, si giungeva addirittura a supporre che avesse peccato nel grembo materno.
La posizione che Gesù prende su questo argomento è chiara e illuminante: “Né il cieco, né il suoi genitori hanno peccato” (v. 3). È una bestemmia parlare di castighi di Dio, è un modo pagano di immaginarlo. Quando la Bibbia parla dei “castighi di Dio” impiega un linguaggio arcaico che non è più il nostro e con esso intende denunciare i disastri provocati dal peccato, non da Dio. Oggi è scorretto e deviante usare la metafora del “castigo di Dio”, senza chiarirne subito il significato.
Di fronte al male non ha senso chiedersi di chi è la colpa, l’unica cosa da fare è impegnarsi per eliminarlo, come Gesù ha fatto.
“È così – dice Gesù parlando del cieco – perché in lui possano manifestarsi le opere di Dio” (v. 3). Ogni evento è ambivalente. Siamo noi che abbiamo catalogato gli avvenimenti in buoni e cattivi, ma ognuno di loro può essere buono o cattivo. A seconda di come lo si vive, si tramuta in salvezza o segna una sconfitta.
Il cieco non ha colpa di essere nato così.
Qui fa la sua comparsa il simbolismo giovanneo: la cecità è la condizione nella quale l’uomo nasce. Non è colpa sua né degli altri. È cieco e non ha nemmeno l’idea di che cosa sia la luce, tanto è vero che non gli passa neppure per la mente di chiedere a Gesù di essere curato, è Gesù che prende l’iniziativa di guarirlo e, con il suo gesto, mostra che la sua salvezza (la sua luce) è un dono completamente gratuito.
Dove c’è lui, c’è la luce, è giorno. Dove lui è assente, è notte fonda (v. 5).
Nella seconda scena (vv. 6-7) viene riferita, in modo estremamente sintetico, la guarigione del cieco. Il metodo impiegato ci risulta piuttosto strano: il fango, la saliva… Gesù si adegua alla mentalità della gente del suo tempo che riteneva la saliva un concentrato dell’alito, dello spirito, della forza di una persona. In questo gesto – compiuto altre volte da Gesù (Mc 7,33; 8,23) – c’è forse un riferimento alla creazione dell’uomo raccontata nel libro della Genesi (Gn 2,7). L’evangelista vorrebbe cioè insinuare l’idea che dall’alito, dallo Spirito di Gesù nasce l’uomo nuovo, illuminato.
Il cieco non ricupera immediatamente la vista, deve andare a lavarsi all’acqua di Siloe e Giovanni rileva che questo nome significa Inviato. Il riferimento a Gesù – l’inviato del Padre – è esplicito: è la sua acqua, quella promessa alla samaritana, che cura la cecità dell’uomo.
La terza scena introduce il primo degli interrogatori fatti al cieco (vv. 8-12).
Illuminato da Gesù, è divenuto irriconoscibile, è cambiato completamente, tanto che i vicini, che per anni gli sono vissuti accanto, si chiedono: “Ma è lui o non è lui?”.
 È l’immagine dell’uomo che, dal giorno in cui è divenuto discepolo, si è trasformato a tal punto da non sembrare più la stessa persona. Prima conduceva una vita corrotta, era intrattabile, egoista, avido, burbero, ora non più, è cambiato il suo modo di ragionare, di parlare, di giudicare, di valutare persone e avvenimenti, di affrontare i problemi, di reagire alle provocazioni. L’acqua che è la parola di Cristo gli ha aperto gli occhi, gli ha fatto scoprire com’era priva di senso la vita che conduceva. Ha creato un uomo nuovo, illuminato.
