venerdì 22 giugno 2018

COMUNITA' . COSI' NASCE L'UOMO LIBERO

EDUCAZIONE E DEMOCRAZIA 

«La conoscenza è una costruzione sociale, non il prodotto di una ricerca in solitaria» 
Per la pensatrice americana, Ann Margaret Sharp, solo attivando un’esperienza di confronto di gruppo è possibile realizzare la personalità di donne e uomini e dare origine a forme di convivenza democratica Praticamente sconosciuta in Italia, è possibile rileggere le sue opere in un’antologia internazionale di Routledge

di SIMONE PALIAGA
«La conoscenza è una costruzione sociale, il prodotto di una ricerca comunitaria, la partecipazione a una comunità che persegue una conoscenza imperniata sulla cooperazione poiché noi costruiamo avvalendoci di idee di altri e arriviamo poi a identificarci con le realizzazioni dell’intero gruppo ». Insomma non resta che «vivere una vita di ricerca» maturando la consapevolezza che «il pensiero è una forma di dialogo interno e il dialogo presuppone una comunità, ecco una delle intuizioni fondamentali di Charles Pierce». Suona così, in estrema sintesi, il pensiero della filosofa americana dell’educazione Ann Margaret Sharp (1942-2010). Per lei solo attivando una comunità di ricerca filosofica è possibile realizzare la personalità di donne e uomini, dare origine a forme di convivenza democratiche e imparare a fare esperienza della libertà.
La ricerca filosofica condotta in solitaria, davanti alle pagine di un libro, è vana illusione. Di più. Compromette la possibilità di edificare modi di convivenza democratica. Solo se la ricerca filosofica di comunità diventa habitus fin da bambini è possibile perseguire la libertà perché «si apprende – a dire della filosofa d’Oltreoceano – a porre il proprio io in prospettiva». A diffondere questa pratica filosofica, come irrinunciabile requisito non solo per fare filosofia ma pure per diventare cittadini liberi di una democrazia, Ann Sharp ha dedicato tutta la vita.
In Italia è praticamente sconosciuta se si esclude L’ospedale delle bambole e Dare senso al mio mondo, dati alle stampe quasi vent’anni fa da Liguori, testo e manuale di una parte del curricolo di Philosophy for Children. Per dirla tutta però non è che il Belpaese pecchi di provincialismo. Nel resto del mondo Sharp non ha raccolto maggior fortuna malgrado i riconoscimenti tributati, tra gli altri, da Martha Nussbaum e Howard Gardner. A favorire una diversa fortuna non hanno certo contribuito la dispersione dei suoi lavori in una miriade di riviste di difficile reperibilità né la scelta di concentrarsi sulla pratica didattica a fianco di Matthew Lipman anziché sulla riflessione teoretica. E si sa che i filosofi, quelli con la puzza sotto il naso ovviamente, considerano con sussiego se non addirittura spregio chi si occupa di tecniche di apprendimento e insegnamento ritenendole esanimi e estranee alla filosofia. Eppure al centro delle preoccupazioni di Ann Sharp figurano temi che abitano da sempre la ricerca filosofica. Generazione di pensiero, costruzione di comunità, ricerca della libertà. E, perché no?, promozione della democrazia. Un primo passo per rendere giustizia alla pensatrice americana ora Routledge, uno dei maggiori editori al mondo, pubblica un’importante antologia. Si tratta di In Community of Inquiry with Ann Margaret Sharp. Childhood, Philosophy and Education curato da Maughn Rollins Gregory e Megan Jane Laverty (pagine 264, euro 116,00) che comprende, oltre a molti saggi della filosofa newyorkese, anche numerosi contributi critici per coglierne tutte o molte delle sfaccettature.
Di formazione cattolica, Ann Sharp, dopo i primi interessi teologici e una appassionata frequentazione con Sant’Agostino, decide di dedicarsi alla filosofia al punto da concludere, nel 1973, il suo percorso di studi universitari con una dissertazione sulla filosofia dell’educazione in Friedrich Nietzsche, dal titolo suggestivo: The Teacher as Liberator, l’insegnante come liberatore. E proprio il Solitario di Sils Maria segna un passaggio significativo nel cammino di pensiero di Ann Sharp come sottolinea Stefano Oliverio dell’Università Federico II di Napoli, in uno dei saggi critici più perspicui contenuti nell’antologia.
A Nietzsche, e prima ancora a Eraclito, Sharp deve la critica al sapere inteso come accumulo di conoscenze. Come gli deve la scoperta dell’importanza dell’innocenza infantile per non farsi schiacciare dalle conoscenze pregresse. E la riconquista dello stupore infantile, della sua leggiadria e noncuranza sono «obiettivo e fine – secondo la pensatrice – dell’educazione ». Solo così si coglie «la libertà – scrive Sharp – come riconquista rinnovata e ripetuta dell’attitudine del bambino verso la vita; e questo è un processo infinito senza il quale l’incapacità di creare di nuovo predomina». Eppure il cammino educativo non è un cammino indolore. Per realizzarlo occorre «scuotere gli allievi da ogni compiacimento ». E il bambino o l’uomo deve «fare esperienza – prosegue la pensatrice americana – della propria inadeguatezza per poi conquistare la necessaria sprezzatura indispensabile a iniziare la ricerca della liberazione». Solo una volta fatti i conti con la propria inadeguatezza «giovani donne e giovani uomini », grazie a una comunità di ricerca, «si preparano a confrontarsi con le forze che li assediano, a formulare giudizi su ciò che è possibile e ciò che è desiderabile, a impegnarsi in un lavoro creativo che renda – scrive Ann Sharp – il desiderabile reale portando valore e significato alle loro vite e alle vite delle loro comunità».







