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venerdì 16 ottobre 2026

ESSERE O APPARIRE ?

 


Gesù denuncia l’ipocrisia religiosa e richiama all’essenziale: giustizia, misericordia, verità interiore. 

Accoglie i peccatori perché, riconoscendo la propria fragilità, possono aprirsi alla misericordia e ricominciare. 

-di Ludwig Monti 

Parole “dure” di Gesù? 

Verso la fine del Vangelo secondo Matteo, al capitolo 23, ascoltiamo parole apparentemente “dure” di Gesù, che in realtà rivelano la purezza del suo cuore e la sua profonda autorevolezza. Anzitutto egli pronuncia una requisitoria profetica contro gli uomini religiosi (vv. 1-12), cui fa seguire i famosi sette “Guai!” (vv. 13-36). “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti scribi e farisei”: Gesù comincia prendendo di mira quanti, nell’istituzione religiosa, si comportano – allora come oggi – quali “letteralisti” (scribi) e duri “rigoristi” (farisei). Non a caso san Girolamo, commentando questa pagina evangelica, scriverà: “Guai a noi, che abbiamo ereditato i vizi di scribi e farisei!”. O abbiamo forse dimenticato le parole analoghe che papa Francesco, ispirato da queste affermazioni di Gesù, ha rivolto a ogni credente cristiano, in particolare a quanti nella Chiesa rivestono ruoli di potere? “Dicono e non fanno”. È l’esatto contrario dello stile di Gesù: egli era affidabile, credibile, perché diceva ciò che pensava e faceva ciò che diceva. Da questa integrità nasceva la sua affascinante autorevolezza, ben diversa da quella dei professionisti della religione (cf. Mt 7,28-29). 

Un esame di coscienza 

“Legano infatti fardelli pesanti e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”. 

Questa immagine ci spinge a un sincero e lucido esame di coscienza, per evitare la doppiezza e l’ipocrisia di chi chiede agli altri ciò che mai si sogna di mettere in pratica in prima persona. A tale realtà si contrappone la prassi di Gesù, volto visibile del Padre invisibile: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò riposo… Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-30). Senza soluzione di continuità, Gesù mette in luce il movente profondo dell’agire ipocrita: “Agiscono per essere ammirati dalla gente”. È la comica patologia del voler apparire belli agli occhi altrui, a prescindere dalla propria reale condizione interiore, senza rendersi conto che così si assomiglia a “sepolcri imbiancati, belli all’esterno, ma dentro pieni di ossa di morti e di ogni marciume”. 

I “guai”, in vista della conversione 

Seguono i veri e propri “guai” pronunciati da Gesù: sette volte, numero che biblicamente indica una pienezza. I “guai” non sono maledizioni, bensì avvertimenti, aspri richiami in vista della conversione; invettive e, insieme, lamenti pronunciati da chi continua a sperare che i destinatari ritornino a Dio. Il profeta Gesù si serve di questa forma molto attestata nelle Scritture (cf. Is 1,4; 5,8-24; Ger 22,13 eccetera) per risvegliare i suoi interlocutori e, nel contempo, per risvegliare anche noi. 

“Il guai è denunzia del peccato, minaccia del giudizio, che può essere ancora evitato con la conversione; quando poi essa è rifiutata, diviene annunzio profetico della catastrofe ormai ineluttabile, ma senza alcun senso di vendicativo compiacimento” (Vittorio Fusco). È sufficiente ascoltare il primo della serie dei sette “guai” per capire l’intenzione di Gesù: “Guai a voi che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare”. Servono forse commenti? Direbbe altrove lo stesso Gesù: “Chi può comprendere, comprenda” (Mt 19,12). 

La denuncia dell’ipocrisia 

Più in generale, il vero bersaglio di Gesù in questo discorso è l’ipocrisia, il comportamento di chi “fa tutte le sue opere per essere ammirato dalla gente”. L’ipocrita privilegia l’apparire sull’essere, a costo di recitare una parte davanti agli altri. 

