giovedì 17 agosto 2017

EDUCARE ALL'UMANESIMO SOLIDALE

Il recente documento della Santa Sede
 Educare 
all’umanesimo solidale 

Per costruire una “civiltà dell’amore” a 50 anni dalla Populorum progressio




INTRODUZIONE 
   1. Cinquant’anni fa, con l’enciclica Populorum progressio, la Chiesa annunciava agli uomini e alle donne di buona volontà il carattere mondiale assunto dalla questione sociale . Tale annuncio non si limitava a suggerire uno sguardo più largo, in grado di abbracciare porzioni sempre più grandi di umanità, ma offriva un nuovo modello etico-sociale. In essa si doveva operare per la pace, la giustizia e la solidarietà, con una visione in grado di cogliere l’orizzonte globale delle scelte sociali. I presupposti di questa nuova visione etica erano emersi qualche anno prima, nel Concilio Vaticano II, con la formulazione del principio di interdipendenza planetaria e del destino comune di tutti i popoli della Terra . Negli anni a venire, la validità esplicativa di tali principi trovò numerose conferme. L’uomo contemporaneo ha più volte fatto esperienza che ciò che accade in una parte del mondo può influire su altre, e che nessuno può a priori sentirsi al sicuro in un mondo nel quale esiste sofferenza o miseria. Se allora s’intravedeva la necessità di occuparsi del bene altrui come fosse il proprio, oggi tale raccomandazione assume un’evidente priorità nell’agenda politica dei sistemi civili
   2. La Popurolum progressio, in tal senso, può essere considerata il documento programmatico della missione della Chiesa nell’era della globalizzazione . La sapienza che promana dai suoi insegnamenti guida ancora oggi il pensiero e l’azione di quanti vogliono costruire la civiltà dell’«umanesimo plenario» . I contenuti di tale umanesimo hanno bisogno di essere vissuti e testimoniati, formulati e trasmessi6 in un processo educativo che oggi metta al centro della sua proposta la ricerca della solidarietà in un mondo segnato da molteplici differenze culturali, attraversato da eterogenee visioni del bene e della vita buona, caratterizzato dalla convivenza di fedi e orizzonti morali diversi. Il presente documento si prefigge di proporre le linee principali dell’educazione all’umanesimo solidale. 

Cap. 1  Scenari attuali
Cap. 2  Umanizzare l'educazione
Cap. 3  Cultura del dialogo
Cap. 4  Umanizzare la speranza
Cap. 5  Per una vera inclusione
Cap. 6  Reti di cooperazione
Cap. 7  Prospettive

Leggi il documento:  EDUCARE ALL'UMANESIMO SOLIDALE 



sabato 12 agosto 2017

NON ABBIATE PAURA! - Liturgia domenica 13 agosto 2017

NON ABBIATE PAURA!


