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martedì 3 dicembre 2024

GENERAZIONI SENZA


 CON o SENZA?

-         


-di Alberto Caprotti



Togliere, limare, diminuire: alla fine, sono sempre questi i verbi del presente.

Che fanno bene alla testa prima ancora che al cuore, perché probabilmente aiutano a vivere meglio.

Ma che presuppongono di rimettere qualcosa “dentro” per compensare il vuoto cosmico che lasciano e che ci circonda fuori.

Vogliamo mangiare senza olio di palma, certamente, ma la nostra è anche la civiltà senza sentimenti, senza tempo, senza cortesia, senza confidenza, senza vita.

Eliminiamo, razionalizziamo, “ottimizziamo” come dicono quelli che parlano difficile e sanno fare i bilanci. 

E il conto finale è più magro, in tutti i sensi.

Mancano i contenuti, ma anche semplicemente i “con” e tutti gli accessori limitrofi. I confini allargati, i congiuntivi giusti, i consigli utili, le conseguenze positive, i contatti costruttivi, i concetti intelligenti.

Senza sale è diventato un modo di essere di troppi, un gusto amaro di rinuncia che non fa bene affatto.

Senza tanto, resta quasi nulla.

 E la certezza che si stava meglio solo quando c’era qualcosa che condiva il tutto.

Per questo la nostra generazione cresciuta a forza di “senza”, dovrebbe rivalutare il valore del “con”.

Prefisso di condividere, che poi è voce del verbo moltiplicare. 

Vorrei ricordarmi di non dimenticarmelo, con forza e senza dubbi.

www.avvenire.it

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mercoledì 16 agosto 2023

IN DIFESA DEL VUOTO

 


 Nel giorno in cui tutti ci affanniamo per fare qualcosa di divertente che ci faccia sentire vivi e completi una riflessione sull’importanza di mantenere uno spazio interiore che non è riempito da niente: è lì che nascono i desideri e la creatività.

-         di Vito Mancuso

                                  

 Alcuni tra i più grandi filosofi hanno sostenuto che l’inizio del pensiero umano prenda origine dalla comparsa improvvisa e meravigliata nella mente di questa domanda: «Perché c’è l’essere, e non il nulla?». Così affermarono Leibniz, Schelling, Heidegger. In questa giornata di agosto, tutto solo nel mio appartamento cittadino, con le strade deserte che regalano un irreale silenzio, io sento sorgere nella mente, con altrettanta repentinità e meraviglia, quest’altra domanda: perché c’è questo vuoto dentro di me?

 Prendo così a indagare la natura di questo mio vuoto interiore, rivolgendomi a esso come se fosse una cosa viva dentro di me.

 Caro vuoto interiore, ti chiamo “vuoto”, e non “nulla”, perché tu non ti contrapponi all’essere. Il nulla è non-essere, e se c’è lui è impossibile che vi sia l’essere, come decretò Parmenide agli inizi del pensiero occidentale: «L’essere è, e non può non essere; il non essere non è, e non può essere». Tu vuoto, però, non coincidi con il nulla e significativamente i fisici per descrivere la realtà primordiale parlano di “vuoto quantistico”, e dicono che, ben lungi dall’equivalere al nulla che è privo di energia, tale vuoto quantistico possiede una sua peculiare energia e lo descrivono come “stato di energia minima”. Da esso, dicono, talora si producono delle fluttuazioni da cui emergono particelle, e che fu proprio da una fluttuazione di questo tipo che prese origine l’universo. Per cui tutto, caro vuoto, nasce da te.

 Lo stesso accade a me: quando sono pieno, non scaturisce nulla di nuovo in me, solo ripetizione dell’identico, un “eterno ritorno dell’uguale”; è quando sono vuoto, quando prendi il comando tu, che in me può nascere qualcosa di nuovo, di creativo, di inatteso, di libero. Tu, vuoto, sei la condizione della mia creatività e della mia libertà.

 Attenzione però: il più delle volte tu agisci come una specie di motore che genera una spinta verso l’interno tendente a riportare tutto a te, sei un vortice che produce un continuo risucchio, una cavità, talora una voragine, da cui promana una tensione ininterrotta. Cosa sono quindi io che ti porto nel mio centro?