Il cammino del discepolo verso la luce piena è però lungo e faticoso. L’evangelista lo presenta con l’immagine del cieco che comincia il suo percorso nel momento in cui incontra l’uomo Gesù. “Quell’uomo che si chiama Gesù – dice – ha fatto del fango” e a chi gli chiede: “Dov’è questo tale?”, risponde: “Non lo so”. Confessa la propria ignoranza, riconosce di non sapere ancora nulla di lui.
Il punto di partenza del cammino spirituale del discepolo è la presa di coscienza di non conoscere Cristo e di sentire il bisogno di sapere qualcosa di più.
Nella quarta scena (vv. 13-17) intervengono le autorità religiose che sottopongono il cieco a un secondo interrogatorio. Non si preoccupano di verificare ciò che è accaduto. Hanno già deciso che devono condannare Gesù perché non corrisponde all’idea di uomo religioso che hanno in mente. Arrogandosi il diritto di parlare in nome di Dio, lo classificano fra i malvagi, fra i nemici del Signore in base a norme e a criteri da loro stabiliti.
Questa convinzione di essere nel giusto e di non aver bisogno di altra luce, il rifiuto di rimettere in causa le proprie certezze teologiche, li porta ad affermare altezzosi: “Noi sappiamo che quest’uomo non viene da Dio…” (v. 16). Sono ciechi, convinti di vederci.
La posizione assunta da questi farisei è un richiamo al pericolo che corre chiunque inizia a conoscere Cristo. Se rimane aggrappato alle proprie sicurezze e alle proprie convinzioni, se rifiuta caparbiamente ogni cambiamento, rimarrà schiavo della tenebra.
Il cieco, che è cosciente di “non sapere”, muove invece un secondo passo. Ai farisei che gli chiedono: “Tu cosa dici di lui?”, risponde: “È un profeta” (v. 17). Prima pensava che fosse un semplice uomo, ora ha capito che è qualcosa di più, che è un gradino sopra: è un profeta.
La quinta scena (vv. 18-23) racconta un nuovo interrogatorio. Questa volta le autorità chiamano in causa i genitori del cieco. Detengono il potere e non possono tollerare che qualcuno metta in causa le loro convinzioni e il loro prestigio. Chi osa opporsi deve essere tolto di mezzo. Sono così potenti che perfino i genitori hanno paura di prendere posizione in favore del figlio.
 È la storia di chiunque viene illuminato da Cristo: non è più capito, viene abbandonato e a volte anche tradito dalle persone più care, da coloro da cui si sarebbe aspettato un incoraggiamento e un appoggio.
 È sempre difficile e rischioso schierarsi dalla parte della verità: la paura di alienarsi l’amicizia della gente che conta o le simpatie di chi detiene il potere, induce spesso a omettere di intervenire quando si dovrebbe, provoca reticenze e silenzi colpevoli.
Nella sesta scena (vv. 24-34) le autorità religiose chiamano di nuovo in causa il cieco.
Nelle sue risposte, nel suo atteggiamento si possono cogliere le caratteristiche che contraddistinguono chi è illuminato da Cristo.
– È anzitutto libero: non vende la propria testa a nessuno, dice quello che pensa. “È un profeta” – afferma, riferendosi a Gesù – e quando gli obiettano: “Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”, si permette addirittura di fare dell’ironia: “Se sia un peccatore non lo so; una cosa so: che prima ero cieco e ora ci vedo” e, subito dopo, ancor più graffiante, soggiunge: “È davvero strano che voi non sappiate di dove sia…”.
