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venerdì 3 luglio 2026

RIVELAZIONE

 


La rivelazione  non è una teoria,

 ma un’esperienza radicale

 

Riflessione di don Massimo Naro  sulla liturgia della Parola 

nella XIV domenica del tempo ordinario (anno A)

Zc 9,9-10; Sal 144/145; Rm 9,9.11-13; Mt 11,25-30

La rivelazione biblica, nei vangeli, ha il suo sbocco culminante nel discepolato, che gli amici di Gesù vivono nei suoi confronti, accogliendolo e seguendolo come loro Maestro. Si concretizza, così, quanto era stato prospettato già nei libri sapienziali inclusi tra le Scritture d’Israele. L’invito a ospitare nella sua casa, per trovarvi riparo e ristoro, che la Sapienza divina faceva ai passanti, riecheggia allorché Gesù incoraggia i suoi discepoli a seguirlo e a porsi alla sua scuola: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi […], imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita», come leggiamo nell’odierna pagina evangelica.

Tuttavia, l’approdo ultimo del rivelarsi divino non resta sganciato dall’orizzonte da cui esso promana. Non per niente il brano matteano, che la liturgia della Parola oggi propone, si suddivide in due parti. All’esortazione rivolta ai suoi discepoli, Gesù premette la preghiera che innalza al Padre suo. Egli gli rende lode per la sua «benevolenza». La buona volontà divina riguarda proprio il senso della rivelazione: essa è destinata non ai sapienti e ai dotti, i quali possono correre il rischio di presumere di sapere già tutto e di non aver bisogno di apprendere nulla di nuovo, bensì ai piccoli, che come tali hanno ancora da imparare tutto. Ciò vuol dire che la rivelazione non è una teoria da spiegare o una dottrina da argomentare, un sistema filosofico o un teorema scientifico. Non è un insegnamento complesso e men che meno complicato. La rivelazione è, piuttosto, una confidenza sussurrata all’orecchio di chi appoggia la testa sul petto del Maestro. E se a una lezione assomiglia, la rivelazione che si compie in Gesù è una lezione di vita, che può ben essere appresa anche dai semplici, purché abbiano la disponibilità e il coraggio di stare assieme a lui.

Quel che Gesù confida ai suoi discepoli è la conoscenza reciproca tra lui e Dio. Parlando in terza persona, il Maestro difatti rimanda al legame d’amore che sussiste tra il Padre e il Figlio: essi si conoscono a vicenda, cioè si amano l’un l’altro. La rivelazione è la testimonianza resa a questa comunione d’amore tra il Padre e il Figlio. Ed è la via che si dischiude per dare adito a chi, trovandosi nella situazione della piccolezza, tipica della condizione filiale, accetti di accedere al rapporto d’amore che c’è tra il Padre e il Figlio. È, insomma, l’opportunità di farsi coinvolgere in quell’orizzonte, di lasciarsi innestare in quella comunione.

Considerata in questa prospettiva, la rivelazione è un’esperienza, non una teoria. Per maturarne un’attendibile conoscenza, per venire a sapere dell’esistenza di quella comunione d’amore paterno-filiale, per penetrarne il segreto, per comprenderne il significato e la portata salvifica, occorre farne una radicale esperienza. Intrattenere un rapporto di comunione col Figlio permette ai discepoli di arrivare anche al Padre e di partecipare della comunione agapica che Dio stesso è in quanto tale. Ecco perché Gesù impersona il compimento della rivelazione.

Imparare la divina lezione del Maestro di Nazareth è alla portata di tutti. Ma è, nondimeno, impegnativo. Si tratta, in definitiva, di immedesimarsi in lui, di stare con lui al suo stesso posto, di prendere posizione con lui, di assumere la sua medesima postura filiale: solo così si può entrare in relazione col Padre suo. Vale a dire stando nei panni del Figlio, accettando d’essere un tutt’uno con Gesù. La qual cosa, per i discepoli, equivale a vivere la propria condizione umana come la vive il Cristo.

