venerdì 27 marzo 2020

CONTA LA CURA DELL’ESSENZIALE

Quando il tempo non sarà più ingombrato dalla emergenza, prendiamoci la responsabilità di una politica più attenta al necessario, un politica impegnata a cercare risorse per tutto ciò per cui ne va della qualità della vita. Nel frattempo a noi tutti è chiesto di praticare una virtù troppo spesso dimenticata: sapere ringraziare.

 -        LUIGINA MORTARI *
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La tecnologia è essenziale alla vita umana, lo sappiamo ogni giorno, ma diventa evidente in momenti come quelli che stiamo vivendo: le mascherine, i respiratori, tutti i dispositivi necessari ad allestire una terapia intensiva.
Essenziale è la ricerca scientifica che consente di preparare i vaccini, di fabbricare i farmaci. Sono i momenti come questi che dicono la verità della necessità di investire di più nella ricerca, in quella che sta in ascolto dei bisogni essenziali. Non c’è vita umana se non c’è ricerca e non c’è tecnologia che produce quegli artefatti utili a rendere quanto più possibile buona la qualità della vita. Ma non tutta la ricerca e non tutta la tecnologia si costituiscono come risposta a questo bisogno essenziale; nella seconda metà del secolo scorso Hannah Arendt ci ha fatto notare che molti sforzi scientifici sono diretti a rendere il più artificiale possibile la vita, quasi a perseguire il sogno di poter recidere i legami con il mondo naturale sempre troppo imprevedibile.
Proprio perché la tecnologia consente di costruire il mondo umano (quello che noi facciamo) come altro dal mondo della natura (quello che noi troviamo già) si rischia di dimenticare quello che noi siamo: materia vivente nel tessuto naturale della vita. Ma noi siamo parte della natura.
Per quanta conoscenza scientifica riusciamo ad acquisire la vita naturale, quella che ci troviamo a vivere, resta in molti suoi aspetti imprevedibile, perché capace di generare sempre forme nuove. Come quelle piccole ma tremende “invenzioni” che sono i virus. Pensare la vita nella sua complessità e imprevedibilità è azione salutare del pensiero: obbliga all’umiltà, a uno sguardo più misurato, a cercare un pensare che anziché recidere i legami con la Terra ci ricordi che noi siamo fatti della stessa cosa di cui è fatto il resto del mondo naturale. È questo nostro essere parte di un mondo che non possiamo controllare alla radice di quella fragilità che oggi un semplice e terribile virus ci ricorda.
Non cambia l’ordine delle cose sapere tutta la nostra vulnerabilità, ma pensarla e accettarla obbliga ad altre scelte, ad altri ritmi, obbliga soprattutto ad aver cura della vita.
Perché la vita ha bisogno di cura.
Senza cura non c’è vita. C’è una cura che procura quanto è necessario a nutrire la vita e a conservarla. C’è una cura per fare fiorire le potenzialità dell’essere, che si fa arte dell’esistere.
C’è una cura che ripara le ferite, quelle del corpo o dell’anima, così che il quotidiano camminare nel tempo possa riprendere.
Questo momento è di emergenza per la cura che ripara: medici, infermieri e operatori della salute, tutti quelli che ogni giorno riparano la vita quando si inceppa, oggi sono lì a fare di più. A fare oltre la misura.
Facciamo, noi tutti, in modo di non dimenticarlo quando finalmente tutto questo sarà finito, quando butteremo le mascherine, quando torneremo a respirare nell’aperto, senza quella paura che impedisce di esserci veramente, di esserci con sé e con gli altri. Quando il tempo non sarà più ingombrato dalla emergenza, prendiamoci la responsabilità di una politica più attenta al necessario, un politica impegnata a cercare risorse per tutto ciò per cui ne va della qualità della vita.
Nel frattempo a noi tutti è chiesto di praticare una virtù troppo spesso dimenticata: sapere ringraziare.
Ringraziare, primi fra tutti, coloro che negli ospedali stanno resistendo nella fatica di riparare la vita.