PRIMA GLI ZINGARI ....... IL VALORE DELLA MEMORIA E DELL'IMPEGNO


mercoledì 20 giugno 2018

" I GIOVANI, LA FEDE, IL DISCERNIMENTO" - L'Instrumentum Laboris in preparazione al Sinodo dei Giovani

RISCOPRIRE 
LA BELLEZZA 
DELLA VITA

"Desidero aiutare tutti e ciascuno a mettersi in sintonia con l’Instrumentum laboris del prossimo Sinodo dei giovani dal tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, che si svolgerà a Roma dal 3 al 28 ottobre prossimi. Come avrete certamente notato, si tratta di un testo abbastanza ampio e articolato, del quale cercherò di illustrare alcuni elementi principali, partendo dal dire qualcosa sulle finalità del Sinodo, sul metodo seguito e sulla struttura del documento.
Il Sinodo ha come prima finalità quella di rendere consapevole tutta la Chiesa del suo importante e per nulla facoltativo compito di accompagnare ogni giovane, nessuno escluso, verso la gioia dell’amore; in secondo luogo, prendendo sul serio questa missione, la Chiesa stessa potrà riacquistare un rinnovato dinamismo giovanile; in terzo luogo è importante anche per la Chiesa cogliere quest’occasione per mettersi in discernimento vocazionale, così da riscoprire in che modo può meglio corrispondere oggi alla sua chiamata ad essere anima, luce, sale e lievito del nostro mondo.
Come conseguenza di queste finalità, l’Instrumentum Laboris è redatto secondo il “metodo del discernimento”. Con ciò intendo dire che in sostanza il Sinodo stesso è un esercizio di discernimento, il cui processo si attua compiendo gli stessi passi che aiutano ogni giovane a far luce sulla propria vocazione. Papa Francesco, in Evangelii Gaudium 51, presenta il processo di discernimento con tre verbi: riconoscere, interpretare, scegliere.
Per questo motivo, il testo è diviso in tre parti, ciascuna riferita a uno dei tre verbi. Il primo passaggio del discernimento è segnato dal verbo riconoscere. Subito viene in mente il racconto dell’episodio di Emmaus, dove si dice che «si aprirono i loro occhi e lo riconobbero» (Lc 24,31). È quindi evidente che “riconoscere” non è un generico vedere o un semplice ascoltare, ma dice molto di più: si tratta di lasciarsi abitare dalla grazia per avere lo sguardo del discepolo, una comprensione della realtà che sa vedere il cuore, un’intelligenza che nasce dalle viscere di misericordia che abitano in ognuno di noi. “Riconoscere” significa partecipare dello sguardo di Dio sulla realtà, osservando il modo in cui Dio parla a noi attraverso di essa.
Il secondo passaggio punta sul verbo interpretare. La realtà è più importante dell’idea, ma le idee diventano necessarie nel momento in cui si sono riconosciuti gli appelli che vengono dalla realtà. Ci vuole un quadro di riferimento per interpretare la realtà, altrimenti si resta preda della superficialità. È necessario andare in profondità, verso un livello biblico e antropologico, teologico ed ecclesiologico, pedagogico e spirituale. Le buone idee illuminano, fanno chiarezza, sciolgono i nodi, aiutano a sbrogliare la matassa, a superare la confusione e a risolvere le frammentazioni, accompagnando verso una visione integrale e sinfonica.