– È coraggioso:rifiuta ogni forma di servilismo, non si lascia intimidire da coloro che, abusando del loro potere, insultano, minacciano, ricorrono alla violenza (vv. 24ss.).
– È sincero: non rinuncia a dire la verità anche quando questa è scomoda o sgradita a chi sta in alto, a chi è abituato a ricevere solo approvazioni e applausi dagli adulatori.
– È semplice come una colomba, ma anche prudente.
Le autorità tentano di intrappolarlo, costringendolo ad ammettere che si è schierato dalla parte di chi “non osserva il sabato”, ma egli, con abilità, si sottrae alla trappola: “Ve l’ho già detto, perché volete udirlo di nuovo?” e assesta una nuova stoccata ironica: “Non è che per caso volete diventare suoi discepoli?” (v. 27).
– Si mantiene in un costante atteggiamento di ricerca: sa di avere intravisto qualcosa, di aver colto una parte della verità, ma è cosciente che molte cose ancora gli sfuggono. Le autorità sono invece convinte di vedere già chiaro, pensano di sapere tutto: “Noi sappiamo che quest’uomo non viene da Dio” (v. 16); “noi sappiamo che è un peccatore” (v. 24); “noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio” (v. 29).
Colui che era cieco ha invece sempre riconosciuto il proprio limite: “Di dove sia quest’uomo, non lo so” (v. 12); “se sia un peccatore, non lo so” (v. 25). Quando Gesù gli chiederà se crede nel Figlio dell’uomo, egli risponderà: “Chi è?”, riconoscendo, ancora una volta, la propria ignoranza (v. 36).
– Infine resiste alle pressioni e alla paura. Subisce violenza, ma non rinuncia alla luce ricevuta. Piuttosto che andare contro coscienza, preferisce essere cacciato fuori dell’istituzione (v. 34).
Nell’ultima scena (vv. 35-41) ricompare Gesù.
Tutto si è svolto come se egli non esistesse. Non è più intervenuto, ha lasciato che il cieco si destreggiasse da solo in mezzo alle difficoltà e ai conflitti.
Il discepolo illuminato non ha bisogno della presenza fisica del Maestro, gli basta la forza della sua luce per mantenersi saldo nella fede e fare scelte coerenti.
Alla fine Gesù interviene e pronuncia la sua sentenza, l’unica che conta quando si tratta di decidere sulla riuscita o sul fallimento della vita di uomo. Dice: all’inizio c’era un uomo cieco e molti che ci vedevano; ora la situazione è capovolta, coloro che erano convinti di vedere, in realtà sono ciechi incurabili; invece colui che era cosciente della propria cecità, ora ci vede.
Si noti come è stato chiamato Gesù lungo il racconto: per le autorità – per i “vedenti” – egli è “quel tale”, “quell’uomo”, “costui”; i capi non si degnano nemmeno di chiamarlo per nome; hanno occhi, ma non vogliono vedere chi egli sia.
Il cieco fa un percorso di fede che corrisponde a quello di ogni discepolo: all’inizio Gesù è per lui un semplice “uomo” (v. 11); poi diviene un “profeta” (v. 17); in seguito è un “uomo di Dio” (v. 32-33); alla fine è il “Signore” (v. 38). Quest’ultimo titolo è il più importante, è quello con cui i cristiani proclamavano la loro fede. Prima di venire immerso nell’acqua del photistérion, durante la solenne cerimonia della notte di Pasqua, ogni catecumeno dichiarava, davanti a tutta comunità: “Credo che Gesù è il Signore”. Da quel momento era accolto fra “gli illuminati”.