* Luigina Mortari è professore ordinario di Epistemologia della ricerca qualitativa e Direttore del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli studi di Verona. Le sue ricerche hanno per oggetto la filosofia dell’educazione, la filosofia e la pratica della cura, la definizione teorica e l’implementazione dei processi di ricerca qualitativi, la formazione dei docenti e dei professionisti sociali, educativi e sanitari, e le politiche formative.



LA MINISTRA ALLA COMUNITÀ' SCOLASTICA


La Ministra dell'Istruzione, Lucia Azzolina, ha scritto una lettera aperta al personale della scuola (dirigenti scolastici, direttori dei servizi generali e amministrativi, docenti, personale educativo, collaboratori scolastici, assistenti tecnici e amministrativi), agli studenti e alle loro famiglie.




giovedì 26 marzo 2020

RAFFAELLO ALLE SCUDERIE DEL QUIRINALE. VISITA LA MOSTRA



"Raffaello era un uomo che sapeva vivere, questa la sua dote principale". La pensa così Melania Mazzucco, che ha visitato per noi la mostra Raffaello 1520 - 1483, alle Scuderie del Quirinale, allestita in occasione dei 500 anni dalla morte dell'artista urbinate. La scrittrice per introdurci alla grandezza dell'opera del maestro rinascimentale ha scelto di soffermarsi su alcuni capolavori e un prezioso documento: il Ritratto di Leone X tra i cardinali Giulio de' Medici e Luigi de'Rossi, il Ritratto di donna nei panni di Venere (Fornarina) e la Lettera a Leone X, scritta con Baldassare Castiglione, "pietra miliare per la tutela del patrimonio storico e artistico". .  .
La mostra che doveva essere aperta fino al 2 giugno, al momento è sospesa.
Le Scuderie del Quirinale rimarranno chiuse al pubblico fino a nuove disposizioni del governative per effetto del "Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri dell'8 marzo relativo alle misure per il contrasto e il contenimento del diffondersi del virus Covid-19 sul territorio nazionale". .  .

Riprese di Sonny Anzellotti e Leonardo Meuti .A cura di Valentina Tosoni .Montaggio di Alberto Mascia


IO RESTO A CASA, SIGNORE .....

Io resto a casa, Signore!
Ed oggi mi accorgo che, anche questo,
me lo hai insegnato Tu
rimanendo, in obbedienza al Padre,
per trent’anni nella casa di Nazareth
in attesa della grande missione.

Io resto a casa, Signore!
E nella bottega di Giuseppe,
tuo e mio custode,
imparo a lavorare, ad obbedire,
per smussare gli spigoli della mia vita
e approntare un’opera d’arte per Te.

Io resto a casa, Signore!
E so di non essere solo
perché Maria, come ogni mamma,
è di là a sbrigare le faccende
e a preparare il pranzo per noi,
tutti famiglia di Dio.

Io resto a casa, Signore!
E responsabilmente lo faccio per il mio bene,
per la salute della mia città, dei miei cari,
e per il bene di mio fratello
che Tu mi hai messo accanto
chiedendomi di custodirlo
nel giardino della vita.

Io resto a casa, Signore!
E, nel silenzio di Nazareth,
mi impegno a pregare, a leggere,
a studiare, a meditare,
ad essere utile con piccoli lavoretti
per rendere più bella e accogliente la nostra casa.

Io resto a casa, Signore!
E al mattino Ti ringrazio
per il nuovo giorno che mi doni,
cercando di non sciuparlo
e accoglierlo con stupore
come un regalo e una sorpresa di Pasqua.

Io resto a casa, Signore!
E a mezzogiorno riceverò di nuovo
il saluto dell’Angelo,
mi farò servo per amore,
in comunione con Te
che ti sei fatto carne per abitare in mezzo a noi;
e, affaticato per il viaggio,
sitibondo Ti incontrerò
presso il pozzo di Giacobbe,
e assetato d’amore sulla Croce.