 Ho peculiarità di tipo fisico come la statura eretta, la neocorteccia, il codice genetico; ne ho di tipo psichico come le emozioni, i sentimenti, le passioni; ne ho di tipo intellettivo, come l’intelligenza analitica e la ragione sintetica. Tutte queste caratteristiche, però, non sono tali da rinchiudermi in una definizione esaustiva perché vi è in me qualcosa di ancora più essenziale: ci sei tu. Presente nel mio fondo, a causa tua io risulto strutturalmente non-finito, indefinito, imprevedibile e quindi creativo. Tu fai sì che la mia peculiarità consista nella singolare possibilità di essere e, insieme, di non essere il mio corpo, i miei sentimenti, il mio intelletto. Tu mi offri la possibilità di identificarmi con le mie proprietà fondamentali oppure di prenderne le distanze, così che posso risultare unificato oppure scisso, sentirmi a casa dentro di me oppure viceversa in esilio.

 Da te, vuoto, procede la mia tensione psichica detta desiderio, generata da te per il tuo bisogno strutturale di essere riempito. Spinoza identificava l’essenza specifica degli esseri umani nel desiderio (“Cupiditas est ipsa hominis essentia”), ma è chiaro che si può dare desiderio solo perché prima si sente il bisogno di qualcosa, e se ne sente il bisogno perché se ne è privi. Quindi all’origine c’è la privazione, la mancanza; ci sei tu, caro vuoto.

 Come ho detto, tu agisci in me come un motore tendente a riportare tutto a sé, e quello che vale per me lo vedo all’opera anche nei miei simili, tutti più o meno abitati da questa tensione che non li fa stare tranquilli con se stessi. Osservava Pascal: «Ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli, in una camera». Proseguiva il matematico e filosofo francese: «Non si rendono conto della natura insaziabile della loro cupidigia. Credono sinceramente di cercare il riposo, ma cercano soltanto l’agitazione. C’è in loro un istinto segreto che li porta a cercare fuori di sé la distrazione e l’occupazione».

 Tutto questo deriva da te, caro vuoto. Tu sei la trappola strutturale in cui siamo nati e con cui dobbiamo convivere fino alla morte, dopo chissà. Per questo ti voglio regalare una delle più belle definizioni di religione, opera del matematico e filosofo inglese Alfred North Whitehead: «Religione è ciò che l’individuo fa della propria solitudine». Solitudine è un altro nome per te, caro vuoto, e in questo senso essere religiosi, ben lungi dal professare dottrine stabilite anticamente da altri e dal partecipare a riti celebrati da altri, significa viverti come sentimento di essere alla presenza di qualcosa o qualcuno più importante di me. E significa capire ciò che afferma sant’Agostino rivolto al suo Dio all’inizio delle Confessioni: «Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».

 In questa silenziosa e vuota giornata di agosto di una città deserta, riflettendo su di te, caro vuoto, ho capito che la verità di me dipende da te: da come ti tengo pulito, da come ti curo e ti proteggo da tutti i ciarlatani che continuamente mirano a riempirlo con mille seducenti, e per loro lucrose e convenienti, suggestioni. Ti devo custodire dalle erbacce che sempre tendono a insidiarsi in te come se tu fossi un giardino, anche perché tu per davvero sei il mio giardino, il terreno da cui fuoriescono i miei fiori e i miei frutti, cioè il mio pensiero e la mia volontà. Se saprò coltivarti, resistendo alla tendenza a riempirti a tutti i costi pur di non sentire il tuo risucchio, avrò ottenuto l’indipendenza spirituale. E come insegna Montaigne: «La più grande cosa del mondo è saper essere per sé».

 La partita della vita si gioca dentro di me, alle prese con te, caro vuoto. Per questo sempre Montaigne insegna: «Bisogna riservarsi un retrobottega tutto nostro, del tutto indipendente, nel quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine». Se ti manterrò pulito e terso, tu cesserai di agire come un vortice da cui proviene un continuo risucchio e diverrai il mio rifugio più sicuro. È l’insegnamento di tutte le grandi tradizioni spirituali, induismo e buddhismo, confucianesimo e taoismo, ebraismo, cristianesimo e islam, e ovviamente della grande filosofia classica sintetizzata così da Marco Aurelio rivolto a se stesso: «Ricordati che il tuo principio direttivo diventa invincibile quando, rinserrato in se stesso, si contenta di sé e non fa niente che non voglia. La mente libera da passioni è una fortezza: l’essere umano non ha niente di più forte dove rifugiarsi ed essere sempre inespugnabile».