Cristo Gesù condivide la nostra condizione umana, sobbarcandosi alle nostre limitazioni, alle nostre debolezze e fragilità, persino ai nostri errori. Egli fa suo il nostro stesso «giogo», porta cioè con noi e come noi il peso della nostra umanità. Lo fa, però, da Figlio del Padre. Affidandosi, cioè, a Dio, confidando in Lui. Per questo la condizione umana, vissuta da Gesù e alla maniera di Gesù, diventa un «giogo leggero». Le nostre fatiche e le nostre difficoltà possono risultare meno pesanti, se ci accorgiamo di non essere soli a sopportarle. Le nostre stanchezze – non solo quella fisica, ma anche e soprattutto quella morale ed esistenziale – possono trovare sollievo. La nostra esistenza può cessare di sembrare effimera e segnata dalla finitudine, giacché ne riscopriamo il fondamento eterno, che sussiste nell’infinito amore tra il Padre e il Figlio.

E nella grazia di poterne fruire come figli nel Figlio.

www.tuttavia.eu

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sabato 10 ottobre 2020

LA NOVITA' DI "FRATELLI TUTTI"

Probabilmente la novità dell’ultima enciclica di papa Francesco, Fratelli tutti, va cercata più nella sua forma che nei contenuti. Non perché questi ultimi siano irrilevanti , o almeno scontati, come qualche critico ha sostenuto, ma perché la loro carica – che non esiterei a definire “rivoluzionaria” – si sprigiona in tutta la sua forza dirompente precisamente a causa delle modalità nuove in cui viene comunicata.

                                                                                                        di Giuseppe Savagnone

 

La forma tradizionale delle encicliche

Finora per “enciclica” si è intesa una lettera pastorale del Papa ai vescovi della Chiesa cattolica e, attraverso di loro, a tutti i fedeli. Ancora nella Lumen fidei (2013) – la prima enciclica dell’attuale pontefice (dichiaratamente ispirata, però, a un testo già elaborato dal suo predecessore) – questa impostazione era stata mantenuta. Il documento si rivolgeva «ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate, e a tutti i fedeli laici» e partiva dai testi della Rivelazione. Benedetto XVI, nella sua enciclica sociale Caritas in veritate (2009), aveva aggiunto, ai suddetti destinatari, anche «tutti gli uomini di buona volontà». In ogni caso il punto di partenza era la fede che accomunava i membri della Chiesa. Perciò le encicliche normalmente si aprivano con una esposizione dei fondamenti biblici e magisteriali del messaggio che volevano comunicare, passando poi alle applicazioni ai problemi della comunità cristiana e della società.

La svolta della «Laudato si’»

Già con la Laudato si’ (2015) papa Francesco ha cambiato questo struttura tradizionale. L’enciclica sulla crisi ecologica si apre con un capitolo dedicato alla rassegna dei fenomeni negativi che contrassegnano il nostro rapporto con la terra. E ne spiega il motivo: «Le riflessioni teologiche o filosofiche sulla situazione dell’umanità e del mondo possono suonare come un messaggio ripetitivo e vuoto, se non si presentano nuovamente a partire da un confronto con il contesto attuale, in ciò che ha di inedito per la storia dell’umanità» (n.17).

Perché la voce della Rivelazione?

Solo nel secondo capitolo, intitolato «Il vangelo della creazione» e aperto da una sezione dedicata a «La luce che la fede ci offre», entrano in gioco la Rivelazione e il suo insegnamento. E che questo non sia scontato lo evidenzia l’interrogativo con cui questa sezione si apre: «Perché inserire in questo documento, rivolto a tutte le persone di buona volontà, un capitolo riferito alle convinzioni di fede?» (n.62).

Il Vangelo come contributo alla riflessione umana

Due le risposte date a questa domanda. La prima, che «se si vuole veramente costruire un’ecologia che ci permetta di riparare tutto ciò che abbiamo distrutto, allora nessun ramo delle scienze e nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa con il suo linguaggio proprio» (n.63); la seconda, che «anche se questa Enciclica si apre a un dialogo con tutti per cercare insieme cammini di liberazione, voglio mostrare fin dall’inizio come le convinzioni di fede offrano ai cristiani, e in parte anche ad altri credenti, motivazioni alte per prendersi cura della natura e dei fratelli e sorelle più fragili (…). Pertanto, è un bene per l’umanità e per il mondo che noi credenti riconosciamo meglio gli impegni ecologici che scaturiscono dalle nostre convinzioni» (n.64). Dove è chiaro che il discorso deve parlare a tutti gli uomini, anche al di fuori della Chiesa, non prescindendo dalla prospettiva cristiana, ma tenendola presente come un «forma di saggezza», dunque nelle sue implicazioni umane; e ai credenti fornendo loro «motivazioni alte», legate alla fede, che dovrebbero renderli più direttamente protagonisti nella lotta per la salvaguardia del creato.

