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martedì 20 ottobre 2026

INSEGNARE A DISCUTERE

 

 

Regole 

che 

funzionano




di Marco Erba*

La polarizzazione del dibattito pubblico rende sempre più urgente educare al confronto civile e ragionato.

Il dialogo faccia a faccia permette ai ragazzi di osservare le reazioni che le loro idee suscitano negli altri / Icp

La polarizzazione estrema del dibattito pubblico ogni volta che si discute di un tema sensibile è ormai evidentissima a chiunque. Quando c’è in gioco qualcosa che accende le emozioni o che tira in ballo valori considerati da qualcuno assoluti, la tendenza è correre a schierarsi, urlare molti slogan e fermarsi poco ad approfondire. È naturale che sia così nei nostri tempi di comunicazione frenetica. Per comunicare in modo incisivo servono poche parole dirette, non lunghi discorsi noiosi. Per fare hype, funzionano molto di più le posizioni radicali. Per informarsi, un prompt sulla IA ci illude di poter sostituire la lettura profonda o uno studio che dura nel tempo. È sempre più diffusa l’abitudine a dare in pasto all’IA manuali di studio, perché fornisca sintesi di concetti chiave, bigini digitali omogeneizzati: si tratta di scorciatoie magari efficaci, magari in alcuni casi anche utili, ma che non possono sostituire la fatica della frequenza con un testo, con il pensiero dell’autore, con le parole che sceglie per condividerlo.

In questo contesto, insegnare a discutere in classe è più che mai urgente. A scuola uno studente può confrontarsi faccia a faccia con altre persone, osservando le reazioni che le sue idee suscitano. Le frasi fatte non bastano, serve argomentare in modo stringente. Gli slogan di pancia lasciano in tempo che trovano, perché vengono facilmente smontati. A scuola si è costretti al dialogo in presenza, non basta un monologo di fronte a una telecamera. In quali altri luoghi e tempi della vita gli studenti hanno la possibilità di affrontare un dibattito così? Non in molti, credo. Da anni amo discutere su temi anche caldi e divisivi con i miei studenti, dando alcune regole fondamentali.

La prima: il rispetto della dignità altrui e della realtà dei fatti. Sembra una regola scontata, ma, in tempi in cui anche le idiozie o gli insulti vengono spacciati per libertà di opinione, non lo è. Il razzismo, l’omofobia, le forme di discriminazione, il becero pregiudizio e tutto ciò che calpesta l’altrui identità non sono opinioni, sono vomito e non hanno diritto di cittadinanza in un dibattito democratico. Così come non hanno diritto di cittadinanza in un dibattito le posizioni palesemente inventate: dire che la terra è piatta, che il mondo è governato da rettiliani e che gli elefanti volano non è libertà di espressione, è la sceneggiatura di un libro fantasy, o forse solo un’idiozia. Massima libertà di parola, dunque, e accettazione di ogni opinione, anche urticante o provocatoria, purché basata sulla realtà e rispettosa del prossimo.

La seconda regola: ogni opinione deve essere argomentata, motivata, dimostrata, o almeno bisogna provarci. Cartellino rosso dunque per “a me una volta è capitato che…”, “si è sempre fatto così”, “la mia personale percezione è che…”. Condividere un’esperienza individuale è certamente prezioso, farne un assoluto è del tutto fuorviante. Terza regola: il rispetto reciproco. Si parla uno per volta, si ascolta davvero ciò che l’altro dice, si entra nel merito di ciò che afferma. Nessuna opinione motivata e rispettosa è di serie B, ogni atteggiamento di superiorità morale è bandito. Quarta regola: cambiare opinione o averne una sfumata, o ritrovarsi alla fine con più domande che risposte, non è segno di debolezza, è segno di maturità. Questo non significa che su alcuni temi decisivi non ci si debba schierare o che non vi debbano essere certezze, ma significa riconoscere che la realtà è complessa: non è bianca o nera, ha mille sfumature di grigio. Per questo tenere aperte molte domande è una ricchezza: le domande schiudono il cammino, spingono ad approfondire, aumentano la curiosità.