Il terzo momento si concentra sulla necessità di scegliere. Dopo aver riconosciuto e interpretato, la fase più delicata e importante è prendere decisioni coraggiose e lungimiranti alla luce del percorso svolto. Il discernimento troppe volte rischia di arenarsi su infinite analisi e su molte e diverse interpretazioni, che non arrivano a buon fine, cioè a decisioni concrete, profetiche e pratiche. Ecco che diventa importante portare a compimento il cammino attraverso scelte condivise che ci aiutino nel nostro percorso di conversione pastorale e missionaria....






RIFUGIATO .... NON E' UN FILM!

Al rifugiato

Vorrei essere io la tua terra per accoglierti come madre
ospitarti tra le mie fronde come fa il ciliegio
con i passeri.

Vorrei darti il mio pane preparato per te
con le mie lacrime per te e per i tuoi fratelli
orfani di patria.

Vorrei vorrei... quante cose vorrei per questo venti giugno
tenerti dentro  protetto dai pensieri
che ho i miei frutti per te.

Che me ne faccio del coraggio se non posso dartelo
o dei miei anni che non ti costruiranno un tetto
ma solo un nuovo cielo.

Vorrei essere il tuo pane il tuo coraggio e il tuo tetto
la tua nuova patria  
cittadino del mondo.

(Giacomo Colosio)




domenica 17 giugno 2018

VICINI AI RIFUGIATI PER ACCOGLIERLI E VALORIZZARLI - 20 giugno giornata mondiale del rifugiato

"Mercoledì prossimo ricorrerà la Giornata Mondiale del Rifugiato, promossa dalle Nazioni Unite per richiamare l’attenzione su ciò che vivono, spesso con grandi ansietà e sofferenze, i nostri fratelli costretti a fuggire dalla loro terra a causa di conflitti e persecuzioni. Una Giornata che, quest’anno, cade nel vivo delle consultazioni tra i Governi per l’adozione di un Patto Mondiale sui Rifugiati, che si vuole adottare entro l’anno, come quello per una migrazione sicura, ordinata e regolare. Auspico che gli Stati coinvolti in questi processi raggiungano un’intesa per assicurare, con responsabilità e umanità, l’assistenza e la protezione a chi è forzato a lasciare il proprio Paese. Ma anche ciascuno di noi è chiamato ad essere vicino ai rifugiati, a trovare con loro momenti d’incontro, a valorizzare il loro contributo, perché anch’essi possano meglio inserirsi nelle comunità che li ricevono. In questo incontro e in questo reciproco rispetto e appoggio c’è la soluzione di tanti problemi."  Papa Francesco, 17 giugno 2018