Nelle tempeste
Elia è scoraggiato. Pensava, uccidendo i sacerdoti del dio Baal, portati in Israele dalla regina Gezabele, di riportare la folla al Dio di Israele, di sollevare una rivoluzione. Non è così: non solo la gente lo abbandona, ma la regina promette vendetta e il profeta deve scappare nel deserto.
Vuole morire, ammette il suo sbaglio: Dio non si impone. E lui, arrogante e violento, non è migliore dei suoi padri.
Gesù è scoraggiato: hanno arrestato e ucciso Giovanni Battista, l’aria si fa pesante.
Ma la cosa peggiore è che, dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù scopre che i suoi discepoli non hanno capito praticamente nulla del suo messaggio, delle sue parole. Davanti alla folla affamata hanno suggerito al Maestro di cacciarli, di rimandarli a casa.
Gli apostoli sono scoraggiati: non hanno capito la ragione dell’improvvisa durezza del Signore che li ha costretti in malo modo a salire sulla barca per raggiungere l’altra riva, quella dei pagani, quella evitata accuratamente dagli ebrei. E si sta alzando un forte vento, ci mancava.
Fatica
La vita è così: inevitabilmente mischia luce e ombra, momenti esaltanti e momenti faticosi, grandi gioie e forti dubbi. Ci mette davanti alla violenza: quella che portiamo nel cuore, come Elia, che deve fare i conti col proprio fanatismo, quella politica che spazza via gli avversari come il Battista, quella dell’egoismo che impedisce ai discepoli di capire il gesto del Maestro, quella degli elementi della natura che ci ricordano che siamo ospiti su questa terra.
Eppure proprio nel momento della fatica scopriamo chi siamo.
E se, invece di ripiegarci su noi stessi, osiamo metterci in discussione, attendere, cambiare, sperare, pregare, agire, qualcosa accade. Saliamo di livello, cambiamo frequenza, entriamo dentro noi stessi, dentro la Storia, dentro gli eventi. Ma, per farlo, dobbiamo necessariamente affrontare i nostri fantasmi e le nostre paure.
La regina Gezabele, per Elia, il dubbio di avere scelto le persone sbagliate, per Gesù, il mare in tempesta, per Pietro e gli altri.
Imparare il silenzio
Elia spaventato e consumato, desideroso di morire nel deserto, non si chiude a piangere se stesso, si mette in cammino. L’illusoria vittoria intrisa di sangue non ha fatto che peggiorare le cose.
No, Dio non è nella violenza, questo ora ha capito Elia che si ritrova sul monte dell’alleanza.
Questo vorrei capissero coloro che continuano ad uccidere profanando il nome di Dio.
E qui, sull’Oreb, Elia capisce e ci fa capire qualcosa di splendido. Dio non è nella violenza, né nei grandi eventi naturali o nei prodigi, ma nell’intimo di ciascuno di noi.
Nella brezza del mattino anzi, come più precisamente, nella voce del silenzio.
Abbiamo disimparato l’ascolto del silenzio. Il luogo dove incontriamo Dio.
Imparare a scegliere
Come possono non avere capito? Come possono, davanti alla prima vera prova, avere mostrato tanta indifferenza e tanto cinismo? Cosa serve amare, seguire, accudire, istruire, vivere con loro se poi non hanno cambiato il loro cuore?
La notte di Gesù sul monte a pregare è tormentata e lugubre. Coloro che ha scelto con tanta cura e tanta passione, coloro che ha voluto con sé, che ha istruito, hanno mostrato tutta la loro grettezza.
Prega, il Signore. Forse un po’ stordito e deluso. Non sa che fare.
Intanto si alza un forte vento sul lago. Gesù sceglie. Sceglie di non sceglierne altri. Non migliori, non più coerenti, non eccezionali. Sceglie quei dodici.
Sceglie noi, fragili e incoerenti. Sceglie questa Chiesa composta di fango e santità. I discepoli, noi discepoli, sono spaventati. Dalla furia del vento e delle onde.
E lì, nel cuore della notte, sono raggiunti dal Signore, ma lo vedono come un fantasma. Non lo hanno riconosciuto nel fratello affamato. Come possono riconoscerlo qui, ora?
Solo Matteo ci parla dell’episodio di Pietro. Di quella richiesta, ingenua oltre ogni limite, di raggiungere Gesù camminando sulle acque.
E si getta, Pietro. Si fida. E affonda. No, non è capace, come noi non siamo capaci, di camminare davvero su ciò che ci spaventa, di passeggiare fischiettando sul ciglio del baratro che costeggia la nostra vita. Vorremmo, ma non siamo così coraggiosi, né così santi.
Solo il Maestro, solo il Signore può dominare le alte onde del mare, da sempre, nella Bibbia, potente e oscuro simbolo del male e della paura. Solo lui. Noi non siamo capaci, ma il Signore ci sfida, ci spinge ad osare.
Anche oggi Pietro, questo nostro Pietro, deve condurre la barca in mezzo alle onde. E, come se non bastasse la violenza di chi attacca la Chiesa e di chi invece la blandisce e la seduce, si ritrova qualche compagno di viaggio che inizia a bucare il fondo della barca, rilasciando patenti di ortodossia ai papi dall’alto della loro conoscenza e della loro intransigenza. È sempre accaduto, con ogni Pietro.
Ma Pietro, questo Pietro, ogni Pietro, sa bene che il Signore Gesù ci raggiunge nella tempesta. Sempre.
Davanti ai dubbi di fede, davanti alle tempeste della vita, il discepolo è chiamato, come Elia, ad ascoltare nel suo cuore il silenzioso mormorio di Dio, recuperando quella dimensione assoluta che è il silenzio, la preghiera, l’ascolto meditato del grande e quieto oceano della presenza di Dio, per vedere il volto di Dio che si nasconde nel vento, che pare evanescente come un fantasma.
Solo così possiamo arrivare all’altra riva.

