C’è affetto e sprone, memoria e visione, ammirazione e realismo, ma soprattutto c’è una profonda e non scontata consonanza nel rapporto tra papa Leone XIV e la Chiesa italiana.
-di MATTEO LIUT
E non è solo perché i vescovi della Penisola ieri hanno accolto il “loro”
primate con un lungo e caloroso applauso, non è solo perché Prevost ha vissuto
per anni a Roma, non è solo perché il Pontefice ha chiaramente dimostrato di
voler condividere i momenti più importanti dell’attività della “sua” conferenza
episcopale non fermandosi a una presenza formale.
È anche e soprattutto la
capacità del Papa americano di indicare la strada da percorrere mettendosi
dalla parte della gente, di descrivere con efficace precisione gli snodi
strategici sui quali si gioca il futuro della Chiesa italiana mettendo al
centro quel patrimonio di fede che ha plasmato il nostro Paese.
È, insomma, il modo
con il quale ieri il Vescovo di Roma ha parlato ai presuli
italiani nell’ultimo giorno della loro 82ª Assemblea generale.
L’invito al coraggio, a
costruire «comunità vive e ospitali», a stare dalla parte dei poveri non come
semplici destinatari di un servizio ma come fratelli e sorelle, l’appello a
dialogare con i giovani, a non lasciare sole le famiglie, a fare della fede un
motore che muova un impegno sociale, politico e cultuale altro non sono che una
“sveglia”. Sono un’esortazione a riscoprire la vera stoffa di cui è fatta la
vita di fede del popolo italiano e a dare spazio a risorse che già appartengono
al Dna della Chiesa italiana.
Così il Papa di fatto
prende in mano la vita ecclesiale ma non guardandola dal palazzo, non da
“statista del Vangelo”, non da burocrate dei sacramenti, bensì adottando il
punto di vista della strada, sedendosi tra i banchi, varcando la soglia delle
case, dimostrando di conoscere bene le inquietudini che in questa nostra epoca
attraversano i cuori e le anime. Una conoscenza da cui nasce la più asciutta e
sintetica delle esortazioni contenute nel suo discorso: «Abbiamo il coraggio
dell’essenziale!». E dice «abbiamo», non «abbiate», perché con il suo stile
diretto ma attento, delicato ma potente, Prevost riesce a tenere insieme il
popolo con coloro che lo guidano, il clero, i vescovi, i responsabili.
Non dimentica il suo
ruolo, la sua posizione, ma è in grado di andare oltre, di
guardare le persone negli occhi, con timidezza ma anche con
rispetto e amore. Tanto che non esita a fermarsi a
soccorrere qualcuno che si sente male tra la folla,
come successo mercoledì all’udienza generale. E allora, con le
sue parole, ma ancor più con i suoi gesti, le sue visite alle
parrocchie romane prima e poi alle diocesi italiane, Leone XIV
ci sta quasi accompagnando in un suo viaggio personale alla scoperta
della ricchezza che la Chiesa italiana può ancora offrire
al Paese. Le parrocchie romane e la sfida di essere un segno
profetico nelle città, Pompei e la devozione popolare, Napoli e
la voglia di riscatto, Acerra e le ferite da curare e poi ancora
Pavia e l’eredità dei grandi maestri della fede, Lampedusa e il
servizio all’umanità sofferente, Assisi e l’universalità dello
spirito di san Francesco, Rimini e la capacità di
elaborare cultura: ogni tappa è per lui – ma anche per noi – una luce
accesa sulle motivazioni che spingono ad amare e curare la vita di questa
nostra Chiesa. Così quando chiede di puntare sull’iniziazione cristiana come
caposaldo dell’impegno dei credenti, ricordando che l’efficacia della
formazione è strettamente legata alla qualità delle comunità, e che
quest’ultima deriva fondamentalmente dalla capacità di ascoltare (prima di
tutto la Parola di Dio, ma poi anche i segni dei tempi), ci sta ricordando di
che stoffa siamo fatti, come il filo della fede nei secoli si sia intrecciato
con milioni di vite. E nel pieno di quel cammino di rinnovamento che la Chiesa
italiana ha deciso di intraprendere non per il proprio bene ma per il bene
delle donne e degli uomini del nostro tempo, il Papa riporta tutto a quella
antica ma sempre potente essenzialità: la soluzione, ricorda, sta nel seguire
la via della piccolezza, che non si fa distrarre dalla preoccupazione sui
numeri o sulla visibilità o sull’influenza.
D’altra parte, vien da
pensare, non hanno fatto così anche i santi, i beati e i testimoni della fede
italiani che hanno dato la vita per il Vangelo stando in mezzo alla gente,
condividendo con tutti i loro carichi quotidiani, aiutandoli a elevare verso Dio,
verso il trascendente, lo sguardo anche in mezzo ai marosi della vita? È
questo, sottolinea il Papa, che fanno i padri e le madri nella fede, è questo,
prima di qualsiasi strategia pastorale, il cuore della testimonianza di cui ha
bisogno l’Italia. Una strada impegnativa sulla quale Leone XIV ha dimostrato di
avere tutta l’intenzione di non lasciare da sola la “sua” Conferenza episcopale
e con essa la sua Chiesa e il suo Paese, l’Italia.
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