L’ipocrisia è la non sincerità eretta a comportamento sistematico, al fine di ricevere l’applauso altrui: così si perde il contatto con la propria verità, fino a credere di essere come si appare, compiendo sforzi inverosimili per costruire il proprio personaggio. Gesù individua due manifestazioni tragicomiche dell’ipocrisia: l’abitudine a “filtrare il moscerino e ingoiare il cammello”, cioè concentrarsi sui piccoli scrupoli religiosi tralasciando l’essenziale della Torah e del Vangelo: la giustizia, la misericordia e la fedeltà; – il privilegiare l’esteriorità sull’interiorità, come chi pulisce l’esterno del bicchiere e del piatto trascurando l’interno. Il commento migliore sono le sue stesse parole: “Non ciò che entra nell’uomo lo rende impuro, ma ciò che esce dall’uomo!” (cf. Mt 15,11). Gesù, che ha sempre cercato la sua “ricompensa” nel segreto del rapporto con il Padre (cf. Mt 6,4.6.18), è impietoso nel condannare l’ipocrisia, che desta tristezza perché contiene già in sé le sue conseguenze. 

Non a caso, nel discorso della montagna aveva detto che gli ipocriti che desiderano gloria per sé “hanno già ricevuto la loro ricompensa” (Mt 6,2.5.16). 

Ispirati da queste parole, possiamo chiederci: perché Gesù amava la compagnia dei peccatori pubblici, preferendola a quella dei pretesi impeccabili, dei “giusti incalliti”, al punto da essere definito “un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” (Mt 11,19)? Perché sapeva che ogni essere umano è peccatore, ma chi lo è in modo pubblicamente riconosciuto non può nascondersi e, spinto dalla vergogna, non ha più nulla da perdere: può ricominciare, disponendosi a invertire la rotta, accogliendo il perdono misericordioso di Dio e cambiando comportamento. Ciò comporta la lotta quotidiana contro l’abbaglio di voler apparire piuttosto che essere; richiede la sana autoironia di chi si sa fallibile; esige l’onestà con sé stessi, che dovrebbe farci arrossire non dei peccati, ma delle maschere che inventiamo per nasconderli. Proprio come scriveva Isacco di Ninive, grande santo del VII secolo: “Colui che conosce i propri peccati è più grande di colui che risuscita i morti”. Ecco il Vangelo nel suo luminoso splendore: la strada privilegiata per conoscere Dio è essere consapevoli della propria qualità di peccatori. Il peccato riconosciuto con franchezza diventa occasione per fare esperienza del Padre e aprirsi alla sua misericordia preveniente. Non è mai tardi per aprire le finestre e lasciar entrare il fresco profumo di questa buona notizia. 

 Fonte: Eco di San Gabriele

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domenica 31 maggio 2026

IL CORAGGIO DELL'ESSENZIALE


 C’è affetto e sprone, memoria e visione, ammirazione e realismo, ma soprattutto c’è una profonda e non scontata consonanza nel rapporto tra papa Leone XIV e la Chiesa italiana. 


-di MATTEO LIUT

E non è solo perché i vescovi della Penisola ieri hanno accolto il “loro” primate con un lungo e caloroso applauso, non è solo perché Prevost ha vissuto per anni a Roma, non è solo perché il Pontefice ha chiaramente dimostrato di voler condividere i momenti più importanti dell’attività della “sua” conferenza episcopale non fermandosi a una presenza formale.

È anche e soprattutto la capacità del Papa americano di indicare la strada da percorrere mettendosi dalla parte della gente, di descrivere con efficace precisione gli snodi strategici sui quali si gioca il futuro della Chiesa italiana mettendo al centro quel patrimonio di fede che ha plasmato il nostro Paese.

È, insomma, il modo con il quale ieri il Vescovo di Roma ha parlato ai presuli italiani nell’ultimo giorno della loro 82ª Assemblea generale.

L’invito al coraggio, a costruire «comunità vive e ospitali», a stare dalla parte dei poveri non come semplici destinatari di un servizio ma come fratelli e sorelle, l’appello a dialogare con i giovani, a non lasciare sole le famiglie, a fare della fede un motore che muova un impegno sociale, politico e cultuale altro non sono che una “sveglia”. Sono un’esortazione a riscoprire la vera stoffa di cui è fatta la vita di fede del popolo italiano e a dare spazio a risorse che già appartengono al Dna della Chiesa italiana.