Io resto a casa, Signore!
E se a sera mi prenderà
un po’ di malinconia,
ti invocherò come i discepoli di Emmaus:
Resta con noi, perché si fa sera
e il giorno è ormai al tramonto.

Io resto a casa, Signore!
E nella notte,
in comunione orante con i tanti malati
e le persone sole,
attenderò l’aurora
per cantare ancora la tua misericordia
e dire a tutti che,
nelle tempeste,
Tu sei stato il mio rifugio.

Io resto a casa, Signore!
E non mi sento solo e abbandonato,
perché Tu mi hai detto:
Io sono con voi tutti i giorni.
Sì, e soprattutto in questi giorni
di smarrimento, o Signore,
nei quali, se non sarà necessaria la mia presenza,
raggiungerò ognuno con le sole ali della preghiera.

Amen.

Giuseppe  Giudice, Vescovo



martedì 24 marzo 2020

IL "TEMPO SOPSESO" CHE STIAMO VIVENDO - Comunicato AIMC

PANDEMIA, SCUOLA, DIDATTICA, IMPEGNO CIVILE ED ECCLESIALE, ASSOCIAZIONE ... 

La  pandemia  da  coronavirus  che  sta  interessando  l’intera  popolazione  mondiale  sta  portando  a provvedimenti  di  emergenza  che  stanno  profondamente modificando  la  quotidianità  di  ciascuno.  Stiamo vivendo  un  “tempo  sospeso”  nell’attesa  che  il  peggio  possa  passare  ma  nessuno  di  noi  sa  esattamente immaginare quale possa essere il “peggio” rispetto  a quello che stiamo vedendo e ascoltando nei mezzi  di informazione e nei social. È stato ripetuto più volte che siamo coinvolti in una guerra che nessuno ha voluto e che non ha precedenti per l’umanità. La memoria storica e letteraria va alle epidemie di peste, alla febbre  spagnola, al secondo conflitto mondiale, ma la pandemia da coronavirus è unica e nessuno di noi ha vissuto niente di paragonabile. Le vie e le piazze delle città, dalle metropoli ai paesini, della nostra meravigliosa Italia danno un’inedita immagine di assenza. Assenza di auto, di persone, di “normalità”, di vita. 
Un Paese con le serrande abbassate, un Paese chiuso, un’Europa chiusa, un mondo che giorno dopo 
giorno si sta chiudendo in se stesso. Un mondo che stentiamo a riconoscere e in cui il rapporto con l’altro, l’andare verso l’altro, ricevere un abbraccio, darsi la mano è vietato, ma ancor prima ci fa paura. In  questo tempo sospeso fra ciò che è stato, ciò  che è e ciò che non sappiamo come sarà, a tutti noi italiani si chiede  di essere ancor più parte della comunità nazionale,cittadini responsabili che compiono gesti responsabili  offrendo il proprio personale contributo al bene comune nazionale e mondiale. Come in tutte le guerre c’è una prima linea e una retrovia: in prima linea ci sono i professionisti della sanità e le forze dell’ordine e di sicurezza. Non chiamiamoli oggi eroi perché lo sono da sempre, il loro sacrificio è da sempre per l’altro. 
L’importante sarà ricordarcelo anche dopo e ringraziarli rispettandoli. C’è tutto il mondo del volontariato che  da  sempre  è  la  colonna  vertebrale  etica  di  questo  Paese,  come  le  attività  produttive  che  ne  sono  il cuore  economico.  Ci  sono,  poi,  i  singoli  cittadini  che  devono  fare  la  propria  parte,  in  questo  momento restando responsabilmente a casa e limitando all’indispensabile le occasioni di contatto esterno e, dopo, contribuendo, ciascuno per la propria funzione, alla ripartenza della nazione. 