Il dialogo aperto di «Fratelli tutti»

Nella nuova enciclica di Francesco questa intenzione di parlare a tutti gli uomini e le donne del pianeta, e non solo ai cristiani è ancora più evidente. Il papa la dichiara, del resto, espressamente, all’inizio: «Pur avendola scritta a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono, ho cercato di farlo in modo che la riflessione si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà» (n.6).

Il primato della trascendenza

Non è un caso che in Fratelli tutti il riferimento esplicito alla prospettiva religiosa e a quella più specificamente evangelica compaia solo nell’ottavo capitolo, l’ultimo. Dove Francesco sottolinea che «quando, in nome di un’ideologia, si vuole estromettere Dio dalla società, si finisce per adorare degli idoli, e ben presto l’uomo smarrisce sé stesso, la sua dignità è calpestata, i suoi diritti violati» (n.274). Una rivendicazione del primato della trascendenza, comune a molte religioni, che ha il suo ulteriore sviluppo nella precisazione che per il cristiano la «sorgente di dignità umana e di fraternità sta nel Vangelo di Gesù Cristo» (n.277). È coerente con questa apertura alle altre religioni il reiterato richiamo al documento firmato ad Abu Dabi col Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb. Mentre, come lo stesso Francesco ricorda, ad ispirarlo nella redazione della Laudato si era stato il Patriarca ortodosso Bartolomeo – non cattolico, ma comunque cristiano, ora il punto di riferimento è il suo dialogo con un autorevole rappresentante dell’islam (cfr. n.5).

Un manifesto illuminista?

Non stupisce che l’enciclica sia apparsa, agli occhi di una parte del mondo cattolico che da tempo accusa l’attuale pontefice di eresia e di sincretismo, «il manifesto ideologico del bergoglismo». Lo ha scritto sul quotidiano «La Verità» (6 ottobre 2020) un noto intellettuale di destra, Marcello Veneziani, sostenendo che «la fratellanza a cui allude Papa Francesco è il terzo principio della Rivoluzione Francese, dopo liberté ed égalité» e che, con questa enciclica, l’ideologia di Bergoglio cerca un posto alla Chiesa postcristiana nella modernità laica in nome della fratellanza (…) inserendo la Chiesa dentro il mondo moderno, ateo e laicista, disceso dalla Rivoluzione francese e cercando ispirazione anche da altre religioni come l’Islam».

Una Chiesa che vuole uscire dal tempio

In realtà, se proviamo a decrittare questo messaggio, scopriamo che in fondo Veneziani coglie abbastanza bene l’intenzione fondamentale del papa: fare uscire la Chiesa e il suo annuncio del Vangelo dal ghetto in cui la cultura del mondo moderno li hanno da tempo relegati e puntare sui valori che questa stessa cultura ha accolto e celebrato, per mostrare le loro radici cristiane e denunciare l’incoerenza della società attuale rispetto ad essi. Che questo diventi un’accusa lo si comprende alla luce della pressante e ricorrente richiesta, da parte di esponenti politici della destra, che i pastori della Chiesa “si facciano gli affari loro”, se ne restino, cioè, ben chiusi fra le mura dei loro templi a parlare di una fede senza il minimo riscontro nella vita reale degli uomini, a cominciare dagli stessi fedeli.

Una fede che pretende di parlare anche alla ragione umana

È interessante, però, che questa sia anche la pretesa di intellettuali di segno opposto, come Paolo Flores d’Arcais, il quale, in uno scritto di alcuni anni fa, sottolineava la necessità di combattere «l’idea, criticamente insostenibile, che abbia qualche fondamento la pretesa della “fides” di essere anche “ratio”, la pretesa del magistero della Chiesa, con le proprie dottrine morali, di essere anche la custode della natura umana in quanto ragione».  Perché, «se la “fides” di cui si tratta è (…) “follia per la ragione” (…), nessuna Chiesa potrà pretendere che questa sua “follia”, che pure chiederà ai suoi fedeli di praticare, diventi regola della civile convivenza». Invece, avvertiva Flores d’Arcais, «una religione che pretende di fare tutt’uno con la ragione, anzi di essere il compimento della ragione, inevitabilmente torna (…) alla richiesta di far valere erga omnes, credenti e non credenti (…) i propri precetti morali». Infatti, se si accettasse questa logica, «ogni norma in contrasto con la “legge naturale” di ragione, inglobata nella fede, sarebbe irragionevole e disumana, e nessuno può volere che la convivenza civile si autodistrugga con leggi positive disumane» («Micromega» 3/2007, pp.14-215).