Così il Papa di fatto prende in mano la vita ecclesiale ma non guardandola dal palazzo, non da “statista del Vangelo”, non da burocrate dei sacramenti, bensì adottando il punto di vista della strada, sedendosi tra i banchi, varcando la soglia delle case, dimostrando di conoscere bene le inquietudini che in questa nostra epoca attraversano i cuori e le anime. Una conoscenza da cui nasce la più asciutta e sintetica delle esortazioni contenute nel suo discorso: «Abbiamo il coraggio dell’essenziale!». E dice «abbiamo», non «abbiate», perché con il suo stile diretto ma attento, delicato ma potente, Prevost riesce a tenere insieme il popolo con coloro che lo guidano, il clero, i vescovi, i responsabili.

Non dimentica il suo ruolo, la sua posizione, ma è in grado di andare oltre, di guardare le persone negli occhi, con timidezza ma anche con rispetto e amore. Tanto che non esita a fermarsi a soccorrere qualcuno che si sente male tra la folla, come successo mercoledì all’udienza generale. E allora, con le sue parole, ma ancor più con i suoi gesti, le sue visite alle parrocchie romane prima e poi alle diocesi italiane, Leone XIV ci sta quasi accompagnando in un suo viaggio personale alla scoperta della ricchezza che la Chiesa italiana può ancora offrire al Paese. Le parrocchie romane e la sfida di essere un segno profetico nelle città, Pompei e la devozione popolare, Napoli e la voglia di riscatto, Acerra e le ferite da curare e poi ancora Pavia e l’eredità dei grandi maestri della fede, Lampedusa e il servizio all’umanità sofferente, Assisi e l’universalità dello spirito di san Francesco, Rimini e la capacità di elaborare cultura: ogni tappa è per lui – ma anche per noi – una luce accesa sulle motivazioni che spingono ad amare e curare la vita di questa nostra Chiesa. Così quando chiede di puntare sull’iniziazione cristiana come caposaldo dell’impegno dei credenti, ricordando che l’efficacia della formazione è strettamente legata alla qualità delle comunità, e che quest’ultima deriva fondamentalmente dalla capacità di ascoltare (prima di tutto la Parola di Dio, ma poi anche i segni dei tempi), ci sta ricordando di che stoffa siamo fatti, come il filo della fede nei secoli si sia intrecciato con milioni di vite. E nel pieno di quel cammino di rinnovamento che la Chiesa italiana ha deciso di intraprendere non per il proprio bene ma per il bene delle donne e degli uomini del nostro tempo, il Papa riporta tutto a quella antica ma sempre potente essenzialità: la soluzione, ricorda, sta nel seguire la via della piccolezza, che non si fa distrarre dalla preoccupazione sui numeri o sulla visibilità o sull’influenza.

D’altra parte, vien da pensare, non hanno fatto così anche i santi, i beati e i testimoni della fede italiani che hanno dato la vita per il Vangelo stando in mezzo alla gente, condividendo con tutti i loro carichi quotidiani, aiutandoli a elevare verso Dio, verso il trascendente, lo sguardo anche in mezzo ai marosi della vita? È questo, sottolinea il Papa, che fanno i padri e le madri nella fede, è questo, prima di qualsiasi strategia pastorale, il cuore della testimonianza di cui ha bisogno l’Italia. Una strada impegnativa sulla quale Leone XIV ha dimostrato di avere tutta l’intenzione di non lasciare da sola la “sua” Conferenza episcopale e con essa la sua Chiesa e il suo Paese, l’Italia.


www.avvenire.it 

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venerdì 27 marzo 2020

CONTA LA CURA DELL’ESSENZIALE

Quando il tempo non sarà più ingombrato dalla emergenza, prendiamoci la responsabilità di una politica più attenta al necessario, un politica impegnata a cercare risorse per tutto ciò per cui ne va della qualità della vita. Nel frattempo a noi tutti è chiesto di praticare una virtù troppo spesso dimenticata: sapere ringraziare.