Nelle emergenze i principi democratici devono ancor di più ispirare l’azione di chi ha l’onere della decisionalità per il bene comune. I ruoli e le funzioni costituzionali vanno rispettati e garantiti ancor di più quando  si  ragiona  in  termini  di  limitazioni  di  alcuni  diritti  costituzionali  per  la  salvaguardia  della salute pubblica.  Non  è  il  tempo  delle  contrapposizioni  partitiche,  la  responsabilità  democratica  chiama  a  corresponsabilità tutte le forze politiche a supporto  delle difficili decisioni del Governo. Il giusto equilibrio fra libertà  e  diritti  personali  e  interessi  e  bene  della  comunità  ancor  di  più  deve  essere  inderogabilmente rispettato. 
Questo tempo è, per chi come noi è credente, quello di far risuonare delle nostre preghiere tutte le chiese, vuote ma sempre aperte, per affidarci all’abbraccio paterno e alla consolazione del Signore. Papa Francesco  con  l’esempio  e  la  Parola  ci  invita  ad  essere  gli  uni  vicino  agli  altri  come  fratelli,  uniti nella comunità cristiana nell’affidarci spiritualmente al nostro Credo. 
In questo tempo inimmaginabile i più deboli, i soggetti fragili sono quelli più a rischio. L’infanzia e la giovinezza  devono  avere  la  giusta,  doverosa  e  necessaria  attenzione.  La  presidenza  nazionale dell’Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC)  ritiene che “fare scuola” oggi come non mai significhi “essere scuola”. La scuola non è “solo” un luogo fisico, è un contesto di crescita formalizzato in cui si cresce quotidianamente educandosi e istruendosi in una continua sinergia educativa con le famiglie. Come detto, siamo  in  una  situazione  imprevista,  inimmaginabile  fino  a  meno  di  20  giorni  fa.  Non  ci  sono  regole  già scritte o procedure da applicare, non ci sono esperienze consolidate da “riutilizzare”. 
Una sospensione delle attività didattiche con l’attivazione di una didattica a distanza sostitutiva non 
era prevista dal CCNL, dal testo Unico e da nessunanorma precedente all’emergenza sanitaria. Un intero Paese  “sospeso”  non  si  era  avuto  nemmeno  negli  anni drammatici  della  II  Guerra  mondiale  quando  le scuole  restarono  aperte.  Non  è,  quindi,  il  tempo  di richiamarsi  solo  alle  norme  ma  al  buon  senso  e  alla deontologia  e  all’etica  dei  professionisti  di  scuola.  Non  è  un  caso  che,  responsabilmente,  in  tutt’Italia i docenti dalla scuola dell’infanzia alla secondaria  superiore si sono attivati, fin dall’inizio, per mantenere i contatti con i propri alunni “improvvisandosi” gestori di learning objects e di classi virtuali. Va sottolineato, infatti, che non si deve confondere la competenza abbastanza diffusa che esiste nella scuola italiana  nella didattica multimediale con quello che si sta facendo oggi che è e-learning, didattica a distanza con l’ausilio del digitale. Saper fare un power point o utilizzare al meglio la LIM non significa, infatti, essere in grado di progettare, realizzare e gestire percorsi curricolari con l’utilizzo di modalità e-learning. La diversità non è formale  è  sostanziale.  Nonostante  le  difficoltà  i  docenti  non  si  sono  tirati  indietro  e  la  comunità professionale sta mostrando alto senso di responsabilità nonostante molto sia affidato alla limitatezza delle dotazioni personali. 