20 GIUGNO  

GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO


Al fine di intensificare gli sforzi per prevenire e risolvere i conflitti e contribuire alla pace e alla sicurezza dei rifugiati, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha scelto di celebrare la  Giornata Mondiale del Rifugiato il 20 giugno di ogni anno con la Risoluzione 55/76. Il documento è stato approvato il 4 dicembre 2000 in occasione del 50° anniversario della Convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati.
Per celebrare la Giornata, l’UNHCR ha lanciato la campagna #WithRefugees che durerà fino al 19 settembre. La campagna ha come obiettivo quello di far conoscere i rifugiati attraverso i loro sogni e le loro speranze: prendersi cura della propria famiglia, avere un lavoro, andare a scuola e avere un posto che si possa chiamare “casa”. Molti attori e personaggi pubblici stanno partecipando alla campagna inviando messaggi e foto con lo slogan #WithRefugees. Lo scopo della campagna consiste nel mostrare ai leader mondiali che i cittadini sono dalla parte dei rifugiati e vogliono inviare un messaggio ai governi affinché collaborino per migliorare le loro condizioni.
La petizione #WithRefugees verrà presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York il 19 settembre e consisterà in una serie di richieste rivolte ai governi: garantire che ogni bambino rifugiato possa accedere all’istruzione, che ogni famiglia rifugiata abbia un posto sicuro in cui vivere e garantire che ogni rifugiato possa lavorare o acquisire nuove competenze per dare il suo contributo alla comunità.
Negli ultimi dieci anni, l’UNHCR ha presentato la richiesta per il reinsediamento in favore di più di 1 milione di rifugiati a 30 diversi paesi, ma il numero di persone che necessitano di reinsediamento supera di gran lunga le opportunità disponibili in un paese terzo. Nel rapporto Projected Global Resettlement Needs 2017 che fotografa questa situazione,  si afferma che in virtù dell’aumento delle quote di reinsediamento da parte di alcuni paesi, e dell’aumento delle richieste, il numero previsto di persone che necessiteranno di reinsediamento nel 2017 raggiungerà i 1,19 milioni, ovvero il 72% in più rispetto al 2014. Il reinsediamento è una delle soluzioni migliori per i rifugiati, insieme all’integrazione nella società di accoglienza e al rimpatrio volontario. Grazie a questo strumento, ai rifugiati che non possono  rimanere nel Paese di primo asilo,  né possono rientrare nel proprio, viene data la possibilità di cominciare una nuova vita in un Paese terzo.


BAMBINI, AFFETTIVITA' e SESSUALITA'

"Ad amare ci si educa"
 viaggio nell'affettività e nella sessualità
Un libro per bambine e bambini, ma anche per genitori e insegnanti

Un viaggio alla scoperta dell’affettività e della sessualità per le bambine e i bambini dai 4 ai 7 anni. Un itinerario pensato per raccontare come l’educazione sessuale non sia un fatto intimo, privato e nascosto, ma una possibilità di far esprimere la persona negli affetti, nei legami, nelle relazioni. 
Il libro per bambini, a colori e interamente illustrato è completato da una guida per educatori e genitori, progettata per affrontare il tema dell’educazione affettivo-sessuale tenendo conto delle specifiche esigenze, educative e cognitive dei bambini.
Il testo affronta l'educazione sessuale come un percorso "meraviglioso", per i bambini e per i loro educatori. 
Un "viaggio bellissimo" che oggi più che mai ha bisogno di una bussola  e di un linguaggio "azzeccato" da parte degli adulti.

 Ezio Aceti e Stefania Cagliani, AD AMARE CI SI EDUCA, Ed. Città nuova - € 14





sabato 16 giugno 2018

A PROPOSITO DELL'AQUARIUS E DEI SUOI "OSPITI .... IN CROCIERA"