GIORNATA DELLA MEMORIA E DELL'IMPEGNO


21 marzo “Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime delle mafie” Il 1° marzo 2017, con voto unanime alla Camera dei Deputati, è stata approvata la proposta di legge che istituisce e riconosce il 21 marzo quale “Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”.



SCONFIGGERE IL CORONA VIRUS? RITORNARE ALLE VIRTU' !

È urgente 
una maturazione etica

 - -  Giuseppe Savagnone *

Il coronavirus ci chiede di essere virtuosi. O meglio – in un contesto culturale come il nostro, in cui delle virtù da molto tempo si parla solo per farsene beffe –, di riscoprire l’importanza di esserlo.
Può sembrare strano, ma è il messaggio che emerge dalla drammatica escalation di questa epidemia e, soprattutto, dalle reazioni degli italiani all’emergenza. Perché proprio ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi ci costringe a prendere atto che, senza una maturazione etica, che consenta ad ognuno di distinguere il bene dal male nelle situazioni concrete e lo disponga ad agire di conseguenza, una società non solo non è in grado di vivere in modo veramente umano – questo purtroppo avveniva già prima del virus, anche se veniva nascosto da un’apparente normalità –, ma, nei momenti di prova, com’è quello attuale, non riesce neppure a sopravvivere.
L’attualità delle virtù
Perché questo sono le virtù: non la repressione dei nostri desideri; non la moralistica sottomissione a regole convenzionali – come una loro corrente caricatura vorrebbe far credere –, ma disposizioni interiori che plasmano il modo di essere di una persona e la portano a comportarsi spontaneamente in modo ragionevole, degno della sua umanità, consentendole sia di realizzarsi che di contribuire efficacemente alla vita buona delle comunità a cui appartiene.
Basta leggere i giornali per rendersi conto che la grande minaccia contro cui ormai da molti giorni le autorità e gli esperti sono disperatamente mobilitati non è rappresentata solo dal coronavirus in quanto tale, ma dalla superficialità e dall’irresponsabilità di una parte della popolazione, che non sembra neppure rendersi conto delle conseguenze devastanti di certi suoi comportamenti.
Comportamenti irresponsabili
È stato possibile, così, che tanti, per non rinunziare alle proprie abitudini, abbiano ostinatamente disatteso l’invito pressante a non creare assembramenti e abbiano tranquillamente continuato ad affollarsi nei locali della movida, sulle spiagge e perfino nelle stazioni sciistiche. Che si siano ancora organizzate grandi feste private, in cui in realtà l’invitato principale era il virus, e si sia addirittura deciso di darsi allo jogging – mai praticato prima! –, contravvenendo alle reiterate raccomandazioni di non uscire di casa. Per non parlare delle migliaia di persone che, apprendendo da una imperdonabile fuga di notizie dell’imminenza del decreto che vietava di abbandonare la zona rossa, si sono riversate sui treni per ritornare alle loro regioni di origine, portando in regalo il virus alle proprie famiglia – particolarmente grati sono stati i nonni – e a città e paesi che fino ad allora ne erano stati relativamente immuni.
Si è evidenziato, così, un vuoto di educazione civica che, a sua volta, ha le sue radici in una carenza di senso morale e che ha indotto molti ad anteporre i propri interessi al rispetto per gli altri e alle esigenze del bene comune.
Il vuoto etico c’era già
Il coronavirus ha portato alla luce, in realtà, il frutto di decenni di cultura televisiva improntata alle logiche del successo, del guadagno, dell’immagine, che hanno fatto crescere intere generazioni all’insegna del “prima io”, dilatato poi in forme di privato allargato quando il tornaconto dell’individuo coincideva con quello collettivo, ma sempre a prescindere da ogni sforzo di discernimento tra il bene e il male.
E del resto una certa ideologia “progressista” aveva da tempo provveduto a combattere e in parte a liquidare, come bieca eredità del moralismo cattolico, l’dea che vi siano davvero un bene e un male in sé, sottolineando piuttosto il primato assoluto della coscienza del singolo, sostanzialmente insindacabile e sottratta ad ogni criterio oggettivo di valutazione.