 -        LUIGINA MORTARI *
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La tecnologia è essenziale alla vita umana, lo sappiamo ogni giorno, ma diventa evidente in momenti come quelli che stiamo vivendo: le mascherine, i respiratori, tutti i dispositivi necessari ad allestire una terapia intensiva.
Essenziale è la ricerca scientifica che consente di preparare i vaccini, di fabbricare i farmaci. Sono i momenti come questi che dicono la verità della necessità di investire di più nella ricerca, in quella che sta in ascolto dei bisogni essenziali. Non c’è vita umana se non c’è ricerca e non c’è tecnologia che produce quegli artefatti utili a rendere quanto più possibile buona la qualità della vita. Ma non tutta la ricerca e non tutta la tecnologia si costituiscono come risposta a questo bisogno essenziale; nella seconda metà del secolo scorso Hannah Arendt ci ha fatto notare che molti sforzi scientifici sono diretti a rendere il più artificiale possibile la vita, quasi a perseguire il sogno di poter recidere i legami con il mondo naturale sempre troppo imprevedibile.
Proprio perché la tecnologia consente di costruire il mondo umano (quello che noi facciamo) come altro dal mondo della natura (quello che noi troviamo già) si rischia di dimenticare quello che noi siamo: materia vivente nel tessuto naturale della vita. Ma noi siamo parte della natura.
Per quanta conoscenza scientifica riusciamo ad acquisire la vita naturale, quella che ci troviamo a vivere, resta in molti suoi aspetti imprevedibile, perché capace di generare sempre forme nuove. Come quelle piccole ma tremende “invenzioni” che sono i virus. Pensare la vita nella sua complessità e imprevedibilità è azione salutare del pensiero: obbliga all’umiltà, a uno sguardo più misurato, a cercare un pensare che anziché recidere i legami con la Terra ci ricordi che noi siamo fatti della stessa cosa di cui è fatto il resto del mondo naturale. È questo nostro essere parte di un mondo che non possiamo controllare alla radice di quella fragilità che oggi un semplice e terribile virus ci ricorda.
Non cambia l’ordine delle cose sapere tutta la nostra vulnerabilità, ma pensarla e accettarla obbliga ad altre scelte, ad altri ritmi, obbliga soprattutto ad aver cura della vita.
Perché la vita ha bisogno di cura.
Senza cura non c’è vita. C’è una cura che procura quanto è necessario a nutrire la vita e a conservarla. C’è una cura per fare fiorire le potenzialità dell’essere, che si fa arte dell’esistere.
C’è una cura che ripara le ferite, quelle del corpo o dell’anima, così che il quotidiano camminare nel tempo possa riprendere.
Questo momento è di emergenza per la cura che ripara: medici, infermieri e operatori della salute, tutti quelli che ogni giorno riparano la vita quando si inceppa, oggi sono lì a fare di più. A fare oltre la misura.
Facciamo, noi tutti, in modo di non dimenticarlo quando finalmente tutto questo sarà finito, quando butteremo le mascherine, quando torneremo a respirare nell’aperto, senza quella paura che impedisce di esserci veramente, di esserci con sé e con gli altri. Quando il tempo non sarà più ingombrato dalla emergenza, prendiamoci la responsabilità di una politica più attenta al necessario, un politica impegnata a cercare risorse per tutto ciò per cui ne va della qualità della vita.
Nel frattempo a noi tutti è chiesto di praticare una virtù troppo spesso dimenticata: sapere ringraziare.
Ringraziare, primi fra tutti, coloro che negli ospedali stanno resistendo nella fatica di riparare la vita.



* Luigina Mortari è professore ordinario di Epistemologia della ricerca qualitativa e Direttore del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli studi di Verona. Le sue ricerche hanno per oggetto la filosofia dell’educazione, la filosofia e la pratica della cura, la definizione teorica e l’implementazione dei processi di ricerca qualitativi, la formazione dei docenti e dei professionisti sociali, educativi e sanitari, e le politiche formative.