 Acquisire la pratica di convivere con te significa imparare a stare fermo sul mio abisso, a guardare il cratere del mio vulcano interiore, a stare in ascolto, a zittire la mente, a udire il suono del mio silenzio. È questo il lavoro giusto da fare. A partire da questa giornata di agosto, con le strade deserte che quasi sorridono per il loro surreale silenzio.

 La Stampa

venerdì 31 maggio 2019

IL BELLO E IL BUONO


La civiltà del “senza” 
che occorre riempire

di Alberto Caprotti

Molti di noi, i meno giovani almeno, sono nati in anni in cui la benzina era con il piombo, le ricerche con l’enciclopedia, i dolci con l’olio di palma, il dentifricio con il fluoro e il talco con il boro, il telefono con i gettoni, le gomme con la camera d’aria, le caramelle con lo zucchero, la birra con l’alcol, il film con la cassetta, la febbre con il termometro a mercurio, le foto con la Kodak, il pesto con l’aglio, la tuta dei pompieri con l’amianto, la vacanza con i genitori, il ghiacciolo con il colorante, la bici con i pedali, il cinema con il fumo di sigaretta, la musica con il cd e la cioccolata rigorosamente con la panna.
Preistoria? Sembra, ma non lo è. Parliamo di epoche più recenti del classico “si stava meglio quando si stava peggio”, concetto abusato e nella maggior parte dei casi completamente falso e manifesto di ingratitudine verso il progresso. Ma è vero che pochi anni sono bastati affinché tanto sia diverso da prima. La ragione è che prima le alternative non c’erano, molte cose non si sapevano, e quelle che facevano male si sottovalutavano con un sorriso. O magari non facevano male affatto. Il tempo le ha rese nocive, e la convinzione che lo fossero ha consolidato il concetto. Il salutismo in particolare ci ha cambiato, forse perché nulla di ciò che è buono può essere anche sano: i cibi “migliori” sono sempre quelli senza grassi, il pane senza sale, il latte senza lattosio, la pasta senza glutine, il caffè senza caffeina. È la civiltà del “senza” quella a cui ci stiamo abituando, traguardo scelto ma anche in parte imposto dalle mode, oltre che da allergie sempre più frequenti e ritmi di vita che non perdonano sgarri.
Il fatto è che sono cambiati i presupposti, oltre che gli orizzonti. Veniamo da una generazione per la quale l’obiettivo era mangiare di più, possedere cose migliori, godere di più, sottovalutare lo spreco, cogliere l’attimo. E guardare indietro per non stare peggio, anziché guardare avanti per stare meglio. Così la vita media forse si è allungata, ma il consumo è degenerato in consumismo. Ora per fortuna abbiamo capito che occorre reimpostare il nostro rapporto con la terra, con l’aria e con l’acqua. In una parola, con ciò che i credenti chiamano “creato”, e tutti gli altri “natura”. Molti non si adeguano, per diffusa ignoranza mista ad assenza di educazione: malattia incurabile, purtroppo. Ma c’è nella maggioranza una nuova consapevolezza verso un mondo che dobbiamo conservare per allontanarne il più possibile la fine, attraverso un diverso rapporto con noi stessi e con ciò che ci circonda. La parola chiave è una sola: rispetto. Che è un valore straordinario e inevitabile. Rispetto per le cose, rispetto per le idee giuste, per i comportamenti che ci consentono di “durare”, unico sistema per cambiare il paradigma che per anni ci ha guidato e che era “sfruttare”.
Togliere, limare, diminuire. Non solo a tavola, purtroppo: sono questi i verbi del presente.
Che fanno bene, perché probabilmente aiutano a vivere meglio. Ma che presuppongono di rimettere qualcosa “dentro” per compensare il vuoto cosmico che lasciano e che ci circonda. Senza grassi, certo, ma la nostra è anche la civiltà senza sentimenti, senza tempo, senza cortesia, senza confidenza, senza vita. Eliminiamo, razionalizziamo, “ottimizziamo” come dicono quelli che sanno fare i bilanci. E il conto finale è più magro, in tutti i sensi. Mancano i contenuti, ma anche semplicemente i “con” e tutti i sentimenti limitrofi. I confini allargati, i congiuntivi giusti, i consigli utili, le conseguenze positive, i contatti costruttivi, i concetti intelligenti.


da www.avvenire.it