Quello che però va salvaguardato, in questo periodo, è il senso  del fare e essere scuola nel tempo dell’emergenza  che  stiamo  vivendo  ma  che  soprattutto  stanno  vivendo  i  nostri  alunni/studenti.  Sarebbe sbagliato non considerare il trauma che, seppur ancora non esplicitato, stanno subendo in modo diverso dagli adulti. La paura, la mancanza di socialità inpresenza, l’impossibilità di praticare sports, il confrontarsi con la morte, la convivenza familiare anomala per tempi e forma sono aspetti che incidono profondamente su  tutti  e  ancor  più  sui  soggetti  in  età  evolutiva. I  docenti  devono  essere  vicini  ai  propri  allievi,  devono applicare  il  principio  fondamentale  dell’I  care,  devono  prendersi  cura  professionalmente  delle  loro  classi ponendo  l’accento  più  sull’elemento  educativo  che  su  quello  di  istruzione  della  scuola.  Soprattutto  è importante che la didattica a distanza non aumenti  la distanza fra la scuola e gli alunni dell’ultimo  banco, quei bambini e bambine, ragazze e ragazzi che hanno normalmente bisogni educativi speciali e che ora, nel bisogno  educativo  speciale  diffuso  della  collettività,  gridano  silenziosamente  la  loro  presenza.   Parlargli, essere  vicini,  ascoltarli,  farsi  presenti  al  loro  bisogno  anche  non  espresso:  questo  viene  assolutamente prima dell’assegnare compiti, spiegare contenuti, procedere con il percorso curricolare. 
La didattica a distanza sta chiamando a corresponsabilità le famiglie che forse mai come in questo periodo stanno vivendo la “quotidianità” della didattica, gli sforzi e l’attenzione dei docenti per i propri figli. Da questo dovremo ripartire quando tutto sarà finito. 
Questo è un anno zero: l’anno della scuola che viaggia anche grazie ai tanti vituperati  smartphone che  adesso,  finalmente,  si  riscoprono  come  device per  la  didattica;  l’anno  in  cui  il  tempo  scuola è  senza tempo; l’anno in cui l‘alunno entra nella cucina del docente e il docente entra nel salotto dell’alunno. Va da sé che anche per la valutazione e per il concetto di validazione dell’anno scolastico e della legalità del titolo di studio non può che essere un anno zero. 
La  valutazione  non  potrà  che  essere  intesa  nella  sua  prioritaria  valenza  formativa  e  le  votazioni tradizionali andranno ripensate se non sospese. Per gli esami, costituzionalmente obbligatori, si dovranno probabilmente utilizzare forme semplificate in videoconferenza così come le università hanno fatto per le sedute  di  laurea.  In  tempi  “nuovi”  vanno  adottati  parametri  “nuovi”  adattando  l’esistente  a  contesti  e esigenze mutati. 
Quello di cui dobbiamo essere consapevoli è che, finita l’emergenza, perché con l’aiuto del Signore 
questa emergenza finirà, niente potrà essere come prima. Sarà l’economia della post-pandemia, saranno la sanità  e  il  welfare  della  post-pandemia,  sarà  la  società  della  post-pandemia,  sarà  la  cultura  della  postpandemia,  saranno  la  politica  e  la  democrazia  della post-emergenza,  dovranno  essere  l’educazione  e  la scuola nell’epoca della post-pandemia. Noi, come Associazione Italiana Maestri Cattolici ci saremo e come 75 anni fa abbiamo dato il nostro contribuito alla rinascita dell’Italia e della sua scuola post-fascista e postbellica  così  ci  impegneremo,  grazie  all’impegno  volontario  di  tutti  i  nostri  soci  e  di  tutte  le  nostre realtà territoriali, per riaprire ad un futuro diverso e migliore tutto il Paese. 
#Insieme ai nostri alunni e alle loro famiglie ce la faremo !
24 marzo 2020
La Presidenza nazionale AIMC