                                                                                                Paolo Curtaz in  “Ti racconto la parola

martedì 8 agosto 2017

VIVER BENE? PARENTI, AMICI E ASSOCIAZIONI CI AIUTANO A VIVERE BENE E DI PIU'

Parenti, amici 
e vita associativa ci rendono
 più longevi 
e ci aiutano 
a stare
 in buona salute

Diversi studi hanno già suggerito quanto salde relazioni sociali aiutino la nostra salute. 
Ora la conferma dalla conferenza annuale dell'American Psychological Association. 
La solitudine è collegata alla maggior insorgenza di malattie, mentre "una più vasta rete sociale" riduce del 50% il rischio di morte prematura

di DEBORAH AMERI

     Al bar per la colazione incontriamo il barista e tutti gli habitué, una piccola comunità. Al lavoro i colleghi, anche se non tutti, ci fanno passare la giornata in modo più piacevole. Poi l'aperitivo con un amico e la cena con i genitori, in attesa del pranzo domenicale con tutta la famiglia. Nel quotidiano non ce ne rendiamo conto, ma tutte queste persone ci allungano la vita. E non di poco. Ormai diversi studi hanno suggerito che circondarsi di amici e parenti, e avere salde relazioni sociali, giova alla salute, contrasta l’insorgere di malattie e, soprattutto, previene la morte prematura.
   Gli studi. Un'altra conferma arriva da due studi della Brigham Young University (nello Utah), appena presentati alla conferenza annuale dell’American Psychological Association. I ricercatori hanno analizzato 148 ricerche, che coinvolgono oltre 300.000 persone, concludendo che "una più vasta rete sociale" riduce del 50% il rischio di morte prematura. Nella seconda analisi Julianne Holt-Lunstad, professoressa di psicologia che ha condotto lo studio, ha incrociato i risultati di 70 ricerche per un totale di 3,4 milioni di persone (prevalentemente americani, ma anche europei e asiatici) calcolando l’impatto sul benessere fisico di tre variabili: solitudine, isolamento sociale e il vivere da soli. Ebbene, tutti e tre sono risultati pericolosi per la salute quanto, o anche più, dell’obesità.
    Solitudine e isolamento sociale. Ma qual è la differenza tra solitudine e isolamento sociale? Secondo gli autori dello studio il primo è imposto, si verifica, per esempio, quando si viene tagliati fuori da un gruppo, quando si viene ghettizzati. Mentre la solitudine si prova quando non si hanno accanto le persone che più amiamo e con cui abbiamo una relazione profonda.
     Negli Usa oltre 40 milioni di persone soffrono di solitudine. E sono in aumento, in tutto il mondo occidentale. "Sta diventando un problema serio, che dovrebbe essere al centro delle politiche sociali dei governi - commenta Luigi Fontana, professore di Medicina e Nutrizione all’università di Brescia e di Washington, autorità mondiale nel campo della longevità e autore – insieme a Franco Berrino - del saggio La grande via - . Le popolazioni più longeve sono quelle molto spirituali e che hanno un forte senso sociale. La nonna bada al nipotino, il figlio o la figlia vanno al lavoro tranquilli, gli anziani non vengono abbandonati. Un po’ com’era l’Italia cinquant’anni fa. Adesso invece siamo sempre più soli, stiamo diventando come gli anglosassoni".
      Famiglia e gruppo sociale. È proprio il senso di appartenenza alla famiglia o a un gruppo sociale più vasto che allungherebbe la vita: "Non a caso la mortalità prematura nelle persone felicemente sposate è minore che in quelle non coniugate. E il rischio di morte raddoppia nel primo mese successivo alla morte del coniuge", aggiunge Fontana.
      Il sistema immunitario. Le ragioni per cui essere socialmente attivi porti così tanto beneficio non sono chiare. Ma alcuni studi se ne sono già occupati. "Si è visto, per esempio, che il benessere psicologico che proviamo quando ci sentiamo amati influenza positivamente la risposta del nostro sistema immunitario contro le infezioni e riduce l’infiammazione – spiega l’esperto - Parte degli effetti avversi associati all'isolamento sembrerebbero essere legati allo stress psicologico e alla depressione, che sono potenti fattori di rischio per l’infarto del miocardio e l’ictus cerebrale. Lo stress psicologico e la depressione, infatti, aumentano l’infiammazione e stimolano il sistema catecolaminergico, che di riflesso causa un aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca".
     L'altro studio. L'anno scorso uno studio dell’università Harvard ha concluso che non avere amici avrebbe come conseguenza l’attivazione della modalità “fight or flight”, che incrementa i livelli del fibrinogeno. Ma un’eccessiva quantità di questa proteina alza la pressione sanguigna e può causare la formazione di depositi di grasso nelle arterie. Chi ha solo cinque amici, per esempio, ha un livello di fibrinogeno superiore del 20% rispetto a chi vanta 25 amici. E l’isolamento è associato a circa il 30% di rischio in più di infarto e ictus, una percentuale simile a quella che riguarda il fumo. "Attenzione, però, non solo alla quantità degli amici, ma anche alla qualità -  mette in guardia Fontana - e alle relazioni virtuali.
      I social media sono positivi in sé perché permettono l’accesso a tantissime persone, ma bisogna usarli in modo saggio, non devono diventare una dipendenza e una patologia"