È andata in questo senso una sistematica sottolineatura della irrinunciabilità dei diritti, nel totale silenzio sui doveri. E la conseguente dissoluzione del senso di appartenenza alle comunità strutturalmente irriducibili a società per azioni – perché dotate di propri fini verso cui tutti dovrebbero sentirsi responsabili –, come la famiglia e la nazione.
Essere virtuosi senza etichette
È con questa libertà senza responsabilità, fedele alleata del coronavirus, che oggi si stanno battendo le autorità, i medici, gli infermieri, i quali  in questa situazione dimostrano invece, per fortuna – soprattutto il personale sanitario impegnato nelle zone più duramente colpite –, che le virtù esistono ancora.
Con la precisazione che, per essere virtuosi, nel senso autentico del termine, non si richiede alcuna etichetta, alcuna professione di grandi princìpi, religiosi o laici, ma semplicemente quella maturità umana che spinge una persona a fare fino in fondo quello che è giusto, anche se costa sacrificio e comporta dei seri rischi.
Il virus sta, così, evidenziando l’importanza, al di là della deriva individualistica della nostra cultura, del ritorno ad un’etica della responsabilità, che garantisca l’equilibrio dei singoli e il loro corretto rapporto con la comunità.
L’ombra dell’autoritarismo
Senza un recupero di questo intimo senso di responsabilità, proprio la libertà – quella vera – potrebbe essere messa in pericolo. Non per caso la soluzione che da più parti in questo momento viene proposta, per porre un freno al virus, è il ricorso a misure restrittive e coercitive sempre più rigide e soffocanti, a sanzioni più pesanti, all’intervento dell’esercito. Se la gente non capisce da sola che le sue scelte non riguardano solo chi le fa, più o meno follemente, ma anche gli altri – tutti gli altri – , viene spontaneo ipotizzare che la sola via per impedire il caos sia il ricorso alla forza.
Ma il rischio che così si corre è che, a un modo sbagliato di concepire e di esercitare i diritti, si risponda limitando, e perfino sospendendo, i diritti come tali. Che alla scomposta trasgressione delle direttive dell’autorità si pretenda di rimediare con il ricorso all’autoritarismo. Perciò qualcuno, magari esagerando, evoca già dei pericoli incombenti sulla democrazia e rivendica il valore del dissenso e della protesta, anche nel tempo del coronavirus incombente.
Un modo fazioso di fare opposizione
Rivendicazione ineccepibile, purché chi si fa portatore di questo dissenso sappia andare oltre le logiche di parte di questo o quel partito e cerchi di contribuire, anche attraverso le sue critiche, al miglioramento di ciò che di positivo si sta facendo e non una pura e semplice delegittimazione del governo.
E che qualcosa di buono si stia facendo, sia pur tra mille incertezze ed errori, lo  dimostra l’apprezzamento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e il fatto che tutti gli altri paesi, dopo un’iniziale resistenza, stanno seguendo la stessa strada. Eppure dall’inizio di questa crisi i rappresentanti dell’opposizione e i giornali che fanno capo ad essi non hanno fatto passare giorno senza demonizzare la persona e le scelte di Giuseppe Conte, non solo denunziando i limiti della sua azione (che ci sono davvero), ma attaccandolo prima perché chiudeva le scuole e i ristoranti, poi perché non chiudeva abbastanza, e così via.
Non è un modo virtuoso di intendere la dialettica democratica, che deve sempre fondarsi su un reciproco riconoscimento e sulla leale cooperazione di governo ed opposizione in vista del bene comune. L’unità è un valore decisivo nei momenti di emergenza, ed è molto importante anche a questo livello un maggiore senso di responsabilità da parte di tutti.
Uscire da una perversa alternativa, per essere migliori
Il solo modo di uscire dalla perversa alternativa fra il caos e l’autoritarismo è dunque il recupero di una dimensione etica che il coronavirus ci costringe oggi a riscoprire e a mettere alla base della nostra vita privata e pubblica. Questo potrebbe essere un guadagno anche rispetto al recente passato. Siamo tutti sempre più consapevoli che dopo questa epidemia nulla sarà più come prima. Ci si permetta di sperare che tra tanti cambiamenti indesiderati ce ne sia almeno uno – il ritorno delle virtù – che ci abbia reso migliori.

*Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.

venerdì 20 marzo 2020

LA POESIA, INATTUALE MA NECESSARIA

Da Berardinelli a Valduga, passando per Conte, Luzi, Magrelli e Merini, Vita e Pensiero raccoglie in volume undici saggi usciti sulla rivista in cui altrettanti poeti fanno il punto sul senso di scrivere versi oggi. 

di ALESSANDRO ZACCURI

La domanda è sempre la stessa e anche le risposte, in fondo, non variano mai troppo. «Perché i poeti nel tempo del bisogno?», si chiedeva Friedrich Hölderlin in un verso divenuto celeberrimo grazie alla lettura che ne diede Martin Heidegger. Appunto: perché la poesia quando tutto il resto intorno sembra spingerci in un’altra direzione? Probabilmente perché ogni tempo è «tempo del bisogno» ed è proprio questa mancanza che ci convince a dare ascolto ai poeti. «La poesia – quando è tale – è sempre ricerca e desiderio di salvezza, per sé e per il mondo intero», scrive l’italianista Uberto Motta nella prefazione a La parola e la cosa, il volume edito da Vita e Pensiero nel quale trovano spazio una dozzina di “saggi sulla resistenza della poesia”. Originariamente apparsi sulla storica rivista dell’Università Cattolica tra il 2003 e il 2017, i contributi comprendono in realtà anche un paio di interviste, per la precisione quella ad Alda Merini raccolta nel 2003 da Alessandro Gamba (il poeta, afferma l’autrice della Terra Promessa, «è una persona che è impazzita di felicità, cioè che paga su di sé, anche fisicamente, l’esperienza della felicità») e quella realizzata da Roberto Mussapi con Mario Luzi alla fine dello stesso anno, in vista del novantesimo compleanno del grande poeta fiorentino.       «La poesia deve agire », ribadisce Luzi durante la conversazione, e forse basterebbe questo appello a un’efficacia da dispiegare «intimamente ma anche esteriormente» per risolvere la questione della perenne inattualità del canto. Di primo acchito, La parola e la cosa è a sua volta un libro intempestivo, clamorosamente fuori sincrono rispetto a questi giorni di quarantena collettiva, di timori privati e di pubbliche preoccupazioni. Non lo è, invece, e non soltanto perché “la cosa” da cui “la parola” si lascia interpellare potrebbe benissimo essere lo sfuggente Covid–19. C’è un’altra ragione da tenere in considerazione, un dato solo in apparenza contingente che in effetti va dritto al cuore dell’esperienza poetica. Domani, secondo i programmi, si sarebbe dovuta svolgere presso la Libreria Vita e Pensiero di Milano una presentazione del libro. Evento cancellato, come ogni altra manifestazione in calendario in queste settimane, ma prontamente rimpiazzato nella stessa giornata da un reading online sul canale YouTube della casa editrice, al quale è possibile partecipare inviando al più presto una email all’indirizzo ufficiostampa. vp@unicatt.it. Hanno già aderito alcuni degli autori presenti in La parola e la cosa, come Valerio Magrelli e Giuseppe Conte, a dimostrazione che la poesia riesce comunque ad agire, nonostante ogni difficoltà.
Ma dalle pagine del libro emergono molti altri buoni motivi per cui della poesia, adesso, non possiamo fare a meno. Se la poesia stessa è «qualcosa che accade nel mondo del linguaggio», come osserva Alfonso Berardinelli nel suo panorama critico del Novecento italiano, ecco che non ci si può che trovare d’accordo con la richiesta, avan- zata da Maurizio Cucchi, di una reazione alla lingua «smorta» e a un «parlato […] standardizzato verso il basso e il banale» che tanti danni ha prodotto nelle prime fasi dell’emergenza in atto. Chiamata a confrontarsi con l’«indicibile », la poesia è sempre «una testimonianza dell’esperienza
dello spirito », come ricorda Franco Loi nella sua toccante confessione autobiografica. In questo, come intuiva nel suo articolo del 2003 il compianto Luciano Erba, dare ascolto alla poesia significa prestare attenzione alla «misteriosa figura di scorcio» che, «come in un dipinto del Veronese », all’improvviso «attraversa la scena in diagonale, inseguendo un oggetto indistinto ». Ci sarà pure un problema di mercato, come giustamente lamenta lo stesso Conte, che pure continua a nutrire una speranza incrollabile nella poesia («Se dovesse tacere lei, neppure gli uomini, e forse neppure Dio, sarebbero più gli stessi»), ma tocca a Magrelli ribadire che il pubblico della poesia non è necessariamente confinato a una ridotta di irriducibili e può prendere corpo ovunque, sia pure in forme e modalità inattese.
Torniamo al “tempo del bisogno”, che è anzitutto il tempo dello spirito, nel quale riecheggia la voce del sacro. Elemento comune di molti interventi di La parola e la cosa, come sottolinea anche Motta, il tema si delinea con maggiore evidenza negli interventi di Guido Oldani (la poetica del “realismo terminale”, per cui risulta rovesciato il rapporto tra natura e manufatto, ha molti punti di contatto con la prosa dei Vangeli) e di Mussapi, che fa discendere la perdita della dimensione spirituale dalla scarsa propensione a misurarsi con la realtà: «La rottura del sacro è la rottura del mistero, della condivisione », sostiene coniando una formula che sarebbe utilissimo rilanciare in questi giorni. Nel frattempo, mentre scrutiamo i segni del malessere da cui ci sentiamo minacciati, non resta che accogliere l’invito di Patrizia Valduga: se volete leggere un poeta, leggete Clemente Rebora, «uno che ha amato non saggiamente ma troppo bene », senza mai stancarsi di invocare «una salvezza di tutto, una vera e propria redenzione del mondo » . Di che altro possiamo avere bisogno, in questo tempo?