La sfida di Francesco

Ora, è proprio questo che papa Francesco ha cercato di fare, già nella Laudato si’, più decisamente in Fratelli tutti: mostrare che la Chiesa ha qualcosa da dire al mondo contemporaneo, non in termini confessionali, ma per rispondere a un problema che sta davanti agli occhi di tutti, credenti e non credenti, evidenziando che la fraternità, centrale nel messaggio cristiano, è anche un valore umano e che un mondo che la misconosce – come il nostro – è disumano. È una sfida. La parabola del buon Samaritano – a lungo analizzata nell’enciclica come modello di fraternità, ma che nel Vangelo è il racconto dell’umano fatto da Dio –, ci rassicura che a porre questa sfida non è solo l’ideologia di Bergoglio.

 

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mercoledì 30 settembre 2020

IL PAPA INVITA A RISCOPRIRE L'AMORE PER LA SACRA SCRITTURA

Papa Francesco oggi ha firmato la Lettera apostolica «Sacrae Scripturae affectus», nel 16° centenario della morte di San Girolamo. L’esempio di questo grande dottore e padre della Chiesa, che ha messo la Bibbia al centro della sua vita, susciti in tutti un rinnovato amore alla Sacra Scrittura e il desiderio di vivere in dialogo personale con la Parola di Dio.

“La sua figura rimane di grande attualità per noi cristiani del XXI secolo”, è per questo che a milleseicento anni dalla morte Papa Francesco ha voluto dedicare a San Girolamo, tra i più grandi Padri della Chiesa d’Occidente, la Lettera Apostolica Scripturae Sacrae Affectus. Proprio l’affetto, l’amore per la Sacra Scrittura è l’eredità che Girolamo “ha lasciato alla Chiesa attraverso la sua vita e le sue opere”. “Infaticabile studioso, traduttore, esegeta, profondo conoscitore e appassionato divulgatore della Sacra Scrittura”, “raffinato interprete dei testi biblici”, “ardente e talvolta impetuoso difensore della verità cristiana”, ascetico e intransigente eremita” oltre che esperta guida spirituale: questo è stato Girolamo.

 Sintetizzando la figura di Girolamo e il suo amore per gli studi, il Papa rimarca che “uno dei problemi odierni, non solo della religione, è l’analfabetismo: scarseggiano le competenze ermeneutiche che ci rendano interpreti e traduttori credibili della nostra stessa tradizione culturale”. 

Da qui un invito: “Specialmente ai giovani voglio lanciare una sfida - conclude Francesco - partite alla ricerca della vostra eredità. Il cristianesimo vi rende eredi di un insuperabile patrimonio culturale di cui dovete prendere possesso. Appassionatevi di questa storia, che è vostra. Osate fissare lo sguardo su quell’inquieto giovane Girolamo che, come il personaggio della parabola di Gesù, vendette tutto quanto possedeva per acquistare ‘la perla di grande valore’”. “Girolamo è la ‘Biblioteca di Cristo’ – nota il Papa - una biblioteca perenne che sedici secoli più tardi continua a insegnarci che cosa significhi l’amore di Cristo, amore che è indissociabile dall’incontro con la sua Parola. 

Per questo l’attuale centenario rappresenta una chiamata ad amare ciò che Girolamo amò, riscoprendo i suoi scritti e lasciandoci toccare dall’impatto di una spiritualità che può essere descritta, nel suo nucleo più vitale, come il desiderio inquieto e appassionato di una conoscenza più grande del Dio della Rivelazione”. E con le parole di Girolamo Francesco raccomanda: “Leggi spesso le Divine Scritture; anzi le tue mani non depongano mai il libro sacro”.

Leggi: SACRAE SCRIPTURA AFFECTUS