Qualche mese fa, proprio nel pieno della polemica, assai strumentalizzata anche dalla politica, ho provato con queste poche regole a discutere in due classi del liceo delle scienze umane sul caso della famiglia del bosco. Una scelta didattica: dato che il dibattito ha coinvolto i servizi sociali e i giudici e sono emerse questioni decisive di tipo educativo, mi sembrava doveroso un confronto con persone che studiano per occuparsi di questi temi a livello professionale. Ho assistito a un dibattito ricco e rispettoso, lontanissimo dalle risse social e dalle semplificazioni gridate a squarciagola. Pur nella differenza delle posizioni, abbiamo tentato una sintesi finale, su cui tutti potessero concordare.

Ne sono emersi sette punti chiave.

Primo: ogni genitore ha diritto di educare i figli secondo le proprie convinzioni e proponendo, non imponendo, i valori e lo stile di vita in cui crede. Non esiste infatti educazione neutra e valida per tutti: educare non è una formula matematica. Chi educa testimonia inevitabilmente dei valori e propone degli stili di vita.

Secondo: dire che i figli appartengono ai genitori e non allo Stato è una forzatura. I figli appartengono a sé stessi e uno Stato civile ha il dovere di intervenire qualora i genitori non garantiscano ai figli la possibilità di crescere in condizioni sicure, in modo che sia tutelata la loro salute psicofisica.

 Terzo: i servizi sociali svolgono un servizio prezioso; sono alleati delle famiglie, non nemici. I servizi sociali esistono per affiancare i genitori, per supportarli, per permettere ai bambini di crescere in condizioni adeguate. Lo stesso vale per i giudici: non sono certo mostri che allontanano i bambini a cuor leggero; gli allontanamenti, di norma, avvengono dopo che si sono tentate tutte le strade possibili e sono l’extrema ratio.

Quarto: non si dovrebbe mediatizzare ed enfatizzare un caso così sensibile. Il rischio è creare tifoserie che da una parte non rispettano le difficoltà e il dolore di una famiglia e dei suoi bambini e dall’altra demonizzano giudici, educatori e servizi sociali, in una spirale di sospetto e sfiducia verso le istituzioni molto molto pericolosa.

Quinto: per giudicare un caso del genere bisogna aver letto tutti gli atti dall’inizio alla fine; per questo, per fortuna, a decidere di questioni così delicate sono persone che ci lavorano per mesi, non leoni da tastiera che hanno sentito due minuti di notizia al telegiornale o hanno letto un post e pretendono perciò di avere la verità in tasca. “La quasi totalità delle persone che si stanno indignando in un senso o nell’altro, non hanno gli elementi per poter giudicare” ha detto una studentessa, con l’approvazione di tutti i compagni.

Sesto: il benaltrismo rischia di inquinare ogni discussione ed è sempre dannoso. Il benaltrismo introduce un elemento non coerente con il tema di cui si sta discutendo. È ovvio che ci sono altre situazioni problematiche, ma metterle in campo non porta contributi alla discussione su questo tema e sposta il tiro, creando confusione.

Settimo: è necessario avere fiducia nelle istituzioni, che possono sbagliare, ma non possono essere screditate nel complesso. Le persone delle istituzioni non sono infallibili e chi sbaglia deve pagare, ma sindacare su ogni cosa senza avere gli elementi e diffondere sfiducia è socialmente devastante. L’atteggiamento di base nei confronti di chi serve lo Stato deve essere di apertura e di fiducia, o il nostro vivere insieme rischia di vedere minate le proprie fondamenta. Al termine del dibattito ho ringraziato i miei allievi di quattordici e quindici anni perché mi hanno confermato, col loro confronto civile e ragionevole, che c’è speranza per il futuro e che farsi domande, ragionando più col cervello e col cuore e meno con la pancia, è sempre un dono.