da Repubblica

sabato 5 agosto 2017

UN FIORE DI LUCE NEL NOSTRO DESERTO

DOMENICA DELLA TRASFIGURAZIONE
“In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».
Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete» [...].

«Un fiore di luce nel nostro deserto» (Turoldo), così appare il volto di Cristo sul Tabor. Ed è il volto ultimo e alto dell'uomo. In principio, in ogni uomo è stato posto non un cuore d'ombra, ma un seme di luce, sepolto in noi come nostro volto segreto. Gesù prende con sé Pietro e Giovanni e Giacomo, i primi chiamati, e li porta con sé, su un alto monte. Li conduce là dove la terra s'innalza nella luce, dove è la nascita delle acque che fecondano ogni vita.
Il suo volto brillò come il sole: il volto è come la grafia del cuore, la sua espressione. Il volto alto dell'uomo è comprensibile solo a partire da Gesù. Ogni uomo abita la terra come un'icona di Cristo incompiuta, che viene dipinta progressivamente lungo l'intera esistenza su un fondo d'oro già presente dall'inizio e che è la somiglianza con Dio. Ogni Adamo è una luce custodita in un guscio di fango. Vivere altro non è che la fatica aspra e gioiosa di liberare tutta la luminosità e la bellezza sepolte in noi.
E le sue vesti divennero bianche come la luce: la gloria è così eccessiva che non si ferma al volto, neppure al corpo intero, ma tracima verso l'esterno e cattura la materia degli abiti e la trasfigura. Se la veste è luminosa sopra ogni possibilità umana, quale sarà la bellezza del corpo? Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia: Mosè sceso dal Sinai con il volto imbevuto di luce e di vento, Elia rapito in un carro di fuoco e di luce.
Allora, Pietro, stordito e sedotto da ciò che vede, balbetta: È bello per noi essere qui. Stare qui, davanti a questo volto, che è l'unico luogo dove possiamo vivere e sostare. Qui siamo di casa, altrove siamo sempre fuori posto. Altrove non è bello, e possiamo solo pellegrinare, non stare. Qui è la nostra identità, abitare anche noi una luce, una luce che è dentro la nostra creta e che è il nostro futuro.
Non c'è fede viva e vera che non discenda da uno stupore, da un innamoramento, da un: che bello! Gridato a pieno cuore, come Pietro sul Tabor. Ma come tutte le cose belle la visione non fu che la freccia di un attimo: e una nube luminosa li coprì con la sua ombra.
Venne una voce: quel Dio che non ha volto, ha invece una voce. Gesù è la Voce diventata Volto. Il Padre prende la parola, ma per scomparire dietro la parola di suo Figlio: ascoltate Lui. Fede fatta d'ascolto: sali sul monte per vedere, e sei rimandato all'ascolto. Scendi dal monte, e ti rimane nella memoria l'eco dell'ultima parola: Ascoltatelo.
La visione del volto cede all'ascolto del volto. Il mistero di Dio è ormai tutto dentro Gesù. Così come anche il mistero dell'uomo. Quel volto parla, e nell'ascolto diventiamo come lui, anche noi imbevuti di cielo.