I BAMBINI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Alle prese con l’inedita condizione di isolamento, i bambini ci insegnano quanto la creatività e la tenerezza possano aiutarci ad affrontare l’emergenza sanitaria, facendoci riconoscere più uniti e più solidali.

Alessandro Gisotti

“Quando riapriranno le scuole?”. Da settimane i genitori italiani, e con il passare dei giorni sempre più anche i genitori di altri Paesi, si sentono rivolgere questa domanda dai loro bambini sorpresi e “sospesi” a causa dell’emergenza sanitaria dovuta al contagio da Coronavirus. 
E’ una domanda a cui non si era abituati in questa parte del mondo, una situazione inedita all’interno di una condizione di vita senza precedenti. E tuttavia, proprio questo è il drammatico interrogativo che milioni di genitori - pensiamo per esempio alla Siria - anche negli ultimi anni si sono sentiti rivolgere dai propri figli in Paesi lacerati dalla guerra, da terribili malattie o disastri naturali che però, nonostante i tanti e accorati appelli di Papa Francesco, ci sembravano forse troppo distanti per occuparcene più di tanto.
Ora, in questo scorcio di 2020 che ha rovesciato tante abitudini e messo in crisi molte certezze, anche i bambini dei Paesi “più fortunati” si trovano a vivere una situazione simile (e tuttavia meno traumatica) di tanti loro coetanei in altre nazioni. E’ bello constatare, e gli esempi sono innumerevoli, che il virus non ha intaccato la riserva di creatività dei bambini. Ed è altrettanto straordinario e commovente vedere come tanti fra loro manifestino solidarietà verso i propri coetanei in un modo che, per riprendere la Dichiarazione di Abu Dhabi, esprime autenticamente la dimensione della “fratellanza umana”, del sentirsi davvero tutti figli dello stesso Padre e dunque tutti veramente fratelli gli uni degli altri. In tanti hanno visto il video della scolaresca di bambini dello Zambia che, guidati dalla propria insegnante, ricordano e ci ricordano che “l’Italia è una nazione fortissima che ha superato tantissimi ostacoli nella storia” e che, perciò, “ce la farà” anche questa volta. Ad Aleppo, città martire siriana, i bambini cristiani pregano per i loro coetanei in Italia. Spontaneamente, hanno offerto la Via Crucis del secondo venerdì di Quaresima proprio per i bambini che in Italia, a causa del Coronavirus, non possono andare a scuola. Una privazione che loro conoscono bene, purtroppo.
Particolarmente significativo anche ciò che sta raccontando l’Ospedale Bambino Gesù che, in questi giorni, condivide attraverso i suoi profili social, gli incoraggiamenti di chi, superando malattie anche molto gravi, rivolge messaggi di speranza a quanti sono nella prova a causa dell’emergenza sanitaria. E’ il caso di Rayenne e Djihene, 2 gemelline siamesi separate nel novembre del 2017, che dalla loro casa in Algeria hanno inviato ai medici del Bambino Gesù e ai bambini ricoverati una foto con l’immancabile disegno dell’arcobaleno accompagnato dalla scritta “Andrà tutto bene”. Forte anche il messaggio che arriva da Nicholas, 6 anni, tornato a respirare in autonomia grazie all'impianto, avvenuto l’anno scorso, di un bronco stampato in 3d. Un intervento senza precedenti in Europa. Oggi Nicholas sorride alla vita e sorride anche nell’immagine che il Bambino Gesù ha condiviso su Twitter con un messaggio del piccolo che dà coraggio e speranza ai bambini e ai loro genitori.
Accanto e assieme a questo dialogare “a distanza” tra i bambini è interessante rilevare anche come il dialogo intergenerazionale trovi nuove forme di espressione al tempo del Coronavirus. Come è noto, all’Angelus di domenica scorsa, il Papa ha esortato a rispondere alla pandemia del virus “con l'universalità della preghiera, della compassione, della tenerezza”. 
Quest’ultima contraddistingue proprio l’atteggiamento, “lo stile” dei bambini in particolare verso i nonni, le persone più fragili oggi a causa del Covid19. Costretti a star loro lontani per proteggerli, uno dei paradossi che stiamo vivendo in questo periodo, i bambini non hanno rinunciato però a comunicare con loro, a condividere esperienze e sentimenti anche aiutandosi con le potenzialità offerte dalla tecnologia informatica. Anche questa, in fondo, è “cultura dell’incontro”. Un incontro tra radici e futuro che il virus non ha potuto spezzare. 











lunedì 23 marzo 2020

LA PESTE, IL MOZZO E IL CAPITANO

"Capitano, il mozzo è preoccupato e molto agitato per la quarantena che ci hanno imposto al porto. Potete parlarci voi?"
"Cosa vi turba, ragazzo? Non avete abbastanza cibo? Non dormite abbastanza?"
"Non è questo, Capitano, non sopporto di non poter scendere a terra, di non poter abbracciare i miei cari".
"E se vi facessero scendere e foste contagioso, sopportereste la colpa di infettare qualcuno che non può reggere la malattia?"