Ovviamente non siamo giunti a una conclusione univoca su questo singolo caso, ma questo è un ulteriore elemento di ricchezza.


*Insegnante e scrittore

www.avvenire.it

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martedì 8 ottobre 2024

MA CHE MUSICA ?


Dai motivi che ascoltiamo

 dipendono le motivazioni che abbiamo


La musica incanta il mondo, per questo la teniamo accesa: se il «fondo» della vita tace ci vuole un «sottofondo». Nella vita, come nella musica, dai «motivi di fondo» dipendono le motivazioni.

 - di Alessandro D'Avenia

«Motivo», da motus, in italiano è infatti sia la ragione di qualcosa sia il tema di un brano: entrambi mettono in moto ciò che è fermo, «motivano». Mentre scrivo ho in sottofondo The logical song dei Supertramp, uscita nel 1979 e nata dall'esperienza scolastica del leader Roger Hodgson: «Sono stato al college per dieci anni e quando ne sono uscito avevo in mente mille domande: ora che diavolo mi succederà? Qual è il significato della mia vita? Mi chiedevo perché molte delle cose che mi avevano insegnato fossero per me prive di senso. Mi avevano insegnato a uniformarmi, essere presentabile e accettabile, tralasciando ciò che per me era invece fondamentale. Nessuno mi aveva mai detto chi io fossi o quale fosse il significato della mia esistenza». Capita a tanti ragazzi di uscire da più di un decennio di scuola con la testa piena di istruzioni per funzionare ma senza un «motivo» per esistere, come sottolinea Hodgson: «Passiamo dall'innocenza e dalla meraviglia dell'infanzia alla confusione dell'adolescenza, che spesso finisce nella disillusione in età adulta e molti passano la vita cercando di tornare a quell'innocenza». Si può evitare di vivere tra disillusione e nostalgia?

 La canzone dei Supertramp, come la seconda parte di Another brick in the wall uscita poco dopo, criticava l'istruzione ma in modo diverso dai Pink Floyd. Si apre con un ricordo: «Quando ero bambino, la vita sembrava meravigliosa/ un miracolo, era bella, magica/ e tutti gli uccelli sugli alberi cantavano allegramente/ gioiosamente, scherzosamente mentre mi guardavano». Non abbiamo ancora ben capito perché gli uccelli cantino, i «motivi» funzionali alla specie non bastano. E questo perché la bellezza spesso è grazia: non ha una ragione ma dà una ragione, non ha un motivo ma dà un motivo. Ciò che conta allora non è tanto perché gli uccelli cantino ma che il loro canto sia così bello. L'adulto infatti ne ricorda l'in-canto, ora che vive nel dis-incanto. I genitori di quel bambino avevano divorziato e lui era stato spedito in collegio dove i «motivi di fondo» erano altri, come dice il brano: «Mi mandarono lontano per insegnarmi a esser ragionevole/ lineare, responsabile, pratico/ e poi mi mostrarono un mondo nel quale essere affidabile/ freddo, razionale, cinico».

 La scuola, invece di essere luogo in cui custodire e far eco al canto degli uccelli, allenando l'attenzione verso ciò che è vivo (bello, vero, giusto) per imparare a prendersene cura, si rivela un centro di addestramento per funzionare e sopravvivere. Quel bambino cresce «de-motivato», ma rimane in lui un'insopprimibile sete di senso, come rivela l'apertura sognante ma addolorata del ritornello: «A volte però quando tutto il mondo dorme/ le domande scavano troppo per un uomo così modesto./ Vi dispiacerebbe per favore dirmi che cosa abbiamo imparato?/ Sembra folle,/ ma, per favore, ditemi chi sono».