(Letture: Deuteronomio 7,9-10.13-14; Salmo 96; 2 Pietro 1,16-19; Matteo 17,1-9)
Ermes Ronchi

(tratto da www.avvenire.it)

sabato 29 luglio 2017

FACCIAMO IL PUNTO SULLA PROFESSIONE DOCENTE - Aimc - Notes n. 12 - 2017

UN TESORO NASCOSTO

Gesù nel tesoro nascosto ci dà la certezza della felicità

Vangelo della domenica: 
“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
 Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».

Un contadino e un mercante trovano tesori. Accade a uno che, per caso, senza averlo programmato, tra rovi e sassi, su un campo non suo, resta folgorato dalla scoperta e dalla gioia. Accade a uno che invece, da intenditore appassionato e determinato, gira il mondo dietro il suo sogno.
Due modalità che sembrano contraddirsi, ma il Vangelo è liberante: l'incontro con Dio non sopporta statistiche, è possibile a tutti trovarlo o essere trovati da lui, sorpresi da una luce sulla via di Damasco, oppure da un Dio innamorato di normalità, che passa, come dice Teresa d'Avila, "fra le pentole della cucina", che è nel tuo campo di ogni giorno, là dove vivi e lavori e ami, come un contadino paziente.
Tesoro e perla: nomi bellissimi che Gesù sceglie per dire la rivoluzione felice portata nella vita dal Vangelo. La fede è una forza vitale che ti cambia la vita. E la fa danzare.
«Trovato il tesoro, l'uomo pieno di gioia va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». La gioia è il primo tesoro che il tesoro regala, è il movente che fa camminare, correre, volare: per cui vendere tutti gli averi non porta con sé nessun sentore di rinuncia (Gesù non chiede mai sacrifici quando parla del Regno), sembra piuttosto lo straripare di un futuro nuovo, di una gioiosa speranza.
Niente di quello di prima viene buttato via. Il contadino e il mercante vendono tutto, ma per guadagnare tutto. Lasciano molto, ma per avere di più. Non perdono niente, lo investono. Così sono i cristiani: scelgono e scegliendo bene guadagnano. Non sono più buoni degli altri, ma più ricchi: hanno investito in un tesoro di speranza, di luce, di cuore.
I discepoli non hanno tutte le soluzioni in tasca, ma cercano. Lo stesso credere è un verbo dinamico, bisogna sempre muoversi, sempre cercare, proiettarsi, pescare; lavorare il campo, scoprire sempre, camminare sempre, tirar fuori dal tesoro cose nuove e cose antiche.
 Mi piace accostare a queste parabole un episodio accaduto a uno studente di teologia, all'esame di pastorale. L'ultima domanda del professore lo spiazza: «come spiegheresti a un bambino di sei anni perché tu vai dietro a Cristo e al Vangelo?». Lo studente cerca risposte nell'alta teologia, usa paroloni, cita documenti, ma capisce che si sta incartando. Alla fine il professore fa: «digli così: lo faccio per essere felice!». È la promessa ultima delle due parabole del tesoro e della perla, che fanno fiorire la vita.
Anche in giorni disillusi come i nostri, il Vangelo osa annunciare tesori. Osa dire che l'esito della storia sarà buono, comunque buono, nonostante tutto buono. Perché Qualcuno prepara tesori per noi, semina perle nel mare dell'esistenza.


(Letture: Primo Libro dei Re 3, 5.7-12; Salmo 118; Romani 8, 28-30; Matteo 13, 44-52)