Il sacrilegio contro l’uomo 

e la vicenda dell’Aquarius

Ci sono cose che è difficile spiegare a chi non le capisce da solo. Il pudore dell’umano, il senso profondo della dignità di ogni persona, soprattutto dei più deboli, dei più poveri, degli emarginati, è tra queste. In questi giorni, segnati dalle accese discussioni sulla vicenda della nave Aquarius, ho sperimentato la difficoltà di farmi capire da tanti – ormai la maggioranza – che inneggiavano alla scelta di Salvini, salutata come un gesto finalmente deciso, dopo tanto “buonismo” dei governi passati, e come un passo verso un’Europa finalmente corresponsabile nell’accoglienza.
Veramente la difficoltà è già sorta quando si è trattato di stabilire i puri e semplici dati di fatto che fanno da cornice. Eccone alcuni.
Una ossessiva campagna condotta con successo in questi ultimi anni dalla Lega ha dato luogo alla leggenda di un’invasione incontrollata di stranieri sul nostro territorio nazionale, a cui bisognava immediatamente reagire con un blocco assoluto. La mossa di Salvini è sembrata così la logica risposta a una emergenza.
Ma, se si guardano le statistiche più recenti, risulta che in Italia gli stranieri sono l’8,3% della popolazione, contro l’8,6% dell’Inghilterra, il 9,5% della Spagna, il 10% della Germania, l’11,7% del Belgio
Se dal discorso generale sugli stranieri si passa a quello più specifico sui rifugiati per motivi politici, apprendiamo dai dati ufficiali che in tutti questi anni il nostro paese ne ha accolti circa 131mila. In Svezia, dove la popolazione è circa un sesto di quella italiana (10 milioni), sono 186mila, ovvero il 50% in più che in Italia; in Germania (82 milioni di abitanti) 478mila, quasi 4 volte quelli presenti in Italia…
L’emergenza, questa è la verità, non è mai esistita. Come non esiste la minaccia per la nostra economia, sbandierata da giornali come «Libero», che, ai primi di maggio 2016, titolava «Gli immigrati fanno fallire l’Inps». Sopra, l’“occhiello”: «Bomba sulle pensioni».
A fronte di queste affermazioni, giovedì 20 luglio 2017, davanti alla Commissione d’inchiesta parlamentare, il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha fornito i dati ufficiali relativi agli effetti della presenza degli stranieri sul nostro mercato del lavoro e sul nostro sistema pensionistico.
«Gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi di contributi sociali e ne ricevono 3 in termini di pensioni e di altre prestazioni sociali». «Quindi» – ha puntualizzato Boeri – «con un saldo netto di 5 miliardi per le casse dell’Inps».
Poiché un numero considerevole di immigrati, dopo aver pagato i contributi, lascia l’Italia senza godere della pensione, non solo la loro presenza non costituisce per il nostro sistema previdenziale una perdita, ma diventa una risorsa: «Ogni anno i contributi a fondo perduto degli immigrati valgono circa 300 milioni di euro». «Abbiamo calcolato che sin qui gli immigrati ci hanno regalato circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni».
Più in generale – ha continuato Boeri – , «tutti gli studi scientifici sull’impatto fiscale dell’immigrazione concludono che l’impatto è positivo. Il totale delle entrate che arriva dagli immigrati supera, seppur di poco, 1,2 miliardi di euro il totale delle uscite per l’immigrazione».
Il problema, se mai, è che le leggi repressive attualmente in vigore, rendono difficile l’uscita dalla clandestinità, senza cui il lavoro viene svolto “in nero”, ostacolando così gli effetti positivi che si sono detti. È su questo, ha detto il presidente dell’Inps, che si deve agire, aumentando le opportunità di regolarizzazione.
Quanto alla tesi, con cui la Lega e Forza Italia ci martellano da anni, secondo cui gli stranieri “rubano” il lavoro agli italiani, Boeri ha sottolineato che «i lavoratori che sono stati regolarizzati con le sanatorie non hanno sottratto opportunità ai loro colleghi». Infatti, l’effetto di sostituzione «è molto piccolo e riguarda unicamente i lavoratori con qualifiche basse. Non ci sono invece effetti per i lavoratori più qualificati, né in termini di opportunità di impiego né di salario».