 Il dolore salva solo se diventa un'avventura di ritorno a casa. Quanto dolore, fisico e psichico, nei ragazzi viene interpretato come un problema da risolvere perché tornino presto a funzionare, quando invece è il sintomo di una vita che chiede di guarire anche in noi. Se il sintomo è il cibo, è nel rapporto con il mondo che manca pace, se il sintomo è una ferita autoinferta, è nel rapporto con il mondo che manca pace, se il sintomo è tristezza, è nel rapporto con il mondo che manca pace, se il sintomo è una dipendenza, è nel rapporto con il mondo che manca pace. La pace era nel canto perduto degli uccelli rivolto al bambino, perché solo se il mondo ci guarda allora ci ri-guarda e ne avremo poi ri-guardo, che è restituzione dello sguardo, in un gioco circolare che crea appunto un “mondo” (insieme di relazioni), dove non c'è questo cerchio di pace si dà semplicemente un «intorno» insensato, indifferente e pericoloso.

 E infatti per dominarlo veniamo addestrati a funzionare, rispettando standard e ottenendo risultati sempre migliori: «Ti vorremmo gradevole/ rispettabile, presentabile: vegetale/. Dai, dai, dai!».

 La vita è uniformità e carriera, l'ansia è il giusto prezzo da pagare. Segue un assolo ribelle di sassofono, che poi arricchisce il successivo ritornello insieme a inserti corali: è il dolore solitario di molti nella stessa notte cantata poco prima. Dolore e paura affiorano di nuovo non più sovrastati dal rumore della frenesia, della distrazione, dello stordimento: «Per favore ditemi che cosa abbiamo imparato./ Mi sentite? So che sembra folle/ ma per favore ditemi chi sono, chi sono, chi sono, chi sono...». Eppure il ragazzo «funzionava»: «E io che mi sentivo così lineare/ digitale», aggettivo che nel 1979 era seguito dal suono di un videogioco dei primordi, ironicamente e profeticamente inserito nella canzone...

 Nel 2012 il 62enne Hodgson ritornava sul motivo della canzone: «Avevo 29 anni quando l'ho scritta, cercavo risposte. La domanda bruciante era: ‘per favore, dimmi chi sono’. Adesso non ho ancora tutte le risposte, ma sapevo che c'era qualcosa di più profondo là fuori: un luogo di pace. E alla fine l'ho trovato».

 L'innocenza non è nell'età né in una illusoria proiezione nell'infanzia, ma è pace nel cuore, qui e ora, connessione piena - non solo digitale ma carnale - con la vita che, facendoci sentire «parte del mondo», ci «motiva» a fare la nostra «parte nel mondo». Dove si trova questo «motivo di pace»? Di certo non dove la domanda «chi sono?» viene ignorata: «Chi sei non è in programma. Siamo già in ritardo sulla marcia. Ti diciamo noi come funziona», scuole di sopravvivenza da cui si esce «armati» più che «amati», funzionari de-motivati più che cercatori motivati.

 Dobbiamo invece frequentare luoghi in cui la risposta suona «Ti aspettavamo: siediti e raccontaci la tua storia. Prenditi il tempo che ti serve, noi poi ti racconteremo come è andata ad altri che avevano la tua stessa domanda”». Sarà a scuola, in famiglia, in un bosco, nell'amore, nell'amicizia... e in tutti i luoghi in cui ancora suona il «sottofondo», il «motivo» della vita, che comincerà poi a risuonare dentro di noi e che neanche il frastuono quotidiano potrà più strapparci, come mi accadde in un'istante eterno, uno di quelli in cui senti che il mondo è casa.

 Mi ero innamorato del concerto di un compositore e mentre ero in metropolitana, nella calca della folla e nel rumore di pensieri confusi, tipico dell'età in cui ti chiedi invano chi sei, tra paura del futuro e insoddisfazione del presente, si è fatta largo una luce: quella musica ci sarà sempre per me. A questa bellezza io potrò tornare ogni volta che vorrò. Avrò sempre un «motivo» di gioia e ne farò un motivo di vita: provare, nel mio piccolo, a fare altrettanto.

Alzogliocchiversoilcielo

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