giovedì 19 marzo 2020

CORONA VIRUS. L'NCLUSIONE VIA WEB


Coronavirus, online la pagina ‘L’inclusione via web’. Aperta la sezione dedicata alla didattica a distanza per gli alunni con disabilità

Si arricchisce la sezione web del Ministero dell'Istruzione dedicata alla Didattica a distanza, nata per supportare tutte le scuole in seguito all’emergenza sanitaria del COVID -19. È da oggi infatti disponibile un canale tematico per L’inclusione via web. Uno strumento pensato per affiancare e supportare il lavoro dei dirigenti scolastici, del personale e degli insegnanti nei percorsi didattici a distanza per gli alunni con disabilità.
All’interno delle pagine online saranno messi a disposizione riferimenti normativi, condivisione di esperienze didattiche, link utili, webinar. Nel canale dedicato saranno anche messe a disposizione, gratuitamente, piattaforme telematiche certificate per la didattica a distanza, grazie al contributi di privati che hanno risposto alla call lanciata dal Ministero dell’Istruzione. Il canale sarà costantemente aggiornato e arricchito di nuovi spunti e materiali. 




SCUOLA. PREVISTA PROROGA CHIUSURA

Scuole chiuse per il Coronavirus, c’è la proroga.  Quando riapriranno? Le ipotesi (anche su voti e maturità).
Dopo l’annuncio del premier il Miur si prepara a mantenere valido l’anno anche se si dovesse tornare a maggio o addirittura chiudere fino alla fine dell’anno scolastico.
Azzolina: non prolungo le lezioni a giugno




Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato al Corriere della Sera che la chiusura delle scuole a causa del coronavirus sarà prorogata. «È chiaro che i provvedimenti che abbiamo preso, sia quello che ha chiuso molte delle attività aziendali e individuali del Paese, sia quello che riguarda la scuola, non potranno che essere prorogati alla scadenza», ha detto. Al momento, la chiusura delle scuole è prevista fino al 3 aprile.
Il primo segnale che si andasse in questa direzione era arrivato, sia pur indirettamente, due giorni fa: dal ministero dell’Istruzione era infatti partita una nota per dire agli insegnanti che cosa devono essere esattamente le lezioni a distanza. E soprattutto che devono cominciare a dare i voti. Segno che la didattica digitale diventa per davvero la modalità del secondo quadrimestre dell’anno scolastico.
Quanto sarà lunga la chiusura? Toccherà agli esperti dire con esattezza quando l’emergenza sarà finita. Le ipotesi in campo sono almeno tre.
- Un prolungamento breve delle chiusure, fino a dopo Pasqua (che cade il 12 aprile): è l’ipotesi più improbabile, al momento;
- un altro scenario sposta la scadenza a maggio; 
- un terzo scenario porta la chiusura fino alla fine dell’anno scolastico, ai primi di giugno (come deciso ad esempio dall’Irlanda).
Ci saranno proroghe dell’anno scolastico? No: quello che è certo è che l’anno finirà come sempre, a casa o in classe. Lo ha detto la ministra Azzolina, due giorni fa:non è prevista un allungamento a giugno o luglio. Anche gli esami di maturità e terza media si terranno nelle date già fissate dal calendario. Saranno sicuramente più leggeri.
Didattica digitale
Prende forma a poco a poco la didattica digitale nazionale: toccherà ai professori darle la fisionomia definitiva. Ma i principi sono segnati: attività di apprendimento, cioè vere e proprie lezioni e voti o valutazioni del lavoro svolto. L’obiettivo, anche se non si dovesse tornare in classe, resta comunque quello di arrivare alla «validità non solo formale ma sostanziale dell’anno scolastico». Cioè che gli otto milioni di studenti continuino a studiare fino alla fine.
I voti a distanza
Avanti dunque con le lezioni a distanza per ora: gli insegnanti non possono limitarsi a dare compiti a casa - ha specificato il ministero - questa non è la didattica digitale di cui si parla da settimane. Devono dare i voti, perché la valutazione non è una «sanzione» ma è un dovere per gli insegnanti e un diritto per gli studenti. Ma come si valutano lo sforzo e il lavoro degli studenti? La scelta spetta agli insegnanti, che la condividono con i collegi dei docenti assieme ai presidi: decideranno come procedere, ma certamente anche le lezioni di questi giorni avranno un peso nella valutazione finale. Se il ministero chiede «buon senso», invita anche gli studenti ad avere fiducia nei propri insegnanti, perché la valutazione — si legge — non è una sanzione, ma un dovere per i prof e un diritto per gli studenti. Dunque sì ai voti ma con giudizio, per come gli studenti seguono, se fanno i compiti assegnati, se hanno bisogno di qualche forma di recupero e consolidamento tenendo conto della difficoltà di adeguarsi alla nuova realtà. Insomma, non basta saltare una lezione o non collegarsi per tempo una mattina per prendere un brutto voto.
Attenti ai video (e ai compiti)
Il ministero si spinge oltre e dà altre indicazioni ai professori e ai presidi: per gli asili si consigliano video dal carattere ludico, da visionare con i genitori; per la primaria si richiede il giusto equilibrio tra didattica e pause, per medie e superiori è consigliato un mix di lezioni con le aule virtuali e di materiali «a fruizione autonoma e differita». Da oggi sarà online anche una pagina dedicata alla didattica per gli studenti con disabilità. Nel programmare l’attività bisogna che maestre e professori facciano attenzione a non far usare schermi e video troppo a lungo ai loro alunni. Attenzione all’«eccessivo carico cognitivo», avverte il ministero, cioè no all’eccesso di compiti.
Come cambia la maturità?
L’esame di Maturità cambierà: parola della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina intervistata da Giovanni Floris a DiMartedì: «Sto prospettando diversi scenari — spiega — ma sarà un esame serio, pur tenendo conto della situazione di emergenza». Di sicuro non cambieranno le date: si comincia il 17 giugno.
Altrettanto sicuro sembra che non saranno obbligatori né Invalsi né alternanza scuola-lavoro. Al ministero si sta pensando se ridurre le commissioni: niente commissari esterni (lo chiedono anche gli studenti e i sindacati), saranno i prof della classe, con un presidente esterno, a giudicare i loro alunni come avviene già per l’esame di terza media. Sotto la lente è anche la seconda prova, quella di indirizzo, la più temuta dai ragazzi: si discute se rimodularla, cioè adeguarla al programma svolto, o se addirittura eliminarla: è la richiesta del coordinamento degli studenti, se la scuola non dovesse riprendere a maggio. C’è infine il tema dell’ammissione all’esame: l’ipotesi allo studio è quella di ammettere anche chi non ha recuperato le insufficienze del primo quadrimestre. La ministra Azzolina ha però ripetuto che «non ci sarà il 6 politico», cioè la promozione assicurata.
La protesta dei sindacati
Il passo in avanti del governo sulla didattica a distanza, ai sindacati - già critici - non piace per niente. Tanto è vero che chiedono immediatamente al ministro di ritirare la disposizione (sul dare voti a distanza) e di convocarli al più presto per discutere. Non è questione dei problemi delle lezioni a distanza, che sono ancora moltissimi, soprattutto per gli studenti e le realtà più deboli. Per i sindacati il passo avanti della ministra Azzolina è contro la legge e non è giustificato: «Le modalità individuate dalla nota - si legge in un documento firmato da Cgil, Cisl, Uil, Gilda e Snals - come riproduzione in remoto delle attività ordinaria, oltre ad apparire illegittime e inapplicabili, richiedono inoltre, implicitamente ed esplicitamente, che sia i docenti sia gli alunni possano accedere, in modo generalizzato, a connessioni internet con strumenti software e hardware adeguati, cosa che non può certamente darsi per scontata, né il Ministero si è preoccupato di verificare almeno sommariamente la reale disponibilità delle strumentazioni idonee prima di impartire le indicazioni».