Da qui la conclusione del presidente dell’Inps, in clamorosa controtendenza rispetto all’idea diffusa: «Proprio mentre aumenta tra la popolazione autoctona la percezione di un numero eccessivo di immigrati, abbiamo sempre più bisogno di migranti che contribuiscano al finanziamento del nostro sistema di protezione sociale». Non si tratta, insomma, di bloccare l’ingresso degli stranieri, ma di regolarizzarli, in modo che contribuiscano al nostro sviluppo.
Ma – obiettano alcuni sostenitori del governo in questi giorni – la chiusura dei nostri porti all’Aquarius non è stata altro che una provocazione – peraltro riuscita – per spingere l’Europa ad aprire le proprie frontiere. Già…così ha detto Salvini. Ma come mai la sua scelta è stata lodata con entusiasmo – «Finalmente!» – dal sua grande alleato, il premier ungherese Orban, il quale finora si è segnalato per la sua totale opposizione a ospitare perfino la quota di stranieri assegnatagli dall’Unione Europea (ricevendo a sua volta pieno appoggio, per questo, dallo stesso Salvini)?
«Aiutiamoli a casa loro!», ha ripetuto il nostro energico ministro degli interni, per assicurare che la sua posizione non indicava alcun rifiuto di solidarietà. Il guaio è che nei lunghi anni in cui la Lega è stata al governo, insieme a Berlusconi, la quota di bilancio destinata dall’Italia ai Paesi svantaggiati è progressivamente diminuita fino a toccare minimi storici!
Un ultimo fatto, significativo per la “cornice” di quello che è successo in questi giorni. Tutti abbiamo presente la grinta di Salvini, uomo della strada legittimamente arrabbiato (il termine giusto sarebbe un altro) con i governi della sinistra, che non hanno reagito alle inique imposizioni europee.   
Ma questo sanguigno contestatore del passato si è dimenticato di dire che i nostri governi erano vincolati dalla convenzione di Dublino, del 2003, che rendeva il paese di prima accoglienza responsabile dell’asilo di un rifugiato. Già allora non ci voleva un genio per capire che un simile regolamento penalizzava le nazioni che si affacciano sul Mediterraneo, come l’Italia. Ma il trattato è stato firmato lo stesso, masochisticamente, dal governo italiano, presieduto allora da Silvio Berlusconi e con tre ministri della Lega. Forse dovremo essere noi italiani arrabbiati (il termine giusto sarebbe un altro) con Salvini…
Ma eccoci finalmente alla difficoltà di far capire agli altri qualcosa di difficilmente esprimibile (ma come stupirsene, se neppure sui fatti oggettivi riusciamo a intenderci?). Perché ciò che mi ha più colpito non sono le menzogne, volte a far apparire gli immigrati degli invasori. Non è neppure la violazione, da parte di Salvini (dovrei dire da parte di Conte, ma lui non c’è…), della Convenzione di Ginevra del 1951, che tutela i rifugiati politici. So bene che queste cose sono in sé più gravi, ma a me ha colpito soprattutto il disprezzo nei confronti del dolore e dell’angoscia di queste persone.
Un disprezzo già manifestato nella frase sarcastica pronunciata da Salvini, in mezzo a una folla delirante di sostenitori, all’assunzione del suo incarico di ministro: «Migranti, è finita la pacchia!». Dette in riferimento a uomini e donne che nella stragrande maggioranza lavorano come bestie dodici ore al giorno per salari di fame (anche grazie alla legge Bossi-Fini voluta dalla Lega, che li mette nelle mani dei padroni), queste parole mi hanno ferito come un sacrilegio. Contro l’uomo e dunque contro Dio.

Lo stesso disprezzo è stato ribadito, dopo il respingimento dell’Aquarius, quando hanno detto al ministro che la nave – con il suo carico di rottami umani, reduci dalla traversata del deserto e dai campi di concentramento libici, che venivano a chiederci di condividere le briciole del nostro consumismo – , a causa della sua decisione sta affrontando il mare grosso: «Se hanno problemi, sono fatti loro», è stato il commento. E ha aggiunto: «Andranno in Spagna? Certo. Non possono decidere dove cominciare e finire la crociera». Ha detto così: «la crociera». E io mi sono vergognato di non essere su quella nave sbattuta dalle onde.
Giuseppe Savagnone

pubblicato in : http://www.tuttavia.eu/