"Non me lo perdonerei mai, anche se per me l'hanno inventata questa peste!"
"Può darsi, ma se così non fosse?"
"Ho capito quel che volete dire, ma mi sento privato della libertà, Capitano, mi hanno privato di qualcosa".
"E voi privatevi di ancor più cose, ragazzo".
"Mi prendete in giro?"
"Affatto... Se vi fate privare di qualcosa senza rispondere adeguatamente avete perso".
"Quindi, secondo voi, se mi tolgono qualcosa, per vincere devo togliermene altre da solo?"
"Certo. Io lo feci nella quarantena di sette anni fa".
"E di cosa vi privaste?"
"Dovevo attendere più di venti giorni sulla nave. Erano mesi che aspettavo di far porto e di godermi un po' di primavera a terra. Ci fu un'epidemia. A Port April ci vietarono di scendere. I primi giorni furono duri. Mi sentivo come voi. Poi iniziai a rispondere a quelle imposizioni non usando la logica. Sapevo che dopo ventuno giorni di un comportamento si crea un'abitudine, e invece di lamentarmi e crearne di terribili, iniziai a comportarmi in modo diverso da tutti gli altri. Prima iniziai a riflettere su chi, di privazioni, ne ha molte e per tutti i giorni della sua miserabile vita, per entrare nella giusta ottica, poi mi adoperai per vincere.
Cominciai con il cibo. Mi imposi di mangiare la metà di quanto mangiassi normalmente, poi iniziai a selezionare dei cibi più facilmente digeribili, che non sovraccaricassero il mio corpo. Passai a nutrirmi di cibi che, per tradizione, contribuivano a far stare l'uomo in salute.

Il passo successivo fu di unire a questo una depurazione di malsani pensieri, di averne sempre di più elevati e nobili. Mi imposi di leggere almeno una pagina al giorno di un libro su un argomento che non conoscevo. Mi imposi di fare esercizi fisici sul ponte all'alba. Un vecchio indiano mi aveva detto,anni prima, che il corpo si potenzia trattenendo il respiro. Mi imposi di fare delle profonde respirazioni ogni mattina. Credo che i miei polmoni non abbiano mai raggiunto una tale forza. La sera era l'ora delle preghiere, l'ora di ringraziare una qualche entità che tutto regola, per non avermi dato il destino di avere privazioni serie per tutta la mia vita.
Sempre l'indiano mi consigliò, anni prima, di prendere l'abitudine di immaginare della luce entrarmi dentro e rendermi più forte. Poteva funzionare anche per quei cari che mi erano lontani, e così, anche questa pratica, fece la comparsa in ogni giorno che passai sulla nave.

Invece di pensare a tutto ciò che non potevo fare, pensai a ciò che avrei fatto una volta sceso. Vedevo le scene ogni giorno, le vivevo intensamente e mi godevo l'attesa. Tutto ciò che si può avere subito non è mai interessante. L' attesa serve a sublimare il desiderio, a renderlo più potente.
Mi ero privato di cibi succulenti, di tante bottiglie di rum, di bestemmie ed imprecazioni da elencare davanti al resto dell'equipaggio. Mi ero privato di giocare a carte, di dormire molto, di oziare, di pensare solo a ciò di cui mi stavano privando".
"Come andò a finire, Capitano?"
"Acquisii tutte quelle abitudini nuove, ragazzo. Mi fecero scendere dopo molto più tempo del previsto".
"Vi privarono anche della primavera, or dunque?"

"Sì, quell'anno mi privarono della primavera, e di tante altre cose, ma io ero fiorito ugualmente, mi ero portato la primavera dentro, e nessuno avrebbe potuto rubarmela più".


Dal Libro Rosso di Carl Gustav Jung